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Umorismo ebraico e storielle yiddish/Capitolo 11

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Woody Allen (1978)
« The so-called—it’s become such a tiresome phrase—existential subjects to me are still the only subjects worth dealing with. Any time one deals with other subjects one is not aiming for the highest goal. One can be aiming at some very interesting things, but it’s not the deepest thing for me. I don’t think that one can aim more deeply than at the so-called existential themes, the spiritual themes. . . . I just feel that you must—if you’re operating at the maximum of your capabilities— aim at very, very high material. And that to me would be the spiritual, existential realm. It’s great when it’s done realistically, and it’s great when it’s done poetically. But poetically is more intriguing for me. »
(Woody Allen, cit. in Stig Björkman, Woody Allen on Woody Allen (Londra: Faber and Faber, 1995), 211)

Importunare il Divino: Woody Allen, il Libro di Giobbe e la teologia ebraica dopo l'Olocausto

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Per approfondire su Wikipedia, vedi le voci Woody Allen e Giobbe.

Il libro biblico di Giobbe turba i pensatori ebrei da più di due millenni. La storia del giusto sofferente ha avuto una risonanza ancora più forte per i suoi lettori dopo l'Olocausto. Il libro e il personaggio del titolo compaiono non di rado nell'opera creativa di Woody Allen, soprattutto nel suo saggio del 1974 "The Scrolls".[1] Questo Capitolo esplora due questioni: in primo luogo, c’è motivo di prendere sul serio la storia di Giobbe riscritta da Allen, e in secondo luogo, in caso affermativo, cosa offre al lettore post-Olocausto l'esegesi del racconto biblico fatta da Allen? Non voglio svelare la battuta finale, ma un'esplorazione della sua spiegazione e interpretazione di Giobbe dimostra che la sua commedia offre un discorso teologico serio inteso ad affrontare il problema di mantenere la convinzione che Dio è giusto e compassionevole di fronte alla Shoah.

Prendere Woody Allen sul serio

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Per approfondire, vedi Galleria fotografica di Woody Allen.

Il problema di accettare Woody Allen come pensatore critico dell'ebraismo è esacerbato dalla frequente insinuazione che egli sia un ebreo che odia se stesso e che ha fatto solo del male alla percezione degli ebrei nella mente del pubblico che va al cinema. L'argomentazione secondo cui Woody Allen è un ebreo che odia se stesso non è convincente. Ha ammesso di odiare se stesso, ma ha negato che questo sia il risultato della sua convinzione religiosa: "The reasons lie in totally other areas—like the way I look when I get up in the morning. Or that I can never read a road map".[2] È certo che il più delle volte le esplicite rappresentazioni degli ebrei nei suoi film sono tutt'altro che lusinghiere.[3] Il defunto rabbino conservatore Samuel Dresner si infuriò: "The accepting Jewish audience of Allen’s writings and films has not only contributed to a betrayal of Jewish values, but to a betrayal of the Jewish people. For no one more than Allen has enabled so many to view the Jew, especially the religious Jew, in so corrupt a manner".[4] Ma una rappresentazione negativa degli ebrei nei film porta davvero Allen ad odiare se stesso? Gli studiosi dell'umorismo ebraico hanno, in generale, rifiutato l'idea che gli ebrei che “invent, tell, and enjoy such jokes are masochistically attacking their own group and by extension themselves”.[5] Se non come un ebreo che si odia, allora, come potrebbe essere interpretata la relazione di Allen con l'ebraismo?

Mark E. Bleiweiss ha suggerito che la critica di Allen all'ebraismo non deriva dall'odio per se stessi ma dall'ignoranza dell'ebraismo e dei suoi insegnamenti. Commentando la rappresentazione di un personaggio che commette il doppio peccato di mangiare una braciola di maiale chiaramente treif (unkosher) nel giorno di digiuno dello Yom Kippur in Radio Days (1987), Bleiweiss commenta: "While pointing to the neighbor’s blind observance of rituals like kashrut and fasting, which he neither believes in [n]or understands, Allen also reveals his own ignorance of the meaning of these Jewish traditions. . . . To people like the neighbor and Allen himself who do not understand the ethical value of such rituals, both fasting and keeping kosher appear foolish and unnecessary".[6] Come coloro che preferiscono vedere Allen come un ebreo che si odia, il presupposto di Bleiweiss riguardo all’ignoranza di Allen consente di respingere fin troppo facilmente la sua critica ed evita un confronto serio con i suoi tentativi di affrontare questioni di credo religioso.

Al contrario, Ivan Kalmar ha suggerito un modo alternativo di comprendere il rapporto di Allen con l'ebraicità. Ha classificato Allen tra gli "EJI" (Embarrassed Jewish Individuals). Gli EJI sono esteriormente imbarazzati dalla loro ebraicità, e "The question that bothers the eji is: ‘Are they thinking of me as a Jew?’"[7] Tra le caratteristiche fondamentali degli EJI c'è la loro "intellectual preference for views that negate the Jewish ‘difference.’"[8] Allen si inserisce perfettamente in questo contesto. Al centro del suo saggio più serio, “Random Reflections of a Second-Rate Mind”, c’è una sfida alla particolarità ebraica e un appello a un certo tipo di universalismo. I lettori del saggio erano tutt’altro che entusiasti delle sue opinioni, e le lettere all'editore di Tikkun – dove l'articolo fu pubblicato per la prima volta – quasi certamente criticavano Allen per queste opinioni “universaliste”. Sebbene il saggio sia piuttosto critico nei confronti di vari aspetti delle credenze e delle tradizioni ebraiche e sia stato scritto in risposta alle reazioni negative ricevute sul New York Times per aver criticato le azioni di Israele durante l'intifada, suggerisce che Allen sia interessato alla sua ebraicità e al benessere della comunità ebraica.[9] Tale questione di interesse è essenziale per affrontare l’umorismo autoironico di Allen ed evitare la trappola dell'odio per se stessi da parte degli ebrei. Per molti versi la natura autoironica dell'umorismo di Allen, che porta ad accuse di odio per se stessi, è la caratteristica tipicamente ebraica della sua commedia.

Umorismo ebraico e conservare dignità

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La maggior parte degli studiosi dell'umorismo ebraico fa risalire le sue origini agli ebrei dell'Europa orientale tra la fine del XVIII e il XIX secolo e trasportati dai loro discendenti in altre terre della diaspora.[10] Questo punto di vista non nega che ci sia prova del comico nei primi testi ebraici, inclusa la letteratura biblica, rabbinica e medievale, ma da una prospettiva americana, è il tipo di umorismo autoironico conosciuto dalla letteratura yiddish e simili ad avere in gran parte plasmato l'umorismo che il pubblico ha imparato a conoscere.[11] L'autocritica era talmente parte dell'umorismo ebraico che Sigmund Freud concluse nel suo Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio: "This determination of self-criticism may make clear why it is that a number of the most excellent jokes of which we have shown here many specimens should have sprung into existence from the soil of Jewish national life... Incidentally I do not know whether one often finds a people that makes merry so unreservedly over its own shortcomings".[12] In questo particolare tipo di umorismo, i tratti, le credenze o le preoccupazioni ebraiche sono gestiti in modo comico e forse anche blasfemo per se stessi, ma, come ha notato Hillel Halkin, l'aspetto chiave è che, chi racconta la barzelletta, si identifica – e ne è investito – nella persona o nel gruppo che viene deriso nella battuta.

