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Storia della filosofia/Ottocento

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Storia della filosofia

Contesto storico

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L'età napoleonica

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Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Età napoleonica.
Andrea Appiani, ritratto di Napoleone, 1805

Napoleone Bonaparte è la figura chiave nella storia europea a cavallo tra Sette e Ottocento. Nel 1793 è il più giovane generale della rivoluzione francese e nel 1796 è incaricato di guidare l'esercito francese nella campagna d'Italia. Ottiene subito dei successi, che portano nel 1797 alla pace di Campoformio: l'Austria ha il controllo della Repubblica di Venezia, ma in cambio riconosce la Repubblica Cisalpina nel Nord Italia, una delle repubbliche sorelle, cioè le repubbliche satelliti della Francia rivoluzionaria. In seguito, i francesi fondano anche la Repubblica Svizzera, la Repubblica Ligure, la Repubblica Romana e la Repubblica Partenopea.[1] Dopo i successi della campagna d'Egitto (1798-1799), Napoleone torna in patria e, con un colpo di Stato, rovescia il Direttorio e trasferisce i poteri a un Consolato. Il nuovo corso politico viene approvato da un plebiscito e Napoleone viene eletto primo console.[2]

Il nuovo regime interviene su vari aspetti della vita civile francese, dall'istruzione alla burocrazia, dai rapporti con la Chiesa cattolica al nuovo Codice Civile. Infine, nel 1804 Napoleone viene incoronato imperatore: la Francia diventa così un impero. Nel frattempo sconfigge i paesi europei riuniti in funzione anti-francese: nel 1805 Napoleone entra a Vienna, viene sconfitto dalla flotta britannica a Trafalgar ma ottiene una brillante vittoria ad Austerlitz. Nel 1806 dichiara il blocco continentale, che proibisce alle navi britanniche di attraccare nei porti dell'impero francese, divieto poi esteso ai paesi alleati: lo scopo è isolare l'Inghilterra, la maggiore potenza marittima dell'epoca.[3] Grazie a una serie di trionfi e di acquisizioni territoriali, infatti, in pochi anni gran parte dell'Europa è sotto l'influenza della Francia. L'impero stringe alleanze con la Russia, la Prussia, l'Austria (nel 1810 Napoleone sposa Maria Luisa d'Asburgo-Lorena) e la Svezia (governata dal generale francese Bernadotte).[4]

La crisi economica in Russia porta però lo zar Alessandro I a uscire dal blocco continentale, favorendo i commerci con l'Inghilterra. Nel 1812 Napoleone invade la Russia, ma la spedizione è un fallimento. Il suo esercito raggiunge Mosca, ma viene poi inseguito dai russi e decimato dalla fame, dal freddo e dalle malattie; l'imperatore è costretto a tornare a Parigi.[5] Dopo la disfatta, molti paesi si sollevano contro Napoleone. Il sistema napoleonico viene messo in crisi: nel 1814 gli alleati entrano a Parigi e depongono l'imperatore, che viene esiliato sull'Elba.[6]

La Restaurazione e i moti nazionali

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Per approfondire su Wikipedia, vedi le voci Congresso di Vienna e Moti rivoluzionari.
Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830

Con l'esilio di Napoleone nel 1814, le potenze europee si riuniscono nel Congresso di Vienna allo scopo di ripristinare l'Ancien Régime dopo gli sconvolgimenti dovuti alla rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche. Le decisioni vengono prese in base al principio di legittimità: sul trono devono tornare le dinastie legittime, spodestate dalla rivoluzione o da Napoleone. In Francia tornano al potere i Borbone, con il re Luigi XVIII, e i confini del paese vengono riportati a quelli precedenti a Napoleone. Il Sacro Romano Impero viene sostituito dalla Confederazione germanica, composta da 38 stati. Anche il panorama politico italiano viene sconvolto, mentre potenze come la Prussia, l'Austria e la Russia annettono nuovi territori. Napoleone, allo scopo di annullare l'assetto europeo stabilito a Vienna, nel 1815 fugge dall'Elba e torna in patria per riprendere il potere, ma il suo esercito viene annientato a Waterloo.[7]

