Storia dei papi del Novecento/Dottrina religiosa

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Nei primi sessant'anni del Novecento, la Chiesa cattolica conobbe la fase finale della cosiddetta «età piiana» - espressione usata per definire l'arco cronologico che va da Pio VI (1775-1799) a Pio XII (1939-1958). I pontefici che si sono succeduti in questo periodo (sette dei quali, appunto, scelsero di chiamarsi Pio) hanno interpretato gli eventi storici in corso - a cominciare dalla rivoluzione francese - come un'antitesi alla civiltà umana di cui la Chiesa era considerata l'unica depositaria. Ai vari tentativi degli uomini contemporanei di organizzare la società attraverso forme indipendenti dalle prescizioni ecclesiastiche, il papato rispondeva con anatemi e condanne. Questa situazione di aperto contrasto terminò con Giovanni XXIII e il concilio Vaticano II, che avviò una fase di incontro e dialogo con la modernità.[1]

Leone XIII e l'isolamento della Santa Sede[modifica]

Leone XIII consacrò il mondo al Sacro Cuore di Gesù nel 1899 (qui il Sacro Cuore in una raffigurazione di Pompeo Batoni)

Alla morte di Pio IX nel 1878 il papato si ritrovava privo di un territorio su cui regnare e sostanzialmente isolato. Papa Mastai Ferretti aveva fatto ricorso a uno schema intransigente all'indomani delle rivolte del 1848, invitando tutti i cattolici a fare scudo contro la rivoluzione che minacciava la società e la civiltà cristiana. Per rimarcare ulteriormente la distanza tra il mondo contemporaneo e i princìpi cattolici, il pontefice proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione (1854), indisse il concilio Vaticano I (1868-1870), emanò il Sillabo degli errori moderni (1864).[2]

Il suo successore Leone XIII proseguì su questa linea, apportandovi tuttavia delle correzioni. Riteneva infatti che fosse possibile accettare le istanze della società contemporanea in via temporanea e transitoria, utilizzandone gli strumenti per ricostruire una civiltà cristiana - prospettiva che sarebbe stata riproposta anche nella prima metà del Novecento.[3] Da un lato quindi si scagliò contro il liberalismo e la massoneria, dall'altro ammise la divisione tra poteri civili e religiosi ed evitò di rivendicare quei diritti che sembravano sempre più obsoleti.[4] Attenuò le condanne contro le libertà moderne, e favorì lo sviluppo dello spirito scientifico, soprattutto nel campo delle scienze storiche: aprì gli Archivi Vaticani agli studiosi e istituì la Commissione Biblica.[5] Per vincere l'isolamento e raggiungere un maggior numero di persone ricorse anche allo strumento delle encicliche, scrivendone ben 86. Con la Aeterni Patris del 1879 rilanciò la filosofia tomista.[5] Nel 1899 consacrò il mondo al Sacro Cuore. Promosse anche la devozione mariana, a cui dedicò 9 encicliche.[4]

Pio X: restaurare ogni cosa in Cristo[modifica]

L'azione di Pio X, in controtendenza con quella di Leone XIII, si caratterizzò per una decisa condanna del modernismo, che trovò esplicitazione nella Pascendi Dominici Gregis (8 settembre 1907). Con questa enciclica si censurava una corrente molto sviluppata all'interno del cattolicesimo, i cui esponenti ritenevano che la Chiesa potesse riconquistare il suo ruolo nella società civile assimilando i ritrovati dell'età contemporanea: per esempio, era forte la richiesta di aggiornare le scienze religiose (in particolare l'esegesi biblica e la storia della Chiesa) ricorrendo al metodo storico-critico, così da creare un canale di comunicazione con i contemporanei. Pio X invece riteneva che questa innovazione avrebbe in realtà introdotto nella Chiesa valori dannosi, perché finalizzati alla distruzione della civiltà cristiana.[6] La Commissione Biblica istituita da Leone XIII fu trasformata in un tribunale dottrinale, nuovi volumi furono messi all'Indice, e nel cattolicesimo si affermò un clima repressivo.[7]

