Identità e letteratura nell'ebraismo del XX secolo/Al centro della rivoluzione: Russia

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L'illustrazione mostra un uomo anziano contrassegnato "Russian Jew (ebreo russo)" che porta un grosso fardello sulla schiena, contrassegnato "Oppression"; sospesi dal fardello sono dei pesi contrassegnati "Autocracy," "Robbery," "Cruelty," "Assassination," "Deception" e "Murder." Sullo sfondo a destra una comunità ebraica brucia e, nell'angolo sinistro, Theodore Roosevelt parla all'Imperatore di Russia, Nicola II: "Ora che hai la pace oltreconfine, perché non rimuovi il suo fardello e crei la pace entro i tuoi confini?" (1904)

L'ebraismo russo (nel senso geograficamente più ampio degli ebrei residenti nel grande Impero Russo) era diventato il più vasto del mondo nel corso del XIX secolo. Secondo il censimento del 1887,[1] la popolazione ebraica ammontava a circa 5,5 milioni di persone, cresciuta dal solo milione degli inizi del secolo. I fattori principali di questo drammatico aumento erano l'incorporazione da parte della Russia del passato "Regno del Congresso" polacco, insieme ad altri territori, e l'incremento naturale, proporzionalmente più alto rispetto all'incremento naturale e longevità del resto della popolazione. Ciò accadde solo in una piccola parte dei territori russi, un'areaòòò di circa 937000 chilometri quadrati, cioè circa il 20% della Russia europea — Lituania, Latvia, Polonia, Bielorussia e Ucraina. Gli ebrei erano stati assorbiti malvolentieri sotto il dominio zarista e confinati in queste zone, note come la "Zona di Residenza", un'area dove agli ebrei era permesso di risiedere (sebbene anche tale permesso subisse poi cambiamenti e modifiche).[2]

Il grande periodo del liberalismo russo ebbe termine con l'assassinio dello zar riformista Alessandro II nel 1881. Letteratura e pensiero erano fioriti a livelli senza precedenti: gli ultimi 30 anni avevano dato al mondo gran parte dei classici russi, una riaffermazione radicale delle implicaziooni dell'Illuminismo occidentale, un assorbimento e trasformazione del pensiero occidentale, ed un nuovo fondamentale contributo alla letteratura (specialmente il romanzo) attraverso una vasta gamma di sperimentazioni e successi. Una conseguenza indiretta di tutto ciò fu l'autoilluminismo dell'ebraismo russo e la sua rispettiva volontà parziale di seguire il processo di russificazione. L'ambivalenza dell'embiente ospitante poteva esser visto in contesto storico come una fase transitante verso una nuova era di mutua accettazione e crescente identità esteriore ed interiore. Tuttavia anche la popolazione crescente, la povertà, il fermento industriale e sociale andavano di pari passo. Gli ebrei generalmente non erano accettati dalla nobiltà, dai contadini, o anche (come si vedrà) dalla intelligencija.[3] L'assassinio dello zar scatenò un'ondata di pogrom mai vista prima — sistematica, a larga scala, approvata ufficialmente. I leader e le masse ebraiche rimasero traumatizzate e molti riesaminarono la propria situazione in Russia. Questo periodo segnò lo sviluppo di un protosionismo (Hibat Zion), un socialismo etnico (il Bund), ed una vasta emigrazione che proseguì per tre o quattro decenni. Localmente le condizioni divennero più dure. Le cosiddette "leggi di maggio" furono introdotte (3 maggio 1882), per cui agli ebrei era proibito insediarsi in zone rurali, persino nella Zona di residenza, e crebbero notevolmente le restrizioni per l'accesso alle professioni e alle università. Entro la fine del secolo, 40% degli ebrei erano sostenuti dalla carità (e tali "leggi di maggio" rimasero correnti fino al marzo 1917).[1]

Mappa con le percentuali degli ebrei residenti nella Zona di Residenza dell'Impero Russo

Ideologicamente l'ebraismo si era suddiviso come segue: 1) coloro che volevano andarsene, per un determinato periodo o per sempre, e quindi cercavano un'esistenza migliore attraverso l'emigrazione; 2) coloro che sempre di più affermavano una forma specifica di nazionalismo ebraico, quello che successivamente fu chiamato sionismo; 3) coloro che iniziarono a proporre una parziale soluzione ebraica nell'ambito delle istituzioni esistenti, mediante il cambiamento sociale e il nuovo socialismo; 4) coloro che affidavano le proprie speranze ad una rivoluzione nazionale o finanche internazionale, che proiettasse una fine al problema ebraico. Nessun ebreo poteva ragionevolmente favorire lo zarismo, che era esplicitamente ed esclusivamente cristiano, e che divenne sempre più antiebraico. Pertanto gli ebrei che rimasero in Russia fino e oltre il 1917 fu in gran parte riformista o rivoluzionario. Ma non necessariamente bolscevico. Il bolscevismo era, dopo tutto, solo un ramo (e non quello della "maggioranza" nel 1917) di solo uno dei raggruppamenti rivoluzionari, gli SD (i socialdemocratici). Tuttavia, durante la guerra civile, gli ebrei subirono gravi persecuzioni da parte dei Bianchi; dopo la Grande Guerra (la Polonia naturalmente non era stata separata) le misure antiebraiche furono nuovamente introdotte: per esempio, già nel 1918 il Bund era stato dichiarato illegale.[1]

Ilya Ehrenburg

Questo capitolo tratterà della fase post-rivoluzionaria, sebbene nel contesto della tradizione russa. Si ramificherà in due parti: la letteratura fatta da ebrei e la letteratura sugli ebrei, quale espressione dell'Unione Sovietica — fenomeno alquanto recente nella prospettiva storico-letteraria. "La letteratura in Russia, nel senso moderno della parola, è un fenomeno abbastanza recente, che risale a non più di 200 anni fa, mentre la partecipazione ebraica a tale fenomeno, per quanto modesta, inizia solo a metà del XIX secolo."[4] In poche parole, gli ebrei non erano diventati scrittori russi se non verso la fine del diciannovesimo secolo, e quindi tale ingresso nella letteratura assunse un carattere problematico. La realtà sociale dello slavismo non solo non era ebraica, ma anche ostile agli ebrei, attivamente cristiana, etnica, xenofoba, con tendenze specificamente antiebraiche palesi anche tra i maggiori scrittori russi. L'ebreo appare raramente nella letteratura russa del XIX secolo, e se appare lo fa in caricatura.[4] E nella letteratura sovietica, gli ebrei vengono accettati soltanto se rinunciano alle proprie radici etniche e si associano al sovietismo. Per esempio, l'eroe del romanzo di Ilya Ehrenburg (1891–1967), intitolato La tempestosa vita di Lazik (1927; trad. it. Rizzoli, 1969; Giuntina, 2009), Lazik, sarto ebreo e figlio di rabbino, diventa un commissario comunista. La disapprovazione ufficiale di qualsiasi etnicità ebraica che venisse espressa nella letteratura, storia, folklore, o persino nei memoriali, ebbe a diventare sempre più pronunciata col passare degli anni, anche nell'era poststalinista. Ehrenburg ricorda nelle sue memorie (Uomini, anni, vita) che non potè pubblicare un libro sullo sterminio nazista degli ebrei sovietici, sebbene fosse stato spronato, insieme ad altri, a pubblicizzare le atrocità naziste in generale.[5] Si vedrà in seguito come la situazione ebraica persitette a mantenere un carattere problematico nella letteratura sovietica. Ciò accadde a causa delle determinazione con la quale venne negata e sradicata anche quando il contesto ne richiedeva la presenza.[4]

Questo si può riscontrare anche nelle opere di Ehrenburg che sono state pubblicate — sebbene sia difficile con lui, come con tutti gli scritti pubblicati ufficialmente (e quindi approvati ufficialmente), districare la sua propria contribuzione rivoluzionaria dalla posizione imposta dal partito.[5]


L'antisemitismo letterario russo risale alle origini della letteratura stessa. Nikolay Gogol, scrivendo negli anni 1830 e 1840, tipicamente rappresenta gli ebrei come primitivi, inaffidabili, infidi, superstiziosi e preoccupati unicamente del denaro. L'ebreo del suo romanzo Taras Bulba è una caricatura universale nello spazio e nel tempo. Yankel è un "collettore e oste" e "aveva lentamente succhiato [da nobili e gentiluomini] i loro denari, imponendo fortemente la sua presenza sul luogo. In una distanza di tre miglia in tutte le direzioni non esisteva una sola fattoria che rimanesse in stato decente." Lo si vede inoltre mentre pratica la sua religione "voltandosi a sputare un'ultima volta, secondo le forme del suo credo". Quanto al denaro, "aveva cercato di soffocare interiormente il costante pensiero dell'oro che gli si contorceva dentro come un serpente nell'anima di ebreo." Questa è una contrapposizione al nobile cosacco, come lo è per Taras, che vive solo per combattere e uccidere per l'onore, per la sua patria ucraina e per il suo cristianesimo ortodosso.[6] Nella tradizione letteraria russa, il cosacco può essere il depositario di tutte le virtù basilari: dopotutto la semplicità è una virtù molto ammirata in teoria dall'intellettuale complicato. Tale opinione gogoliana la si riscontra ne I cosacchi di Tolstoy, scritta due o tre decenni dopo,e poi ancora, paradossalmente, nella prima raccolta di racconti dell'ebreo Isaac Babel, intitolata L'armata a cavallo (1929).[7] Qui il narratore in prima persona, occhialuto, intellettuale, residualmente ebreo, aspira ad un'accettazione naturale da parte dei prosaici cosacchi. Ciò è integrale alla situazione. Lo scrittore ebreo nell'Unione Sovietica si vede attraverso gli occhi dell'intelligencija russa e sovietica e quindi, nella maggioranza dei casi, fa una valutazione fondamentalmente negativa della sua ebraicità, sulla base di una percezione negativa.[4] Ciò viene espresso in modi diversi dai tre scrittori che costituiscono l'argomento principale di questo capitolo — il succitato Babel, Mandelstam e Pasternak. Babel viene associato ai nemici cosacchi; Mandelstam (il pensatore) ha memoria del caos ebraico; ed i personaggi di Pasternak (Premio Nobel 1958) parlano di trascendere l'ebraismo.

