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Storia della filosofia/Pensiero sociologico

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Indice del libro

La sociologia come disciplina sorse con il pensiero illuminista, subito dopo la rivoluzione francese, intesa come scienza della società. La sua origine avvenne in risposta alle questioni poste da fenomeni come la modernità, il capitalismo, l'urbanizzazione, la secolarizzazione, la colonizzazione e l'imperialismo.[1]

Durante le sue prime fasi, fino alla fine del XIX secolo, la sociologia si è interessata in particolare all'emergere dei moderni stati nazionali e delle loro istituzioni costituenti. Tuttavia l'analisi sociale, in senso ampio, ha preso le mosse a partire dalla riflessione di filosofi precedenti alla nascita della sociologia stessa.

Il termine sociologie fu coniato per la prima volta dal saggista francese Emmanuel Joseph Sieyès (1773-1799),[2][3] derivato dal latino socius, "compagno", unito al suffisso -logia, "studio di" (a sua volta derivato dal greco λόγος, "conoscenza").[4] Nel 1838, il francese Auguste Comte diede infine della sociologia la definizione che conosciamo oggi;[4] Comte aveva precedentemente definito le sue ricerche come "fisica sociale".

L'Illuminismo, il positivismo e la definizione della sociologia[modifica]

Henri de Saint-Simon[modifica]

Henri de Saint-Simon

Nel 1813 Henri de Saint-Simon pubblicò Fisiologia sociale, in cui sostenne che gli scienziati avrebbero potuto formare un'assemblea internazionale in grado di influenzare il corso della società, orientandola verso il progresso. Sostenne infatti che gli scienziati avrebbero potuto distogliere i gruppi umani dalla guerra e dai conflitti, concentrando la loro attenzione sul miglioramento generale delle condizioni di vita delle società. Così facendo, più culture e società si sarebbero riunite, prevenendo futuri conflitti. Saint-Simon riprese dall'Illuminismo l'idea di fede nella scienza e la declinò perché avesse un uso pratico per la società. La sua idea principale era che l'industrializzazione avrebbe creato una svolta nella storia. La società stava affrontando un cambiamento cruciale e il nuovo percorso avrebbe potuto fornire la base per risolvere tutti gli antichi problemi della società. Era più interessato alla partecipazione dell'uomo alla forza lavoro piuttosto che quale forza lavoro sarebbe stata scelta dall'uomo. Il suo slogan divenne "Tutti gli uomini devono lavorare", a cui il comunismo avrebbe aggiunto "ciascuno secondo le sue capacità".[5]

Auguste Comte[modifica]

Auguste Comte

Influenzato dall'opera di Saint-Simon, Auguste Comte sperava di unificare tutti gli studi sull'umanità attraverso la comprensione scientifica della società. Il suo era lo schema sociologico tipico degli umanisti del XIX secolo: credeva che tutta la vita umana passasse attraverso fasi storiche distinte e che, se si fosse potuto cogliere questo progresso, si sarebbe potuto trovare i rimedi per i mali della società. La sociologia doveva essere la "scienza regina": tutte le scienze fisiche di base dovevano arrivare per prime, ma dovevano condurre alla scienza più difficile, quella che studiava la stessa società umana. Comte è quindi considerato il "padre della sociologia".[4]

Comte delineò la sua più ampia filosofia della scienza nel Corso di filosofia positiva (1830-1842 circa), mentre il suo Discorso sull'insieme del positivismo (1848) enfatizzò gli obiettivi particolari della sociologia. Il suo sistema si basava sull'idea che la conoscenza avvenisse in tre stati. Affermava infatti che qualsiasi tipo di conoscenza inizia sempre in forma teologica. Qui, la conoscenza può essere spiegata da un potere soprannaturale superiore, come gli spiriti o gli dèi. Si passa poi alla metafisica, dove la conoscenza è spiegata con speculazioni filosofiche astratte. Infine, la conoscenza diventa positiva dopo essere stata spiegata scientificamente attraverso l'osservazione, la sperimentazione e il confronto. L'ordine degli stati fu stabilito secondo un criterio di complessità crescente.[5] La descrizione che fa Comte dello sviluppo della società è parallela alla teoria della storia di Karl Marx, che vede il passaggio dal capitalismo al comunismo. I due furono entrambi influenzati dai pensatori socialisti utopistici dell'epoca, e concordarono sul fatto che una qualche forma di comunismo sarebbe stata il culmine dello sviluppo sociale.[5]

In seguito, Auguste Comte teorizzò una "religione dell'umanità", per dare alle società positiviste l'unità e la coesione che si ottenevano con il culto tradizionale. In questa nuova "religione", Comte si riferiva alla società come al "Grande Essere" e promuoveva un amore e un'armonia universali insegnati attraverso la sua teoria del sistema industriale.[5] Il sistema non avrebbe avuto successo, ma insieme al saggio Sull'origine delle specie di Darwin influenzò varie organizzazioni umaniste laiche del XIX secolo, soprattutto attraverso il lavoro di George Holyoake e Richard Congreve.