Le potenze riunite a Vienna non prendono però in considerazione le aspirazioni dei singoli popoli, nei quali si erano ormai diffusi princìpi di nazionalità e autodeterminazione. Al Congresso di Vienna seguono dure repressioni, che provocano malumore nelle popolazioni. I primi moti rivoluzionari si hanno negli anni 1820-1821: a partire dalla Spagna, i moti si propagano a Napoli, Palermo e in Piemonte, e insurrezioni si verificano anche in Grecia e nell'impero russo. L'ordine viene però ripristinato con dure repressioni.[8]

La crisi economica del 1846-1848 porta a nuove insurrezioni. Inizia così una serie di profonde trasformazioni, che portano all'affermazione in Europa di vari stati nazionali. Si compiono l'unificazione dell'Italia e della Germania, mentre l'Austria è costretta a concedere l'autonomia all'Ungheria, che diventa un regno a sé, unito all'impero nella figura dell'imperatore. L'Impero ottomano, indebolito, non riesce a limitare la disgregazione dovuta alle spinte nazionaliste nei Balcani. La Russia, invece, riesce a ritardare il declino attuando misure repressive.[9]

In Francia, i moti del 1848 portano all'abdicazione del re Luigi Filippo e alla nascita della seconda repubblica. Alla fine dell'anno Luigi Napoleone Bonaparte, nipote dell'ex imperatore, viene eletto presidente. Da subito ricorre a mezzi anti-parlamentari per mettere a tacere le opposizioni e nel 1851 attua un colpo di stato, che lo porta a diventare imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III.[10] Con la guerra franco prussiana (1870-1871), il secondo impero crolla nasce la terza repubblica.[11]

Intanto, nel Nord America, gli Stati Uniti si espandono verso ovest e conoscono un significativo aumento della popolazione, grazie all'afflusso di immigrati dall'Europa (in particolare tedeschi, irlandesi e scandinavi). Si creano però tensioni tra gli stati del Nord (con un'economia industriale) e quelli del Sud (dove prevalgono i latifondisti cotonieri). Il Nord propone l'abolizione della schiavitù, ma il Sud teme così di perdere la forza lavoro che gli garantisce il monopolio nella produzione di cotone. Nel 1861, undici stati del Sud fondano gli Stati Confederati d'America. Scoppia così la guerra di secessione (1861-1865), che provoca gravi perdite e termina con la vittoria degli stati del Nord, salvaguardando così l'unità degli USA.[12]

L'età dell'imperialismo

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Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Belle Époque.
Ritratto della regina Vittoria come imperatrice d'India, 1887

Nell'ultima parte del secolo le potenze europee portano avanti politiche imperialistiche e combattono tra di loro per il controllo delle colonie.[13] La Gran Bretagna rafforza ed espande il suo impero in Africa e in Asia, rende sicure le vie commerciali e apre nuovi mercati.[14] Anche la Francia fonda un suo impero coloniale, che comprende vasti territori dell'Africa nord-occidentale, il Magadascar, Rèunion e l'Indocina.[15] Ragioni economiche e di politica internazionale spingono la Germania a seguire obiettivi coloniali in Africa,[16] mentre la Russia si espande in Asia, entrando in conflitto con il Giappone (guerra russo-giapponese del 1904-1905).[17] L'Italia, con i governi della Sinistra storica, crea colonie in Libia, Eritrea e Somalia.[18]

Paesi industrializzati come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Giappone conoscono una rapida ascesa economica; a partire dagli anni ottanta la rivoluzione industriale si diffonde anche in Italia e Russia. È un periodo di progressi tecnici e scientifici, durante il quale si evolvono i metodi di produzione, si scoprono nuove fonti di energia, migliorano i trasporti e le comunicazioni, la medicina compie importanti progressi.[13] L'industrializzazione porta a trasformazioni sociali: si forma una classe operaia, composta da lavoratori che lasciano le campagne per trasferirsi in città e lavorare nelle fabbriche. Progressivamente, gli operai acquisiscono una propria coscienza di classe: le classi lavoratrici si organizzano in sindacati e nascono movimenti politici.[19]

