William Shakespeare/Tito Andronico

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William Shakespeare

Guida alle opere

CopertinaWilliam Shakespeare/Copertina
  1. Introduzione 50%.png
  2. Primi drammi storici
  3. Drammi eufuistici 00%.svg
  4. Poemi e sonetti 00%.svg
  5. Secondo ciclo storico 00%.svg
  6. Tragicommedie e commedie romantiche 00%.svg
  7. Drammi dialettici 00%.svg
  8. Grandi tragedie e drammi classici 00%.svg
  9. Commedie romanzesche 00%.svg
  10. L'ultimo dramma storico 00%.svg
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Tito Andronico (The Most Lamentable Roman Tragedy of Titus Andronicus) fu composta con molta probabilità tra il 1589 ed il 1593. Narra la storia di un immaginario generale romano che si vuole vendicare di Tamora, regina dei Goti. La prima edizione venne pubblicata nel First folio del 1594.

Inizialmente, come era tradizione in età elisabettiana, Shakespeare collaborò con altri alla stesura dei copioni per gli attori, nello stesso modo in cui oggi vengono realizzate le sceneggiature cinematografiche. La tragedia Tito Andronico (composta con molta probabilità tra il 1589 ed il 1593) è una di queste 'sceneggiature teatrali' scritta più mani, nella quale tuttavia l'apporto di Shakespeare, allora non ancora trentenne e all'inizio della sua carriera, fu senz'altro determinante, nonostante la paternità dell'opera sia stata a lungo messa in dubbio. Secondo un drammaturgo di fine seicento, «egli si è limitato soltanto a perfezionare con il suo magistrale tocco uno o due dei personaggi principali» (Edward Ravenscroft (1654?–1707), citato da Jonathan Bate, ed. Titus Andronicus (Arden Shakespeare, 1996), p. 79). Aderente al genere della tragedia di vendetta che con la Spanish Tragedy di Thomas Kyd aveva avuto in quegli anni uno straordinario successo, l'opera si rifà a Seneca e Ovidio, mantenendo del primo la struttura tragica e del secondo un linguaggio e un tono elegiaco che rimandano alle Metamorfosi. L'impronta ovidiana era già evidente ai contemporanei, come il Meres, il quale afferma che «la dolce anima arguta di Ovidio vive nel mellifluo Shakespeare», e segnala già dall'inizio la sensibilità e la perizia di uno Shakespeare poeta drammatico, grande innovatore del teatro e della letteratura inglese ma costantemente ancorato a modelli classici. Quando il Titus fu pubblicato nel 1594, come molti altri drammi del periodo senza l'indicazione di un autore, era già stato rappresentato da piccole compagnie come i Derby's (o Lord Strange's) Men, i Pembroke's Men e i Sussex' Men (Giorgio Melchiori, Shakespeare. Genesi e struttura delle opere. Laterza, 1994).

Titus Andronicus venne pubblicato in tre diverse edizioni in quarto, antecedenti all'edizione First folio del 1623, denominate Q1, Q2, e Q3 dagli studiosi Shakespeariani.

L'edizione Q1, pubblicata nel 1594, è considerata un testo abbastanza completo ed affidabile dagli esperti e costituisce la base della maggior parte delle edizioni moderne. L'unica copia di questo in-quarto a noi giunta fu ritrovata in Svezia nel 1904[1], prima erano conosciute solo le edizioni in-quarto successive. La scena 3.2 non è presente in questo in-quarto, ritenuta comunque autentica dagli studiosi, si presume pertanto che sia stata aggiunta dallo stesso Shakespeare successivamente al 1594[1].


L'edizione Q2, pubblicata nel 1600, sembra essere basata su di una copia rovinata della Q1, dal momento che si tratta di una buona riproduzione del testo della Q1 salvo l'assenza di un certo numero di versi. Di quest'edizione se ne conoscono oggi due copie.

L'edizione Q3, pubblicata nel 1611, sembra consistere nel testo Q2 ma ulteriormente degradato: comprende un certo numero di correzioni rispetto alla Q2, ma vi si trovano anche numerose nuove inesattezze.

Il testo First Folio del 1623 pare basato sul testo Q3, ma comprende anche materiale che non si trova in nessuna delle precedenti edizioni in quarto. Tra queste novità c'è l'intera scena seconda del terzo atto (quella in cui Tito sembra perdere la propria sanità mentale). Questa scena è tuttavia generalmente considerata autentica e viene inclusa nelle moderne edizioni dell'opera.