Osip Mandelstam nel 1914

Nadezhda Mandelstam (1899-1980)[8] era poco conosciuta, anche in Unione Sovietica, prima della pubblicazione in Occidente dei suoi due volumi, editi in inglese coi titoli Hope Against Hope (Speranza contro speranza) (1970) e Hope Adandoned (Speranza abbandonata) (1973),[9] (da notare il gioco di parole col proprio nome Nadezhda, che in russo significa speranza) che descrive la vita e le opere di suo marito Osip nel contesto della intelligencija sovietica. Lo stesso Osip Mandelstam (1891-1938)[10] aveva evitato di divulgare la propria biografia dettagliata talmente tanto che i suoi lettori non sapevano neanche se fosse sposato o meno.[11] Tuttavia Nadezhda in seguito produsse la sua importante opera letteraria che ebbe molto successo e che di per se stessa è una rimarchevole testimonianza letteraria e spirituale. Comunica non solo la sua devozione e abnegazione per la causa di suo marito, ma anche il proprio coronamento nel costruire un quadro di vita e letteratura a fronte di una continua repressione totalitaria.[9] Il totalitarismo è una parola a volte usata con leggerezza — ma il sistema sovietico, particolarmente dal 1934 in poi, rappresentò l'apoteosi del terrore e del controllo arbitrari. Mandelstam fu arrestato per la prima volta nel 1934 (anche la scrittrice Eugenia Ginzburg indica che il Terrore del 1936/1937 iniziò in realtà nel 1934),[12] un periodo durante il quale la gente poteva ancora chiedersi il perché delle cose. Molti, anche successivamente, quando in pratica chiunque di una certa importanza veniva arrestato e condannato all'esilio, alla tortura e all'esecuzione, si chiedevano la ragione del proprio trattamento da parte delle autorità.[1] Nadezhda, nella sua opera cita la poetessa Akhmatova che esclama: "Che significa, per che cosa? È ora che capiate che la gente viene arrestata per nulla."[13] È pur vero che Mandelstam aveva scritto una poesia molto denigratoria di Stalin, che aveva declamato ad un gruppo di persone (forse a casa di Pasternak) e che era stato denunciato. Tuttavia Mandelstam era già cascato in disgrazia dal 1923, quando il suo nome era stato cancellato da una lista di persone che avevano il permesso di scrivere su pubblicazioni ufficiali. Il titolo dei due volumi di Nadezhda, un gioco di parole sul proprio nome che significa "speranza", indica la graduale costatazione che nulla può essere fatto per resistere la morsa inesorabile del terrore totale. L'impresa, la conquista maggiore consiste nel conservare la propria umanità: e la carriera di Mandelstam sta a significare proprio questo. La sua opera fu sempre un'affermazione personale che rifiutava la filosofia "ufficiale" ed il giogo politico. Nel 1930 Stalin scrisse una lettera su Bolshevik che dichiarava che niente doveva essere pubblicato che fosse in contraddizione con il punto di vista ufficiale! Ciò cementò il suo controllo e pietrificò potenziali iniziative.[1]

Queste memorie aiutano a capire il contesto della situazione e la complicità della intelligencija nella sua creazione. Nadezhda cita Alexander Herzen, che ebbe a dire che l'intelligencija temeva la popolazione così fortemente che era disposta a stare in catene a patto che ci stesse anche il popolo. C'era orrore del caos e desiderio di ordine. Suo fratello identificava il fattore decisivo di questa complicità nella parola "rivoluzione", parola alla quale nessun intellettuale sopportava di arrendersi: "È una parola alla quale intere nazioni si sono arrese, e la sua forza è tale che ci si chiede perché i nostri governanti abbiano ancora bisogno di prigioni e della pena capitale."[9] Mandelstam era differente, isolato, non sottomesso a mode transitorie, non attratto da credi, e nemmeno influenzato dalla storia. Pasternak, per esempio — afferma Nadezhna — era una figura più ufficiale; Mandelstam era un nomade. Naturalmente non si implica che Pasternak si conformasse alla linea ufficiale o che fosse un portavoce pubblico. Significa invece che forse Pasternak si preoccupasse del dominio pubblico, e aspirasse a registrare la storia e lo sviluppo. Si vedrà ne Il dottor Živago che i personaggi, particolarmente quelli centrali, sono testimoni di grandi eventi. Mandelstam registrava un mondo privato, uno che naturalmente contrastava anche con la sfera pubblica, ma questo mondo privato, sempre più composto, complesso e difficile, non era limitato storicamente. Per lui, la storia era ai margini ed era, a lungo andare, virtualmente irrilevante.[14]

Osip Mandelstam schedato dall'NKVD dopo il suo arresto

A volte tuttavia la pressione fisica dell'immediato presente è troppo gravosa. Persino Mandelstam fu disposto nel 1936 a scrivere un'ode a Stalin per poter cercare di salvare sua moglie e, quindi, la propria poesia (si deve notare infatti che, se non fosse stato per Nadezhda, la poesia di Mandelstam non sarebbe sopravvissuta).[15] Nadezhda scrive: "Ogniqualvolta che, ad un certo punto, si presentano in una forma particolarmente intensa il terrore mortale e la pressione di problemi totalmente insolvibili, le questioni generali sulla natura dell'essere passano in secondo piano. Come possiamo restare stupiti davanti alle forze della natura e alle leggi eterne dell'esistenza, se un tipo di terrore mondano viene sentito così tangibilmente nella vita di tutti i giorni?" Nadezhda vive in gran parte nella sfera pubblica. La vita negli anni 1930 era cambiata ed aveva cambiato la gente. Anche la natura della felicità era cambiata: "Abbiamo perso la capacità di essere gioiosi spontaneamente e non ritorneremo ad esserlo mai più." Sebbene si dovette rinunciare anche alla miseria pubblica, perché lo scontento poteva implicare controrivoluzionarismo. Come fa la scrittrice Eugenia Ginzburg, Nadezhda asserisce che le donne sopravvivono meglio a lungo termine: "Gli uomini sembravano più forti e sopportarono i primi shock, ma poi il loro cuore cedette e pochi sopravvissero fino ai settant'anni." Il Terrore era riuscito nel suo intento di intimidazione generale. "Per far precipitare l'intero paese in una paura cronica il numero delle vittime deve esser fatto crescere a cifre astronomiche."[9] Mandelstam non aveva connessioni con questa sfera pubblica, sebbene in contrasto sia interessante sapere che Babel conosceva personalmente Yezhov, capo del MKVD, e si associava ai cekisti.[16] Perché? Per toccare con mano la morte? "No", disse Babel, "non la voglio toccar con mano — voglio solo annusarla e sentire come odora."[17]

In tale atmosfera, la prosa, la poesia ed i suoi lettori divennero cosa speciale — la gente coinvolta era una "razza a parte". Mandelstam affermò: "I custodi della fiamma si nascondevano in angoli bui, ma la fiamma non si estingueva. È qui e tutti la possono vedere." Ma non c'era resistenza perché ognuno si sentiva distrutto, gli assassini quanto le vittime, intrappolati in un sistema che avevano aiutato a costruire. Nadezhda era una combattente come altri: sosteneva il marito, lo accompagnava, registrava la sua poesia preservandola, dibattendosi il più possibile per liberarlo e cercare la sua riabilitazione. Mandelstam morì in circostanze incerte, ufficialmente il 27 dicembre 1938 — ma non ci fu prova della morte e, in ogni caso, "una persona poteva considerarsi deceduta dal momento che veniva spedita ai campi o, in verità, dal momento del suo arresto, che veniva automaticamente seguito dalla sua condanna e verdetto di imprigionamento in un campo."[18]

Nel suo successivo e più lungo volume, Speranza abbandonata, Nadezhda aspira ad una maggiore visione della situazione, oltre la biografia specifica. Nota la prevalenza di ebrei tra la nuova intelligencija: "Da dove vengono tutti questi ebrei, dopo tutti i pogrom e le camere a gas...? Il fatto è che la risorgente intelligentsia del presente consiste di ebrei e mezzi ebrei — sebbene spesso provengano da famiglie tristemente positiviste dove i genitori continuano a spiattellare le solite frottole ossificate. Molti dei giovani sono inoltre diventati cristiani, o la pensano religiosamente."[9] Nadezhda desidera un rigetto della tirannia, del positivismo e materialismo. E anche lei si può ora definire ebrea nella sua abilità di far fronte a tutte le avversie, nonostante la "speranza abbandonata". Appartiene "ad una tribù misteriosa che persiste nonostante tutte le leggi della storia e della logica." È membro di questo gruppo vivente e sofferente, con ciascuno che soffre doppiamente: il destino del suo popolo e anche "la sfortuna di coloro sul cui territorio hanno piantato le tende." I suoi libri sono una testimonianza di tale persistente successo nel sopravvivere alle avversità.[1]

Tuttavia la vita a cui si dedicò fu quella di suo marito Osip, poeta e essere umano che sopravvisse grazie alle opere che ella conservò. Osip iniziò la sua carriera di scrittore prima della Grande Guerra, e pubblicò un libro di poesie, La pietra (Камень - Kamen`), nel 1913.[19] Le sue prime poesie furono composte alla maniera dei Simbolisti ( cfr. acmeismo) e trattavano dell'arte poetica stessa e di architettura. La sua seconda raccolta, Tristia, apparve nel 1922, e nel 1928 — periodo principale della sua carriera e reputazione — produsse un'edizione antologica della sua poesia ed un volume di prosa. Negli anni '30 iniziarono i suoi guai peggiori e gli venne revocato il permesso ufficiale di pubblicare. Poi venne arrestato e morì nei campi.