Marx e il materialismo storico[modifica]

Sia Comte sia Marx intendevano sviluppare una nuova ideologia scientifica sulla scia della secolarizzazione che avanzava in Europa. Marx, nel solco della tradizione hegeliana, rifiutò il metodo positivista e fu a sua volta respinto dagli autoproclamati sociologi del suo tempo. Tuttavia, nel tentativo di sviluppare una scienza globale della società, Marx fu comunque presto riconosciuto come uno dei fondatori della sociologia.

Negli anni trenta dell'Ottocento, Karl Marx era uno dei giovani hegeliani che a Berlino discutevano e scrivevano sull'eredità di Hegel. Sebbene all'inizio simpatizzasse per la strategia del gruppo di attaccare il cristianesimo allo scopo di minare l'establishment prussiano, in seguito approdò a idee diverse e ruppe con i giovani hegeliani, attaccando le loro opinioni in opere come L'ideologia tedesca. Assistere alle lotte dei lavoratori durante la rivoluzione industriale portò Marx a concludere che la base del potere dell'establishment non fosse la religione (o l'"ideale"), ma piuttosto la proprietà del capitale (o il "materiale"), quindi processi che impiegano tecnologie, terra, denaro e soprattutto forza lavoro umana per creare plusvalore.[6] Teorizzava quindi che il motore della storia e la struttura della società fossero fondamentalmente materiali piuttosto che ideali. Secondo Marx sia la produzione culturale sia il potere politico hanno creato ideologie che perpetuano l'oppressione della classe operaia e la concentrazione della ricchezza nella classe capitalista (cioè i proprietari dei mezzi di produzione). Marx predisse che la classe capitalista si sarebbe sentita obbligata a ridurre i salari o a sostituire i lavoratori con la tecnologia, il che alla fine avrebbe aumentato la ricchezza dei capitalisti. Tuttavia, poiché i lavoratori erano anche i principali consumatori dei beni prodotti, la riduzione dei loro salari si sarebbe tradotta in un inevitabile collasso del capitalismo come modo di produzione economica.[5]

Herbert Spencer[modifica]

Herbert Spencer (1820-1903) fu uno dei sociologi più famosi e influenti del XIX secolo. La prima riflessione sociologica di Spencer nacque come reazione a Comte e Marx; scrivendo prima e dopo la rivoluzione darwiniana in biologia, Spencer tentò di riformulare la disciplina in termini darwiniani. In effetti, i suoi primi scritti mostrano una teoria coerente dell'evoluzione generale, diversi anni prima che Darwin pubblicasse qualcosa sull'argomento.[7] Spencer pubblicò nel 1874 The Study of Sociology, che fu il primo libro ad avere il termine "sociologia" nel titolo. La sua influenza era così grande che influì su molti altri pensatori del XIX secolo, tra cui Émile Durkheim. La divisione del lavoro nella società ricostruita da Durkheim è in larga misura debitrice di Spencer, dalla cui sociologia Durkheim prese ampiamente in prestito.[8] Interessatosi anche alla biologia, Spencer coniò il termine "sopravvivenza del più adatto" per indicare il meccanismo di base attraverso cui si sono sviluppate le forme socio-culturali più efficaci.