Il papa si impegnò per legittimare il ruolo della Chiesa in quanto unica interprete dell'ordine divino.[8] Si accentrò a Roma l'organizzazione della Chiesa universale, e l'istituzione pontificia fu sempre più identificata con la Chiesa intera.[7] Fu inoltre abbandonata la linea ecumenica iniziata da papa Pecci, mentre con la Acerbo Nimis (15 aprile 1905) l'insegnamento della dottrina cristiana fu indicato come il fulcro dell'attività delle parrocchie. Nel 1905 era stato infatti varato per la diocesi di Roma il cosiddetto Catechismo maggiore, frutto dell'esperienza catechetica e pastorale di Pio X dapprima come parroco e poi come vescovo. Il testo ebbe larga diffusione in tutto il mondo cattolico.[9]

Benedetto XV e la ricerca della pace[modifica]

Benedetto XV è ricordato come il papa che guidò la Chiesa durante la Grande Guerra, e il suo operato fu preso a modello da Pio XII durante la seconda guerra mondiale. Egli riprese la dottrina cristiana secondo cui la guerra è una punizione per i peccati dell'umanità, indicandone la causa nel distacco avvenuto tra la società moderna e le direttive ecclesiastiche.[10] In questo contesto di conflitto mondiale, il papa si propose come guida pastorale non solo della Chiesa, ma del mondo intero. La guerra fu condannata in termini morali, teologici e biblici.[11] Inoltre, pur continuando a condannare il modernismo, tentò di mediare i dissidi interni alla Chiesa richiamando all'obbedienza del magistero e al rispetto dell'opinione altrui. Nel 1921 sciolse il Sodalitium Pianum, istituzione incoraggiata da Pio X per il controllo dell'integrità dottrinale. La Spiritus Paraclitus del 15 settembre 1920 rese più severi gli studi biblici, e nello stesso anno Benedetto XV accolse favorevolmente la fondazione a Milano dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Attento anche alla formazione dei sacerdoti, istituì la Congregazione degli Studi, dei Seminari e delle Università.[12] Nel dopoguerra, di fronte all'affermarsi del bolscevismo in Russia, auspicò la pacificazione politica e religiosa del paese, ma senza esprimere giudizi sulla guerra civile in corso.[13] Si dedicò al miglioramento dei rapporti con la Chiesa ortodossa e rinnovò la concezione missionaria, incoraggiando nell'enciclica Maximum Illud non la conversione degli indigeni ma la formazione di chiese locali, nel rispetto delle culture autoctone. Separò inoltre l'attività missionaria dagli interessi coloniali delle potenze europee.[14]

Pio XI: la pace di Cristo nel regno di Cristo[modifica]

Fin dai suoi primi atti da pontefice - e in particolare con le encicliche Ubi Arcano Dei (23 dicembre 1922) e Quas Primas (11 dicembre 1925) - Pio XI attaccò il modernismo, riaffermando la regalità di Cristo e la concezione della Chiesa come «società perfetta»: nel 1925 fu infatti istituita la solennità di Cristo Re. Suo scopo principale fu «stabilire la pace di Cristo nel regno di Cristo». Coerente con questa linea attaccò duramente i capi di Stato che avevano espulso Cristo dalla vita pubblica.[15] Il papa strutturò quindi il suo modello ecclesiologico rafforzando il culto del Sacro Cuore e pratiche come la recita del Rosario e gli Esercizi Spirituali ignaziani. Richiamò alla santità del clero e distolse laici e sacerdoti che si affacciavano alla politica. Inoltre moltiplicò le canonizzazioni, così da offrire nuovi modelli di santità cattolica (tra i vari, salirono agli onori degli altari Giovanni Bosco, il Curato d'Ars, Giuseppe Cottolengo, Teresa di Lisieux). Fu protagonista della modernizzazione tecnologica della Santa Sede: sotto il suo pontificato venne inaugurata la Radio Vaticana, attraverso la quale vennero intensificate la pietà eucaristica e la devozione mariana. La Chiesa trovò nuovi spazi sociali nella vita privata dei fedeli: vennero realizzati oratori, organizzati esercizi spirituali di massa e incontri liturgici collettivi, furono promosse la moralità pubblica e la difesa della famiglia.[16] L'enciclica Casti Connubi (31 dicembre 1930) critica l'emancipazione femminile, scoraggia l'educazione sessuale e indica nella castità degli sposi l'unico metodo accettabile per il controllo delle nascite.[17] Grande fu poi la preoccupazione missionaria, che permise al papato di mostrare la Chiesa come istituzione universale, opposta al razzismo razionalista.[18]