La prosa di Mandelstam è poetica. Invece di sviluppare una narrazione consecutiva, crea un'atmosfera per associazione di immagini: a volte è difficile seguire il filo, che è consequenziale mediante il susseguirsi degli oggetti, delle parole e nozioni, piuttosto che mediante una trama. Ne "Il rumore del tempo" (Шум времени - Šum vremeni, 1925), il suo primo racconto, l'autore presenta il quadro di una vita che sta morendo — la decadenza letterale, con la scena descritta nel mondo morente dell'ebraismo, che ha aderito all'autore come bava antica. Tale mondo viene spesso contrapposto alla vita più attraente del mondo "gentile" che lo circonda:

« Tutto l'elegante miraggio di Pietroburgo era soltanto un sogno, una copertura brillante gettata sopra l'abisso, mentre tutt'intorno dilagava il caos dell'ebraismo — non una patria, non un focolare, ma solamente e precisamente un caos, il ventre sconosciuto dal quale ero uscito, che temevo, del quale facevo vaghe congetture e da sempre fuggivo, fuggivo... le strane, meste festività, che mi infastidivano l'orecchio con i loro nomi stridenti: Rosh Hashana e Yom Kippur. »
(Osip Mandelstam, "Il rumore del tempo", 1925[20])

Questa percezione negativa del fenomeno non infringe il riconoscimento che esso rimanga la sua fonte. E tale fonte è così potente da permeare tutto ciò che lo attornia, per quanto apparentemente futile.

« Come un poco di muffa riempie una casa intera, così l'ultimo influsso di ebraismo sommerge tutta una vita. Ah, che potente odore è! È possibile che io non abbia notato che nelle vere case ebree ci fosse un odore differente da quello delle case ariane? »
("Il rumore del tempo" cit., 1925)

E quanto ai libri che si trovano lì, così preziosi per lui, compagni permanenti di vita, essi sono sistemati nella libreria in ordine d'importanza corrispondente all'ordine della stessa letteratura mondiale. Lo scaffale ebraico era il più basso, "caotico... Questo era il caos giudaico gettato nella polvere. Questo era il livello al quale erano velocemente caduti gli abecedari e le grammatiche ebraiche, che non ero mai riuscito ad imparare." E poi lo scaffale tedesco: "Tutto l'insieme rappresentava lo sforzo di mio padre per rientrare come autodidatta nel mondo tedesco dalle foreste talmudiche." Il poeta non aveva mai udito lo yiddish in vita sua, da piccolo, e trova rozza e volgare ogni cosa della sinagoga. Il suo "acmeismo" è una controparte a quelle origini e secondo lui lo mette in contatto col meglio dell'Europa. Lo scopo di questo brano di prosa è di "parlare non di me stesso ma di rintracciare l'età, il clamore e la germinazione del tempo." Cerca qui di afferrare un senso storico e un'ambizione per poter incapsulare il periodo, per vederlo come unità, sebbene unità andata "in frantumi, finita, irripetibile."[19]


Un racconto successivo, "Il francobollo egiziano" (Египетская марка - Egipetskaja marka, 1928), è visto principalmente attraverso gli occhi di uno dei personaggi che gode dello strano nome di Parnok, immaginato come pecora e uccello. Gira con "i suoi piccoli zoccoli di pecora", e parla alle donne "in un linguaggio selvaggio, ampolloso, ed esclusivamente di faccende elevate." Le immagini dell'autore sono trasferite per associazione ad una differente inquadratura, per esempio una visita dal dentista: "E Parnok filò come una trottola giù per le scale sdentate, lasciando lo stupito dentista con in mano il cobra addormentato del suo trapano." La scena richiama il tema. Ma chi parla? Poiché improvvisamente interviene il narratore in prima persona, che implora di essere distinto dal protagonista: "Dio mio, non farmi come Parnok! Dammi la forza di distinguermi da lui. Perché anche io sono stato in quella fila terrificante e paziente che striscia verso la finestra gialla del botteghino." Il pericolo che il narratore possa essere il suo protagonista primario viene confermato dopo, ma poi con sollievo: "Che piacere per il narratore passare dalla terza alla prima persona." Come aborriva il caos dell'ebraismo ne "Il rumore del tempo", così ora ne annota la tristezza: "Negli appartamenti ebraici regna un silenzio malinconico, peloso." E ciò che veramente spaventa l'implicito narratore è la possibilità di insensatezza arbitraria: "È tremendo pensare che la nostra vita sia un storia senza trama, o eroe, fatta di desolazione e vetro, che scaturisce dal farfugliare febbrile di divagazioni continue, dal delirio dell'influenza di Pietroburgo!" E cosa ne è della storia? Di certo i grandi eventi del 1917 devono essere registrati. Di ciò il narratore asserisce che ora scriviamo "prosa ferroviaria", e si incita: "Distruggi il tuo manoscritto, ma salva quello che hai scritto nei margini per noia, per sconforto, come dire, in sogno." Non valuta il resoconto consecutivo, standardizzato, ufficiale, pianificato, ma il subliminale e surreale che emerge dal fondo della mente e che inconsciamente controlla la penna.[19]

La poesia afferma l'unicamente individuale e quindi lo squisitamente umano. Egli non può ignorare e quindi non ignora l'imposizione del truce sistema. Come ne "L'appartamento":

Non sarà la fontana di Ippocrene
che scaturirà dai muri interni
ma la corrente del terrore domestico
in questa maligna stia di Mosca.

(1933)

L'autore immagina una trasformazione totale del mondo pubblico ne "L'età":

Mio animale, mia età, chi sarà mai capace di guardarti negli occhi?
Chi mai incollerà di nuovo le vertebre
di due secoli col suo sangue?''

(1923, riv. 1936)

Il cambiamento che si è verificato è veramente così drammatico che l'essere umano non ha più nulla da dire. Viene pietrificato in uno stampo, in "Chi trova un ferro di cavallo":

Labbra umane
che non hanno più niente da dire
preservano la forma dell'ultima parola detta
e la mano continua a sentire tutto il peso
anche dopo che la brocca
si è svuotata versandosi mezza
sulla via di casa
— Ciò che dico ora non lo dico io.
È scavato fuori dalla terra come grani di frumento pietrificato.[19]

L'inizio del mutismo che Mandelstam si dice abbia professato, rammenta il riferimento che Babel fece durante il suo discorso al Congresso degli Scrittori del 1934 riguardo alla sua padronanza del nuovo "genere [letterario] del silenzio".[21] Loda la vita che esiste, fintanto che sia vissuta con dignità:

Povertà opulenta, indigenza regale!
Vivici con calma, sii in pace. Benedetti siano questi giorni, queste notti,
e innocente sia la cantata dolcezza del lavoro.

L'importante è sentire la terra solida sotto i piedi, ed i tempi che sono sfasati non possiedono più questo lusso. Ecco quindi il punto cruciale e l'inizio della poesia/epigramma a Stalin: "Le nostre vite non sentono più il terreno sotto." Stalin viene inoltre presentato in termini animaleschi, ma, nel suo caso, repellenti. Ha "vermi" per mani, "scarafaggi" sul labbro superiore; è "circondato da una marmaglia di caporioni dal collo gallinaceo" che, da parte loro, non riescono ad emettere suoni umani: "Uno fischia, un altro miagola, un terzo frigna." Solo Stalin stesso può produrre suoni maestosi. Non parole, naturalmente, ma un rimbombo.[15]

Ha anche poesie di disperazione. In "Mosca 1933", si paragona ad un torrente con

due facce, una davanti,
una dietro, e una è dolce e dura.

Mandelstam è diviso, guarda in entrambe le direzioni. Ma ora non c'è sollievo:

e da una parte il vecchio sospirare non mi libera più,
e dall'altra la meta non può più essere vista!

Non riesce più a trarre conforto né dalla solidità del passato né dall'aspettativa del futuro. Il suo credo infine è umanista; l'uomo ha bisogno della terra, ha bisogno della patria,della sua lingua, dei suoi libri, delle sue città. Ma è solo l'uomo che è importante, e tutto il resto esiste per ragione dell'uomo:

Lascia che i nomi delle città imperiali
accarezzino le orecchie con brevi significati.
Non è Roma la città che continua ad esistere,
è il posto dell'uomo nell'universo.[19]

Mandelstam cercò di vivere una vita umanamente genuina, e di scrivere una poesia umanamente autentica nell'ambito di un ambiente disumano.[14][9]

Isaac Babel nel 1908

La carriera di Isaac Babel (1894-1941),[17] come quella di tanti altri scrittori sovietici, fu ambivalente. Originario di Odessa, centro di tante sue storie, si stabilì a San Pietroburgo nel 1915. In seguito combattè dalla parte dei Rossi nella guerra civile in Polonia orientale, insieme alla cavalleria cosacca — esperienza che forma le fondamenta della sua raccolta di racconti L'armata a cavallo (titolo originale: La cavalleria rossa), pubblicata nel 1926.[7] Pubblicò inoltre I Racconti di Odessa[22] nel 1932, dopo la dissoluzione del RAPP, l'Associazione che richiedeva una coscienza proletaria nella letteratura. Scrisse anche due drammi e alcuni altri racconti. Riconobbe come la sua produzione fosse alquanto limitata e, al Congresso del 1934, parlò della pratica del silenzio.[21] Arrestato nel 1939, Babel scomparve dalla circolazione. Pubblicamente, appariva simpatizzante del regime, o perlomeno acquiescente, e affermava la sua lealtà. Tuttavia, come tutti gli altri, si preoccupava della propria sopravvivenza. L'ironia della sua percezione viene sentita più per implicazione che per enunciazione diretta.[23]