Émile Durkheim[modifica]

Il lavoro di Émile Durkheim si preoccupò di come le società potessero mantenere la loro integrità e coerenza nella modernità, un'epoca in cui i legami sociali e religiosi tradizionali non erano più dati per scontati e in cui erano nate nuove istituzioni sociali. Il suo primo grande lavoro sociologico fu La divisione del lavoro sociale (1893); nel 1895 pubblicò Le regole del metodo sociologico e istituì il primo dipartimento europeo di sociologia, diventando il primo professore di sociologia in Francia. Nel 1898 fondò la rivista «L'Année Sociologique». La monografia fondamentale di Durkheim, Il suicidio (1897), uno studio sui tassi di suicidio nelle popolazioni cattoliche e protestanti, aprì la strada alla ricerca sociale moderna e servì a distinguere la scienza sociale dalla psicologia e dalla filosofia politica. in Le forme elementari della vita religiosa (1912) presentò poi una teoria della religione, mettendo a confronto le vite sociali e culturali delle società aborigene con quelle moderne. Durkheim si impegnò inoltre affinché la sociologia fosse riconosciuta come scienza legittima. Affinò le teorie positiviste di Comte, promuovendo quella che potrebbe essere considerata una forma di realismo epistemologico, così come l'uso del modello ipotetico-deduttivo nelle scienze sociali. Per lui, la sociologia era la scienza delle istituzioni e il suo scopo è quello di scoprire i fatti sociali strutturali. Durkheim fu uno dei principali fautori del funzionalismo strutturale, una prospettiva fondamentale sia in sociologia sia in antropologia. A suo avviso, la scienza sociale avrebbe dovuto essere puramente olistica, cioè la sociologia avrebbe dovuto studiare i fenomeni attribuiti alla società in generale, piuttosto che limitarsi alle azioni specifiche degli individui. Rimase una figura chiave nella vita intellettuale francese fino alla sua morte nel 1917, tenendo numerose conferenze e pubblicando opere su vari di argomenti, tra cui la sociologia della conoscenza, la moralità, la stratificazione sociale, la religione, il diritto, l'istruzione e la devianza. Da allora termini durkheimiani come "coscienza collettiva" sono entrati nel lessico popolare.[9]

Max Weber[modifica]

Max Weber, sociologo tedesco della modernizzazione e dell'organizzazione

Max Weber studiò l'azione sociale attraverso mezzi interpretativi (piuttosto che puramente empirici) basati sulla comprensione dello scopo e del significato che gli individui attribuiscono alle proprie azioni. A differenza di Durkheim, non credeva nelle spiegazioni che prevedevano un sola causa, ma ipotizzò che per qualsiasi risultato ci potessero essere molteplici cause.[10] La principale preoccupazione di Weber era comprendere i processi di razionalizzazione, secolarizzazione e "disincanto" che associava all'ascesa del capitalismo e della modernità.

Weber è anche noto per la sua tesi che combina sociologia economica e sociologia della religione, elaborata nel libro L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, in cui sosteneva che il protestantesimo fosse una delle principali cause associate all'ascesa nel mondo occidentale del capitalismo guidato dal mercato. Sosteneva che rilanciare il capitalismo fosse tra i principi fondamentali del protestantesimo: si può dire che lo spirito del capitalismo sia inerente ai valori religiosi protestanti. Contro il materialismo storico di Marx, Weber sottolineò l'importanza delle influenze culturali radicate nella religione come mezzo per comprendere la genesi del capitalismo.[11] L'Etica protestante costituì il primo passo delle più ampie indagini di Weber sulla religione. In un altro importante lavoro, La politica come vocazione, Weber definì lo stato come un'entità che rivendica con successo un "monopolio dell'uso legittimo della forza fisica all'interno di un dato territorio". Fu anche il primo a classificare l'autorità sociale in forme distinte, che definì carismatiche, tradizionali e razionali-legali. La sua analisi della burocrazia sottolineò che le istituzioni statali moderne sono sempre più basate sull'autorità razionale-legale.

Anche la moglie di Weber, Marianne Weber, divenne una sociologa e scrisse sui problemi delle donne. Fu autrice di Moglie e madre nello sviluppo della legge, in cui analizzava l'istituzione del matrimonio. La sua conclusione fu che il matrimonio è "una complessa e continua negoziazione sul potere e sull'intimità, in cui i soldi, il lavoro delle donne e la sessualità sono questioni fondamentali". Evidenziò inoltrecome il lavoro delle donne potesse essere utilizzato per "mappare e spiegare la costruzione e la riproduzione della persona sociale e del mondo sociale". Il lavoro umano crea prodotti culturali che vanno da piccoli valori quotidiani (come la pulizia e l'onestà) a fenomeni più grandi e astratti come la filosofia e il linguaggio.