Che valore ha, allora, ridere, o far ridere gli altri, delle debolezze e delle convinzioni del proprio gruppo etnico o religioso? In che modo prendersi gioco di se stessi avvantaggia gli ebrei? Sarah Blacher Cohen fornisce una risposta succinta: “Jewish humor, however, is not only based on the masochistic characteristics of the Jews expressed in their self-critical jokes. It has also been a principal source of salvation. By laughing at their dire circumstances, Jews have been able to liberate themselves from them. Their humor has been a balance to counter external adversity and internal sadness”.[13] Pertanto, l'umorismo ebraico serviva ad aiutare la comunità a superare psicologicamente la persecuzione e la sofferenza e, come suggerisce Robert Alter, a consentire il mantenimento della dignità di fronte alla persecuzione: “If in the tradition of Jewish humor suffering is understandably imagined as inevitable, it is also conceived as incongruous with dignity. . . . [I]t is not, after all, fitting for a man to be this pitiful creature with a blade of anguish in his heart and both feet entangled in a clanking chain of calamities".[14]

Queste due questioni – l'inevitabilità della sofferenza da un lato e il mantenimento della dignità dall'altro – si dimostrano al centro della lettura di Giobbe da parte di Allen. Se Allen scrive come membro impegnato del popolo ebraico, è utile evitare di liquidare le sue rappresentazioni negative degli ebrei e dell'ebraicità come odio per se stessi ed esaminarle come una critica legittima degli ebrei, dell'ebraismo e dell'ebraicità. Nell'esplorare il Libro di Giobbe, anche attraverso, o soprattutto attraverso, la modalità della commedia, Allen prende di mira direttamente il testo centrale della vita religiosa ebraica e la teodicea ebraica tradizionale e solleva importanti questioni per comprendere la natura della fede e della teologia ebraica dopo l'Olocausto.

La rivisitazione da parte di Allen della storia di Giobbe riguarda interamente il permettere a Giobbe di conservare la sua dignità sfidando l'integrità di Dio. È certamente coerente con la descrizione fatta da Alter dell'umorismo ebraico in quanto l'idea che la sofferenza di Giobbe possa avere un significato è fondamentalmente respinta: non è la tradizionale punizione divina per il peccato e non migliora il suo carattere o il suo rapporto con la divinità. Scrive Joseph Telushkin: "Jokes aimed at God tend to be the gentlest in the Jewish tradition—ironic digs, rather than belly laughs. More than any other contemporary comedian, Woody Allen is the master of this genre".[15] Ma perché scherzare a spese di Dio? In questo caso, Allen evidenzia la dissonanza tra la fede tradizionale e lo stato del mondo e offre un suggerimento, se non una soluzione del tutto soddisfacente, su come mantenere un rapporto con Dio sulla scia dell'Olocausto. Umorismo di questo tipo offre l'opportunità di rispondere all'apparente contraddizione tra il ruolo provvidenziale di Dio nella vita ebraica e la sofferenza ebraica. Se Dio agisce nella storia, la persecuzione ebraica non avviene a Sua insaputa e può addirittura essere il risultato delle Sue azioni. L'umorismo ebraico era inteso come una risposta adeguata alla persecuzione degli ebrei da parte di potenze non-ebraiche, ma che dire del momento in cui Dio appariva responsabile della persecuzione? In questo senso, le battute su Dio offrivano agli ebrei l'opportunità di ammorbidire la blasfemia con l'arguzia, di sollevare seri interrogativi sulla natura della fede e di ridere nel dolore.

L'Olocausto nel pensiero di Woody Allen

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Per approfondire, vedi Shoah e identità ebraica e Interpretazione e scrittura dell'Olocausto.

Allen ha ripetutamente commentato che scrive di ciò che sa e ciò che ha catturato principalmente è la vita dell'ebreo americano del ventesimo secolo che ha rotto con le restrizioni religiose per assimilarsi alla vita americana, ma che non ha ancora completato la transizione.[16] Strada facendo attacca l'ipocrisia del clero ebraico; critica l'osservanza rituale, l'abilità militare israeliana e la teologia ebraica; e alla fine prende le distanze dalle istituzioni religiose della vita ebraica.[17] Allen ha riferito al suo biografo Eric Lax di aver frequentato la sinagoga con suo nonno e la scuola ebraica fino al bar mitzvah. Nonostante ciò, però, non rimase impressionato da nessuno delle due. Il suo incontro con amici di altre fedi lo lasciò inoltre impassibile anche di fronte ad altre religioni istituzionalizzate come il cattolicesimo.[18]

Nonostante la sua disillusione nei confronti degli intrappolamenti della religione organizzata, l'esperienza di crescere in una famiglia ebrea, in un quartiere a maggioranza ebraica, frequentando una scuola con compagni di classe principalmente ebrei, divenne chiaramente foraggio per la sua commedia e la sua cinematografia.[19] Inoltre, mentre i suoi genitori erano nati negli Stati Uniti, la famiglia di Allen aiutò a prendersi cura dei parenti sopravvissuti all'Olocausto. Per Allen, come per molti ebrei americani, l'Olocausto divenne l'evento determinante nella formazione dell'identità ebraica.[20] Nel suo saggio del 1990 “Random Reflections of a Second-Rate Mind”, Allen, rispondendo alle ripetute assicurazioni di Elie Wiesel in Night che i sopravvissuti non contemplavano la vendetta, commenta che ha sempre trovato divertente che mentre i sopravvissuti non la contemplassero, qualcuno che aveva vissuto negli Stati Uniti, che aveva sempre del cibo in tavola e un posto caldo dove dormire, continuasse a pensare “of nothing but revenge”.[21]

È evidente nei suoi film che l'Olocausto non è mai lontano dalla mente di Woody Allen, e lui usa la commedia per affrontare le serie domande che la catastrofe solleva. La biografa di Allen, Nancy Pogel, afferma: "his films are often haunted by a post-Holocaust sensibility".[22] Il posto della Shoah nel lavoro di Allen è stato ben documentato: "Throughout his movies, especially Shadows and Fog (1992) and Crimes and Misdemeanors (1990), as well as in his seminal essay, ‘Random Reflections of a Second-Rate Mind,’ the comedian and filmmaker Woody Allen has joined the ranks of theologians and Jews in the latter part of the twentieth century who ask troubling questions concerning the Holocaust and its implications."[23] Più di dieci anni prima, Morley T. Feinstein aveva concluso: “The single most important fact in Woody Allen’s Jewish identity is the Holocaust. It’s his philosophical touchstone, his constant reference point, his favorite metaphor”.[24] Uno sguardo al suo lavoro suggerisce che le “big questions” assillarono Allen fin dall'inizio.

In Annie Hall del 1977, il personaggio di Allen porta la sua ragazza a vedere The Sorrow and the Pity di Max Ophul, che esamina la collaborazione francese con i nazisti. In Zelig del 1983 la questione dell'assimilazione viene affrontata con un personaggio del titolo che, come un camaleonte, assume l'identità di coloro che lo circondano nel tentativo di adattarsi socialmente. La scena più toccante potrebbe essere quella di Zelig in piedi sul palco con Hitler a una manifestazione, essendosi iscritto al partito nazista. In Hannah and Her Sisters del 1986, Frederick, artista alienato, in risposta a uno show televisivo che trattava Auschwitz come un evento storicamente unico, commenta di essere sorpreso dal fatto che tali eventi, dato lo stato del mondo, non accadano più spesso. Qui Frederick è perfettamente in linea con il pensiero di Allen. Scrivendo all’inizio del 1990, notò che già nella sua adolescenza aveva concluso che il punto di vista di Anne Frank secondo cui le persone erano fondamentalmente buone era una sciocchezza e aveva accettato l'idea che “people were no damned good”. Vivere all'interno di persone di ogni credo e colore è “a worm of self-preservation, of fear, greed, and an animal will to power”.[25] Data questa verità, ulteriore distruzione era inevitabile. Dopotutto, “History had been filled with unending examples of bestiality, differing only cosmetically”.[26] Il punto di vista di Allen è ripreso nuovamente da Harry, in Deconstructing Harry del 1997, che commenta l'inevitabilità di un altro genocidio più grave dell'Olocausto: “Records are made to be broken”.

