Storia dei papi del Novecento/Dottrina sociale

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Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che «l'insegnamento sociale della Chiesa costituisce un corpo dottrinale, che si articola a mano a mano che la Chiesa, alla luce di tutta la parola rivelata da Cristo Gesù, con l'assistenza dello Spirito Santo, interpreta gli avvenimenti nel corso della storia.»[1] La dottrina sociale ha come oggetto la condizione dell'uomo in rapporto al mondo del lavoro, allo sviluppo economico e alle trasformazioni politiche e sociali.[2] Punto di riferimento per il magistero sociale della Chiesa è l'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, i cui princìpi sono stati poi sviluppati dai pontefici del Novecento.

Se infatti Leone XIII si era concentrato sulla questione operaia e sul rapporto capitale/lavoro, Pio XI si soffermò sull'ordine economico-sociale e sui temi della giustizia sociale e del bene comune, mentre Pio XII sviluppò ulteriormente concetti come la funzione sociale della proprietà, la dignità del lavoro, la centralità della famiglia nella società. Con Giovanni XXIII la dottrina sociale si aprì alla dimensione internazionale, e Paolo VI si dedicò ai temi del progresso e dello sviluppo. Infine, Giovanni Paolo II tornò più volte sul valore del lavoro umano e sulle sue implicazioni etiche, economiche, politiche e sociali.[3]

Premessa: i cattolici e la rivoluzione industriale[modifica]

William Bell Scott, Iron and Coal (1855-60), National Trust, Wallington, Northumberland

La rivoluzione industriale apportò significativi cambiamenti alla società del XIX secolo. Il capitalismo si affermò eliminado le strutture sociali in vigore dal Medioevo, e gli economisti spingevano la classe dirigente a continuare sulla strada della liberalizzazione. L'introduzione delle macchine nella filiera, oltre ad aumentare la produzione, fece nascere nuove figure: i commercianti divennero proprietari delle infrastrutture produttive, mentre all'artigiano si sostituì l'operaio, il cui compito era far funzionare la macchina.[4]

Nella seconda metà del secolo tuttavia la depressione economica, iniziata nel 1873 e durata fino al 1896, fece sorgere timori sul destino del capitalismo. Negli anni ottanta la disoccupazione, fino ad allora giudicata come una normale fase della vita lavorativa, iniziò a essere condiderata un grave difetto delle economie di mercato; le condizioni dei lavoratori erano pessime, il libero scambio era messo in crisi dal protezionismo tedesco,[5] e da più parti ci si rendeva conto dell'alienamento derivato dal lavoro in fabbrica.[4]

I movimenti socialisti mossero un attacco diretto al capitalismo dando vita a Parigi, nel 1889, alla II Internazionale dei lavoratori. Anche nel mondo cattolico europeo, soprattutto in Francia e Austria, si sviluppò un atteggiamento critico verso il sistema capitalisco, che diede vita a un vivace dibattito. I corporativisti o cattolici sociali (come René de La Tour du Pin, Karl von Vogelsang, Franz Hitze) sostenevano che per riformare l'economia fosse necessario restaurare le corporazioni medievali: queste dovevano essere obbligatorie, dovevano favorire il controllo pubblico della produzione e fissare il giusto prezzo.[6] I cattolici liberali (come Georg von Hertling, Claude Jannet, Charles Périn) si opponevano a queste proposte e in particolare all'intervento dello Stato nell'economia, difendendo al contrario la società civile e proponendo la formazione di libere associazioni di lavoratori.[7] La diversità dei punti di vista nel mondo cattolico emerse durante il congresso internazionale di Liegi, del 1887.[8]