L'Idealismo: la filosofia come totalità

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L'uso della scienza come razionalizzazione della società umana per l'idealismo tedesco si attua con Hegel concependo tutto il corso della storia culminante nella filosofia. La filosofia, dice Hegel, è la «considerazione pensante degli oggetti»[20] che invece di esaminare isolatamente gli oggetti della conoscenza con gli strumenti analitici dell'intelletto, come fanno le scienze naturali, li studia come momenti dialettici della realtà totale. La verità è nell'intero, nella totalità e la filosofia come sapere di questa totalità è la meta finale dello Spirito[21] che tramite essa diviene cosciente della sua identità con il tutto.[22]

L'eredità romantica dell'aspirazione all'infinito si ritrova nella filosofia idealistica di Fichte, Schelling ed Hegel con una nuova visione della realtà che da fattuale diviene attuale. La filosofia, per Fichte, ci fa comprendere come la realtà fattuale non si esaurisca dogmaticamente in sé stessa, ma piuttosto «rimanda all'atto che lo pone». Questo atto originario, o Io puro, in quanto è appunto attività, non può essere mai oggettivato, cioè ridotto a semplice oggetto di conoscenza filosofica: esso si esperisce progressivamente nella pratica, al di là della teoria. La filosofia è quindi semmai il suo limite negativo: «il vivere è non-filosofare; e il filosofare è non-vivere».[23]

Per Hegel invece, che rovesciò la prospettiva criticista, la filosofia esaurisce in sé tutta la realtà, diventando fine a sé stessa. Essa non rimanda più a qualcos'altro, non apre al mondo o all'esperienza, ma la chiude. «La nottola di Minerva si alza in volo sul far della sera», dice Hegel, nel senso che la filosofia, simboleggiata dalla civetta, consiste nel riflettere su quel che è già avvenuto, quando il soggetto sarà confermato nella sua realtà dall'oggetto e questo esisterà come tale perché c'è un soggetto che lo considera e lo interpreta. Ogni filosofia a priori che voglia anticipare la realtà o fungerle da avvio è perciò da lui giudicata astratta e irrazionale, perché non giustificata, e avrebbe valore soltanto nell'ottica della storia della filosofia come un momento di autoriflessione dello Spirito.

Il Positivismo: la filosofia come unificazione del sapere

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Lo sviluppo della varie scienze nel XIX secolo nei più svariati settori faceva nascere l'esigenza, già presente nell'idealismo, di una concezione unificante, di un sapere del sapere che è appunto il compito che il positivismo, caratterizzato dalla fiducia nel progresso scientifico e dal tentativo di applicare il metodo scientifico a tutte le sfere della conoscenza e della vita umana, assegna alla filosofia.

Per Auguste Comte la filosofia è «lo studio delle generalità scientifiche che deve definire esattamente lo spirito di ciascuna scienza, scoprire le relazioni e i concatenazioni fra le scienze, riassumere possibilmente tutti i loro principi propri nel minor numero di principi comuni».[24]

Così anche per Spencer la filosofia è «conoscenza completamente unificata».[25]

La critica della filosofia come sistema

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Durante il periodo post-idealista nel XIX secolo l'idea metafisica di un sistema filosofico, unificatore di tutto il sapere, si scontra con i numerosi fattori di dissolvimento di un astratto ideale di un sapere globale in grado di realizzare, come pensava Platone, «l'uso del sapere a vantaggio dell'uomo».[26]

