Bivona/Religione a Bivona

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Bivona
Sommario
Categoria · Copertina · Bibliografia · Sviluppo · modifica il template
il paese | la storia | i monumenti | il Ducato | il circondario storico | le chiese
la Santuzza | le personalità legate alla città | lo Stemma Comunale | i Sindaci
il Castello | i monti | la Diga Castello | la stazione meteo
il dialetto | la vita religiosa | la comunità ebraica | la località: Santa Filomena | le tradizioni


Storia[modifica]

Profilo storico generale[modifica]

Ruggero I di Sicilia

Per mancanza di fonti e di altro materiale storico-archeologico, attualmente è impossibile conoscere il momento preciso in cui, nei primi secoli dopo Cristo, il cristianesimo cominciò a diffondersi nelle comunità che popolavano l'attuale territorio di Bivona[1]. Nel III secolo, una volta definita la struttura organizzativa della Chiesa siciliana, queste comunità, che potrebbero verosimilmente corrispondere all'odierno comune di Bivona, molto probabilmente furono incluse nella diocesi di Triocala[2], ma non è da escludere un loro inserimento nella diocesi di Agrigento[1].

La conquista dell'Isola da parte degli arabi, iniziata nell'814, causò sia una frattura all'interno del sistema gerarchico ecclesiale, sia una rapida islamizzazione soprattutto nelle regioni centro-meridionali della Sicilia[1].

Questo processo venne interrotto tra il 1060 ed il 1091 grazie alla conquista normanna della Sicilia messa in atto da Ruggero d'Altavilla, con i buoni auspici di papa Urbano II, che gli concesse il privilegio dell'Apostolica Legazia[1]. Il Gran Conte favorì una nuova rifioritura del cristianesimo in Sicilia, valorizzò le comunità cristiane di rito greco, fondò nuove chiese e monasteri di rito latino, ricostruì la rete delle diocesi siciliane[1]. Nel 1093 istituì la diocesi di Agrigento, sottoscrivendone il diploma di fondazione e definendone i confini[1]: la nuova diocesi comprendeva tutta l'attuale provincia di Agrigento, la maggior parte della provincia di Caltanissetta e buona parte della provincia di Palermo, includendo anche Termini Imerese (meritandosi il titolo di "diocesi bimare")[3].

Il compito di organizzare ex novo la diocesi agrigentina spettò al vescovo Gerlando di Besançon, futuro santo patrono della città dei templi[4].

Prime notizie sulla cristianizzazione di Bivona[modifica]

Il portale della chiesa madre "chiaramontana", realizzata tra il Duecento ed il Trecento

Bivona, la cui più antica fonte scritta rinvenuta risale al 1160[5], venne definita dallo storico Tommaso Fazello pagus Saracenorum[6], cioè un piccolo villaggio abitato da saraceni. La sua cristianizzazione fu dovuta al programma di evangelizzazione avviato dal vescovo Gerlando e dai suoi immediati successori nella cattedra agrigentina[4].

Il luogo di culto cristiano più antico e la prima chiesa madre della comunità bivonese fu verosimilmente la chiesa di Sant'Andrea[4], probabilmente fondata verso la fine del XII secolo[7]. Un grande contributo alla cristianizzazione di Bivona venne dato anche dall'evangelizzazione avviata dai diversi priorati benedettini situati nella zona dei monti Rifesi (attuale territorio di Palazzo Adriano), ad ovest di Bivona[4]; tale attività, tuttavia, venne interrotta a causa delle rivolte musulmane che coinvolsero nei primi decenni del XIII secolo le diocesi di Agrigento, Palermo e Monreale[4] e che terminarono solamente nel 1246, quando l'imperatore Federico II espulse gli arabi dalla Sicilia[8].

Non si sa nulla sull'estensione e sui limiti della primitiva parrocchia (o cappellania) a cui apparteneva Bivona quando era un semplice casale[8]; tuttavia, molto probabilmente una parrocchia autonoma venne istituita all'inizio della seconda metà del Duecento, poiché Bivona veniva citata tra i centri più importanti dell'intera diocesi agrigentina[8].

La notevole crescita demografica dei decenni successivi favorì la costruzione di una nuova (e più grande) chiesa madre[8], che venne intitolata a Santa Maria: la costruzione si protrasse fino alla seconda metà del XIV secolo[8].