Anche la sua rappresentazione dell'ebreo è biforcata. C'è l'ebreo di Odessa e l'ebreo di Polonia. Il primo viene caratterizzato dal gangster Benya Kirk, il duro della Moldavanka, e l'altro è un tipo servile, debole, barbuto e occhialuto. Ma chi è il narratore stesso? Anche Babel è occhialuto, erudito e, secondo lui, distorto. In "Risveglio", scrive autobiograficamente e confessa: "Come fu lenta la mia acquisizione delle cose che bisogna sapere! Nella mia gioventù, incatenato alla Gemara,[24] avevo condotto una vita da saggio. Quando fui cresciuto, iniziai ad arrampicarmi sugli alberi."[17] Il normale, salutare progresso da bambino ad adulto viene per lui invertito, come per l'archetipico ebreo che incontra nuovamemte in Polonia. In questo racconto si è descritto esplicitamente — ma il narratore emerge implicitamente attraverso le descrizioni sincopate del campo di battaglia. La sua ambizione maggiore è di essere accettato dai compagni, e quindi rigetta la sua natura ereditata e le evidenti caratteristiche. Non vuole far parte della raffigurazione tipica dell'ebreo occhialuto ed intellettuale che si porta sulla spalle ataviche: aspira invece alla fisicità del soldato cosacco. Si allontana quindi dagli ebrei che incontra, e ne parla coem se fossero strani, assolutamente non collegati a lui, una razza esotica a lui estranea.Quando deve condividere il dormitorio con ebrei, scrive: "Nella stanza che mi venne assegnata, scoprii armadi scompigliati, pezzi di pelliccia da donna buttati sul pavimento, frammenti di posate misteriose usate dagli ebrei solo una volta all'anno, a Pasqua." Poi esalta le virtù della spietatezza ed esclama: "ovunque c'era slealtà e masse di sporchi giudei come durante il vecchio regime" (cfr. "Passando in Polonia"). Queste non sono le osservazioni di un ebreo, nemmeno di un ebreo secolarizzato — sono piuttosto le affermazioni di un estraneo, implacabilmente superiore. È forse questa la maschera dell'autore come narratore? Dopo tutto, è pur vero che aspira alla posizione di cosacco, quindi perché non adottare la prospettiva ed il linguaggio del guerriero cosacco?[23]

Ma Babel può adottare anche un'altra maschera, persino nella stessa serie di racconti, con l'azione che ha luogo nello stesso ambiente. Può essere ebreo insieme a Gedali: nel racconto "Gedali", egli evoca un ricordo di malinconica infanzia ebraica in termini di nenia sentimentale — nelle vigilie dello Shabbat: "In quelle sere il mio cuore di bambino ondeggiava come una navicella su acque incantate. O i marci Talmud della mia infanzia! O la densa malinconia dei ricordi!" Questo è certo un narratore differente! E la rifrazione della sua compassione è alquanto differente: perché ora si sente la reazione dell'ebreo ortodosso alla rivoluzione. Gedali infatti è pronto ad accettare tale rivoluzione, ma vuole conservare anche la propria tradizione: "La Rivoluzione — le diremo 'sì', ma che forse dovremmo dire 'no' allo Shabbat?" Non è che Gedali non voglia accettare la rivoluzione, ma che la rivoluzione non vuole accettare Gedali. Spara solo. In verità, sia la rivoluzione che la controrivoluzione sparano. Come si fa a dirne la differenza? Quel vecchio mondo, come anche Mandelstam indicava nella sua prosa e poesia, è morto. "Gedali - gli ho detto - oggi è venerdì ed è già sera [arriva lo Shabbat]. Dove sono i biscotti ebraici da consumare, e la tazza ebraica di the, e un po' di quel Dio in pensione nella tazza di the?" Tutto ciò semplicemente non è più in mostra: i biscotti ebraici, il the ebraico e il Dio ebraico non sono più lì. Il narratore non commenta questo, come non impone le sue conclusioni quando adotta un tono differente in altri racconti.[23]

Foto di Babel eseguita dal NKVD dopo il suo arresto, nel 1939

Babel rende esplicito il contrasto tra i vecchi tipi di ebreo. Nel suo incontro con gli ebrei di Polonia, egli ricorda la propria esperienza in Ucraina: "L'immagine degli ebrei meridionali corpulenti e gioviali, spumeggianti come vino a buon mercato, mi si formò in mente, contrastando con l'amaro disprezzo inerente a queste lunghe schiene ossute, queste tragiche barbe gialle. In questi lineamenti passionali, cesellati dall'angoscia, non c'era grasso, né caldo pulsare del sangue." Di nuovo, non è chiaro da questa asserzione, quale sia la condizione del narratore nel testo, se si identifichi col gruppo che sta osservando — perché egli poi accetta lo stereotipo dell'ebreo come imprenditore e sfruttatore che i Rossi devono sopprimere: "Gli ebrei hanno legato il contadino russo al recinto polacco con fili di lucro, il colono ceco alla fabbrica di Lodz. Erano contrabbandieri, i più abili alla frontiera e quasi sempre devoti difensori della loro fede. Il Chassidismo ha tenuto in soffocante cattività questa popolazione di ambulanti, mediatori e tavernieri" (cfr. "Berestechko")[17] Non si parla qui delle proibizioni contro gli ebrei, delle restrizioni di movimento, di opportunità, di residenza e di commercio. L'osservazione è totalmente negativa, come se fatta da un nemico. Nuovamente, è il guerriero rosso che parla con la voce della tradizione cosacca cristiana.è Il narratore (ironicamente?) cerca un travestimento convincente: "Piegato sotto la corona funebre, continuavo per la mia strada, implorando il fato di concedermi la più semplice delle abilità — quella di uccidere il mio prossimo" (conclusione de "Dopo la battaglia"). Infine, racconta la realizzazione della sua ambizione dopo lo sforzo per essere accettato: "Passarono dei mesi e i miei sogni si realizzarono. I cosacchi la smisero di osservare me ed il mio cavallo." (cfr. "Argamak"). Lo diedero per scontato e lo accettarono senza più discutere: aveva dimostrato di poter uccidere, combattere e cavalcare.[17]

I Racconti di Odessa sono così differenti in tono, che si potrebbe pensare siano stati scritti da un altro.[22] L'autore riflette sulla sua infanzia e la ricrea, non naturalisticamente, ma in intenso divertimento del grottesco e del ridicolo. I racconti furono scritti negli anni '20 sebbene pubblicati dopo, e contrastano in tutto e per tutto con L'armata a cavallo. Benya Kirk è l'archetipico opposto del barbuto passivo, o di Gedali. È competente, entusiasta, padrone di sé, senza scrupoli e materialista. Il tono è faceto. Parla di "uccidere gente". Lyubka il Cosacco (nel racconto omonimo) è il soprannome dato alla signora Lyubka Shneiveis, un'affittacamere e madama di bordello. L'autore narra le imprese di Benya Kirk, noto come "il re", di come avesse sposato la figlia del "guercio Rook" ed avesse così notevolmente aumentato la sua ricchezza ed il suo potere. Anche gli altri racconti di Babel sono arguti, mescolando memoriale e aspirazione sociale. Uno degli aspetti affascinanti di Babel come scrittore è come riesca a combinare la forma autorivelatrice, la modalità autobiografica (prima e terza persona) con l'impersonalità gnomica e l'ambivalenza. Le sue storie sono universalmente considerate tra le più importanti prodotte nella fase sovietica della letteratura russa.[23]

Ritratto di Boris Pasternak, eseguito dal padre Leonid nel 1910

Per molti aspetti, Boris Pasternak (1890-1960)[25] assomiglia a Osip Mandelstam.[26] Loro stessi si consideravano tipi di poeta molto diversi.[27] Tuttavia entrambi possedevano un base di Simbolismo, entrambi enfatizzavano l'uso dell'immagine, entrambi affermavano i valori individuali di fronte alla pressione dello Stato, entrambi furono inclusi nelle liste di "disapprovazione ufficiale" delle Autorità dalla fine degli anni '30 in poi, ed entrambi avevano un'estrazione ebraica, rigettandola però in vari modi.[26] Pasternak fu lo scrittore più prolifico tra i due, principalmente un poeta.[28]

In ogni cosa ho voglia di arrivare
sino alla sostanza.
Nel lavoro, cercando la mia strada,
nel tumulto del cuore.
Sino all'essenza dei giorni passati,
sino alla loro ragione,
sino ai motivi, sino alle radici,
sino al midollo.
Eternamente aggrappandomi al filo
dei destini, degli avvenimenti,
sentire, amare, vivere, pensare
effettuare scoperte.[28]

Tuttavia qui ci si limiterà a considerare il romanzo in grande scala che produsse, intitolandolo Il dottor Živago, e che non fu pubblicato in Russia sino al 1988 (nel periodo di riforma dell'Unione Sovietica promosso da Gorbačëv). Divenne in realtà un vero collegamento e fonte di informazioni sugli eventi sovietici fino ad allora — in particolare fu fonte di informazioni sul periodo rivoluzionario e la conseguente reazione degli intellettuali locali. A differenza di Mandelstam, Pasternak aspirava ad interpretare la storia e la natura specifica dei grandi eventi russi. Il libro, per quanto sia più poetico che narrativo, è permeato da un senso di importanza storica che i protagonisti cercano di comprendere e valutare. Il dottor Živago è abbastanza carente di virtù narrative: i personaggi sono spesso portavoci di opinioni piuttosto che figure vive e lo sviluppo è imposto invece di emergere dalla trama e dal personaggio. Ma è potente nel richiamare gli stati d'animo, nell'uso dell'immagine, nella presentazione di un'idea o conflitto, e nel senso generale del dramma. Di certo, un'opera che ha come tema la preparazione alla rivoluzione, l'anno 1905, la rivoluzione stessa, la guerra civile, ed un'appassionate ma illecita storia d'amore con tutto questo sullo sfondo, non può non avvincere il lettore.[29]