I trattamenti cinematici più estesi di Allen sull'Olocausto compaiono in Crimes and Misdemeanors del 1989 e Shadows and Fog del 1991. Nel primo, il personaggio di Allen, Cliff Stern, sta girando un documentario sul sopravvissuto all'Olocausto e professore di filosofia Louis Levy. Durante tutta la sua permanenza nel campo di concentramento e dopo la sua liberazione, Levy affermò la vita, finché un giorno inspiegabilmente si buttò da una finestra, esemplificando “the long-term emotional damage wrought by the Holocaust”.[27]

In Shadows and Fog si fa riferimento chiaramente, anche se mai esplicitamente, all'Olocausto. Anche il titolo richiama alla mente il cortometraggio documentario francese del 1955, Nuit et brouillard, diretto da Alain Resnais, realizzato dieci anni dopo la liberazione dei campi di concentramento nazisti. Il film di Allen descrive un mondo in cui l'Olocausto può verificarsi: in una notte nebbiosa, un uomo malvagio e malevolo terrorizza una città uccidendo vittime casuali. Vari gruppi si fanno giustizia da soli nel tentativo di catturare lo stalker. Il personaggio di Allen, il nefasto contabile Kleinman, viene risvegliato e arruolato in un gruppo anche se non capisce mai del tutto cosa sta succedendo. Vari innocenti vengono radunati perché i vigilantes cercano un capro espiatorio. Una famiglia ebrea innocente viene catturata. Kleinman è soggetto a insulti antisemiti, come quando il suo capo dice che è “a slimy vermin more suited to extermination than life on this planet.”.

Mentre i film di Allen sono stati studiati per i riferimenti all’Olocausto, i suoi saggi e racconti hanno ricevuto molta meno attenzione. Nel suo articolo sull'Olocausto in Woody, From Antz to Zelig, Richard Schwartz nota che il saggio di Allen dell'aprile 1971 sul New Yorker, "The Schmeed Memoirs", faceva satira su Inside the Third Reich, del criminale di guerra nazista Albert Speer, raccontando la storia del barbiere di Hitler, che pensò di "loosening the Fuhrer’s neck-napkin and allowing some tiny hairs to get down his back", finché non perse il coraggio.[28] "Remembering Needleman" (The New Republic) del 30 luglio 1976 offre un necrologio per Sandor Needleman, un personaggio composito fuso dagli intellettuali di sinistra della metà del XX secolo. Attratto dalle “Sturmabteilung” perché il color marrone faceva risaltare i suoi occhi, razionalizzò il suo comportamento amorale argomentando contro l'esistenza: “the only thing that was real was his IOU to the bank for six million marks”.[29]

Dalla presentazione di Schwartz ciò che risulta evidente è che, se trascuriamo alcune osservazioni fugaci sui nazisti nella sua commedia da cabaret, è nei suoi brevi saggi che Allen iniziò per la prima volta a trattare le implicazioni dell’Olocausto.[30] Con questo in mente, vale la pena esplorare la rivisitazione da parte di Allen della storia biblica di Giobbe come si trova nel suo saggio del 1974 “The Scrolls” quale risposta alle questioni teologiche sollevate dall’Olocausto. Come verrà discusso più dettagliatamente di seguito, esplorare il libro di Giobbe divenne un modo comune per gli scrittori ebrei di esaminare l'Olocausto mettendo in parallelo le esperienze del personaggio biblico con quelle delle vittime. La questione in discussione, quindi, è: il racconto biblico esposto da Allen deve essere interpretato come parte di una tendenza più ampia nella teologia ebraica contemporanea?

Il libro biblico di Giobbe

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Giobbe, dipinto di Léon Bonnat (1880)
Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Libro di Giobbe.

Il saggio di Allen "The Scrolls", si apre descrivendo la scoperta di antichi rotoli rinvenuti da un pastore in una grotta nel Golfo di Aqaba. L'introduzione fa satira sulla scoperta e sulle controversie che circondano i Rotoli del Mar Morto.[31] Tra i rotoli scoperti dagli archeologi di Allen c'è una versione del Libro di Giobbe e un resoconto della legatura di Isacco (Genesi 22:1-24). L'attenzione qui è sui rotoli, ma prima un riassunto del libro biblico di Giobbe può rivelarsi utile per fare un confronto.

Il libro biblico di Giobbe racconta la storia di un uomo pio dalle ambigue origini etniche e religiose, che, a causa della sua pietà, viene ricompensato da Dio con ricchezza e una famiglia numerosa. Il prologo del libro biblico di Giobbe porta il lettore in una scena di corte reale. Nel particolare giorno descritto, insieme ai b’nei ha-elohim [spesso tradotti come angeli, ma più propriamente déi ] [32] che apparvero davanti a Dio, arrivò “il satana” — “i” minuscola, “s” minuscola. Dio interroga il satana su dove si trovasse in precedenza, e il satana indica che era stato in giro per la terra. Dio chiede al satana se si è accorto di Giobbe, che egli descrive esplicitamente come pio, retto e irreprensibile. Il satana dichiara di averlo visto e contesta l'affermazione di Dio sulla sua pietà, dichiarando che Giobbe serve Dio solo perché Egli lo ricompensa regolarmente. Di fronte a una tale sfida, Dio permette al satana di portare via la ricchezza di Giobbe e di uccidere la sua famiglia per metterlo così alla prova.

Nonostante la tremenda perdita, Giobbe rimane fedele a Dio. Dio dichiara che il satana gli ha fatto distruggere Giobbe senza motivo, ma il satana convince Dio a consentire un secondo test, questa volta permettendo che la salute di Giobbe venga attaccata. A causa delle sue dolorose piaghe, Giobbe si ricopre di cenere e continua a piangere le sue perdite. Solo dopo questa seconda sfida comincia a imprecare. In generale ciò che lo preoccupa è il fatto che la sua sofferenza sembra arrivare senza giustizia. Non gli sembra una punizione, poiché è irreprensibile. Esige che Dio si faccia avanti e gli spieghi la situazione. Nel frattempo, Giobbe riceve la visita di quattro amici, ognuno dei quali, a vari livelli, suggerisce che Giobbe non è irreprensibile e che dovrebbe pentirsi per porre fine alla sua sofferenza. Giobbe rifiuta di arrendersi e alla fine Dio appare in un turbine e lo tempesta di una serie di domande, ciascuna progettata per mostrare la potenza di Dio e la debolezza di Giobbe. Di fronte all'assalto divino Giobbe si pente e viene ricompensato da Dio con figli sostitutivi e il doppio della ricchezza che aveva prima: un gran lieto fine.

Interpretazione ebraica del libro di Giobbe

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Per approfondire, vedi The Book of Job e Serie maimonidea.

Per gran parte dei 2 000 anni di storia dell'interpretazione ebraica del libro, gli esegeti hanno avuto la tendenza ad allinearsi con gli amici di Giobbe, ciononostante l'esplicita dichiarazione di Dio stesso riguardo alla pietà di Giobbe e il Suo rimprovero nei confronti degli amici. In gran parte gli interpreti non avevano altra scelta se non quella di seguire tale strada. La teologia ebraica è stata fortemente plasmata dal Libro del Deuteronomio, che assicurava ai suoi lettori che i giusti sarebbero stati ricompensati e i malvagi puniti. I rabbini e i loro eredi leggono costantemente gli eventi storici attraverso questa lente. L'esilio a Babilonia, la distruzione dei due Templi, le crociate, l'Inquisizione e l'espulsione dalla penisola iberica, furono tutti castighi per un popolo peccatore.

Per contrasto, il libro biblico di Giobbe suggeriva una possibilità alternativa per la causa della sofferenza: Dio faceva ciò che Gli piaceva e poteva farlo semplicemente perché era Dio. Sebbene coerente con molte raffigurazioni degli déi del Vicino Oriente antico, questo non era il messaggio che i lettori ebrei traevano dalla Bibbia. Preferivano un mondo governato dalla giustizia divina anche se la loro esperienza del mondo poteva suggerire una certa dissonanza tra teoria e pratica. Per riallineare il Libro di Giobbe con la visione deuteronomistica del mondo, i rabbini lessero la storia di Giobbe con estrema attenzione per trovare una spiegazione. Anche se non tutti i saggi dei periodi mishnaico e talmudico concordavano sul fatto che Giobbe fosse un peccatore, la stragrande maggioranza lo pensava.