Più complessa fu la situazione in Italia, dove pesava il nodo della questione romana. I cattolici italiani erano divisi tra «intransigenti», sostenitori della superiorità della società sullo Stato, e «clerico-liberali», favorevoli invece a un dialogo con lo Stato liberale. Per intellettuali come Giuseppe Toniolo e Stanislao Medolago Albani era possibile riformare il capitalismo attraverso il sostegno pubblico alle corporazioni, le quali avrebbero avuto lo scopo di evitare le derive liberali e marxiste.[9] Inoltre, nel 1874 era stata fondata l'Opera dei congressi, che rimanendo fedele al Non expedit coordinò e prommose le attività delle associazioni cattoliche in ambito economico e sociale, fino allo scioglimento avvenuto nel 1904.[10]

Leone XIII[modifica]

I papi che regnarono dalla fine del Settecento in poi guardarono con sospetto ai movimenti operai, sottolineandone gli aspetti pericolosi, primo tra tutti la diffusione del liberalismo, che venne condannato da Pio IX nel Sillabo (1864). Ciò portò a dispute nella Chiesa, soprattutto per quanto riguardava il cristianesimo democratico. Questo atteggiamento cambiò però con il pontificato di Leone XIII, che si dimostrò più conciliante riguardo ai problemi economici e sociali dell'epoca.[11]

Ritratto di Leone XIII risalente al 1880

Come è noto, papa Pecci si impegnò per far uscire la Chiesa dall'isolamento a cui era stata confinata con il pontificato di Pio IX. Già nei primi anni ebbe ben chiara l'importanza della questione operaia: nell'enciclica Quod Apostolici Muneris, del 28 dicembre 1878, condannava il socialismo richiamandosi alla dottrina tradizione su lavoro e proprietà privata.[11] La svolta nell'azione sociale della Chiesa di Leone XIII fu una conseguenza degli stimoli provenienti dall'estero: il già citato congresso di Liegi, le tesi del cardinale inglese Henry Edward Manning, quelle del vescovo tedesco Wilhelm Emmanuel von Ketteler (esponente del partito Zetrum), l'esperienza del vescovo svizzero Gaspard Mermillod e dell'Unione di Friburgo, l'associazione operaia americana Knights of Labor, quest'ultima legittimata dal papa nel 1888 grazie all'intercessione del cardinale James Gibbons.[12]

Nella Rerum Novarum, del 15 maggio 1891, Leone XIII individua le cause del conflitto sociale nello stravolgimento dell'etica sociale operato dalla rivoluzione industriale: la fine delle corporazioni, i nuovi metodi di produzione, l'accentramento della ricchezza nelle mani di pochi capitalisti e la decadenza dei costumi avevano finito per creare divisioni tra gli uomini e far sì che gli operai si sentissero in balìa dei padroni. Il socialismo viene criticato e giudicato incapace di porre rimedio alla questione: alla proposta di abolire la proprietà privata il ponteficie replica che essa è un diritto naturale e scopo del lavoro,[13] come naturale è la differenza tra gli uomini che sta alla base della divisione tra classi. Tra capitalisti e lavoratori ci deve essere collaborazione, non conflitto, e la frattura può essere ricomposta solo dall'intervento concorde di Stato e Chiesa.

Come rimedio alla questione sociale, il papa propone quindi una "carta dei diritti e dei doveri", che stabilisce un sistema di regole comuni alle parti sociali, le quali avrebbero potuto così appianare da sé le divergenze.[14] Trattando del salario si afferma la centralità dell'inalienabile dignità della persona umana: la retribuzione deve essere tale da garantire il sostentamento per il lavoratore e per la sua famiglia. Per quanto riguarda i sindacati, la preferenza va a quelli misti, ma anche quelli composti da soli operai vengono legittimati in quanto naturali. Infine, l'azione dello Stato sulla società - finalizzato al bene comune, alla diffusione della proprietà, al rispetto del patto sociale - deve avvenire nel rispetto della dignità umana e dell'iniziativa personale dei membri della società, secondo il principio della «sussidiarietà».[15]