Il romanzo racconta la storia di Živago, dalla sua prima infanzia fino alla sua morte prematura. Studia da medico in modo da poter essere indipendente e utile, ma la sua inclinazione naturale è per l'arte poetica: alcune sue poesie vengono presentate alla fine del romanzo. Il libro è un quadro del periodo visto con gli occhi di Živago, della sua famiglia, dei suoi amici e dell'amata Lara. Due cose emergono: una è l'importanza dell'era presente. La seconda è che la verità può solo essere colta dall'individuo. Lo zio Kolya di Živago, un intellettuale influente, fa tale affermazione che viene ripresa con forza dallo stesso Živago: "È sempre un segno di mediocrità quando la gente si raggruppa insieme, che la lealtà del gruppo sia per Soloyev o per Kant o per Marx. La verità viene ricercata solo dagli individui, e si separano da coloro che non la amano abbastanza."[25]

Tuttavia, una preoccupazione subliminale del romanzo è cosa significhi essere ebrei. Non che ciò sia visto in termini molto positivi. L'opinione dell'autore non viene dichiarata, né quella del protagonista: Živago agisce come cassa di risonanza per le opinioni degli altri. Le osserva, ascolta e registra, insieme allo stato generale delle cose. Ha un amico intimo, Misha Gordon (Gordon è un nome ebraico comune in Russia), che specula sulla questione ebraica persino all'età di undici anni: "Cosa significava essere un ebreo? Quale ne era lo scopo? Quale era la ricompensa o la giustificazione di questa sfida inerme che non portava altro che afflizione?" Che essere ebrei significhi soffrire è accettato come assiomatico da tutti gli osservatori. Živago stesso commenta con Lara la posizione degli ebrei durante gli eventi terribili della guerra civile: "Non ti puoi neanche immaginare cosa stia attraversando questa disgraziata popolazione ebraica in questa guerra. I combattimenti acade che siano nella Zona di Residenza e, come se le tassazioni punitive, la distruzione delle loro proprietà e tutte le loro altre sofferenze non fossero sufficienti, stanno ora subendo pogrom, insulti e l'accusa di mancanza di patriottismo."[25] In verità, le vedute di Živago, un non ebreo, sono più compassionevoli di quelle dell'ebreo Gordon. Non che però giustifichi questa persistente esistenza ebraica; ma compiange comunque la doppia porzione di sofferenze che subiscono, un aspetto notato anche da Nadezhda Mandelstam in Speranza abbandonata: l'ebreo soffre sia come parte delle condizioni generali, sia per il fattore aggiunto di essere ebreo. Tuttavia, ciò che sembra sorprendere i protagonisti è il perché gli ebrei necessitino di esistere come nazione, se invero lo fanno volontariamente. Gordon si sta spostando verso una fase cristiana, e sostiene che i Vangeli predicano al di là delle nazioni ai singoli individui: "Perché costoro (cioè, i capi) non dicono loro (cioè, alla massa ebraica) 'basta, fermatevi ora. Non fissatevi sulla vostra identità, non continuate ad agire tutti insieme, in folla. Disperdetevi. State con tutti gli altri. Voi siete i primi e migliori cristiani del mondo.'" il cristianesimo ha rimpiazzato l'ebraismo, e l'ebreo che ha affrontato il processo di conversione ed evoluzione, nel senso storico, è nella posizione ottimale per essere un cristiano. Siccome è stato lui che ha portato in essere il cristianesimo, egli può quindi essere un miglior cristiano di qualsiasi altro non ebreo.[30][25]


In seguito, nel romanzo Lara riecheggia tali vedute e aggiunge un'ulteriore clausola:

« È così strano che questa gente che un tempo portò alla liberazione del genere umano dal giogo dell'idolatria, e che ora si dedica alla sua liberazione dall'ingiustizia, debba essere impotente ad ottenere la propria liberazione da se stessa, dal giogo della propria lealtà ad una designazione antidiluviana, obsoleta, che ha perso ogni significato — e che non debba potersi elevare al di sopra di se stessa e dissolversi tra tutti gli altri, la cui religione ha fondato e coi quali avrebbe tanto in comune se solo li conoscesse meglio. »
(Il dottor Živago[25])

Il paradosso in questa opinione è che gli ebrei abbiano esteso la liberazione ad altri nel passato (attraverso il cristianesimo) e continuino a farlo nel presente (attraverso la lotta rivoluzionaria per la liberazione generale), ma non siano riusciti ad ottenere né la propria liberazione fisica (continuano ad essere perseguitati) né quella spirituale trascendendo una forma primitiva e sorpassata di pratica religiosa ed identificazione etnica.[31]

La storia contemporanea è al centro del romanzo, ed il personaggio la osserva. All'inizio si eccita per tale privilegio — Živago dice: "Ma non capisci che cosa incredibile stia succedendo? Una tal cosa accade una volta sola in tutta un'eternità. Pensaci, all'intera Russia hanno strappato il tetto, ed tu ed io e tutti gli altri siamo qua allo scoperto." E riflettendo: "Capiva di essere un pigmeo davanti alla macchina mostruosa del futuro." Rimane in timore riverenziale di fronte agli eventi e ammira coloro che stanno in controllo, che osano prendere la Storia per il collo e la strangolano o le danno una nuova direzione. Tuttavia dopo, i dubbi cominciano ad affiorare. Dopo tutto, gli orrori aumentano, e non diminuiscono. Ciò che aveva valore nel vecchio sistema non viene conservato, e lo status del nuovo è incerto e barcollante. Le virtù individuali sono le sole che resistono. L'aspetto eccezionale della vita è l'amore, quell'amore che avvince Živago e Lara. Altri potrebbero star provando tale amore, senza percepirlo come eccezionale. Altisonanti nozioni sulla Storia hanno fuorviato la gente. Solo l'amore è armonioso; la guerra è terribile e causa di falsità — tale comprensione permette di nuovo a Živago di scrivere poesie, sebbene che gran parte dell'opera non veniva svolta da lui stesso, ma da qualcosa sopra di lui, che lo controllava. Egli permetteva soltanto il contatto e registrava il messaggio. (Anche Mandelstam esprimeva l'impressione che non fosse proprio lui a scrivere la sua poesia, ma qualcos'altro che possedeva e occupava il suo corpo ed i suoi sensi).[25]

Il romanzo riporta una conversazione tenuta molto dopo la morte di Živago, in forma di epilogo, quando Gordon riflette su quanto è successo. Ora, dopo tutto, la cosa può esser vista nella sua interezza. La Rivoluzione, per quanto fosse sembrata nobile e splendida, era diventata volgare, barbara: succede nella storia che le cose concepite elevatamente poi nel corso del tempo degenerino, in pratica. Roma derivò dalla Grecia, e la Rivoluzione Russa era emersa dall'Illuminismo russo. Ed il lettore potrebbe osservare che non ci si dovrebbe far prendere troppo facilmente da una moda effimera o da un'acclamazione pubblica e generale; forse ci sono valori basilari più validi di quelli insiti in una tale drammatica rappresentazione con le sue immediate attrattive.[31]

Ilya Ehrenburg nel 1943

Qualsiasi considerazione sulla letteratura sovietica di qualità deve inevitabilmente ruotare attorno agli scrittori dissidenti e a materiale esportato di straforo e pubblicato in Occidente. Non si poteva mai essere veramente sicuri dell'autenticità del prodotto locale, a quale livello e grado fosse stata esercitata la censura. Quindi un'intera letteratura diventa problematica e la disponibilità dai testi fortuita. Ilya Ehrenburg (1891-1967) riuscì a cavalcare i percorsi divergenti di residenza straniera, ebraicità e approvazione ufficiale. Morì persino di morte naturale. Autore prolifico, corrispondente estero e romanziere, osò attaccare i Bolscevichi nei primi tempi del regime e si trasferì all'estero fino al 1924.[14] Passò altri periodi all'estero: era stato in Francia, fece del reportage dalla Spagna durante la Guerra Civile, e dalla Germania nella Seconda Guerra Mondiale (che i societici chiamavano la Grande Guerra Patriottica). Poi andò negli USA, da dove scrisse critiche contro il capitalismo americano. Di fatto, e nonostante i più specifici e rinnovati attacchi contro gli scrittori ebrei durante gli ultimi anni di Stalin, Ehrenburg sopravvisse con successo.[32]

I suoi resoconti giornalistici pubblicati originalmente da Izvestia (Notizie Sovietiche di Guerra) e raccolti col titolo Russia in guerra (1943) sono istruttivi. Sono le sue reazioni a figure ed eventi in Germania in particolare, e alla guerra in generale, dal luglio 1941 fino al luglio 1942. Il reportage è un attacco severo, univoco, non analitico, incisivo contro il nazismo, naturalmente d'accordo con la linea sovietica. Parla da vero credente: "Attacchiamo perché abbiamo dalla nostra parte l'umanità, la verità, la saggezza della storia e la dolcezza di quella piccola ragazza dai capelli biondi che agita la mano per salutare la Stella Rossa, esclamando continuamente 'É la nostra gente! È la nostra gente!'" Tuttavia se la nuda verità è la sua considerazione maggiore, allora ci sono delle strane omissioni — scrive: "Quando Hitler si preparava ad attaccare la Russia, stava zitto. Non si vantò del numero di divisioni che erano state inviate alla frontiera russa, né spiccicò parola su quando o dove intendesse muoversi." Qui sarebbe stato il giusto contesto per citare il patto nazi-sovietico, del quale poteva lamentarsi che era stato violato. Ma naturalmente i sovietici modificavano costantemente la storia in base all'ultima politica corrente, e dopo che Hitler ebbe attaccato l'Unione Sovietica, il patto che era stato concepito da Stalin (la dichiarazione di Hitler era stata stampata sulla Pravda) non esisteva più — né fu mai messo agli atti che una volta fosse esistito.[14]