La critica più dura rivolta a Giobbe insegnava che egli era uno dei tre servitori del Faraone che cercavano un modo per frenare la crescita della popolazione israelita in Egitto. Quando il Faraone raccomandò l'uccisione dei bambini, Giobbe rimase in silenzio e non si oppose al decreto immorale.[33] Inoltre, Giobbe fu accusato di essere venuto al mondo solo per ricevere la sua ricompensa[34] e di pronunciare una serie di eresie,[35] tra cui la negazione della risurrezione dei morti e l'esistenza della divina provvidenza.[36] Inoltre, nei suoi dialoghi sfidava l'autorità di Dio,[37] cercava di mettersi sullo stesso piano di Dio,[38] e in generale esprimeva visioni errate della divinità.[39]

Come dovrebbe essere chiaro, fu nella messa in discussione della giustizia divina da parte di Giobbe nei capitoli centrali del libro che i primi rabbini trovarono la causa della sofferenza di Giobbe. Erano turbati dalla durezza della sua protesta e, almeno a loro, la sua punizione sembrava appropriata.

I lettori medievali del testo risposero in modo simile. Maimonide, il filosofo spagnolo del XII secolo, reagì a Giobbe affermando che le sue sofferenze erano il risultato della sua mancanza di saggezza. Presentò Giobbe come un filosofo in evoluzione che scagliò accuse infondate a Dio perché semplicemente non comprendeva la vera natura dell'universo.[40]

La tradizione mistica ha risposto in modo simile alla difficile situazione di Giobbe, affermando che la sofferenza di Giobbe derivava, in parte, da pensieri errati. Attribuisce la sofferenza di Giobbe principalmente alla nozione mistica della trasmigrazione delle anime, cioè alla reincarnazione. Giobbe era, infatti, un giusto, ma non sapeva di essere punito perché la sua anima era difettosa. Presentava imperfezioni imposte dai suoi precedenti utenti; sopportando la sofferenza, Giobbe poteva redimerla.[41] Queste tendenze interpretative, che incolpavano Giobbe, continuarono a essere perpetuate da pensatori ebrei tra cui Hermann Cohen e altri fino al XX secolo inoltrato. In che modo allora Woody Allen tratta Giobbe confrontandosi con questa tendenza esegetica?

Woody Allen interpreta il libro di Giobbe

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Per approfondire, vedi Without Feathers.

Quello che segue è un commentario sulla storia di Giobbe ri-raccontata da Allen. Per evitare problemi di violazione copyright, il materiale originale viene citato raramente. Si consiglia ai lettori di questa Sezione di leggere il mio commentario a fronte del testo originale, "The Scrolls", come appare in Without Feathers o andando direttamente al link dell'articolo pubblicato da The New Republic.[42]

Nel paragrafo di apertura Allen spiega che Dio fece una scommessa con il satana per mettere alla prova la fedeltà di Giobbe e gli causò danni, inclusa la punizione fisica e la distruzione delle sue proprietà. La reazione immediata di Giobbe è chiedere a Dio perché ha agito in tal modo. Qui Allen evidenzia diverse questioni importanti: (1) Dio fece soffrire Giobbe a causa di una scommessa con il satana, non a causa di qualcosa di intrinsecamente sbagliato in Giobbe. (2) Dio non è onnisciente; l'esito della prova Gli è sconosciuto. (3) In contrasto con il testo biblico, Giobbe comincia subito a protestare fin dall'inizio della prima prova.

Nel secondo paragrafo, in risposta alla domanda di Giobbe, Dio chiude violentemente le tavole dei comandamenti sul naso di Giobbe. Segue la descrizione della moglie di Giobbe che piange per ciò a cui ha assistito. Dio poi "misericordiosamente" la fa colpire in testa da un angelo con una mazza da polo e la sottopone alle prime sei delle dieci piaghe. Giobbe viene quindi descritto come arrabbiato e sua moglie si strappa la veste come tradizionale segno di lutto.

Il trattamento riservato alla moglie di Giobbe qui ricorda un classico proverbio yiddish: se vuoi dimenticare tutti i tuoi problemi, calza una scarpa troppo stretta. Qui Dio misericordiosamente distrae la moglie di Giobbe dai suoi tsuris [problemi]. O almeno così sembra. Allen qui ha aggiunto una svolta interessante. In contrasto con il testo biblico (Giobbe 2:9), dove la moglie dice a Giobbe "Maledici Dio e muori!" e Giobbe la rimbrotta (“Tu parli come parlerebbe una donna stolta”), Allen ci dà un senso delle di lei emozioni. Le è permesso piangere e arrabbiarsi per la situazione. Allen ha commentato altrove riguardo ai suoi sentimenti nei confronti di Mrs. Job:

« So that leaves Job’s wife. My favorite woman in all of literature. Because when her cringing, put-upon husband asked the Lord “Why me?” and the Lord told him to shut up and mind his own business and that he shouldn’t even dare ask, Job accepted it, but the Missus, already in the earth at that point,[43] had previously scored with a quotable line of unusual dignity and one that Job would have been far too obsequious to come up with: “Curse God and die” was the way she put it. And I loved her for it because she was too much of her own person to let herself be shamelessly abused by some vain and sadistic Holy Spirit. »
(Allen, “Random Reflections”, 14)

Allen mostra apprezzamento per la di lei protesta e la sua capacità di mantenere la propria dignità nonostante le orribili sofferenze.[44] Nella rivisitazione della storia, però, Dio la distrae con una mazza da polo prima che lei abbia l'opportunità di incoraggiare Giobbe a mantenere la sua dignità imprecando e a difendere la propria integrità. Dal punto di vista di Allen, lei è eroica nel testo biblico, Giobbe no. Di conseguenza, nel resto della storia di Giobbe raccontata da Allen, Giobbe è diverso dal suo omonimo biblico e più simile a sua moglie.

Ma le cose non fanno altro che peggiorare per il Giobbe di Allen: i suoi pascoli si seccano e la sua lingua si attacca al palato, facendo ridere la gente quando parla. E poi la storia cambia direzione:

And once the Lord, while wrecking havoc upon his faithful servant, came too close and Job grabbed him around the neck and said, “Aha! Now I got you! Why art thou giving Job a hard time, eh? Eh? Speak up!”

And the Lord said. “Er, look—that’s my neck you have. . . . Could you let me go?”

But Job showed no mercy and said, “I was doing very well ‘til you came along. I had myrrh and fig trees in abundance and a coat of many colors with two pairs of pants of many colors. Now look.”

Da notare qui che il Dio di Allen non sembra rispondere alla domanda di Giobbe. In contrasto con il testo biblico, Dio, non il satana, causa la sofferenza di Giobbe, e mentre Egli provoca guai dimostra la Sua fallibilità avvicinandosi “too close to Job” e facendosi prendere da lui involontariamente. Ciò fornisce a Giobbe l'opportunità di confrontarsi direttamente con Dio. Riesce a porre domande e a pretendere risposte. I ruoli sono invertiti. Giobbe, che in precedenza era stato catturato da Dio, ora afferra Dio e non lo lascerà andare. Il racconto si conclude con Dio che tenta di uscire dalla situazione chiedendo, come fa nel testo biblico, di sapere perché Giobbe pensa di poter chiedere risposte a Colui che ha creato i cieli e la terra e tutto ciò che è in essi. Giobbe non accetterà le domande di Dio come risposte e, mentre libera Dio, Gli ricorda: "Thine is the kingdom and the power and glory. Thou has a good job. Don’t blow it".