La maggior parte degli studiosi fanno risalire Titus ai primi anni della decade del 1590. Certamente è stato scritto prima del 1594, che è la data della prima pubblicazione.

Nessuna delle tre edizioni in quarto cita il nome dell'autore, cosa che del resto rappresentava la norma nei testi teatrali pubblicati in quegli anni. Tuttavia Francis Meres segnala la tragedia come opera di Shakespeare in un suo testo del 1598 e gli editori del First Folio la includono tra i suoi lavori.

Nonostante ciò la piena paternità di Shakespeare è stata messa in dubbio. Edward Ravenscroft scrisse nell'introduzione al suo adattamento dell'opera del 1687 : " Mi è stato riferito da alcuni vecchi teatranti che non è un suo lavoro originale, ma gli è stato portato da un altro autore affinché venisse messo in scena, ed egli si è limitato soltanto a perfezionare con il suo magistrale tocco uno o due dei personaggi principali."[2]. L'affermazione di Ravenscroft è abbastanza discutibile: i "vecchi teatranti" non avrebbero potuto essere più che bambini quando Titus è stato scritto e, d'altra parte, Ravenscroft potrebbe avere un interesse di parte, dal momento che si appoggia a questa storia per giustificare le modifiche che lui stesso apporta all'opera. Tuttavia questo aneddoto è stato usato come appoggio per sostenere che un'altra ignota persona sia, almeno parzialmente, l'autore della tragedia.

Il principale candidato al ruolo di autore alternativo è il drammaturgo George Peele, i cui tratti stilistico-lessicali sono stati identificati sia nel primo atto, che nella scena in cui Lavinia si serve delle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone per raccontare la violenza subita.[3] Le tesi sostenute da chi vede la mano di Peele nel testo rimangono tuttavia oggetto di discussione, e gli ammiratori dell'opera tendono a sostenerne la falsità.[4]

In passato è stato anche affermato che Titus Andronicus non sia stato scritto affatto da Shakespeare: ad esempio, nel XIX secolo, il Globe Illustrated Shakespeare (rivista tuttora pubblicata) si spingeva a chiedere con forza un accordo in tal senso, con l'argomentazione che la barbarie e la violenza della rappresentazione non fossero in linea con la produzione di Shakespeare.

Titus Andronicus è senza dubbio la più violenta e sanguinosa delle tragedie di Shakespeare. La misura di quanto lo sia può essere facilmente dedotta da questa singola indicazione di scena

"Entrano i figli dell'imperatrice con Lavinia, le sue mani mozzate, la lingua tagliata e ha subìto stupro." (Atto II, scena IV).

La tragedia è stata spesso ignorata a causa della sua violenza e alcuni appassionati di Shakespeare la considerano bambinesca e infantile, oppure credono che si tratti solo di un'opera di bassa lega scritta solo per guadagnare facilmente denaro. D'altra parte, ai suoi tempi la rappresentazione era estremamente popolare, seconda solo alla Tragedia Spagnola di Thomas Kyd, un altro lavoro teatrale molto truculento di quel periodo storico.

Tuttavia a partire dalla fine del XX secolo l'opera è stata frequentemente rappresentata nei teatri ed è stata riscoperta da alcuni come un potente e commovente viaggio all'interno della violenza, che anticipa Re Lear con la sua atmosfera tetra, da altri come un antico precursore degli attuali film slasher Hollywoodiani. La tragedia è capace di parlare al pubblico contemporaneo, abituato alla violenza nei film, mentre non poteva farlo con gli spettatori dell'epoca Vittoriana. D'altra parte il pubblico moderno potrebbe comunque trovare assurda la crudeltà delle scene rappresentate, dal momento che non è certo abituato ad assistere a pubbliche esecuzioni e squartamenti, che erano invece normali per il pubblico dell'epoca di Shakespeare.


  1. 1,0 1,1 Richard Proudfoot, Ann Thompson, David Scott Kastan - The Arden Shakespeare Complete Works Paperback Edition - p.1125 - Thomson Learning, 2001.
  2. Citato da Jonathan Bate, ed. Titus Andronicus (Arden Shakespeare, 1996), p. 79
  3. Brian Vickers, Shakespeare: Co-Author (Oxford University Press, 2004) narra la storia di questa attribuzione ed aggiunge ulteriori prove a sostegno della stessa.
  4. Per una sintesi su questa controversia vedere Bate, Titus, p. 79-83.

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