Nonostante le gravi crisi politico-militari che sconvolgevano la Sicilia (complici le discordie tra gli aragonesi di Sicilia e gli angioini di Napoli, le continue rivolte baronali e le epidemie di peste), durante il Trecento e buona parte del Quattrocento Bivona crebbe ulteriormente d'importanza e in essa si stabilirono nuove istituzioni religiose[8]: fu il periodo in cui i Chiaramonte, signori feudali, fondarono le chiese di Sant'Agata e Santa Rosalia e completarono la chiesa madre (successivamente chiamata anche "chiaramontana")[8], in cui si costruirono i primi conventi (dei carmelitani, dei frati minori conventuali e dei domenicani)[8], in cui nacquero le più antiche confraternite laicali (di Sant'Antonio, di San Bartolomeo e di Santa Rosalia)[8].

L'arcipretura e il vicariato di Bivona[modifica]

La Chiesa di San Paolo di Bivona, anticamente annessa al monastero delle benedettine, fondato nel Quattrocento

Il titolo di arciprete venne conferito al parroco di Bivona tra il 1393 (anno in cui venne costituita la chiesa madre di Sciacca come chiesa arcipetrale, la prima nella diocesi) ed il 1438 (anno in cui si ha la prima notizia su un arciprete bivonese)[9].

L'arciprete veniva nominato direttamente dal vescovo dopo aver superato un apposito concorso[9]. L'arciprete di Bivona, a capo del clero locale, godeva di privilegi e di oneri le cui prime notizie si trovano nelle due visitationes terre Bisbone (visite al feudo di Bivona) del 1540 e del 1543[9].

Bivona era anche sede di vicariato[10]: il vicario foraneo veniva nominato direttamente dal presule. Il suo compito era quello di controllare la disciplina ecclesiastica e di sovrintendere alla locale curia spirituale (formata da membri appartenenti al clero secolare: un giudice, un erario ed un mastro notaro), che legalizzava gli atti e i documenti ecclesiastici. Talvolta capitava che le due cariche (di arciprete e di vicario foraneo) coincidessero nella stessa persona[10].

Tra la prima metà del Quattrocento ed i primi decenni del Cinquecento a Bivona (che nel 1505 raggiunse i 6.000 abitanti) si insediarono altre comunità religiose (tra cui le benedettine e i frati minori osservanti) e confraternite (intitolate a San Sebastiano e alla Madonna dell'Olio, venerata anche a Blufi)[11].

Sempre nello stesso periodo si insediò a Bivona una folta comunità ebraica, espulsa nel 1492 a causa dell'editto emanato da Ferdinando il Cattolico[11].

L'Inquisizione e la Bolla della Santa Crociata[modifica]

Nel 1480 venne istituita l'Inquisizione spagnola; nel 1487 la sua giurisdizione si estese anche sul regno di Sicilia. Il suo scopo primario era quello di salvaguardare la purezza della fede cattolica, e pertanto ebbe di mira sia i neofiti ebrei sia i luterani o, più in generale, i protestanti[12].

Da alcuni documenti risulta che già nel 1575 in Bivona era stato istituito un Commisariato del S. Ufficio[13], che esercitava la propria giurisdizione anche su alcuni centri vicini (Santo Stefano Quisquina, Alessandria della Rocca, Cattolica Eraclea, Prizzi e probabilmente anche Cianciana e Palazzo Adriano)[13]. Il commissario era un religioso secolare e aveva alle dipendenze dei laici (tra cui un mastro notaro, un portiere ed altri incaricati di raccogliere informazioni e di procedere ad eventuali arresti)[13].

Alla fine del Seicento comparve anche nell'organigramma bivonese dell'Inquisizione la figura del capitano; nei primi anni del XVIII secolo si ebbe una progressiva decadenza dell'istituzione[13].

Un'altra istituzione insediatasi in Bivona fu quella della Bolla della Santa Crociata (fondata alla fine del Quattrocento)[14]: la sua corte procommissariale garantiva i privilegi di cui acquisivano diritto gli acquirenti e i distributori delle Bolle della Crociata[14]. La bolla offriva, contro pagamento di una somma determinata, l'indulgenza plenaria, l'assoluzione dei peccati riservati, la commutazione dei voti e l'omissione di censure, dell'interdetto, del digiuno[15].