Gli ebrei sono quasi del tutto assenti nel resoconto di Ehrenburg. Scrive: "Le SS divennero i carcerieri dei campi di concentramento, comandavano squadre punitive nelle nazioni occupate, ed erano i tormentatori giurati dei francesi, polacchi, norvegesi e serbi." Questi sono quindi, a quanto pare a Ehreburg, i bersagli primari dell'odio nazista! Ma le preoccupazioni naziste erano concentrate altrove, come ben si sa — ma la storiografia ufficiale sovietica riduce e persino nullifica la presenza ebraica.[14][32] Anche col nazismo, gli ebrei non vengono calcolati come vittime, o vittime su uno stesso piano degli altri. I nazisti sono noti come hitleriani e capitalisti e, dal 1941 in poi, come anti-socialisti. Il leader della lotta contro il nazismo è la gloriosa Unione Sovietica; Ehrenburg propone persino che gli Alleati non si impegnino abbastanza nella guerra comune. Non si sogna nemmeno di menzionare che l'USSR si ritrova in guerra solo perché è stata attaccata direttamente — molto dopo che gli Alleati si erano coinvolti. La società sovietica per Ehrenburg è ancora la più grande: "Possiamo dire senza vantarci che in molte sfere la nostra nazione ha superato le altre. Noi amiamo il futuro. È il respiro della nostra vita." Ed in seguito: "Il popolo sovietico non sarà mai, mai e poi mai, schiavo!"[32]

Ilya Ehrenburg con Ernest Hemingway e Gustav Regler durante la Guerra Civile spagnola, nel 1937

Che il popolo sovietico non fu mai schiavo è da discutersi, in base ai resoconti di ciò che accadde in quel regime. La già citata Eugenia Ginzburg (1904-1977), sedicente comunista leninista, narra nel suo Viaggio nella vertigine (1967) le sue orrende esperienze — diciotto anni in prigione e campi di lavoro senza una ragione particolare. Poiché venne riabilitata insieme a molti altri nel 1956, può forse permettersi di affermare che lo stalinismo fosse un'aberrazione transitoria da sussumersi sotto il titolo "culto della personalità": per lei rappresentò qualcosa che "fu e mai più sarà". Nel testo pare rallegrarsi della situazione che "ora sia possibile dire a tutti cosa successe allora". Solo che il suo resoconto non fu mai pubblicato nell'USSR: dovette essere fatto uscire di straforo, a sua insaputa, e pubblicato inizialmente a Milano nel 1967.[33] La sua testimonianza degli orrori dello stalinismo sembrano convincenti e confermano altri resoconti. Per lei, il 1934 fu l'inizio di quel periodo che raggiunse il suo apice con i processi-farsa del 1936 e 1937. In quella prima fase, Ginzburg afferma di se stessa: "Non avevo il minimo dubbio che la linea di partito fosse quella giusta"; l'unica sua riserva riguardava la personalità di Stalin stesso, che ella rifiutava di riverire. Altri, anche coloro che erano stati condannati ingiustamente "riuscivano stranamente a combinare un sano giudizio di ciò che stava accadendo, con un culto personale veramente mistico di Stalin." L'autrice non scorge l'ironia nel suo rifiuto dello stalinismo a favore del leninismo, sebbene Lenin sia stato il creatore del sistema sotto il quale Ginzburg stessa aveva sofferto così tanto. Tuttavia il suo resoconto afferma i valori umani, la centralità dell'individuo, il valore della poesia, fornendo inoltre molte informazioni. Di fatto, comunque, il "sistema" che torturò e schiavizzò la popolazione e soppresse la libera espressione aveva preceduto Stalin e lo sopravvisse. Mandelstam, Pasternak, Babel, Solzhenitsyn e la stessa Ginzburg (per citare solo alcuni esempi) furono pubblicati e letti nel mondo esterno, ma mai nell'Unione Sovietica finché esistette.[14]

Ilf sulla sinistra, in compagnia di Evgenij Petrov

C'è quindi da esser grati che, nonostante tutto, siano sopravvissuti e siano stati pubblicati così tanti scritti e di così grande qualità. Il contributo ebraico è evidente, per quanto sempre frenato, a volte represso, inaspettatamente accetto per brevi periodi, e ambivalentemente problematico. Una delle grandi opere di umorismo sovietico, Le dodici sedie (1928),[34] fu scritto da un ebreo, Ilya Ilf (1897-1937) in collaborazione con Evgenij Petrov (1903–1942). Anche Ilf originò da quel centro di risorse della cultura ebraica che era Odessa, ed introduce un'abbondanza di folklore ebraico nel suo racconto del giovane astuto e giramondo Ostap Bender. Bender afferma: "Nessuno ci ama, ad eccezione del Dipartimento Investigativo Criminale, che pure non ci ama." E scrive un necrologio immaginario per se stesso: "Ha amato e sofferto. Amava il denaro e soffriva per la sua mancanza." Lo humour è grottesco, mentre la trama si sviluppa in modi imprevisti verso direzioni essenzialmente improbabili. Nel 1927 in Russia l'umile impiegato Ippolit Vorob'janinov, proveniente dalla cittadina di provincia di Stargorod, viene a scoprire che l'anziana suocera ha lasciato in punto di morte un'enorme eredità. Si tratta di un'enorme quantità di diamanti seppelliti nell'imbottitura ricoperta di raso di un antico servizio di dodici sedie da salotto. Ippolit vorrebbe sapere qual è la sedia giusta, ma la donna morendo ha portato il segreto con sé nella tomba. Come se non bastasse alcune sedie vengono pignorate dalla polizia e essendo antiche e di grande valore vengono esposte in un famoso museo di Mosca. Sulle tracce delle dodici sedie si mette anche il prete ortodosso Padre Fёdor, un uomo eccentrico, gaudente ed estremamente attaccato al denaro, che aveva saputo dei diamanti attraverso la confessione della proprietaria. Dopo un primo scontro tra Padre Fёdor ed Ippolit, da cui escono entrambi malconci e con una sedia rotta, ma senza i diamanti, Vorob'janinov si mette in affari con il giovane astuto e giramondo Ostap Bender, per ricercare le sedie al museo. Ve ne sono almeno sette e i due compari le distruggono tutte, sperando di trovare la refurtiva nelle imbottiture dei cuscini, ma niente. E intanto Padre Fёdor si trova sempre sulle loro tracce, per poi mettersi da solo alla ricerca delle sedie restanti, giungendo in case di nobili e venendo preso a calci da contadini. Nella ricerca delle altre sedie, i pasticcioni Ippolit e Ostap arrivano persino a corrompere giudici, archivisti e a finire in una compagnia teatrale inglese in tournée, finendo sempre nei pasticci e non trovando mai quel che cercano. Alla fine, mentre Padre Fёdor si ritira dalla ricerca dopo aver cercato addirittura di ammazzarsi per il fallimento, i due protagonisti si avviano alla ricerca dei diamanti sempre più a fondo nella sconfinata Russia, sopportando fatica e freddo dell'inverno. Alla fine, superate persino le pendici del Caucaso, Ostap e Ippolit giungono in un'umile pensione di Mosca per ristorarsi. Lì Ippolit, sfinito e disgustato dai continui comandi e rimproveri di Ostap e desideroso di non spartire con lui il bottino, gli taglia la gola con un rasoio. Nel nuovo Club per gli addetti ferroviari della città Vorob'janinov scopre quindi l'ultima sedia del famoso servizio della suocera. La sonda, ma non trova nulla, finché il guardiano non rivela a Ippolit che mesi prima gli era capitato di distruggere senza volerlo una sedia uguale, trovando i diamanti e i gioielli. Usò questi ultimi per sostenere la costruzione del nuovo Club. Sfinito e in preda alla povertà, a Ippolit non resta che guadagnarsi da vivere mendicando e fingendo, in maniera buffa, di avere attacchi epilettici.[35] Nell'immediata euforia poststalinista del "disgelo" (termine coniato da Ehreburg), quest'opera venne ristampata in un'edizione di 200000 copie.[36] La storia è stata più volte trasposta in film, dai registi Monty Banks (1936), Nicolas Gessner (1969), Mel Brooks (1970), Leonid Gaidai (1971), Carlo Mazzacurati (2014) ed altri ancora.[37]


Quasi tutti gli altri lavori, incluso il materiale antistalinista (nonostante l'apparente destalinizzazione ufficiale), veniva pubblicato all'estero. Inizial il processo (1960) di Abram Terz, pseudonimo di Andrej Sinjavskij (1925-1997), attacca l'antisemitismo degli ultimi anni di Stalin. Gli eventi di questo resoconto divertente e grottesco, nella tradizione anche di Gogol e Ilf e Petrov, ha luogo poco prima della morte del Leader e si svolge nell'ambito di un insensato ma terrificante "Complotto dei Dottori". Nel testo degli ebrei si dice che "ogni scolaro sapeva oggi che questa gente con i loro istinti di piccoli borghesi erano nemici nati del socialismo, cosmopoliti senza patria." Questa non è solo una parodia ma una vera rappresentazione della terminologia stalinista. Il romanzo possiede elementi de Il mondo nuovo di Huxley. Le Autorità vedono nemici ovunque. Alla fine, la morte del "Maestro" causa una modifica nei processi, ma si dimenticano di liberare Rabinovich, un dottore che era stato imprigionato dalla paranoia stalinista. Ciò sta a significare che la situazione non si era alterata di molto dopo la caduta di Stalin.