Qui Allen fa sì che Giobbe respinga apertamente la risposta al dilemma posto dal testo biblico. “I am God and that’s the way it is” non è solo una risposta insoddisfacente; è, nella mente di Allen, inaccettabile. Se Dio è “some vain and sadistic Holy Spirit”, deve essere messo in questione. L'ultima frase di Giobbe pretende un'adeguata leadership da parte di Dio. Dato il potere divino, deve esserci una responsabilità divina. Fino ad ora, almeno secondo Allen, Dio non ha svolto adeguatamente il suo lavoro.

In Love and Death del 1975, il personaggio di Woody Allen, Boris Grushenko, commenta: “If it turns out that there is a God, I don’t think that he’s evil. I think that the worst you can say about him is that basically he’s an underachiever”. Allen, al contrario, pensa che Dio possa essere malvagio, ma essendoLo non ottiene risultati soddisfacenti, e il Giobbe di Allen richiama coraggiosamente l'attenzione di Dio su questo fatto.

Al contrario, in un film più recente, Whatever Works (2009), Allen fa riferimento anche a Giobbe. In questo caso la suocera del protagonista, Boris Yellnikoff, descrive una serie di tragedie che le sono capitate, tra cui la perdita della casa e il divorzio. Boris risponde: "Christ, this is like Job. No locusts?" La donna continua descrivendo come ha sprecato tutti i suoi soldi in spese mediche per curare un caso di fuoco di Sant'Antonio e come ha pregato Dio chiedendo costantemente aiuto. Boris risponde di nuovo: "Let me guess what happened, your shingles got worse". Lei spiega come tutto ciò che chiedeva a Dio era un segno: "Lord, just give me one sign that all my suffering is for a purpose. . . . Please, God, just say something. Break your silence. I can't take any more misery!" Da Boris ottiene: "Nothing, right?" Il dialogo racchiude esattamente ciò che ci si dovrebbe aspettare da un personaggio di Woody Allen. Se Dio esiste, Egli peggiora la situazione o semplicemente rimane in silenzio quando ce n’è più bisogno. Questo silenzio può dimostrare che Dio non esiste, ma se Dio esiste bisogna richiamarLo a comportarsi con giustizia e compassione.

Scrivendo dell'immaginazione teologica di Allen, Gary Commins ha suggerito che "Allen comes out of the Jewish tradition which, from its scriptural roots, has poked and prodded the powerful. He turns this protest against a powerful God, saying ‘Thou hast a good job. Don’t blow it.’ If you are a powerful God, act like it and straighten things up! Again and again, human suffering and the omnipresence of death haunt him. He wants a God who will agonize and act with love in response to the human condition".[45] Sebbene Commins possa semplificare eccessivamente la tradizione ebraica di protesta, la questione che solleva riguardo a ciò che Allen vuole da Dio è degna di discussione.[46]

“The Scrolls” non descrive ciò che Allen vuole da Dio, ma piuttosto è il risultato logico dei presupposti di base tenuti da Allen, basati sull'esperienza umana. Considerando l'Olocausto e tanti altri casi di sofferenza umana, non è plausibile che l'universo sia controllato da un Dio giusto. Il saggio di Allen è descrittivo piuttosto che prescrittivo. Questo non è il desiderio di Allen ma piuttosto un'osservazione. Se c'è un dio, He is falling down on the Job (doppio senso inteso); ma Allen non presuppone l'esistenza di Dio. Infatti, è l'assenza di Dio che lo spaventa: "The empty universe is another item that scares me, along with eternal annihilation, aging, terminal illness and the absence of God in a hostile, raging void. I always feel that as long as man is finite he will never truly be relaxed".[47]

Altrove nella sua opera, Allen suggerisce una risposta più appropriata che Dio possa dare a Giobbe. Nel film Manhattan, Woody Allen e la sua giovane amante, interpretata da Mariel Hemmingway, attraversano Central Park su una carrozza trainata da cavalli. Lei gli dice: "You know you’re crazy about me.". Lui risponde: "I am. You’re . . . You’re God’s answer to Job. You would have ended all argument between them. He’d have said, ‘I do a lot of terrible things but I can also make one of these.’ And Job would’ve said ‘OK, you win.’" La risposta alla sofferenza nel mondo è cercare quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta, come la bellezza e l'amore. Come afferma il Prof. Levy, sopravvissuto all'Olocausto in Crimes and Misdemeanors:

« Events unfold so unpredictably, so unfairly. Human happiness does not seem to be included in the design of creation. It is only we, with our capacity to love, that give meaning to the indifferent universe. And yet, most human beings seem to have the ability to keep trying and even try to find joy from simple things, like their family, their work, and from the hope that future generations might understand more. Ultimately, human beings have to find a way to go on, even if God is evil or indifferent to them. »

A margine, vale la pena sottolineare che Allen non sembra del tutto convinto di questa risposta. Dopotutto, nel film il professore si suicida, e in Love and Death Boris commenta: "To love is to suffer. To avoid suffering, one must not love. But, then one suffers from not loving. Therefore, to love is to suffer, not to love is to suffer, to suffer is to suffer. To be happy is to love, to be happy, then, is to suffer, but suffering makes one unhappy, therefore, to be unhappy one must love, or love to suffer, or suffer from too much happiness — I hope you’re getting this down."

Sebbene l'amore possa portare sofferenza, è tra le tre risposte alla sofferenza che permettono di trascenderla, anche se solo per un breve periodo. Secondo il critico Richard A. Blake, Allen suggerisce di rivolgersi all'arte se l'amore è troppo sfuggente. Gli artisti si ritirano nel mondo dell'immaginazione e creano il proprio universo, e così “they give purpose to the creatures” in esso contenute.[48] Quando questo fallisce, una persona potrebbe rivolgersi alla religione. La difficoltà con il libro biblico di Giobbe è che come testo religioso i suoi insegnamenti sono insoddisfacenti. Allen, l'artista, ha creato il proprio mondo biblico e ha dato un nuovo scopo a Giobbe e sua moglie: sono la voce ufficiale della protesta. Il Giobbe di Allen, nonostante sia vittima di Dio, è pronto a dare a Dio un’altra possibilità ma non rinuncia alla protesta. Lo lascia andare affinché torni a governare l'universo, ma con la diretta affermazione che "God should not blow it".

L'aspetto di protesta della storia non dovrebbe essere trascurato. Il biblico Giobbe si pente nella polvere e nella cenere e rinuncia alla sua protesta — quello di Allen no. In questo è coerente con il ricorso di Allen alla metafora dell'Olocausto per spiegare la vita. In un’intervista del 1977 con Esquire, Allen osservò: "Life is a concentration camp. You’re stuck here, and there’s no way out, and you can only rage impotently against your persecutors".[49] Sebbene la protesta di Giobbe sia reale, per Allen trovare l'amore e creare arte sono allo stesso modo una forma di protesta contro un universo che perseguita costantemente coloro che lo abitano. La posizione è però alquanto ambigua. Non è chiaro se questa sia una visione ottimistica – cioè che la sofferenza può essere superata, anche se non del tutto – o una visione pessimistica, come ha suggerito Mark T. Conrad: "In the end Allen seems to tell us that, instead of discovering and creating real meaning and value (through relationship and artistic creativity, for example), all we can ever really hope to do is distract ourselves from, or deceive ourselves about, the meaninglessness of our lives, the terrifying nature of the universe, and the horrible anticipation of our personal annihilation in death".[50] Una visione più ottimistica è offerta da Marc S. Reisch. In uno studio approfondito dei primi due volumi di saggi di Allen, conclude: "The direction of Allen’s humor is to create sense where there is no sense and to find hope where there was none".[51] Il fatto che Allen continui a vivere suggerisce che il metodo — sebbene il suo senso del mondo sia difficile da valutare — è efficace.[52] In “The Scrolls”, Giobbe protesta contro l'insensatezza della sofferenza; scrivendo "The Scrolls", Allen lo conferma.

Interpretazione post-Olocausto del libro di Giobbe

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Per approfondire, vedi Il Chassidismo di Elie Wiesel.