Pio XII, il Pastor Angelicus[modifica]

L'Assunzione della Vergine in un affresco di Giovanni Battista Piazzetta

Come Benedetto XV prima si lui, anche Pio XII dovette affrontare un conflitto mondiale, che lo porterà a parlare, a più riprese, di una nuova etica internazionale. Nella Mystici Corporis Christi (29 giugno 1943) rivalutò in ottica universalistica gli elementi sacramentali dell'ecclesiologia. Nel 1945, durante un concistoro, dirà che la Chiesa non si presenta più come roccaforte della verità, ma come educatrice di uomini e popoli.[19] Inoltre, il papa sfruttò i mezzi di comunicazione per ritagliarsi un nuovo ruolo a livello internazionale: in questa prospettiva vanno interpretati i grandi eventi di massa organizzati nel corso del suo pontificato, come per il Giubileo del 1950, anno nel quale promulgò il dogma dell'Assunzione di Maria Vergine. Il suo approccio alle masse passò anche attraverso la mitologizzazione della figura papale come Pastor Angelicus, ieratico e avvolto nella solitudine.[20] Pacelli sentì la necessità di riformare la Chiesa e ipotizzò la convocazione di un concilio ecumenico; tuttavia la situazione della Chiesa era divenuta troppo complessa, e il papa preferì proseguire sulla via del conservatorismo e dell'accentramento amministrativo.[21] Fu comunque fautore di alcuni mutamenti: nel 1943 liberalizzò gli studi biblici, nel 1947 autorizzò gli Istituti secolari, nel 1947 e nel 1956 approvò delle modifiche ai digiuni eucaristici e alla settimana santa. L'enciclica Humani Generis condanna però i tentativi di rinnovamento in teologia, visti come un pericoloso ritorno al modernismo, e per lo stesso motivo criticò gli sviluppi delle scienze religiose avvenuti tra le due guerre.[22] Per quanto riguarda l'impegno delle missioni, il papa apprezzò le culture non cristiane e affermò che i patrimoni spirituali dei popoli potevano essere un utile fondamento per l'evangelizzazione, ma conservò l'idea che solo in Cristo è la salvezza.[23]

Giovanni XXIII: i segni del mutamento[modifica]