La filosofia ora non deve più, come nel Medioevo e nell'età moderna difendere il suo ruolo e la sua egemonia nei confronti di altri saperi, ma deve confrontarsi con nuove forze che ne mettono in discussione la sua caratteristica essenziale e che nello stesso tempo rinnovano la sua funzione. Infatti, dalla filosofia si separano incrementalmente discipline come la psicologia e la logica, che a loro volta pretendono una funzione come "filosofia prima", volta a fondare e unificare il sapere. Da un lato si notano tendenze (in parte neo-aristoteliche) verso l'empirismo e la naturalizzazione, dall'altro una progressiva matematizzazione e astrattismo formale. Queste due tendenze sono compresenti anche nell'opera di Friedrich Adolf Trendelenburg, che ha contribuito sia ad una rinascita Aristotelica (evidente ad esempio nel suo studente Franz Brentano) che ad un rinnovato interesse in Leibniz[27] (che ispirò Gottlob Frege e Ernst Schröder).

La filosofia che era nata non come una semplice intuizione o impressione soggettiva ma come una disciplina deduttiva e razionale che voleva dimostrare con argomenti logici quello che ipotizzava, ora viene messa in discussione dagli stessi filosofi con una critica radicale della ragione: la razionalità assoluta dell'idealismo viene messa in discussione dalla stessa ragione.

Le critiche alla filosofia hegeliana da parte di Arthur Schopenhauer e degli studenti di Trendelenburg come Søren Kierkegaard, Karl Marx e Franz Brentano fanno sì che la filosofia non sia più in grado di stabilire i suoi propri confini tradizionali e assuma il ruolo, più che di astratta speculazione metafisica, di riflessione concreta sulla condizione umana e sulla coscienza sia individuale che sociale.

Certo Schopenhauer conserva la definizione di filosofia come espressione concettuale dell'esperienza[28] ma allo Spirito hegeliano, che in quanto pensiero autocosciente e razionale informa di sé tutta la totalità dell'Ente, egli sostituisce la volontà di vivere, una sorta di istinto irrazionale che affligge l'uomo e ne causa i patimenti, fino a che egli non riesca, attraverso l'arte, l'etica e l'ascesi, a liberarsene.

Per Kierkegaard la filosofia hegeliana è la filosofia del vuoto, del vacuo e dell'astratto, basata su definizioni dell'essere che non servono a risolvere la problematicità dell'esistere, che è evidenziata particolarmente dal rapporto, conciliabile, ma non certo, fra ragione e fede.

Marx basa il suo discorso politico sulla dialettica hegeliana ma prevede una fine della filosofia in una futura società comunista dove avverrà l'attuazione dello spirito assoluto hegeliano nella concreta e reale liberazione dell'uomo dall'oppressione del sistema capitalista.[29] La filosofia in questo senso appare essere un gradino di un percorso di liberazione che vede in ogni caso primeggiare il soggetto pratico dell'azione sul "filosofo" come intellettuale puro, troppo portato a perdersi nell'astrattezza delle sue riflessioni e a farsi condizionare dal potere.

  1. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 311.
  2. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 315.
  3. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 313.
  4. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 362-363.
  5. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 325.
  6. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 327.
  7. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 368-369.
  8. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 370-371.
  9. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 376-377.
  10. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 349.
  11. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 355.
  12. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 389.
  13. 13,0 13,1 Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 395.
  14. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 401.
  15. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 405.
  16. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 407.
  17. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 411.
  18. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 413.
  19. Atlante storico, collana Le Garzantine, Milano, Garzanti, 2011, p. 396.
  20. Hegel, Enciclopedia par.2
  21. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione
  22. Hegel, Enciclopedia par. 574
  23. Fichte, La dottrina della religione, a cura di G. Moretto, Guida, Napoli 1989, p. 192.
  24. Comte, Corso di filosofia positiva, Lezione I
  25. Spencer,Primi principi, par.37
  26. Platone,Eutidemo, 288e sgg.
  27. Vedi Adolf Trendelenburg, "Uber Leibnizens Entwurf einer allgemeinen Characteristic" in Historische Beiträge zur Philosophie, vol. 3, Berlino, 1867, pp. 1-47.
  28. Schopenhauer, Mondo, vol.I, par.15
  29. Marx,Per la critica dell'economia politica, 3º manoscritto