Georg Simmel[modifica]

Georg Simmel appartenne alla prima generazione di sociologi tedeschi: il suo approccio neokantiano hagettò le basi per l'antipositivismo sociologico. Chiedendosi "Che cos'è la società?", in un'allusione diretta alla domanda di Kant "Che cos'è la natura?",[12] presentò analisi pionieristiche sull'individualità e sulla frammentazione sociale. Per Simmel, la cultura si riferiva all'"educazione degli individui attraverso l'azione di forme esterne che sono state oggettivate nel corso della storia". Simmel discusse i fenomeni sociali e culturali in termini di 'forme' e 'contenuti' con una relazione transitoria; la forma diventa contenuto, e viceversa, a seconda del contesto. In questo senso fu un precursore dello strutturalismo nelle scienze sociali. Con il suo lavoro sulla metropoli, Simmel fu un precursore della sociologia urbana, dell'interazionismo simbolico e dell'analisi delle reti sociali.[13][14] Le opere più famose di Simmel sono I problemi della filosofia della storia (1892), La filosofia del denaro (1900), La metropoli e la vita dello spirito (1903), Sociologia: indagine sulle forme di associazione (1908) e Domande fondamentali di sociologia (1917).

La sociologia come disciplina accademica[modifica]

L'istituzionalizzazione formale della sociologia come disciplina accademica iniziò quando Émile Durkheim fondò il primo dipartimento francese di sociologia presso l'Università di Bordeaux nel 1895. Nel 1896 fondò la rivista L'Année Sociologique. Un corso intitolato "sociologia" fu tenuto per la prima volta negli Stati Uniti nel 1875 da William Graham Sumner, il quale si rifaceva però al pensiero di Comte e Herbert Spencer piuttosto che al lavoro di Durkheim.[15]

George Herbert Mead, uno dei primi e più influenti sociologi americani

La sociologia americana nacque su una traiettoria indipendente rispetto alla sociologia europea. George Herbert Mead e Charles H. Cooley, all'Università di Chicago, influirono nello sviluppo dell'interazionismo simbolico e della psicologia sociale, mentre Lester Ward enfatizzò l'importanza centrale del metodo scientifico con la pubblicazione di Dynamic Sociology nel 1883.

L'Università di Chicago formò i principali sociologi dell'epoca. A quel tempo, il mondo accademico non si occupava di teoria, soprattutto non al punto in cui lo fa oggi. Molte persone erano ancora titubanti nei confronti della sociologia, soprattutto a causa delle recenti e controverse teorie di Weber e Marx. L'Università di Chicago decise di prendere una direzione completamente diversa e il suo dipartimento di sociologia rivolse l'attenzione all'individuo e promosse l'uguaglianza dei diritti. Albion Small era il capo del programma di sociologia presso l'Università di Chicago. Svolse un ruolo chiave nel portare i progressi sociologici tedeschi direttamente nella sociologia accademica americana. Small creò anche l'American Journal of Sociology.

Nel 1920 un dipartimento fu istituito in Polonia da Florian Znaniecki (1882–1958), nel 1918, insieme a William I. Thomas (uno dei primi laureati presso il Dipartimento di Sociologia dell'Università di Chicago) pubblicò Il contadino polacco in Europa e in America. Il saggio combinava la teoria sociologica con una ricerca esperienziale approfondita, avviando così la ricerca sociologica metodica nel suo complesso. Questo cambiò i metodi dei sociologi e permise loro di vedere nuovi modelli e collegare nuove teorie. Questa pubblicazione offrì anche ai sociologi un nuovo modo per fondare la loro ricerca e portarla a un nuovo livello.

Nel 1919 un dipartimento di sociologia fu fondato in Germania presso l'Università Ludwig Maximilian di Monaco da Max Weber. L'Istituto per la ricerca sociale presso l'Università di Francoforte, che in seguito sarebbe diventato la Scuola di Francoforte, nota per la sua teoria critica, fu fondata nel 1923. La teoria critica avrebbe assunto una sorta di vita propria dopo la seconda guerra mondiale, influenzando la teoria letteraria e la Scuola di Birmingham di studi culturali. I progressi dell'Università di Francoforte e la vicinanza all'istituto di ricerca in sociologia fecero della Germania un punto di riferimento per la sociologia dell'epoca. Qui si studiarono nuove prospettive sulle teorie di Marx e si approfondirono le opere di Weber e Freud. La maggior parte di questi studiosi sarebbe stata presto costretta a lasciare la Germania a causa del nazismo per trasferirsi in America. Negli Stati Uniti ebbero un'influenza significativa sulla ricerca sociale.[16]

