Storia dei papi del Novecento/Dialogo interreligioso

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search

Il rapporto tra il cattolicesimo, le altre confessioni cristiane e le altre fedi, costituisce uno degli aspetti più delicati nella storia della Chiesa. Già nel XIX secolo, anche sulla base dei nuovi studi in ambito religioso, si sentì da più parti la necessità di stabilire un dialogo tra i diversi credi per perseguire la strada della reciproca tolleranza. Questo tema fu poi sviluppato durante il concilio Vaticano II, e significativi eventi di dialogo sono stati organizzati durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

Il dialogo interreligioso da Leone XIII a Pio XII[modifica]

Gli avvenimenti del XIX secolo portarono a una nuova riflessione per quanto concerne le tradizioni religiose. Presero piede i primi studi comparativi, furono fondate le prime cattedre di storia delle religioni e in ambito cattolico fu John Henri Newman ad aprire la strada verso un nuovo dialogo tra cristianesimo e le altre fedi.[1] Significativo fu il World's Parliament of Religions, organizzato per il quarto anniversario della scoperta dell'America dalla Chiesa presbiteriana e dalla gerarchia cattolica statunitense con l'approvazione di Leone XIII. Tenutosi a Chicago dall'11 al 27 settembre 1893, si proponeva di consentire il pacifico scambio di idee e dare un esempio di tolleranza religiosa.[2] Papa Pecci, dal canto suo, aveva dimostrato aperture verso la Chiesa anglicana (poi naufragate per l'ostilità della Curia romana) e attenzione per le Chiese cristiane d'Oriente (Orientalium dignitatis, 1894).[3] Questa tendenza ecumenica fu però abbandonata durante il pontificato di Pio X[4] e ripresa in parte da Benedetto XV, il quale si oppose alla latinizzazione delle Chiese orientali e fondò la Congregazione per la Chiesa orientale e il Pontificio Istituto per gli studi orientali.[5]

Immagine del World's Parliament of Religions di Chicago, del 1893

A frenare nuovamente il movimento ecumenico fu Pio XI, che nel 1927 impedì la partecipazione dei cattolici alla Conferenza di Losanna del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Nell'enciclica Mortalium Animos (6 gennaio 1928) sostenne come unica forma di unità dei cristiani il ritorno dei fedeli all'unica vera Chiesa di Cristo, criticando aspramente la Riforma protestante. Nel rapporto con gli ortodossi e le Chiese orientali, invece, promosse la latinizzazione e la fondazione di una Chiesa clandestina in URSS. Con l'enciclica Ecclesiam Dei (12 novembre 1923) rilanciò l'uniatismo, con scopi anti-sovietici e anti-ortodossi. La via del dialogo fu ritentata nel 1925 con l'enciclica Rerum Orientalium, ma si arenò per l'opposizione del patriarca di Mosca Sergio e l'eliminazione della Chiesa clandestina.[6] Come conseguenza dell'impulso dato alle missioni, d'altra parte, Pio XI mostrò timidi apprezzamenti per le fedi non cristiane, invitando nella Charitate Christi (1932) a un'alleanza tra le religioni monoteiste per combattere il comunismo. Nel 1934 il papa incontrò anche lo studioso Louis Massignon, fautore del dialogo tra cristiani e musulmani.[7]

Particolarmente delicata è però la questione dei rapporti con l'ebraismo, che ancora oggi è oggetto di tensioni e interpretazioni discordanti. Da un lato la Chiesa, sotto il pontificato di Pio XI, respinse più volte l'antisemitismo: il 25 marzo 1928 il Santo Uffizio condannò con vigore l'odio contro il popolo ebraico, e la condanna fu ripresa il 6 settembre 1938 dallo stesso pontefice.[8] Dall'altro però pesano i silenzi tenuti dal successore di papa Ratti, Pio XII, di fronte all'olocausto. A tale proposito Daniele Menozzi afferma:

« Certo non venne mai meno, sul piano privato, lo sforzo caritatevole nei confronti di persone che si trovavano in terribili difficoltà; ma il magistero non trovava nella propria tradizione motivazioni per arrivare a una aperta e pubblica difesa di chi, appartenente ad un'altra religione, non poteva pretendere gli stessi diritti dei cristiani. »
(D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 25)

