Poesie (Palazzeschi)/Habel Nasshab

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Si tratta di un componimento della raccolta Poemi (1909). Legata ad altre poesie da una trama (vedi La fontana malata), descrive la storia di tre figure (Aldo, Nasshab e Vittoria), che si trovano insieme in una villa diroccata. Si tratta di un castello delle meraviglie nel quale l'io poetico e il lettore ritrovano mille misteri da esplorare. Questo componimento descrive una figura sbarazzina ed enigmatica chiamata Habel, una persona che accompagna l'io poetico in questa villa.

Dati essenziali
Titolo Habel Nasshab oppure Habel Nassab (a seconda delle edizioni)
Anno 1909
Raccolta originale Poemi; sezione Le mie ore
Metro Verso libero per la prima strofa, utilizzata anche a mo' di ritornello. Altrimenti, uso del trisillabo, senario e delle loro misure multiple come nei poemi d'esordio.

Dopo la descrizione del personaggio, si nota come l'io poetico decide improvvisamente di lasciare il suo compagno, di staccarsi da Habel. Questo fatto stupisce, dato che Habel viene comunque indicato come importante figura di riferimento, come persona amata. In seguito, il dolore di Habel convince il protagonista a cambiare idea e a restare.[1] La lente, figura importante della produzione dell'artista fiorentino, è rappresentata dagli occhi di Habel. Consente al protagonista e al lettore di scrutare nell'anima della figura che si trova di fronte a lui.

Vengono di solito proposte due letture del componimento, non necessariamente inconciliabili tra di loro.

  • Habel il fratello, l'Abele: Davanti a sé, il poeta trova un essere simile, come un fratello con cui è abituato a stare insieme. Si può abbracciare questa tesi ricordando che il nome di Habel è conducibile alla storia biblica di Abele e Caino, laddove la parte di Caino, il più forte tra i due, sarebbe quella dell’io poetico. L’identificazione tra i due spiegherebbe il grande amore dell’io per la figura di Habel. È un altro io, un cosiddetto alter ego.
  • Habel il bello: È possibile, forse più plausibile, vedere Habel come oggetto dell’erotismo omosessuale. In questi anni (1908), Palazzeschi aveva scritto anche un breve romanzo: : riflessi - romanzo liberty, in cui il protagonista, il principe Valentino, aveva una macchia che nessuna acqua può lavare. Dopo la morte dello scrittore toscano, avvenuta appena nel 1974, pubblicazioni più recenti come quella di hanno del resto ricordato l'importanza del tema della sessualità, nella produzione di Palazzeschi.[2] Il risvolto sociale dell'omosessualità doveva all'epoca inesorabilmente portare alla possibilità di un isolamento.[3]

La poesia, che si scosta da altre più vecchie per uno spiccato dinamismo temporale (catena di eventi in successione) testimonia - insieme ad altre di questa raccolta - la rinuncia di Palazzeschi all'uso incondizionato del rigido schema trisillabico per inaugurare invece una stagione in cui il poeta pratica il verso libero. Ciononostante, in questo componimento il metro libero si limita all'inizio della poesia: a partire dal terzo verso, ritorna infatti lo schema ternario tipico del periodo crepuscolare come si era riscontrato nei primi due libri di poesie.

Note[modifica]

  1. Si tratta in fondo di una successione di avvenimenti piuttosto banali; d'altro canto, lo stesso Marinetti sosteneva che Palazzeschi fosse in grado di produrre una poesia di effetto sorprendente nonostante i continui riferimenti a quello che secondo i futuristi era il peggio della tradizione letteraria.
  2. Vedi Giovannardi, in De Angelis (1996), pagina 12.
  3. Adamo, pagina 15.

Collegamenti esterni, testo[modifica]