L'enciclica ebbe un importante ruolo nel mondo cattolico: abbandonate le utopie dei cattolici sociali, il papa riconosceva i diritti della classe operaia e ne cercava il riscatto ricorrendo alle istituzioni già esistenti. Sulla scia di queste tesi in Italia, Francia e Belgio nacque il movimento democristiano, che a partire dalle radici cristiane aspirava riforme sociali ed era favorevole alla democrazia.[16] Ciò d'altra parte trovò l'opposizione dei cattolici più conservatori. Le divisioni indussero Leone XIII a intervenire con una nuova enciclica, Graves De Communi (18 gennaio 1901), nella quale apprezzò gli sforzi per applicare la Rerum Novarum ma invitò a non attribuire un significato politico all'espressione «democrazia cristiana». Come scrive Laboa, se da una parte questo fu un richiamo all'ordine, dall'altro rappresentò un limite per l'azione dei democristiani.[17]

Pio XI[modifica]

I decenni che seguirono furono segnati da eventi che modificarono radicalmente l'Europa: la prima guerra mondiale, l'affermazione del comunismo in Russia, l'instaurarsi di regimi autoritari in vari paesi (Italia, Bulgaria, Polonia, Jugoslavia, Spagna, Germania), la grande crisi del 1929. Quest'ultima in particolare mostrò come la questione sociale investisse non solo il rapporto tra capitale e lavoro, ma anche il governo dell'economia nazionale, poiché le imprese da sole non erano in grado di raggiungere obiettivi come il giusto salario o la riduzione dell'orario di lavoro.[18] D'altra parte, dopo la Rerum Novarum la dottrina sociale della Chiesa fu sviluppata grazie a riflessioni di vario tipo, e in particolare durante le Settimane Sociali, che si tenevano nei paesi cattolici e riunivano studiosi e sindacalisti. La dottrina sociale iniziò a diffondersi anche attraverso la legislazione degli Stati e la stessa Società delle Nazioni.[19]

In questo clima si celebrarono i quarant'anni della Rerum Novarum. Per l'occasione papa Pio XI pubblicò, il 15 maggio 1931, l'enciclica Quadragesimo Anno, nella quale, riprendendo le linee guida di Leone XIII, viene condannata l'esaltazione del profitto come unico fine dell'attività economica. L'economia è divenuta «orribilmente dura, inesorabile, crudele» a causa della distruzione della libera concorrenza, dell'egemonia economica e della brama di guadagni.[20] Di qui la necessità che lo Stato intervenga in misura maggiore, pur nel rispetto dell'iniziativa privata, di per sé necessaria. Se abbandonato a se stesso, il mercato finisce per distruggere la concorrenza e portare a forme di monopolio: è dunque necessario che le imprese si dividano i mercati mediante accordi, e che i governi predispongano programmazioni economiche tali da garantire il raggiungimento della giustizia sociale. Queste però non si devono tradurre in una presenza diretta dello Stato nella vita economica;[21] al contrario, riprendendo il principio di sussidiarietà, lo Stato deve svolgere un compito di vigilanza sul mercato,[22] decentrando alcune funzioni e valorizzando il ruolo delle società intermedie, come le corporazioni.

Viene inoltre ribadito che la ricchezza è il risultato della collaborazione di più fattori produttivi, e non è riconducibile solo ai lavoratori o al capitalista.[23] Il «giusto salario» deve garantire un livello minimo di benessere, deve consentire al lavoratore di accumulare un risparmio (e quindi, con il tempo, un piccolo capitale), ma deve anche essere commisurato alle condizioni dell'impresa e deve assicurare la massima occupazione. Al contratto salariale è poi preferibile il contratto di società, nel quale il lavoratore partecipa della gestione e degli utili dell'impresa.[24]

Negli anni successivi Pio XI tornò sulla questione sociale in altre encicliche: con la Non abbiamo bisogno (29 giugno 1931) prese le distanze dal regime fascista; nella Mit Brennender Sorge (14 marzo 1937) condannò il nazismo; la Divini Redemptoris, infine, si scagliava contro il comunismo bolscevico.