Felix Weil, insieme a Max Horkheimer e Kurt Albert Gerlach, sviluppò l'Istituto di ricerca sociale dopo che fu fondato nel 1923. Il loro obiettivo era quello di creare un luogo in cui le persone potessero studiare la vita sociale nel suo insieme. Weil, Horkheimer e Gerlach volevano concentrarsi sulle interazioni tra economia, politica, questioni legali, nonché sulle interazioni accademiche nella comunità e nella società. La principale ricerca che fece conoscere l'istituto fu la rinascita del marxismo scientifico. Quando Gerlach si ammalò e dovette dimettersi dalla carica di direttore, Max Horkheimer prese il suo posto. Incoraggiò gli studenti dell'istituto a mettere in discussione tutto ciò che avevano studiato. Se gli studenti studiavano una teoria, non solo voleva che scoprissero da soli la sua verità, ma anche che scoprissero come e perché fosse vera e le teorie in relazione con la società. Il regime nazionalsocialista esiliò molti dei membri dell'Istituto di ricerca sociale. Con la guerra, l'istituto perdesse troppe persone e fu costretto a chiudere. Nel 1950 fu poi riaperto come istituto privato. Da questo punto in poi l'Istituto di ricerca sociale avrebbe avuto uno stretto collegamento con gli studi di sociologia negli Stati Uniti.

Dal positivismo all'antipositivismo[modifica]

L'approccio metodologico nei confronti della sociologia da parte dei primi teorici consisteva nel trattare la disciplina più o meno allo stesso modo delle scienze naturali. Si diede enfasi all'empirismo e al metodo scientifico per fornire un fondamento incontestabile a qualsiasi affermazione o scoperta sociologica e per distinguere la sociologia da campi meno empirici come la filosofia. Questa prospettiva, chiamata positivismo, fu sviluppata per la prima volta da Comte. Il positivismo si fonda sulla teoria secondo cui l’unica conoscenza vera e fattuale è la conoscenza scientifica. Comte aveva linee guida molto rigide affinché una teoria potesse essere considerata positiva. Pensava che la conoscenza autentica potesse derivare solo dalla conferma positiva delle teorie attraverso metodi rigorosi e continuamente testati. Émile Durkheim fu uno dei principali sostenitori della ricerca empirica teoricamente fondata, alla ricerca di correlazioni per rivelare leggi strutturali, o "fatti sociali". Durkheim dimostrò che i concetti attribuiti all’individuo erano in realtà socialmente determinati. Questi eventi riguardano cose come il suicidio, il crimine, l'indignazione morale, la personalità di una persona, il tempo, lo spazio e Dio. Mise in luce che la società ha un'influenza su tutti gli aspetti della persona, molto più di quanto si credesse in precedenza. Per lui la sociologia avrebbe potuto essere descritta come la “scienza delle istituzioni, della loro genesi e del loro funzionamento”.[17] Durkheim cercò di applicare le scoperte sociologiche a una riforma politica e della solidarietà sociale.

Le reazioni al positivismo iniziarono quando Hegel espresse opposizione sia all'empirismo, che rifiutò come acritico, sia al determinismo, che considerava eccessivamente meccanicistico.[18] La metodologia di Karl Marx riprese la dialettica di Hegel, ma anche il rifiuto del positivismo a favore dell'analisi critica, cercando di integrare l'acquisizione empirica dei "fatti" con l'eliminazione delle illusioni.[19] Sosteneva che le apparenze devono essere criticate piuttosto che semplicemente documentate. Marx cercò comunque di produrre una scienza della società fondata sul determinismo economico del materialismo storico. Altri filosofi, tra cui Wilhelm Dilthey (1833-1911) e Heinrich Rickert (1863-1936) sostenevano che il mondo naturale differiva dal mondo sociale a causa di quegli aspetti unici della società umana (significati, segni e così via) che informare le culture umane.