Negli ultimi anni del pontificato di Pio XII era cresciuto tra i cattolici il desiderio di rivedere gli schemi seguiti fino ad allora per regolare i rapporti con il mondo contemporaneo. Come si è visto, Giovanni XXIII si mosse da subito per riattivare l'apparato ecclesiastico, nominando un segretario di Stato e provvedendo a integrare il Sacro Collegio con nuovi cardinali. Tra le decisioni più importanti vi furono però la convocazione di un sinodo per la diocesi di Roma e di un nuovo concilio, annunciati il 25 gennaio 1959: con questi il nuovo papa mostrò grande attenzione per gli aspetti pastorali connessi al suo ruolo di vescovo di Roma e di guida della Chiesa universale. Si concentrò sulla predicazione e attuazione del Vangelo, anche e soprattutto attraverso gesti semplici, evitando di affrontare questioni squisitamente politiche.[24] D'altra parte, Giovanni XXIII dimostrò anche segni di continuità con i predecessori, in particolare richiamando all'uso del latino per la liturgia, ribadendo la scomunica dei comunisti lanciata da Pio XII e censurando gli intellettuali cattolici che si erano avvicinati alla cultura moderna.[25] L'apertura al mondo moderno era intesa come «mera volontà di acquisire gli strumenti più idonei per garantire maggiore efficacia all'azione dei credenti nella storia, senza mutarne gli scopi».[26] Un'ulteriore svolta fu quindi rappresentata dalla "medicina della misericordia" scelta dal pontefice: sebbene anche nel tempo presente ci fossero degli errori, la Chiesa preferiva evitare condanne e anatemi, così da essere come una madre amorevole che accoglie tutti. Fu poi rilanciato il ruolo dei laici, che erano chiamati a far penetrare in ogni ambito della società il messaggio del Vangelo.

Paolo VI: tra conservazione e riforma[modifica]

Al successore di Giovanni XXIII spettò il compito di condurre a termine il concilio, esperienza che portò grandi novità. La dichiarazione Gaudium et spes, l'ultima a essere approvata, affronta il tema del rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo: pur affermando che la modernità tende alla scristianizzazione, viene riconosciuta l'autodeterminazione delle forme sociali da parte degli uomini, che deve avvenire entro certi limiti posti da Dio per regolare la vita della società.[27] La dichiarazione Dignitatis Humanae è dedicata al tema della libertà religiosa, la quale deve essere tutelata e deve essere immune dalle coercizioni. La Chiesa quindi proponeva come fine la conversione delle persone e la costruzione di una civiltà cristianamente costituita, rinunciando però ai metodi repressivi.[28]

Già nell'enciclica programmatica, Ecclasiam Suam (1964), Paolo VI aveva posto come scopo principale la promozione dell'aggiornamento ecclesiastico, inteso però non come trasformazione ma come «innovazione». Non una radicale rottura con il passato, ma un riassunto della tradizione cattolica che ne permettesse la diffusione in termini adeguati ai tempi nuovi. Secondo questa interpretazione, il concilio doveva ringiovanire la Chiesa, richiamando i fedeli a ritrovare le ragioni del loro essere cristiani.[29] Come Giovanni XXIII, anche papa Montini riteneva che la modernità avesse dei valori positivi (benché fondata sulla separazione tra società e Chiesa) e che fosse possibile instaurare un dialogo.[30] Il suo governo si mosse quindi tra le due posizioni antitetiche del riformismo radicale e della conservazione tradizionalista. Da un lato si dedicò all'innovazione dell'apparato ecclesiastico, ma dall'altro il suo operato non intaccò il ruolo e le prerogative del pontefice. Nel 1965 istituì il sinodo dei vescovi, organo rappresentativo dell'episcopato mondiale che veniva convocato dal papa a scopo consultivo. Nel 1967 ribadì l'intangibilità del celibato sacerdotale nella Sacerdotalis coelibatus, intervenendo poi a modificare le decisioni in merito prese durante il concilio pastorale olandese (1966-1970). Nel 1969 promulgò il Novus ordo missae, che prevedeva l'uso delle lingue volgari nelle celebrazioni ufficiali e l'abolizione dei libri liturgici precedenti al Vaticano II. [31]

Giovanni Paolo I: «Dio è madre»[modifica]

Durante i suoi trentatré giorni di pontificato, Giovanni Paolo I si fece conoscere al mondo per il suo stile semplice e la sua attenzione pastorale. Particolarmente interessanti sono le quattro udienze generali da lui tenute, la prima dedicata all'umiltà (6 settembre 1978) e le successive alle tre virtù teologali: fede (13 settembre), speranza (20 settembre), carità (27 settembre). Grande scalpore destò l'Angelus del 10 settembre, durante il quale dichiarò che Dio è «papà; più ancora è madre». La frase, oltre che a rimarcare la peculiarità dell'amore di Dio per gli uomini, evidenzia una certa sensibilità verso i ruoli femminili all'interno della Chiesa.[32]