Nel corso della storia gli intellettuali ebrei hanno utilizzato il Libro di Giobbe come punto di partenza per le discussioni sulla sofferenza individuale e complessiva degli ebrei. Certamente nessun evento della modernità ha avuto un impatto sul discorso teologico ebraico tanto quanto l'Olocausto, e l’uso di Giobbe come sostituto delle vittime dell’Olocausto è diventato un cliché dominante negli scritti dei teologi ebrei, tra cui J. B. Soloveitchik, Eliezer Berkovits, Martin Buber e molti altri. Data la biografia di Allen e il posto significativo dell'Olocausto nel suo lavoro, la domanda è: come si confronta la rivisitazione di Giobbe da parte di Allen con altre interpretazioni post-Olocausto?

Se confrontata con la tradizione esegetica, la rivisitazione della storia di Giobbe da parte di Allen sembra blasfema. La tradizione ha lavorato duramente per difendere Dio, anche a spese di Giobbe. Allen esalta Giobbe a spese di Dio. Così facendo, però, i suoi commenti sulla natura di Dio si adattano perfettamente al reame della teologia ebraica sulla scia dell'Olocausto. Interpretando Giobbe in questo modo, egli sottolinea direttamente la difficoltà di accettare Dio come onnipotente, onnisciente e proprio sulla scia della sofferenza di massa dell'Olocausto. Come Allen, la maggior parte dei teologi ebrei non poteva accettare una teologia che spiegasse la sofferenza dell'Olocausto incolpando la vittima. Parallelamente alla storia di Giobbe, i teologi post-Olocausto non potevano accettare l'interpretazione tradizionale che spiegava le azioni di Dio nel Libro di Giobbe sostenendo che Giobbe si meritava la punizione. Il parallelo più vicino alla conclusione di Allen si trova nella rivisitazione del Libro di Giobbe da parte di Elie Wiesel, dove anche lui cercò di mantenere la dignità di Giobbe e delle vittime dell'Olocausto che la sua storia rappresenta. Va notato, tuttavia, che Wiesel è solo un esempio di molti scrittori ebrei che reagiscono in modo simile a Giobbe nei loro tentativi di affrontare la sofferenza dell'Olocausto.

Nel saggio di Wiesel del 1976, “Job: Our Contemporary”, Giobbe è un sostituto di Wiesel, dei sopravvissuti all'Olocausto in generale e di Israele.[53] Wiesel critica Giobbe per essersi piegato di fronte a Dio. Come Giobbe, Wiesel continua nei suoi scritti a sfidare Dio. Non rinnega Dio, la sua fede rimane, ma il suo rapporto con Dio viene costruito sulla protesta. Wiesel non può perdonare Giobbe per aver abiurato e ceduto:

« God spoke to Job of everything except that which concerned Him. . . . And yet, instead of becoming indignant, Job declared himself satisfied. . . . He asked for nothing more; as far as he was concerned, justice had been done. . . . No sooner had God spoken than Job repented. . . . And so, there was Job, our hero, our standard-bearer, a broken, defeated man. On his knees, having surrendered unconditionally. »
(Wiesel, ibid., 205)

Wiesel non poteva accettare questa conclusione. Usando l'argomentazione dei critici biblici secondo cui l'epilogo potrebbe essere un'aggiunta successiva al testo, Wiesel offre un finale alternativo: "I prefer to think that the Book’s true ending was lost. That Job died without having repented, without having humiliated himself; that he succumbed to his grief an uncompromising and whole man".[54] Wiesel, come Allen, rifiuta un Giobbe poco dignitoso e pentito. Entrambi preferiscono il Giobbe che continua a protestare contro l'ingiustizia divina, quello che Wiesel chiama “the desperate act of courage” di Giobbe. La protesta di Wiesel contro la fine di Giobbe fu anche il risultato del suo incontro con altri sopravvissuti. Notò che "he was preoccupied with Job, especially in the years after the war. In those days he could be seen on every road of Europe. Wounded, robbed, mutilated. Certainly not happy or resigned".[55]

Sebbene il tono di Allen possa apparire blasfemo, certamente la sua rappresentazione di Dio e la sua richiesta che Dio si comporti giustamente non lo sono. Il suo Giobbe, come quello di Wiesel, sfida Dio ma preserva la sua propria dignità. Ciò è coerente con una teologia ebraica post-Olocausto che non solleva Dio dalla responsabilità per il Suo ruolo nell'Olocausto, ma incoraggia il rinnovamento del rapporto. Per ragioni di contesto vale la pena notare, ad esempio, Irving Greenberg, il quale ha sostenuto che l'alleanza divina deve essere rinnovata volontariamente sulla scia dell'Olocausto perché con l'Olocausto Dio ha invalidato il contratto: “I submit that the covenant was broken but the Jewish people, released from its obligations, chose voluntarily to take it on again and renew it. God was in no position to command anymore [after the Holocasut] but the Jewish people was so in love with the dream of redemption that it volunteered to carry on with its mission”.[56]

Si noti che il commento di Allen riguardo al fatto che Dio sia un sadico Spirito Santo non appare nel saggio comico, ma in un articolo “serio” inteso a rispondere all'accusa di odio per se stessi da parte degli ebrei. Mentre è chiaro che egli vede Dio in questo modo nel Libro di Giobbe, il materiale in “The Scrolls” è un po’ più docile. Ciò che ci rimane, però, è la descrizione di Allen: Dio è fallibile, insensibile e apparentemente indifferente. In questo non è il solo tra i pensatori ebrei moderni. Nella terza conferenza di Martin Buber, The Dialogue between Heaven and Earth, il filosofo evocava un Dio crudele. Suggerisce che i pensatori religiosi non potevano avanzare richieste ai sopravvissuti dell’Olocausto: "Dare we recommend to the survivors of Auschwitz, the Job of the gas chambers: ‘Give thanks unto the Lord, for He is good; for His mercy endureth forever’? The only answer that the biblical Job received was God’s nearness, that he know God again. Nothing is explained, nothing adjusted; wrong has not become right, nor cruelty kindness".[57] Rispondendo alla sua stessa domanda, Buber suggerì che sarebbe arrivato il momento in cui "he and other survivors would recognize again our cruel and merciful God".[58]

Sketch di Woody Allen fatto da Chaim Topol (1984)
Sketch di Woody Allen fatto da Chaim Topol (1984)

And once the Lord, while wreaking havoc upon his faithful servant, came too close and Job grabbed him around the neck and said, “Aha! Now I got you! Why art thou giving Job a hard time, eh? Eh? Speak up!” And the Lord said, “Er, look—that’s my neck you have…could you let me go?”
 But Job showed no mercy and said, “I was doing very well till you came along, I had myrrh and fig trees in abundance and a coat of many colors with two pairs of pants of many colors. Now look,”

And the Lord spake and his voice thundered: “Must I who created heaven and earth explain my ways to thee? What hath thou created that thou doth dare question me?”

“That’s no answer,” Job said, “And for someone who’s supposed to be omnipotent, let me tell you, ‘tabernacle’ has only one ‘L.’ “ Then Job fell to his knees and cried to the Lord, “Thine is the kingdom and the power and glory. Thou hast a good job. Don’t blow it.”

(from "The Scrolls" by Woody Allen, 1974)

Il Giobbe di Allen, vittima innocente, afferra eroicamente Dio per il collo e approfitta del momento per rimettere Dio al suo posto. In questo, la vittima conserva la sua dignità mentre affronta un potente persecutore. Il testo, come spesso è l'umorismo, è scioccante nelle sue raffigurazioni e nella sua inversione di ruoli: Dio diventa ridicolo nelle Sue azioni mentre la classica rappresentazione di Lui, come onnipotente, onnisciente e giusto, viene gettato dalla finestra ma Giobbe, con la sua protesta, diventa eroico. Nella rivisitazione di Allen, Giobbe si comporta come dovrebbe Dio: protestando contro l'ingiustizia e agendo con compassione (è il Giobbe di Allen, dopo tutto, che libera Dio illeso mentre Dio non si comporta in questo modo con lui).