Giancarlo Zizola, invece, riconduce questa inazione all'isolamento diplomatico in cui si trovava la Santa Sede, conseguenza diretta della «politica di potenza» che la Chiesa istituzionale riteneva di sua competenza:

« Il «silenzio» di Pio XII [...] è comprensibile anzitutto come questione strutturale. Il sistema politico-ecclesiastico si trova di fatto inibito a pronunciare la parola profetica a causa del proprio potere, anche statuale e diplomatico, quale si articola di fatto, specialmente per mezzo dei concordati, con i poteri reali (economici e politici) in campo. Una nota nel 1943 del delegato apostolico Angelo Roncalli in Turchia, che segnala alla Segreteria di Stato l'esistenza dei campi di sterminio nazisti, rimuove qualsiasi dubbio sul carattere deliberato del «silenzio» pontificio circa la Shoa. La controprova ne è che là dove il Vaticano non si sente troppo vincolato dai legami politici-concordatari, esso accetta di farsi, a un livello sottostante quello pubblico, spazio di asilo per gli Ebrei perseguitati, come accade a Roma, ad Assisi e altrove. »
(G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 47)

La svolta del concilio Vaticano II[modifica]

Monumento che celebra l'incontro tra papa Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Atenagora nella chiesa dell'Annunziazione a Nazareth.

Il papato di Giovanni XXIII portò innovazioni anche nell'ambito del rapporto con le altre religioni. Un segnale in tal senso avvenne già durante la sua prima Pasqua da pontefice, nel 1959, quando fece eliminare dalla liturgia del Venerdì Santo la preghiera pro perfidis Iudaeis.[9] A rimarcare l'importanza di questa decisione, nel 1963 nella basilica di San Pietro fece annullare e ricominciare la funzione In Morte Domini perché l'ufficiante aveva dimenticato di saltare le parole rimosse pochi anni prima. Molto significativa fu anche la benedizione che impartì agli ebrei che uscivano dalla sinagoga di Roma, il 17 marzo 1962.[9] Con l'intento di dare alla Santa Sede un nuovo ruolo a livello internazionale, papa Roncalli inaugurò una stagione di rapporti amichevoli anche con le altre confessioni cristiane: nel dicembre 1960 ricevette in Vaticano il primate della Chiesa anglicata, l'arcivescovo di Canterbury Geoffrey F. Fisher.[10]

L'aspetto del dialogo interreligioso fu ulteriormente sviluppato durante il concilio Vaticano II, e fu l'argomento della dichiarazione Nostra aetate (28 ottobre 1965). La Chiesa non rigetta ciò che vi è di santo nelle altre religioni, e riconosce le radici in comune tra cristianesimo ed ebraismo, auspicando una reciproca stima e conoscenza. Il Nuovo Testamento non avalla nessun atteggiamento antisemita, e la condanna a morte di Cristo non può essere imputata agli ebrei dell'epoca, sollevandoli quindi dall'accusa di deicidio. Il documento termina con la deplorazione di tutte le manifestazioni di antisemitismo registrate nella storia.[11] La Nostra aetate si differenzia dagli altri documenti conciliari perché prende come riferimento unicamente le Scritture, senza accennare al precedente magistero. Inoltre, non viene affrontato il ruolo avuto dal cattolicesimo nelle persecuzioni e nello sterminio degli ebrei. Il concilio aveva segnato la strada verso il rinnovamento, senza però eliminare la posizione intransigente fino allora seguita dalla Chiesa, la quale risultava comunque scalfita.[12]

Fu compito della comunità ecclesiale, e in particolare della sua guida Paolo VI, proseguire nell'aggiornamento, seguendo le linee espresse dal concilio. Papa Montini fu un fautore dell'ecumenismo, cioè del tentativo di riunire tutte le confessioni cristiane separatesi nel corso dei secoli. Tuttavia, se da un lato abbandonò il concetto che debba essere la Chiesa di Roma a rappresentare l'unica guida di tutti i cristiani del mondo, dall'altro fu molto cauto nell'eliminare le barriere che dividevano le diverse realtà.[13]