All’inizio del XX secolo la prima generazione di sociologi tedeschi introdusse formalmente l’antipositivismo metodologico: proposero che la ricerca si dovesse concentrare su norme culturali umane, valori, simboli e processi sociali visti da una prospettiva soggettiva. Max Weber sostenne che la sociologia potesse essere vagamente descritta come una "scienza" in quanto è in grado di identificare relazioni causali, specialmente tra tipi ideali o ipotetiche semplificazioni di fenomeni sociali complessi.[20] In quanto non positivista, tuttavia, cercava relazioni che non fossero "astoriche, invarianti o generalizzabili"[21] come quelle perseguite dagli scienziati naturali. Sia Weber che Simmel furono pionieri dell'approccio interpretativo nei confronti delle scienze sociali; un processo sistematico in cui un osservatore esterno tenta di relazionarsi con un particolare gruppo culturale, o popolo indigeno, alle proprie condizioni e dal proprio punto di vista. Attraverso il lavoro di Simmel, in particolare, la sociologia acquisì un carattere possibile che andava oltre la raccolta di dati positivisti o i grandi sistemi deterministici di legge strutturale. Relativamente isolato dall'accademia sociologica per tutta la sua vita, Simmel presentò analisi peculiari della modernità che ricordavano più gli scrittori fenomenologici ed esistenzialisti che le opere di Comte o Durkheim, prestando particolare attenzione alle forme e alle possibilità dell'individualità sociale.[22]

Il Novecento: funzionalismo, strutturalismo, teoria critica e globalizzazione[modifica]

La sociologia della prima metà del XX secolo[modifica]

All'inizio del XX secolo la sociologia si espanse negli Stati Uniti, con sviluppi sia nella macrosociologia, interessata all'evoluzione delle società, sia nella microsociologia, che si occupa delle interazioni sociali umane di tutti i giorni. Basandosi sulla psicologia sociale pragmatica di George Herbert Mead (1863-1931), di Herbert Blumer (1900-1987) e, più tardi, della scuola di Chicago, i sociologi svilupparono l’interazionismo simbolico.[23]

Negli anni venti György Lukács pubblicò Storia e coscienza di classe (1923), mentre numerose opere di Durkheim e Weber furono pubblicate postume. Nello stesso periodo membri della scuola di Francoforte, come Theodor W. Adorno (1903–1969) e Max Horkheimer (1895–1973), svilupparono la teoria critica, integrando elementi del materialismo storico marxista con le intuizioni di Weber, Freud e Gramsci.

Durante il periodo tra le due guerre, la sociologia fu minata dai governi totalitari per ragioni di apparente controllo politico. Dopo la rivoluzione russa, nell'Unione Sovietica la sociologia fu gradualmente “politicizzata, bolscevizzata e infine stalinizzata”, fino a quando non cessò praticamente di esistere.[24] Nello stesso periodo, tuttavia, la sociologia fu minata anche dalle università conservatrici dell'Occidente. Ciò era dovuto, in parte, alla percezione che la materia possedesse una tendenza intrinseca, attraverso i suoi stessi obiettivi e le sue competenze, al pensiero liberale o di sinistra. Dato che la materia era stata fondata dai funzionalisti strutturali, interessati alla coesione organica e alla solidarietà sociale, questa opinione era in qualche modo infondata (anche se era stato Parsons a introdurre Durkheim al pubblico americano, e la sua interpretazione è stata criticata per un latente conservatorismo).

A metà del XX secolo Robert K. Merton pubblicò Teoria e struttura sociale (1949). Alla fine degli anni sessanta la ricerca sociologica era sempre più utilizzata come strumento dai governi e dalle imprese di tutto il mondo. I sociologi svilupparono nuovi metodi di ricerca quantitativi e qualitativi. Paul Lazarsfeld fondò il Bureau of Applied Social Research della Columbia University, dove esercitò un'enorme influenza sulle tecniche e sull'organizzazione della ricerca sociale. I suoi numerosi contributi al metodo sociologico gli valsero il titolo di “fondatore della moderna sociologia empirica”.[25] Lazarsfeld fece grandi passi avanti nell'analisi delle indagini statistiche, nel metodo dei panel, nell'analisi della struttura latente e nell'analisi contestuale. È anche considerato un cofondatore della sociologia matematica.

Nel 1959, Erving Goffman pubblicò La vita quotidiana come rappresentazione e introdusse la teoria dell'analisi drammaturgica, secondo la quale tutti gli individui mirano a creare una specifica impressione di sé nella mente degli altri. C. Wright Mills presentò L'immaginazione sociologica, incoraggiando il discorso umanistico e il rifiuto dell'empirismo astratto e della grande teoria.