La rappresentazione da parte di Allen di Dio come Colui che ha agito capricciosamente con Giobbe, deriva dalla stessa serie di domande poste in opere esplicite di pensiero post-Olocausto e giunge a conclusioni simili. Nel film Stardust Memories, il personaggio di Allen pronuncia la frase spesso ripetuta “To you, I’m an atheist. To God, I’m the loyal opposition” («Per te io sono un ateo, ma per Iddio io sono una leale opposizione»). In questo si pone in squadra con molti scrittori ebrei moderni. Non c’è dubbio che il Giobbe di Allen, forse come sostituto dello stesso Allen, esemplifica questo ruolo in modo alquanto eccezionale. Nel Cratilo di Platone, Socrate ci dice che "anche agli dei piacciono gli scherzi". C'è solo da sperare, per il bene di Allen, che questo sia vero anche per il Dio ebraico.

Per approfondire, vedi Serie delle interpretazioni, Serie dei sentimenti e Serie letteratura moderna.
Caricatura di Woody Allen che suona il clarinetto
Caricatura di Woody Allen che suona il clarinetto
  1. “The Scrolls,” The New Republic (31 agosto 1974): 18-19. Rist. nella seconda raccolta di saggi di Allen, Without Feathers (New York: Random House, 1975), 24-28.
  2. Woody Allen, “Random Reflections of a Second-Rate Mind,” Tikkun (January/February 1990): 15.
  3. La nota critica cinematografica Pauline Kael ha commentato riguardo a Stardust Memories di Allen: “The Jewish self-hatred that spills out in this movie could be a great subject, but all it does is spill out.” Citato in Marion Meade, The Unruly Life of Woody Allen (New York: Scribner, 2000), 154.
  4. Samuel Dresner, “Woody Allen and the Jews,” pubblicato originalmente in Midstream Magazine (December 1992) e rist. in Perspectives on Woody Allen (cur. R. R. Curry; New York: G. K. Hall, 1996), 191.
  5. “Exploring the Thesis of the Self-Deprecating Jewish Sense of Humor,” in Semites and Stereotypes (curr. A. Ziv e A. Zajdman; Westport: Greenwood, 1993), 29.
  6. Mark E. Bleiweiss, “Self-Deprecation and the Jewish Humor of Woody Allen,” pubblicato originalmente in Jewish Spectator (Winter 1989) e rist. in Curry, Perspectives on Woody Allen, 207-08:(EN) Bleiweiss’s argument does not stand up to scrutiny. Bleiweiss’s turn to the ethical value of the rituals in actuality misses Allen’s critique of them and even the key issue regarding them in the first place. These are not only rituals that need to be enacted but are, more importantly, Divine commands that must be fulfilled. Allen’s concern as framed in this part of Radio Days is one to which he consistently returns: Is there a Commander who rewards and punishes those who fulfill the commandments or sin by transgressing them? Allen commented in an interview with filmmaker Stig Björkman concerning the murderer Judah in the Allen film Crimes and Misdemeanors: “We live in a world where there’s nobody to punish you, if you don’t punish yourself. . . . If he doesn’t choose to punish himself then he’s gotten away with it.” Björkman, Woody Allen on Woody Allen, 212. In Radio Days the question is not about whether the rituals make a person more or less ethical but about the fact that that the neighbor has broken the connection between God and the rituals. In the words of the neighbor, “the problem is not between man . . . and some imaginary super being.” The neighbor does not believe in God, so the need to fulfill the commandments, to repent of sins, is muted. Bleiweiss, offering apologetics in place of explanations for the commandments, leaves God out entirely.
  7. Ivan Kalmar, The Trotsky’s, Freuds, and Woody Allens (Toronto: Viking, 1993), 13-14. Vale la pena notare la valutazione simile del biografo Eric Lax nel discutere Allen quale ebreo: “The tension and humor in Woody’s work come from the anxiety produced in him by wanting what he doesn’t have and by the discomfort the world inflicts on him for being the thing he is.” Woody Allen: A Biography (New York: Alfred A. Knopf, 1991), 165.
  8. Ibid., 13.
  9. Woody Allen, “Am I Reading the Papers Correctly,” New York Times (28 January 1988): A27.
  10. Si tratta dell’umorismo autoironico spesso identificato come “umorismo ebraico”.
  11. Per una discussione sul “primo” umorismo ebraico, si vedano, insieme ai riferimenti raccolti in questo mio wikilibro, Israel Knox, “The Origins of Jewish Humor,” in Holy Laughter: Essays on Religion in the Comic Perspective (cur. M. C. Hyers; New York: Seabury Press, 1969), 150-65, e, più recentemente, Hillel Halkin, “Why Jews Laugh at Themselves,” Commentary 121:4 (Aprile 2006): 47-54. Sull'appropriazione dell'umorismo ebraico dell'Europa orientale del XIX secolo da parte di comici/comiche ebrei/e americani/e, cfr. Albert Goldman, “Laughtermakers,” in Jewish Wry: Essays on Jewish Humor (cur. S. Blacher Cohen; Bloomington: Indiana University Press, 1987): 80-88.
  12. Sigmund Freud, Wit and Its Relation to the Unconscious (trad. A. A. Brill; New York: Moffat Yard, 1916), 166-67. Per quanto riguarda la questione incidentale di Freud, Christie Davis e altri hanno identificato tale tratto con l'umorismo prodotto da molte minoranze etniche. Quindi l'umorismo ebraico “is a special case of a more general phenomenon, namely, the asymmetry between the humor of culturally dominant majorities and the humor of culturally subservient minority groups”. Christie Davies, “Exploring the Thesis of the Self Deprecating Jewish Sense of Humor”, in Ziv e Zajdman, Semites and Stereotypes, 29. Woody Allen conosce alquanto bene il lavoro di Freud sull'umorismo. Viene fatto riferimento esplicitamente nell'apertura di Annie Hall. Per una discussione su Allen e Freud, cfr. Sam B. Girgus, “Philip Roth and Woody Allen: Freud and the Humor of the Repressed,” in Ziv e Zajdman, Semites and Stereotypes, 121-30; e, Cesare Musatti, “Humour as Jewish Vocation and the Work of Woody Allen,” in Freud and Judaism (cur. David Meghnagi; Londra: Karnac Books, 1993), 103-13.
  13. Sarah Blacher Cohen, “Introduction: The Varieties of Jewish Humor,” in Blacher Cohen, cur., Jewish Wry, 5.
  14. Robert Alter, “Jewish Humor and the Domestication of Myth,” in Blacher Cohen, Jewish Wry, 26. Su questo aspetto psicologico dell'umorismo ebraico, cfr. Avner Ziv, “Psycho-Social Aspects of Jewish Humor in Israel and in the Diaspora,” in Jewish Humor (cur. Avner Ziv; London: Transaction Publishers, 1997), 47-74.
  15. Joseph Telushkin, Jewish Humor: What the Best Jewish Jokes Say about the Jews (New York: Harper Collins, 1992), 143.
  16. Commentando sul carattere di Judah in Crimes and Misdemeanors, Allen asserisce: “Well, Judah’s problem and its relation to religious teachings and religious belief is significant, and the only religion that I feel I can write about with any kind of accuracy is the Jewish religion.” Björkman, Woody Allen on Woody Allen, 213.
  17. Al contrario, Allen non ha preso completamente le distanze dalle istituzioni importanti per la comunità ebraica americana. Era, ad esempio, tra i firmatari della lista dei principali sostenitori del National Political Action Committee al momento della sua fondazione nel 1982 da parte dell'uomo d'affari Marvin Josephson. Il NatPAC aveva lo scopo di sostenere i candidati politici americani che sostenevano Israele.