Un primo gesto di distensione fu l'incontro con il patriarca di Costantinopoli Atenagora, durante il viaggio in Palestina, che portò nel 1965 all'annullamento delle reciproche scomuniche tra la Chiesa di Costantinopoli e quella di Roma. Nel 1969 svolse una visita ufficiale al Consiglio ecumenico delle Chiese, verso cui il papato aveva fino ad allora manifestato diffidenza. Nel 1975 ruppe il protocollo baciando i piedi del delegato ortodosso, durante una celebrazione per la reciproca revoca della scomunica tra le due Chiese. Su una cosa però Paolo VI non retrocesse, e cioè che il vescovo di Roma è detentore di un primato stabilito da Cristo stesso nel Vangelo.[14]

L'ecumenismo e gli incontri di Assisi[modifica]

Giovanni Paolo II proseguì sulla strada dell'ecumenismo tracciata da Paolo VI, ribadendo la necessità dell'unità delle Chiese: nel 1979 incontrò il patriarca di Costantinopoli, nel 1982 partecipò a un rito ecumenico con l'arcivescovo di Canterbury, nel 1983 visitò una chiesa anglicana a Roma, nel 1984 intervenne al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, nel 1999 incoraggiò la firma di una dichiarazione congiunta tra luterani e cattolici sui diritti umani.[15] Non mancarono d'altra parte anche incidenti, come l'erezione di diocesi cattoliche in Russia dopo la caduta dell'URSS, che provocò tensioni con il patriarcato di Mosca.

Al tema dell'ecumenismo fu dedicata l'enciclica Ut Unum Sint (25 maggio 1995), nella quale si invitava le varie Chiese al dialogo, ribadendo al contempo che il vescovo di Roma è chiamato a garantire e promuovere l'unità tra i cristiani. Infatti, secondo il pontefice, il primato assegnato a Pietro permane nei suoi successori.[16]

Molto importante fu inoltre il suo impegno sul fronte dei rapporti con le altre religioni. Il Giovanni Paolo II fu il primo pontefice a visitare una sinagoga, venendo accolto in quella di Roma dal rabbino capo Elio Toaff. In quella sede il pontefice definì gli ebrei dei «fratelli maggiori». Al dialogo interreligioso si accompagnò l'impegno per il mantenimento della pace del mondo. Per questo motivo nell'ottobre del 1986 convocò ad Assisi un incontro di preghiera (ciascuno secondo i propri riti) tra i rappresentanti delle principali religioni del pianeta, a cui parteciparono 60 delegazioni (32 di Chiese cristiane e 28 non cristiane).[17] L'esperienza fu poi ripetuta nel 1993, in occasione della guerra in Jugoslavia. Nel 1997 la Commissione teologica internazionale e il cardinale Joseph Ratzinger (prefetto per la dottrina della fede) approvavano un documento sulla valutazione teologica delle altre religioni confrontate con il cristianesimo, se cioè esse siano mediatrici di salvezza.[18] Nello stesso anno, durante una visita nei territori sconvolti dalla guerra di Bosnia, il pontefice lanciò un monito contro gli odii etnici e religiosi, invitando alla riconciliazione e al perdono reciproco.[19] Seguendo questa linea, durante il Giubileo del 2000, fu recitata una preghiera di perdono per i peccati della Chiesa cattolica, tra cui le persecuzioni contro gli ebrei.

Note[modifica]

  1. J. Ries, I cristiani e le religioni, Milano 2006, p. 441.
  2. J. Ries, I cristiani e le religioni, Milano 2006, p. 414.
  3. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, pp. 11-12.
  4. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 20.
  5. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 32.
  6. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, pp. 36-37.
  7. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 38.
  8. J. Ries, I cristiani e le religioni, Milano 2006, p. 468.
  9. 9,0 9,1 D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 36-37.
  10. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 37-38.
  11. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 67-68.
  12. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 69.
  13. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 80.
  14. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 80-81.
  15. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 103.
  16. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 104-105.
  17. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 109-110.
  18. J. Ries, I cristiani e le religioni, Milano 2006, p. 500.
  19. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 111.