Pio XII[modifica]

Neli ultimi anni del pontificato di Pio XI il contesto politico divenne sempre più instabile, con la crisi della democrazia e il progressivo rafforzamento delle dittature totalitarie.[25] Il suo successore Pio XII, eletto il 2 marzo 1939, dovette affrontare lo scoppio della seconda guerra mondiale: da un lato si prodigò per la pacificazione e dall'altro, attraverso vari radiomessaggi, indicò i presupposti per ricostruire, dopo la guerra, un nuovo «ordine» nazionale e internazionale.[26] L'enciclica programmatica Summi Pontificatus (20 ottobre 1939) interpretava infatti il conflitto come conseguenza del positivismo giuridico, il quale - risultato dalla scristianizzazione della società e della cultura - aveva sancito l'autonomia del diritto positivo rispetto al diritto divino e a quello naturale, portando a una concezione assolutistica della sovranità nazionale. La guerra era quindi da intendere come uno scontro tra nazionalismi, per il fatto che gli Stati non accettavano vincoli che limitassero la volontà popolare.[27]

Pio XII dedicò alcuni radiomessaggi ai temi sociali. In particolare, nel discorso di Pentecoste del 1° giugno 1941 rende omaggio alla Rerum Novarum e alla Quadragesimo Anno, indicando al contempo alcuni punti riguardanti il diritto naturale.[28] In particolare, si sofferma su tre temi fondamentali, tre diritti naturali che lo Stato deve garantire alla persona: i beni materiali, il lavoro e la famiglia. Proprietà privata e lavoro sono i requisiti ineludibili per garantire all'uomo e alla famiglia dignità e libertà.

Nei successivi radiomessaggi Pio XII affrontò anche il tema del nuovo ordine internazionale, in concomitanza con l'evolversi del conflitto mondiale. La dottrina sociale della Chiesa cattolica ampliava così il suo campo, e se all'inizio di occupava solo del rapporto capitale-lavoro, aveva ora acquisito una dimensione planetaria.[29] Nel radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1941, il papa indicava cinque «presupposti essenziali di un ordine internazionale»: tutela dell'integrità e della sicurezza di ogni nazione, rispetto dell'identità culturale delle minoranze etniche, equa distribuzione delle risorse a livello internazionale attraverso la cooperazione tra nazioni, riduzione degli armamenti, riconoscimento della libertà religiosa.[30] Scopo dell'ordine è il bene comune, inteso come il complesso delle condizioni necessarie affinché gli individui e le comunità possano raggiungere i propri fini. Questo, però, può essere ottenuto solo dalla collaborazione dei diversi soggetti sociali.[31]

Giovanni XXIII[modifica]

Giovanni XXIII, ritratto risalente al 1959

Il breve pontificato di Giovanni XXIII fu foriero di grandi novità, anche per quanto riguarda la dottrina sociale. In occasione del settantesimo anniversario della Rerum Novarum, il papa ebbe modo di ampliare gli insegnamenti sociali della Chiesa nell'enciclica Mater et Magistra (15 maggio 1961).[32] Riprendendo le linee guida dei precedenti documenti pontifici, il fine da perseguire è indicato nel progresso sociale, inteso come miglioramento della qualità della vita. Per ottenere questo scopo vengono elencati tre principi regolatori: la collaborazione tra pubblico e privato (la cui coesistenza è il fondamento dello Stato libero), la sussidiarietà (qui intesa come il sostegno, da parte dello Stato, delle iniziative private), la subordinazione al bene comune. La questione sociale viene elevata a una dimensione sovranazionale e viene riconosciuta l'interdipendenza tra le nazioni.[33] Il rimedio ai problemi economici richiede la cooperazione, e non la competizione, tra i sistemi economici nazionali, attraverso politiche che sostengano l'autosviluppo dei paesi più poveri. Il papa entra anche nel merito del rapporto tra crescita della popolazione e scarsità delle risorse, indicando come soluzione una educazione alla procreazione responsabile.[34]