Strutturalismo, modernizzazione, teorie critiche e dei conflitti[modifica]

Lo strutturalismo si basa sull'idea che i fenomeni della vita umana non siano intelligibili se non attraverso le loro interrelazioni. Queste relazioni costituiscono una struttura e dietro le variazioni locali dei fenomeni di superficie ci sono leggi costanti di struttura astratta. Lo strutturalismo in Europa si sviluppò all'inizio del Novecento, principalmente in Francia e nell'impero russo, nella linguistica strutturale di Ferdinand de Saussure e nelle successive scuole di linguistica di Praga, Mosca e Copenaghen. Tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio degli anni sessanta, quando la linguistica strutturale, sotto le critiche di autori come Noam Chomsky, stava perdendo importanza, una serie di studiosi di scienze umane prese in prestito i concetti di Saussure per usarli nei rispettivi campi di studio. L'antropologo francese Claude Lévi-Strauss fu probabilmente il primo studioso del genere, suscitando un diffuso interesse per lo strutturalismo.[26]

La teoria della modernizzazione, invece, fu utilizzata per spiegare il processo di modernizzazione all'interno delle società. La modernizzazione si riferisce a un modello di transizione progressiva da una società "premoderna" o "tradizionale" a una società "moderna". La teoria ebbe origine dalle idee di Weber (1864-1920), che fornirono la base per il paradigma di modernizzazione sviluppato dal sociologo di Harvard Talcott Parsons (1902–1979). La teoria prende in considerazione i fattori interni di un paese, pur assumendo che con l'assistenza, i paesi "tradizionali" possano essere portati allo sviluppo nello stesso modo in cui lo sono stati i paesi più sviluppati. La teoria della modernizzazione era un paradigma dominante nelle scienze sociali negli anni cinquanta e sessanta, poi entrò in una profonda crisi. Tornò in auge dopo il 1991, ma rimase un modello controverso.[27]

In America Latina emerse la teoria della dipendenza, una teoria strutturalista secondo la quale gli stati poveri sono impoveriti e quelli ricchi arricchiti dal modo in cui gli stati poveri sono integrati nel "sistema mondiale". Questa teoria fu ufficialmente sviluppata alla fine degli anni sessanta, quando gli studiosi cercarono la radice del problema nella mancanza di sviluppo in America Latina.[28] La teoria era popolare negli anni sessanta e settanta come critica della teoria della modernizzazione, che stava cadendo sempre più in disgrazia a causa della continua povertà diffusa in gran parte del mondo. A quel tempo i presupposti delle teorie liberali dello sviluppo erano sotto attacco.[29] Fu utilizzata per spiegare le cause della sovraurbanizzazione (overurbanization), una teoria secondo cui i tassi di urbanizzazione hanno superato la crescita industriale in diversi paesi in via di sviluppo.[30] Influenzata dalla teoria della dipendenza, la teoria dei sistemi mondiali emerse come un approccio su macroscala alla storia del mondo e al cambiamento sociale che enfatizza il sistema mondiale (e non gli stati nazione) come unità primaria (ma non esclusiva) di analisi sociale.[31][32] Immanuel Wallerstein sviluppò la versione più nota dell'analisi dei sistemi del mondo, a partire dagli anni settanta.[33][34] Wallerstein tracciò l'ascesa dell'economia capitalista mondiale del "lungo" XVI secolo (1450–1640 circa). L'ascesa del capitalismo, a suo avviso, fu un risultato accidentale della prolungata crisi del feudalesimo (c. 1290-1450).[35] L'Europa (l'Occidente) usò i suoi vantaggi e ottenne il controllo su gran parte dell'economia mondiale e presiedette lo sviluppo e la diffusione dell'industrializzazione e dell'economia capitalista, determinando indirettamente uno sviluppo diseguale.[36][34]

Negli anni sessanta e settanta la cosiddetta teoria post-strutturalista e postmoderna, attingendo allo strutturalismo e alla fenomenologia tanto quanto alla scienza sociale classica, ebbe un impatto considerevole sull'indagine sociologica. Spesso il postmoderno è inteso semplicemente come lo stile culturale che segue il modernismo, caratterizzato da intertestualità, pastiche e ironia; le analisi sociologiche della postmodernità hanno però presentato un'era distinta relativa a (1) la dissoluzione delle grandi narrazioni (in particolare nel lavoro di Lyotard), e (2) il feticismo delle merci e il "rispecchiare" l'identità con il consumo nella società del tardo capitalismo (Debord; Baudrillard; Jameson).[37] Il postmodernismo è stato anche associato al rifiuto delle concezioni illuministiche del soggetto umano da pensatori come Michel Foucault, Claude Lévi-Strauss e, in misura minore, nel tentativo di Louis Althusser di conciliare il marxismo con l'antiumanesimo. La maggior parte dei teorici associati al movimento ha rifiutato attivamente l'etichetta, preferendo accettare la postmodernità come fenomeno storico piuttosto che come metodo di analisi. Ciononostante, continuano a emergere pezzi autoconsapevolmente postmoderni nell'ambito delle scienze sociali e politiche in generale.