Sinjavskij non era ebreo, ma era strettamente associato al traduttore ebreo Yuli Daniel (1925—1988). Entrambi vennero processati nel 1966 per aver pubblicato opere "calunniose e sovversive" all'estero,[38] e nel 1973 ebbero il permesso di emigrare.[39] Si verifica una continuazione della tradizione della letteratura emigré sovietica, una letteratura secondo i grandi parametri della tradizione russa. Le tematiche presovietiche sono ancora vive — l'umanesimo russo ed i raggi ancora manifesti dell'Illuminismo del XIX secolo. Come si rifrangono anche sulla questione ebraica che culminerà in un'emigrazione quasi en masse alla fine del sovietismo.

Note[modifica]

  1. 1,0 1,1 1,2 1,3 1,4 1,5 Dati e riferimenti di questo e successivi paragrafi sono estratti e si basano sul testo di Howard M. Sachar, The Course of Modern Jewish History, New York, 1955; Random House, II ed. riveduta, 1991; cfr. anche Martin Gilbert, The Jews of Russia: Their History in Maps and Photographs, Londra: M W Books, 1976; Salo W. Baron, The Russian Jew Under Tsars and Soviets, Schocken Books, 1988.
  2. Zona di Residenza (in russo: Черта оседлости, Čerta osedlosti) era il termine dato alla regione dell'Impero Russo, lungo il suo confine occidentale, in cui gli ebrei avevano il permesso di risiedere in permanenza, e oltre la quale di solito la residenza era interdetta agli ebrei. Si stendeva dalla linea di demarcazione alla frontiera russa con l'Impero tedesco e l'Austria-Ungheria. Sebbene comprendesse solo il 20% del territorio dell'Impero Russo, la Zona di Residenza corrispondeva ai confini storici della Confederazione Polacco-Lituana e includeva gran parte delle attuali Lituania, Bielorussia, Polonia, Bessarabia, Ucraina e parti della Russia occidentale. Inoltre, un certo numero di città all'interno della Zona erano escluse da essa.
  3. Intelligencija (cir: интеллигенция, pol: inteligencja) o intellighenzia (impropriamente intellighentsia ovvero intellighentzia) è una parola russa che indica in un determinato gruppo sociale (più o meno esteso, per esempio, un popolo, una parte politica, un credo religioso etc.) le persone più rappresentative, tra coloro che svolgono una attività intellettuale, sia essa di natura scientifica, artistica e amministrativa, tale da porli in un ceto culturale e creativo più elevato, con compiti anche organizzativi e direttivi del lavoro altrui. Secondo alcuni sociologi all'interno della intellighenzia si possono quindi inserire gli intellettuali, ma anche i dirigenti, i funzionari dell'amministrazione pubblica, i politici, i medici ecc., mentre secondo l'opinione di altri sociologi vanno annoverati solo gli intellettuali in senso stretto. Cfr. Sociologia dell'economia e del lavoro, di Luciano Gallino, Utet, Torino, 1989, p. 209, s.v. "Intellighenzia".
  4. 4,0 4,1 4,2 4,3 M. Friedberg, "Jewish Contribution to Soviet Literature", in Lionel Kochan (cur.), The Jews in Soviet Russia since 1917, Oxford University Press, 1970; id., "Jewish Themes in Soviet Literature", op. cit., Oxford Paperbacks, III ed. riv. 1978.
  5. 5,0 5,1 Joshua Rubenstein, Tangled Loyalties: The Life and Times of Ilya Ehrenburg, University of Alabama Press, 1999, passim.
  6. Nikolaj Gogol', Taras Bul'ba, con introduz. critica di Eridano Bozzorelli, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 1996.
  7. 7,0 7,1 Конармия (L'armata a cavallo) è un'opera letteraria dello scrittore russo Isaac Babel apparsa nel 1926. Si configura come un resoconto autobiografico delle vicende occorse durante la guerra sovietico-polacca combattuta nel 1919-1920, cui l'autore partecipò come membro della Prima armata di cavalleria russa comandata da Semën Michajlovič Budënnyj. Il libro si basa su annotazioni raccolte in un diario composto dall'autore durante la guerra, come corrispondente dell'Agenzia telegrafica russa (ROSTA) e dell'organo di stampa dell'armata, "Il cavalleggere rosso". L'elemento di maggiore interesse del libro è il suo realismo e allo stesso tempo la capacità di cogliere i valori e il significato più profondo della guerra e dei rapporti tra commilitoni. Degna di nota è la capacità da parte dell'autore, nonostante l'origine ebraica, di osservare, come membro di quella comunità ma da una posizione privilegiata, emancipata e non più succube, le speranze, i pensieri e le paure di costoro, il più delle volte spettatori o peggio vittime degli eventi storici. Attraverso tutto il libro si avverte una costante tensione tra il passato, il presente e il futuro.Cfr. Wikipedia
  8. Nadežda Jakovlevna Mandel`štam (in russo: Надежда Яковлевна Мандельштам - Saratov, 18 ottobre 1899 – Mosca, 29 dicembre 1980) è stata una scrittrice russa di origini ebree. Fu la moglie del poeta acmeista Osip Mandel`štam e, come lui, vittima delle Grandi purghe staliniane che la costrinsero all'esilio dall'Unione Sovietica tra il 1938 e il 1958.
  9. 9,0 9,1 9,2 9,3 9,4 9,5 Pubblicata in traduz. italiana col titolo L'epoca e i lupi, con una prefaz. di Vittorio Strada, Fondazione Liberal, 2006); Nadežda Mandel’štam: Le mie memorie con poesie e altri scritti di Osip Mandel’štam, Milano, Garzanti, 1972, trad. it. di Serena Vitale.
  10. Osip Ėmil`evič Mandel`štam (in russo: Осип Эмильевич Мандельштам) (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938) è stato un letterato russo. Prosatore e saggista, esponente di spicco dell'"acmeismo" e vittima delle Grandi purghe staliniane "è stato uno dei grandi poeti del XX secolo", cfr. Osip Ėmil’evič Mandel’štam: Sono tornato nella mia città, fino alle lacrime ben nota, di Laura Canali - testo di Barbara Ronchetti, in Limes, 28 maggio 2014. L'acmeismo è un movimento letterario russo che, nato nel 1910, ebbe termine alla fine della seconda guerra mondiale. Il suo nome deriva dal greco acmé (culmine). Nacque in opposizione al simbolismo, sviluppando una diversa tematica e un nuovo stile espressivo fondati sulla chiarezza rappresentativa, sulla concretezza dei contenuti e sullo studio dei valori formali del verso.
  11. Clarence Brown (cur.), The Prose of Osip Mandelstam, Princeton University Press, 1965, pp. 22-30 e segg.
  12. Evgenija Solomonovna Ginzburg, Into the Whirlwind (Viaggio nella vertigine), Harcourt Publishers - College Publishers 1975, p. 51 & passim; ed. it. Baldini & Castoldi, 2013. La scrittrice russa (Mosca, 20 dicembre 1904 – 25 maggio 1977) di estrazione ebraica, si laureò in psicopedagogia e storia, divenne ricercatrice universitaria, si sposò con un dirigente del partito comunista sovietico, al quale partito si iscrisse nel 1932. Dopo l'assassinio di Sergej Kirov nel 1934, venne espulsa dal partito insieme a tantissimi intellettuali, e nel 1937 fu arrestata con l'accusa di trotskismo e terrorismo. Dopo un processo durato 7 minuti venne condannata a dieci anni, di cui passò i primi due in isolamento. Trasferita in un gulag della Kolyma, nella Siberia orientale, patì le umiliazioni, i soprusi e le dure condizioni della prigionia. Lì conobbe il medico del campo, anch'egli prigioniero, che diventerà il secondo marito. Scarcerata nel 1947, morto Stalin nel 1953, venne riabilitata nel 1955, e nel 1962 terminò il romanzo autobiografico Viaggio nella vertigine, testimonianza drammatica degli orrori dello stalinismo. Il libro fu diffuso clandestinamente e, pubblicato per primo a sua insaputa in Italia nel 1967, ottenne il successo internazionale. Quando il KGB entrò in possesso dell’archivio di Solženicyn, dove ci sono vari riferimenti al libro, il ministro della sicurezza dell'URSS definì diffamatoria l’opera della Ginzburg, che morì di tumore nel 1977. Era madre dello scrittore Vasilij Aksenov, autore di Il biglietto stellato.
  13. Anna Andreevna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol'soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966) è stata una poetessa russa; non amava l'appellativo di poetessa, perciò preferiva farsi definire poeta, al maschile. Come Mandelstam, fece parte della Corporazione dei poeti, un gruppo acmeista fondato e guidato dal marito Nikolaj Gumilëv. Cfr. Achmatova, Anna Andreevna da L'Enciclopedia Italiana, versione on line, sito treccani.it.
  14. 14,0 14,1 14,2 14,3 14,4 14,5 Ronald Hingley, Russian Writers and Soviet Society, Littlehampton Book Services, 1979, ss.vv.
  15. 15,0 15,1 J.M. Coetzee, "Osip Mandelstam and the Stalin Ode", Representations, No.35, Special Issue: Monumental Histories, 1991), pp. 72–83.
  16. La Čeka (pronuncia delle due lettere ЧК, abbreviazione di чрезвычайная комиссия črezvyčajnaja komissija, "Commissione straordinaria", in russo) fu un corpo di polizia politica sovietico creato da un decreto del 20 dicembre 1917 da Lenin e Feliks Edmundovič Dzeržinskij e che durò fino al 1922, per combattere i nemici del nuovo regime russo. La Čeka è stata la prima di numerosi servizi segreti operanti nello stato sovietico e antenata del ben più celebre KGB. Dopo la Čeka si realizzò il GPU, successivamente l'NKVD e, infine, il KGB, predecessore dell'attuale FSB. I membri della Čeka furono chiamati čekisti. Tale termine si è radicato nella lingua russa tanto che, nonostante i numerosi cambiamenti di nome durante il tempo, è stato sempre utilizzato per indicare gli effettivi dei servizi di sicurezza per tutta la durata dello stato sovietico ed è ancora in uso nella Russia moderna.Cfr. Wikipedia