Il precipitare dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e il conseguente rischio di una nuova guerra mondiale, è alla base della Pacem in Terris, dell'11 aprile 1963. La dignità umana diventa il fulcro di ogni attività economica, politica e sociale.[35] Trattando dei rapporti tra individui e Stato, il papa aggiunge ai tre diritti fondamentali di vita, libertà e proprietà, quelli di carattere politico e sociale - come il diritto al lavoro, al benessere materiale, all'assistenza sociale, al godimento di beni culturali - che devono essere riconosciuti a tutte le persone. Sulla scorta di Pio XII, anche Giovanni XXIII sostiene la necessità di istituire organismi sovranazionali, ma allo stesso tempo riconosce il pericolo che questi possano essere egemonizzati dagli Stati più potenti. Per questo motivo riformula e allarga il principio di sussidiarietà, sostenendo che la comunità internazionale deve potenziare l'autogoverno di uno Stato: in una visione organicista, ogni istituzione ha una funzione sussidiaria rispetto e quella a essa inferiore, limitandosi svolgere i compiti che quest'ultima non è in grado di adempiere.[36]

Paolo VI e il concilio Vaticano II[modifica]

Papa Paolo VI fotografato da Lothar Wolleh durante il concilio Vaticano II

La questione sociale fu un tema ampiamente dibattuto anche nel corso del concilio Vaticano II che, aperto da Giovanni XXIII l'11 ottobre 1962, fu portato a termine dal suo successore Paolo VI e concluso solennemente l'8 dicembre 1965. Nella costituzione apostolica Gaudium et spes, firmata dal papa Montini il 7 dicembre 1965, vengono affrontati i fondamenti teologici e antropologici del rapporto tra uomo, Chiesa e società, oltre a una serie di altri argomenti di carattere politico, economico e sociale. In essa vengono accentuati due aspetti della dottrina sociale della Chiesa: la socialità come elemento costitutivo dell'uomo (sottolineando il dovere della solidarietà degli individui nei confronti della società) e l'autonomia e subordinazione dell'economia rispetto all'etica.[37]

Con la Populorum Progressio (26 marzo 1967) Paolo VI torna a trattare del nuovo ordine internazionale, svolgendo importanti riflessioni sullo sviluppo economico. Tra le varie concause, il principale responsabile dei problemi economici e dell'arretratezza del Terzo Mondo è individuato nel liberismo internazionale: il mercato concorrenziale, infatti, aggrava il divario nella distribuzione delle risorse, rendendo sempre più poveri i paesi già deboli. È dunque necessario un intervento correttivo degli squilibri, così da stabilire una uguaglianza delle possibilità e fare sì che la concorrenza possa davvero avere effetti positivi.[38] A questo scopo il papa propone una pianificazione degli aiuti umanitari, il controllo del commercio internazionale per regolarizzare i prezzi, un programma di assistenza tecnica e culturale ai paesi meno progrediti e l'avvio di un processo di industrializzazione diretta.[39] Alla pubblicazione dell'enciclica coincise l'istituzione della Commissione pontificia Iustitia et Pax, organismo permanente che si occupa della pace e della giustizia nel mondo.[40]

Per l'ottantesimo anniversario della Rerum Novarum Paolo VI scrisse la lettera apostolica Octogesima Adveniens (14 maggio 1971). Il documento risente delle tensioni sociali dell'epoca: il conflitto arabo-israeliano, l'omicidio di Martin Luther King, la protesta contro la guerra in Vietnam, la contestazione giovanile.[41] La lettera elenca i nuovi problemi sociali derivati dall'ambivalenza del progresso tecnico, distingue gli aspetti positivi e quelli negativi dei movimenti giovanili, e critica le false soluzioni prospettate dalle ideologie politiche dell'epoca. Vengono quindi evidenziati i pericoli di un approccio utopistico che eviti di affrontare i problemi concreti attraverso una fuga nell'immaginario,[42] viene ribadita la condanna di marxismo e liberalismo, e viene infine rimarcata la superiorità della politica sull'economia.