  18. Lax, Woody Allen, 40-41.
  19. L'ampio "elenco" di argomenti e questioni ebraiche che Allen ha discusso nei suoi film, saggi e cabaret è trattato con approvazione in Morley T. Feinstein, “Woody Allen and Jewish Experience,” Jewish Spectator (Spring 1984): 47-48. Lo scrittore canadese-ebreo Mordecai Richler concluse che “it is fair to say that just about everything Woody Allen has produced has been enriched by his experience of having been born and raised as an urban Jew in America.” “Woody,” originally published in Playboy (December 1991) e rist. in Richler, Belling The Cat: Essays, Reports and Opinions (Toronto: Alfred A. Knopf Canada, 1998), 62.
  20. Gli eventi più ampi della Seconda guerra mondiale hanno certamente lasciato cicatrici su Allen. In Radio Days il personaggio Biff Baxter avverte le persone di tenere gli occhi aperti per aerei o sottomarini tedeschi al largo della costa di New York. Questo tema era apparso più di vent'anni prima come parte degli spettacoli di cabaret di Allen, in cui notava che i sottomarini tedeschi erano stati distrutti dall'inquinamento nella zona balneare di Coney Island. Quest'ultimo materiale è incluso nella routine "Brooklyn" disponibile sul lato 1, traccia 2 della registrazione "Woody Allen: Standup Comic, 1964-1968" (New York: Rhino, 1999). In un'intervista sul carattere autobiografico di Radio Days, Allen ha sottolineato di ricordare esplicitamente di essere andato sulla spiaggia a cercare aerei e barche tedesche (Björkman, Woody Allen su Woody Allen, 158).
  21. Allen, “Random Reflections,” 13.
  22. Nancy Pogel, Woody Allen (Boston: Twayne, 1987), 25.
  23. Mashey Bernstein, “‘My Worst Fears Realized’: Woody Allen and the Holocaust,” in Curry, Perspectives on Woody Allen, 218. cfr. anche la discussione in Graham McCann, Woody Allen: New Yorker (Cambridge: Polity Press, 1990), 154-57.
  24. Feinstein, “Woody Allen and Jewish Experience,” 48.
  25. Allen, “Random Reflections,” 71.
  26. Ibid.
  27. Richard A. Schwartz, Woody, From Antz to Zelig (Westport: Greenwood, 2000), 121.
  28. Per una discussione della “memoir,” cfr. Maurice Yacowar, Loser Take All: The Comic Art of Woody Allen (New York: Frederick Ungar, 1979), 83-84.
  29. Ibid., 89-90.
  30. I riferimenti ai nazisti, a Hitler, a Himmler ed Eichmann sono comuni nella commedia stand-up di Allen della seconda metà degli anni ’60. Bernstein suggerisce correttamente: “For Allen, the Holocaust serves two purposes. On the one hand, more than any other historical event, it is his most ongoing referent. He often uses it, without further musings, as the punch line for jokes or to make a point about a character. On the other hand, and on a far more significant level, it provides him with the lens through which he can examine society and God in the latter part of the twentieth century.” Bernstein, “My Worst Fears Realized”, 218-19.
  31. I saggi umoristici di Allen frequentemente sono parodia di ricerca accademica. Per una discussione, cfr. Marc S. Reisch, “Woody Allen: American Prose Humorist,” Journal of Popular Culture 17:3 (1983): 68-74.
  32. Cfr, per esempio, Marvin Pope, The Anchor Bible: Job (ed. riv.; New York: Doubleday, 1973), 9.
  33. b. Sotah 11a; b. Sanh. 106a; Ex. Rab. 1:12, 12:3; p. Sotah 5:8/20c.
  34. b. B. Bat. 15b; p. Sotah 5:8/20c; Gen. Rab. 57:4.
  35. b. B. Bat. 15a e 16a.
  36. b. B. Bat. 16a.
  37. Pesiq. Rab Kah. 10:7; Tanh. B., Re’eh 13 e 15; Tanh. B., Tazria 8; Tanh. B., Bere’shit 13.
  38. b. B. Bat. 16a.
  39. Pesiq. Rab., Harnina 38. Sulle esegesi rabbiniche di Giobbe si veda, inter alia, Judith Baskin, Pharaoh’s Counsellors (Chico: Scholars Press, 1983).
  40. Guida dei perplessi: Libro 3:22-23. Per una discussione dell'interpretazione medievale filosofica di Giobbe, cfr. Robert Eisen, The Book of Job in Medieval Jewish Philosophy (Oxford: Oxford University Press, 2004).
  41. Zohar 3:216b.
  42. Il testo può essere trovato anche in più antologie online come parte dei materiali raccolti in Google Books.
  43. Questo è un errore di Allen. Al lettore del testo biblico non viene mai detto che la moglie muore; scompare semplicemente dalla narrazione.
  44. Similmente, nella successiva rivisitazione della storia del sacrificio di Isacco, in contrasto con il racconto biblico, Sara, moglie di Abramo, ha un ruolo parlante e agisce come voce della ragione.
  45. Gary Commins, “Woody Allen’s Theological Imagination,” Theology Today 44:2 (1987): 247-48.
  46. Mentre il patriarca biblico Abramo è noto per aver protestato contro la distruzione degli innocenti da parte di Dio a Sodoma e Gomorra, in generale la tradizione ha considerato inappropriata la protesta contro la propria sofferenza personale o comunitaria. Innanzitutto la sofferenza era intesa come punizione per il peccato; di conseguenza, erano necessarie l'introspezione e la correzione, non la protesta contro Dio. Ciò spiega perché gli interpreti tradizionali di Giobbe, come discusso sopra, descrivevano Giobbe come un peccatore che meritava la sua punizione piuttosto che come una vittima innocente di una divinità insensibile o capricciosa.
  47. Allen, “Am I Reading the Papers Correctly,” A27.
  48. Richard A. Blake, Woody Allen: Profane and Sacred (Lanham: Scarecrow Press, 1995), ix.
  49. Citato in Yacowar, Loser Take All, 212. L'intervista originale con Frank Rich fu pubblicata come “Woody Allen Wipes the Smile of His Face,” Esquire (May 1977): 72-76, 148-49. In una successiva intervista del 1979 con Rich, Allen ribadì il suo impegno verso questa posizione. Cfr. “An Interview with Woody,” Time (30 April 1979): 68-69 e rist. in Woody Allen: Interviews (curr. R. E. Kaspis e K. Cobentz; Jackson: University Press of Mississippi, 2006), 43-48.
  50. Mark. T. Conrad, “God, Suicide, and the Meaning of Life in the Films of Woody Allen,” in Woody Allen and Philosophy (You Mean My Whole Fallacy is Wrong?) (curr. M. T. Conrad e A. J. Skoble; Chicago: Open Court, 2004), 8.
  51. Reisch, “Woody Allen: American Prose Humorist,” 73.
  52. A differenza di Conrad, Ian Jarvie suggerisce che il fatto che Allen continui a produrre arte lo rende un “ottimista pragmatico”, poiché afferma il suo ottimismo attraverso l’azione. Cfr. Jarvie, “Arguing Interpretation: The Pragmatic Optimism of Woody Allen”, in Conrad e Skoble, Woody Allen and Philosophy, 48.
  53. Elie Wiesel, “Job our Contemporary,” in Wiesel, Messengers of God (New York: Random House, 1975), 187-208. Il libro è tradotto dalla prima edizione in francese: Célébration biblique: Portraits et legends (Parigi: Editions Du Seuil, 1975). Su Wiesel, come anche su Primo Levi, si veda il mio wikilibro: Shoah e identità ebraica.
  54. Ibid., 233.
  55. Ibid., 233-34.
  56. Irving Greenberg, “The Third Great Cycle in Jewish History,” Perspectives (September 1981): 25. Per un'ulteriore discussione, cfr. Steven T. Katz, Historicism, the Holocaust, and Zionism (New York: NYU Press, 1993). Si veda specialmente il cap. 9, “‘Voluntary Covenant’: Irving Greenberg on Faith after the Holocaust.”
  57. Citato in Maurice Friedman, Martin Buber’s Life and Work: The Latter Years, 1945-65 (Detroit: Wayne State University Press, 1988), 147.
  58. Ibid.