  17. 17,0 17,1 17,2 17,3 17,4 Vedi anche la biografia di Babel, di Gregory Freidin, su Stanford.edu — per una recensione critica delle opere di Isaac Babel, cfr. int. al. Jerome Charyn, Savage Shorthand: The Life and Death of Isaac Babel, Random House, 2005; Antonina N. Pirozhkova, At His Side: The Last Years of Issac Babel, Steerforth Press, 1998; Gregory Freidin (cur.), The Enigma of Isaac Babel: Life, History, Context, Stanford University Press, 2009; infine, Isaac Babel & Nathalie Babel Brown, Isaac Babel: The Lonely Years 1925-1939 : Unpublished Stories and Private Correspondence, David R Godine (cur.), 1995. Si veda anche, per i testi, l'opera narrativa completa dello scrittore: L'armata a cavallo e altri racconti di Isaak Babel, traduzioni in ital. di Franco Lucentini, Gianlorenzo Pacini e Renato Poggioli, Einaudi, 1969.
  18. Nel 1938, dopo il secondo arresto del marito e la sua morte nel campo Vtoraja Rečka situato a Vladivostok, Nadezhda cominciò a vivere da nomade, sfuggendo al suo probabile arresto e cambiando frequentemente residenza e lavoro. Riuscì a fuggire dall'Unione Sovietica, scappando da Tver', l'ex Kalinin, il giorno prima che vi arrivassero agenti del NKVD. Decise allora di vivere esclusivamente per conservare e pubblicare le opere poetiche scritte dal marito. Si organizzò in modo da conservarle nella propria memoria, perché non aveva fiducia nella carta. Dopo la morte di Stalin, nel 1956, completò la sua tesi e nel 1958 le fu permesso di tornare a Mosca. Nelle sue memorie, pubblicate prima in occidente, si trova un'analisi epica della sua vita e la critica profonda del degrado morale dell'Unione Sovietica dopo gli anni venti. Nel 1979 diede i suoi archivi all'Università di Princeton. Morì a Mosca nel 1980 all'età di 81 anni.Cfr. Wikipedia
  19. 19,0 19,1 19,2 19,3 19,4 Per una bibliografia delle opere di Osip Mandelstam, si vedano int. al., Marina Argenziano, Solo un'ombra. Osip Mandel'štam e la parola negata, Irradiazioni, 2005; N.A. Nilsson, Osip Mandel’štam: Five Poems, Stoccolma, 1974; O. Ronen, An Approach to Mandelstam, Gerusalemme, 1983; Carlo Tenuta, Dante in Crimea. Osip Mandel'štam e la "Divina Commedia": poesia ed esilio in una lettura novecentesca, RIVISTA INTERSEZIONI, anno XXIX, numero 2, agosto 2009, pp. 179–196); Andrea Galgano, "Osip Mandel'štam. Il crepuscolo e la dimora", in Mosaico, Aracne, Roma 2013, pp. 399–403. Edizioni in ital. degli scritti di Mandelstam includono La pietra, Saggiatore, 2014; Il rumore del tempo - Feodosia - Il francobollo egiziano, Einaudi, 1980; Viaggio in Armenia, Pontecorboli, 1990-Adelphi 1988; Sulla poesia, Bompiani, 2003; Il programma del pane, Città aperta, 2004; La conchiglia e altre poesie, Via del Vento, 2005; Quaderni di Voronez, Mondadori, 1995; Poesie, Garzanti, 1972; Strofe pietroburghesi, Ceschina, 1964; Poesie 1921-1925, Guanda, 1967; La quarta prosa. Sulla poesia. Discorso su Dante. Viaggio in Armenia, De Donato, 1967; Viaggio in Armenia, Adelphi, 1988; Sulla poesia, con due scritti di Angelo Maria Ripellino, nota di Fausto Malcovati, trad. it. di Maria Olsoufieva, Bompiani, 2003.
  20. Traduzione ital. dei versi e stralci di prosa di Osip Mandelstam, estratti dalle sue succitate opere, liberamente eseguita da Monozigote.
  21. 21,0 21,1 Si veda l'Introduzione di Vittorio Strada a L'armata a cavallo, Einaudi tascabili 2003, pag. VI. Più precisamente il testo riporta: "Dal momento che si è parlato di silenzio, non si può non parlare di me, gran maestro di questo genere letterario (risate del pubblico)".
  22. 22,0 22,1 I Racconti di Odessa (in russo: Одесские рассказы), conosciuti in italiano anche col titolo di Storie di Odessa o Odessa, sono un ciclo di sei racconti, scritti da Isaak Ėmmanuilovič Babel' tra il 1923 e il 1932, nei quali prendono vita le gesta dei banditi che hanno popolato, nel primo ventennio del Novecento, i sobborghi di Odessa, e in particolare il quartiere ebraico della Moldavanka.Cfr. Wikipedia
  23. 23,0 23,1 23,2 23,3 Jerome Charyn, Savage Shorthand: The Life and Death of Isaac Babel, Random House, 2005, Introd.
  24. Gemara (o Ghemara, lingua ebraica: גמרא "studiare"; pronuncia ashkenazita: Ghmora), è la parte del Talmud contenente i commentari rabbinici e le discussioni sorte sull'interpretazione della Mishnah.
  25. 25,0 25,1 25,2 25,3 25,4 25,5 Boris Leonidovič Pasternak (in russo: Борис Леонидович Пастернак; Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960) è stato un poeta e scrittore russo, Premio Nobel nel 1958. Dopo la seconda guerra mondiale Pasternak mise mano al suo primo e unico romanzo, Il dottor Živago (Доктор Живаго). Il romanzo venne rifiutato dall'Unione degli Scrittori che ai tempi del regime bolscevico-stalinista non poteva permettere la pubblicazione di un libro che, fortemente autobiografico, raccontava i lati più oscuri della Rivoluzione d'ottobre. La stesura dell'opera, che fu bandita dal governo, fu causa per l'autore di persecuzioni intellettuali da parte del regime e dei servizi segreti che lo costrinsero negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all'isolamento. Ad ogni modo il manoscritto riuscì a superare i confini sovietici e il libro, nel 1957, venne pubblicato per la prima volta in Italia, tra molte difficoltà, dalla casa editrice Feltrinelli in una edizione diventata poi storica, di cui subito parlò il critico letterario Francesco Bruno. Il libro si diffonderà in occidente e nel giro di pochissimo tempo, tradotto in più lingue, diventerà il simbolo della testimonianza della realtà sovietica. Nel 1958, Il dottor Živago frutterà a Pasternak l'assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Tra le altre sue opere sono da segnalare anche diverse raccolte di poesie, alcune delle quali raccolte nel volume Autobiografia e nuovi versi, che poté pubblicare per la prima volta solo in Italia, e Il salvacondotto, sorta di opera autobiografica riferibile non tanto alle vicende della sua vita quanto alla sua vocazione intellettuale. Cfr. la biografia Boris Leonidovich Pasternak Biography, Jewishvirtuallibrary.org. URL consultato il 01/09/2014.
  26. 26,0 26,1 Lazar Fleishman, Boris Pasternak: The Poet and His Politics, Harvard University Press, 2013, pp. 264–266.
  27. Si veda il resoconto della famosa conversazione tra Stalin e Pasternak su Mandelstam. Stalin chiese l'opinione di Pasternak sul collega, dopo che Mandelstam era stato notato negativamente. Pasternak sottolineò la differenza di carattere poetico tra di loro, sebbene confermasse la qualità di Mandelstam. Cfr. Fleishman, Boris Pasternak: The Poet and His Politics, cit., p. 44.
  28. 28,0 28,1 Si vedano alcune sue poesie in trad. ital. su Citazioni & Poesie di Pasternak.URL consultato 02/09/2014
  29. Lazar Fleishman, Boris Pasternak: The Poet and His Politics, cit., pp. 48-55 e segg.
  30. Lazar Fleishman, Boris Pasternak: The Poet and His Politics, cit., pp. 112-115
  31. 31,0 31,1 Edith W. Clowes (cur.), Doctor Zhivago: A Critical Companion (NWP/AATSEEL Critical Companions to Russian Literature), Northwestern University Press, 1996, passim.
  32. 32,0 32,1 32,2 Joshua Rubenstein, Tangled Loyalties. The Life and Times of Ilya Ehrenburg, University of Alabama Press, 1999.
  33. Si veda la recensione del libro a Memorial - "Evgenija Ginzburg, Viaggio nella vertigine", di Stefano Garzonio, “Il Manifesto”, 1 maggio 2011.
  34. Traduzione italiana: Il'ja Arnol'dovič Il'f, Evgenij Petrovič Petrov, Le dodici sedie, Rizzoli Editore (BUR) 1993.
  35. Cfr. Wikipedia s.v. "Le dodici sedie".
  36. Si veda testo e commento alla trad. inglese, su Lib.RU
  37. Nella Germania nazista, il film Dreizehn Stühle (13 sedie) del 1938 si basava su questo romanzo, tuttavia i rispettivi autori rimanevano anonimi, probabilmente perché Ilf era di origine ebrea.
  38. L. Labedz & M. Hayward, On Trial: The Case of Sinyavsky (Terz) and Daniel (Arghak), Londra: Harvill Press, 1967.
  39. Sotto lo pseu­donimo di Nikolaj Arghak (Николай Аржак), a partire dal 1958 (Le mani), Yuli Daniel aveva iniziato un'attività narrativa in cui elementi fan­tastici e utopistici si mescolavano a un'aperta denuncia della quotidiana violenza operata dai burocrati del re­gime sull'uomo comune (Qui parla Mosca, 1960; L'uomo del Minap, 1961; L'espiazione, 1966). A diffe­renza di Sinjavskij, emigrato in occidente dopo l'espia­zione della condanna, Daniel rimase in Unione Sovietica senza più riprendere l'attività letteraria.