Giovanni Paolo II[modifica]

Nel suo lungo pontificato Giovanni Paolo II impresse una nuova svolta nella dottrina sociale della Chiesa. Proveniente da un paese comunista, con un passato da operaio negli anni giovanili, il papa polacco portò avanti le istanze del concilio Vaticano II in un periodo travagliato della storia: la Chiesa era divisa tra progressisti e tradizionalisti, e l'Occidente si trovava in una recessione economica dovuta allo shock petrolifero del 1973.[43] Già nella sua prima enciclica, Redemptor hominis (4 marzo 1979), afferma che il dominio dell'economia sull'uomo si trasforma in dominio della tecnica, a causa del quale il prodotto del lavoro si ritorce contro il lavoratore; inoltre concentra l'attenzione sul disordine morale della società, a cui si può e deve rimediare con soluzioni adeguate e creative.[44]

Giovanni Paolo II affrontò il tema sociale in vari discorsi e in tre encicliche, pubblicate tra il 1981 e il 1991: Laborem Exercens (14 settembre 1981), Sollicitudo Rei Socialis (30 dicembre 1987) e Centesimus Annus (1º maggio 1991). La prima fu scritta per celebrare i novant'anni dalla Rerum Novarum, ma la sua pubblicazione fu posticipata a causa dell'attentato subito dal pontefice. Nel 1980 erano accaduti diversi eventi significativi: l'invasione dell'Afghanistan da parte della Russia; l'installazione degli euromissili NATO; la costituzione del sindacato polacco Solidarność, che aveva segnato la rottura tra movimento operaio e marxismo; le vittorie elettorali di Margaret Thatcher in Inghilterra e Ronald Reagan negli Stati Uniti, che avevano rilanciato il liberalismo economico.[45] Il papa ripropone la centralità del lavoro umano nel mondo contemporaneo, poiché attraverso il lavoro l'uomo trasforma la natura per ottenere beni di sussistenza. Il lavoro però non modifica solo l'ambiente ma l'uomo stesso, realizzandolo.[46] Vengono inoltre descritti i diritti derivanti dal lavoro e la superiorità di esso sul capitale.[47]

La Sollicitudo Rei Socialis, scritta nel ventennale della Populorum Progressio, aggiorna la dottrina sociale sul tema dello sviluppo. In essa vengono criticate le concezioni economiciste dello sviluppo, e vengono esamite le cause politiche e morali alla loro base, identificate nella costrapposizione tra il capitalismo liberale occidentale e il collettivismo marxista orientale.[48] Solo con il superamento del materialismo è possibile una crescita economica che favorisca i diritti naturali delle persone e dei popoli.

Pochi anni dopo, nel centenario della Rerum Novarum, Giovanni Paolo II scrisse la Centesimus Annus, che si colloca negli anni immediatamente successivi al crollo del muro di Berlino. Dopo aver richiamato l'attenzione sull'enciclica di Leone XIII quale paradigma permanente per la dottrina sociale della Chiesa, il papa analizza criticamente il socialismo e il suo epilogo, alla luce di quello che viene indicato come il suo errore principale: l'aver subordinato il bene dell'uomo al funzionamento della società, negando sia la sua responsabilità individuale sia la sua socialità.[49] Inoltre, con la professione di ateismo razionalista, il socialismo ha disconosciuto la natura dell'uomo, essere limitato ma con un forte desiderio per l'infinito. Gli ultimi tre capitoli sono infine dedicati al capitalismo occidentale, del quale viene stigmatizzata l'alienazione a cui è sottoposto il lavoratore, dovuta al dominio del mercato - di per sé impersonale - sugli uomini. Il mercato non può più essere considerato come un ordine in grado di autoregolarsi, e lo Stato deve intervenire per tutelare i beni collettivi secondo il principio di sussidiarietà. Anche la democrazia è autentica quando tutela di diritti naturali e inviolabili dell'uomo, mentre vengono avversate le ideologie che attribuiscono al popolo sovrano il compito di stabilire cosa è bene e cosa è male.

