Storia della filosofia/Ottocento

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L'Idealismo: la filosofia come totalità[modifica]

L'uso della scienza come razionalizzazione della società umana per l'idealismo tedesco si attua con Hegel concependo tutto il corso della storia culminante nella filosofia. La filosofia, dice Hegel, è la «considerazione pensante degli oggetti»[1] che invece di esaminare isolatamente gli oggetti della conoscenza con gli strumenti analitici dell'intelletto, come fanno le scienze naturali, li studia come momenti dialettici della realtà totale. La verità è nell'intero, nella totalità e la filosofia come sapere di questa totalità è la meta finale dello Spirito[2] che tramite essa diviene cosciente della sua identità con il tutto.[3]

L'eredità romantica dell'aspirazione all'infinito si ritrova nella filosofia idealistica di Fichte, Schelling ed Hegel con una nuova visione della realtà che da fattuale diviene attuale. La filosofia, per Fichte, ci fa comprendere come la realtà fattuale non si esaurisca dogmaticamente in sé stessa, ma piuttosto «rimanda all'atto che lo pone». Questo atto originario, o Io puro, in quanto è appunto attività, non può essere mai oggettivato, cioè ridotto a semplice oggetto di conoscenza filosofica: esso si esperisce progressivamente nella pratica, al di là della teoria. La filosofia è quindi semmai il suo limite negativo: «il vivere è non-filosofare; e il filosofare è non-vivere».[4]

Per Hegel invece, che rovesciò la prospettiva criticista, la filosofia esaurisce in sé tutta la realtà, diventando fine a sé stessa. Essa non rimanda più a qualcos'altro, non apre al mondo o all'esperienza, ma la chiude. «La nottola di Minerva si alza in volo sul far della sera», dice Hegel, nel senso che la filosofia, simboleggiata dalla civetta, consiste nel riflettere su quel che è già avvenuto, quando il soggetto sarà confermato nella sua realtà dall'oggetto e questo esisterà come tale perché c'è un soggetto che lo considera e lo interpreta. Ogni filosofia a priori che voglia anticipare la realtà o fungerle da avvio è perciò da lui giudicata astratta e irrazionale, perché non giustificata, e avrebbe valore soltanto nell'ottica della storia della filosofia come un momento di autoriflessione dello Spirito.

Il Positivismo: la filosofia come unificazione del sapere[modifica]

Lo sviluppo della varie scienze nel XIX secolo nei più svariati settori faceva nascere l'esigenza, già presente nell'idealismo, di una concezione unificante, di un sapere del sapere che è appunto il compito che il positivismo, caratterizzato dalla fiducia nel progresso scientifico e dal tentativo di applicare il metodo scientifico a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana, assegna alla filosofia.

Per Auguste Comte la filosofia è «lo studio delle generalità scientifiche che deve definire esattamente lo spirito di ciascuna scienza, scoprire le relazioni e i concatenazioni fra le scienze, riassumere possibilmente tutti i loro principi propri nel minor numero di principi comuni».[5]

Così anche per Spencer la filosofia è «conoscenza completamente unificata».[6]

La critica della filosofia come sistema[modifica]

Durante il periodo post-idealista nel XIX secolo l'idea metafisica di un sistema filosofico, unificatore di tutto il sapere, si scontra con i numerosi fattori di dissolvimento di un astratto ideale di un sapere globale in grado di realizzare, come pensava Platone, «l'uso del sapere a vantaggio dell'uomo».[7]

La filosofia ora non deve più, come nel Medioevo e nell'età moderna difendere il suo ruolo e la sua egemonia nei confronti di altri saperi, ma deve confrontarsi con nuove forze che ne mettono in discussione la sua caratteristica essenziale e che nello stesso tempo rinnovano la sua funzione. Infatti, dalla filosofia si separano incrementalmente discipline come la psicologia e la logica, che a loro volta pretendono una funzione come "filosofia prima", volta a fondare e unificare il sapere. Da un lato si notano tendenze (in parte neo-aristoteliche) verso l'empirismo e la naturalizzazione, dall'altro una progressiva matematizzazione e astrattismo formale. Queste due tendenze sono compresenti anche nell'opera di Friedrich Adolf Trendelenburg, che ha contribuito sia ad una rinascita Aristotelica (evidente ad esempio nel suo studente Franz Brentano) che ad un rinnovato interesse in Leibniz[8] (che ispirò Gottlob Frege e Ernst Schröder).

La filosofia che era nata non come una semplice intuizione o impressione soggettiva ma come una disciplina deduttiva e razionale che voleva dimostrare con argomenti logici quello che ipotizzava, ora viene messa in discussione dagli stessi filosofi con una critica radicale della ragione: la razionalità assoluta dell'idealismo viene messa in discussione dalla stessa ragione.

Le critiche alla filosofia hegeliana da parte di Arthur Schopenhauer e degli studenti di Trendelenburg come Søren Kierkegaard, Karl Marx e Franz Brentano fanno sì che la filosofia non sia più in grado di stabilire i suoi propri confini tradizionali e assuma il ruolo, più che di astratta speculazione metafisica, di riflessione concreta sulla condizione umana e sulla coscienza sia individuale che sociale.

Certo Schopenhauer conserva la definizione di filosofia come espressione concettuale dell'esperienza[9] ma allo Spirito hegeliano, che in quanto pensiero autocosciente e razionale informa di sé tutta la totalità dell'Ente, egli sostituisce la volontà di vivere, una sorta di istinto irrazionale che affligge l'uomo e ne causa i patimenti, fino a che egli non riesca, attraverso l'arte, l'etica e l'ascesi, a liberarsene.

Per Kierkegaard la filosofia hegeliana è la filosofia del vuoto, del vacuo e dell'astratto, basata su definizioni dell'essere che non servono a risolvere la problematicità dell'esistere, che è evidenziata particolarmente dal rapporto, conciliabile, ma non certo, fra ragione e fede.

Marx basa il suo discorso politico sulla dialettica hegeliana ma prevede una fine della filosofia in una futura società comunista dove avverrà l'attuazione dello spirito assoluto hegeliano nella concreta e reale liberazione dell'uomo dall'oppressione del sistema capitalista.[10] La filosofia in questo senso appare essere un gradino di un percorso di liberazione che vede in ogni caso primeggiare il soggetto pratico dell'azione sul "filosofo" come intellettuale puro, troppo portato a perdersi nell'astrattezza delle sue riflessioni e a farsi condizionare dal potere.

Note[modifica]

  1. Hegel, Enciclopedia par.2
  2. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione
  3. Hegel, Enciclopedia par. 574
  4. Fichte, La dottrina della religione, a cura di G. Moretto, Guida, Napoli 1989, p. 192.
  5. Comte, Corso di filosofia positiva, Lezione I
  6. Spencer,Primi principi, par.37
  7. Platone,Eutidemo, 288e sgg.
  8. Vedi Adolf Trendelenburg, "Uber Leibnizens Entwurf einer allgemeinen Characteristic" in Historische Beiträge zur Philosophie, vol. 3, Berlino, 1867, pp. 1-47.
  9. Schopenhauer, Mondo, vol.I, par.15
  10. Marx,Per la critica dell'economia politica, 3º manoscritto