Giovanni Paolo II e la nuova evangelizzazione[modifica]

Dopo la brevissima parentesi rappresentata da papa Luciani, Giovanni Paolo II proseguì l'innovazione iniziata da Paolo VI, precisando che i mutamenti portati avanti dal concilio non dovevano intendersi come una rottura con il passato ma dovessero piuttosto essere interpretati alla luce della tradzione.[33] Ciò generò diffidenze negli ambienti riformisti, e alcuni osservatori parlarono di "restaurazione".[34] Menozzi parla piuttosto del discernimento, da parte del pontefice, degli aspetti salvabili dell'intransigenza (e quindi applicabili nel mondo contemporaneo) rispetto a quelli da abbandonare.[35]

Il papa polacco indicò il tema centrale del suo pontificato nella «nuova evangelizzazione»: ritenendo che l'identità dell'uomo contemporaneo si basasse su un'opera storica di evangelizzazione, sostenne la necessità di ricostruire il tessuto cristiano della società.[36] Giovanni Paolo II moltiplicò quindi il numero delle canonizzazioni, così da proporre modelli di santità per i fedeli, e incoraggiò l'opera e la diffusione di nuove istituzioni come l'Opus Dei, Comunione e Liberazione, il movimento dei Focolari, le quali rispondevano all'esigenza di far penetrare il messaggio della Chiesa nel mondo moderno.[37] Sul piano del primato pontificio, papa Woytiła riprese l'affermazione di Paolo VI secondo cui il papato godeva di un magistero definitivo, facendone uso nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), con cui si vietava in modo definitivo l'accesso delle donne al sacramento del sacerdozio. Inoltre, con il motu proprio Ad Tuendam Fidem (18 maggio 1998) modificò il Diritto canonico, aggiungendo l'obbligo per i credenti di aderire intimamente a quanto viene proclamato come verità definitiva dal magistero pontificio.[38] Espresse infine critiche alla modernità più accese rispetto a papa Montini, accompagnate da un forte richiamo alle tradizioni cristiane (nella lettera apostolica Euntes in mundo del 1988 invitò a un ritorno all'unità cristiana dell'Europa).[39] Non per questo, però, ritenne praticabile il ritorno alla religiosità medievale: anzi, nei suoi interventi al parlamento di Strasburgo e all'ONU affermò che il rispetto dei diritti umani trova nel cristianesimo le sue radici.[40]

Note[modifica]

  1. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 9.
  2. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 15-16.
  3. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 16.
  4. 4,0 4,1 G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 13.
  5. 5,0 5,1 G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 14.
  6. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 18.
  7. 7,0 7,1 G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 19.
  8. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 18.
  9. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, pp. 20-21.
  10. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 19-20.
  11. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 25.
  12. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, pp. 25-26.
  13. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 31.
  14. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 33.
  15. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 34.
  16. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 35.
  17. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, pp. 34-35.
  18. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 37.
  19. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 48.
  20. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 50.
  21. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 51.
  22. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 52.
  23. G. Zizola, I papi del XX secolo, Roma 1995, p. 53.
  24. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 35.
  25. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 41.
  26. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 45.
  27. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 63-64.
  28. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 66-67.
  29. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 74.
  30. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 83.
  31. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 77-79.
  32. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 93.
  33. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 96.
  34. Si veda, ad esempio: G. Zizola, La restaurazione di papa Wojtyla, Roma-Bari 1985.
  35. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 97.
  36. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 99.
  37. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 100.
  38. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 102-103.
  39. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, p. 105.
  40. D. Menozzi, I papi del '900, Firenze 2000, pp. 106 ss.