Principali documenti[modifica]

  • 15 maggio 1891: Leone XIII, enciclica Rerum Novarum
  • 15 maggio 1931: Pio XI, enciclica Quadragesimo Anno
  • 19 marzo 1937: Pio XI, enciclica Divini Redemptoris
  • 1º giugno 1941: Pio XII, radiomessaggio di Pentecoste
  • 24 dicembre 1941: Pio XII, radiomessaggio Nell'alba e nella luce
  • 15 maggio 1961: Giovanni XXIII, enciclica Mater et Magistra
  • 11 aprile 1963: Giovanni XXIII, enciclica Pacem in Terris
  • 7 dicembre 1965: Paolo VI, Concilio Vaticano II, costituzione pastorale Gaudium et Spes
  • 26 marzo 1967: Paolo VI, enciclica Populorum Progressio
  • 14 maggio 1971: Paolo VI, lettera apostolica Octogesima Adveniens
  • 28 gennaio 1979: Giovanni Paolo II, prolusione alla III Conferenza del CELAM (Puebla, Messico)
  • 3 luglio 1980: Giovanni Paolo II, pellegrinaggio apostolico in Brasile, discorso agli operai
  • 19 marzo 1981: Giovanni Paolo II, visita pastorale alla diocesi di Terni, discorso ai lavoratori
  • 14 settembre 1981: Giovanni Paolo II, enciclica Laborem Exercens
  • 30 dicembre 1987: Giovanni Paolo II, enciclica Sollicitudo Rei Socialis
  • 1º maggio 1991: Giovanni Paolo II, enciclica Centesimus Annus

Note[modifica]

  1. Catechismo della Chiesa cattolica, 2422.
  2. G. Marra, prefazione a: La dottrina sociale cristiana. Una introduzione, Istituto internazionale per la dottrina sociale, 1988, p. 13.
  3. G. Marra, prefazione a: La dottrina sociale cristiana. Una introduzione, Istituto internazionale per la dottrina sociale, 1988, pp. 13-14.
  4. 4,0 4,1 Cfr. A.M. Baggio, Lavoro e dottrina sociale cristiana. Dalle origini al Novecento, Roma 2005, pp. 131 sgg.
  5. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 73-74.
  6. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 74-76.
  7. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 76-77.
  8. J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, p. 70.
  9. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 77.
  10. Per approfondire, cfr. Angelo Gambasin, Il movimento sociale nell'Opera dei congressi, Roma 1958.
  11. 11,0 11,1 J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, p. 68.
  12. J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, p. 69.
  13. Rerum Novarum, 4.
  14. Rerum Novarum, 43.
  15. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 78-80.
  16. J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, p. 71.
  17. J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, p. 72.
  18. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 84-85.
  19. J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, pp. 135-136.
  20. Quadragesimo Anno, 109.
  21. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 88.
  22. Quadragesimo Anno, 81.
  23. Quadragesimo Anno, 54.
  24. Quadragesimo Anno, 67.
  25. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 92-93.
  26. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 96-97.
  27. Summi Pontificatus, 29.
  28. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 98.
  29. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 101.
  30. Cfr. Radiomessaggio Nell'alba e nella luce.
  31. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 99-100.
  32. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 105.
  33. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 108-109.
  34. Mater et Magistra, 182.
  35. J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, p. 182.
  36. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 113-114.
  37. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 117-119.
  38. Populorum Progressio, 61.
  39. Populorum Progressio, 25.
  40. J.M. Laboa, La Chiesa e la modernità, vol. 2: I papi del Novecento, trad. it., Milano 2001, p. 198.
  41. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 127.
  42. Octogesima Adveniens, 37.
  43. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, pp. 132-133.
  44. Redemptor hominis, 16.
  45. P. Barucci, A. Magliulo, L'insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996, p. 136.
  46. Laborem Exercens, 6-9.
  47. Laborem Exercens, 12.
  48. Sollicitudo Rei Socialis, 20.
  49. Centesimus Annus, 13.