Sociologia tra XX secolo e XXI secolo[modifica]

Zygmunt Bauman

Negli anni ottanta, i teorici al di fuori della Francia tendevano a concentrarsi sulla globalizzazione, la comunicazione e la riflessività in termini di una "seconda" fase della modernità, piuttosto che una nuova era distinta di per sé. Jürgen Habermas ha definito l'azione comunicativa come una reazione alle sfide del postmoderno, partendo sia dalla teoria critica che dal pragmatismo americano. Il sociologo tedesco Ulrich Beck ha pubblicato La società del rischio (1992), un resoconto del modo in cui è stato organizzato il moderno stato nazionale. In Gran Bretagna, Anthony Giddens si proponeva di conciliare le dicotomie teoriche ricorrenti attraverso la teoria della strutturazione. Durante gli anni novanta, Giddens si concentrò sulle sfide dell<nowiki>high modernism, nonché una nuova politica della "terza via" che avrebbe influenzato notevolmente il New Labour nel Regno Unito e l'amministrazione Clinton negli Stati Uniti. Il principale sociologo polacco, Zygmunt Bauman, scrisse ampiamente sui concetti di modernità e postmodernità, in particolare per quanto riguarda l'Olocausto e il consumismo come fenomeni storici.[38] Mentre Pierre Bourdieu ottenne un significativo plauso della critica per il suo continuo lavoro sul capitale culturale,[39] alcuni sociologi francesi, in particolare Jean Baudrillard e Michel Maffesoli, furono criticati per la percezione di offuscamento e relativismo.[40][41]

I teorici dei sistemi funzionalisti come Niklas Luhmann rimasero la corrente principale nella sociologia fino alla fine del secolo. Nel 1994, Robert K. Merton ha vinto la National Medal of Science per i suoi contributi alla sociologia della scienza.[42] La tradizione positivista è popolare ancora oggi, in particolare negli Stati Uniti.[43] Il ventesimo secolo ha visto miglioramenti alle metodologie quantitative impiegate in sociologia. Lo sviluppo di studi longitudinali che seguono la stessa popolazione nel corso di anni o decenni ha consentito ai ricercatori di studiare i fenomeni a lungo termine e ha aumentato la capacità dei ricercatori di inferire le causalità. L'aumento delle dimensioni dei set di dati prodotti dai nuovi metodi di indagine è stato seguito dall'invenzione di nuove tecniche statistiche per l'analisi di questi dati. L'analisi di questo tipo viene solitamente eseguita con pacchetti software statistici.

L' analisi delle reti sociali è un esempio di un nuovo paradigma nella tradizione positivista. L'influenza dell'analisi della rete sociale è pervasiva in molti sottocampi sociologici come la sociologia economica (per esempio il lavoro di J. Clyde Mitchell, Harrison White o Mark Granovetter), il comportamento organizzativo, la sociologia storica, la sociologia politica o la sociologia dell'educazione.

Il realismo critico è un approccio filosofico alla comprensione della scienza sviluppato da Roy Bhaskar (1944–2014). Combina una filosofia generale della scienza (realismo trascendentale) con una filosofia delle scienze sociali (naturalismo critico). Si oppone specificamente a forme di empirismo e positivismo considerando la scienza come interessata all'identificazione di meccanismi causali. Inoltre, nel contesto delle scienze sociali, sostiene che l'indagine scientifica può portare direttamente alla critica degli assetti e delle istituzioni sociali, in modo simile al lavoro di Karl Marx. Negli ultimi decenni del XX secolo si è anche opposto a varie forme di " postmodernismo ". È uno di una gamma di tipi di realismo filosofico, così come forme di realismo sostenute all'interno delle scienze sociali come il realismo analitico[44] e il realismo sottile.[45][46]

Note[modifica]

  1. Harriss, John. 2000. "The Second Great Transformation? Capitalism at the End of the Twentieth Century." In Poverty and Development in the 21st Century, edited by T. Allen and A. Thomas. Oxford: Oxford University Press. p. 325.
  2. Sieyès, Emmanuel-Joseph. 1999 [1773-1799]. Des Manuscrits de Sieyès, 1773-1799, edited by C. Fauré, J. Guilhaumou, J. Vallier, and F. Weil. Paris: Champion. 2745302604.
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