Il periodo pretridentino[modifica]

I ruderi di Santa Maria di Gesù, chiesa annessa al convento dei frati minori osservanti

Tra il XV ed il XVI secolo gli ordini religiosi presenti a Bivona cominciarono ad influenzare maggiormente la popolazione locale[16], compresi gli stessi signori feudali (ad esempio Carlo, Sigismondo e Giovanni Vincenzo de Luna) che incoraggiarono ed agevolarono la fondazione di nuovi conventi e soddisfacevano con generi alimentari ed altre provviste i frati e le monache[17].

L'influenza esercitata dal clero regolare sulla cittadinanza è testimoniata anche da diverse disposizioni testamentarie, dalle quali si evince la volontà dei testatori di essere sepolti all'interno delle chiese conventuali[17].

Il continuo sviluppo del clero regolare fece sì che esso, nella seconda metà del Cinquecento, risultasse beneficiario di rendite molto superiori a quelle del clero secolare[17]: quest'ultimo fu impossibilitato, pertanto, a consentire gli interventi murari necessari per evitare il degrado delle chiese parrocchiali o delle mense vescovili; al contrario, le chiese conventuali e sedi di confraternita si presero degnamente cura della propria manutenzione[18].

La "crisi" del clero secolare, tuttavia, era dovuta anche alla monstruosa inscitia, al degrado morale e all'incuria verso i propri doveri che mostrarono tantissimi esponenti del clero di Bivona[18], in linea con le usanze della maggior parte del clero pretridentino di Sicilia, definito incolto, simoniaco, attento pressoché esclusivamente a garantirsi le entrate necessarie che lo tengano fuori dal lavoro manuale[19].

La riforma protestante[modifica]

I primi decenni del XVI secolo furono caratterizzati da una frattura all'interno del mondo cattolico causata dalla riforma protestante (1517) avviata da Martin Lutero, alla quale la chiesa romana rispose con la riforma (o controriforma) cattolica, definendo i suoi princìpi guida nel Concilio di Trento svoltosi tra il 1545 ed il 1563[20].

Le decime sacramentali

Il primo documento che attesta l'importo delle decime sacramentali dovute dai bivonesi risale al 1542[14]. Esse venivano riscosse in tutta la diocesi agrigentina sopra li frutti di frumenti, orzi, roccelli e frutti di mandra[14] in base alle disposizioni emanate da Ruggero d'Altavilla nel 1093 in favore del vescovo Gerlando (e dei suoi successori)[14]. La riscossione della decima veniva data in appalto[16]; chi aspirava a poterla avere in gabella, doveva far pervenire le rispettive offerte alla curia spirituale locale, che le pubblicava nella piazza nei mesi di aprile, maggio e giugno[16]; alla fine di quest'ultimo mese, la curia vescovile, informata delle più vantaggiose offerte, affidava alla curia locale il compito di assegnare la gabella e di stipulare il contratto per uno o più anni[16].

Nonostante il tentativo dei sovrani spagnoli di arginare la diffusione delle idee protestanti, anche in Bivona diversi esponenti religiosi vennero coinvolti dalle nuove tematiche diffuse da Lutero[20]: tra essi, il carmelitano Leonardo Vasapollo, inquisito e condannato più di una volta nel corso degli anni sessanta del Cinquecento[20].

La controriforma cattolica[modifica]

In Sicilia, a causa delle resistenze opposte dal proprio apparato socio-economico, la controriforma venne avviata in grave ritardo rispetto alla conclusione del concilio di Trento[20].

Ad Agrigento, tra il 1589 ed il 1655, vennero costituiti quattro sinodi, che definirono la normativa e gli strumenti ritenuti più idonei al raggiungimento degli obiettivi conciliari[20]. A Bivona tali obiettivi vennero raggiunti grazie all'azione incisiva dei gesuiti[21]: nel 1556, infatti, la duchessa Aloisia de Luna convinse Ignazio di Loyola (restio alla fondazione di collegi gesuitici nei piccoli centri[22]) ad istituire un collegio anche a Bivona[23], che divenne così il primo piccolo paese ad ospitare questo nuovo ordine religioso.

L'attività dei gesuiti, impegnati in molteplici ambiti (religioso, sociale, culturale[21]), migliorò di gran lunga la religiosità bivonese, successivamente rinnovata dalla presenza di nuove congregazioni religiose: i frati cappuccini (1572), le suore clarisse (1585), gli eremiti agostiniani (1614)[24].

Per tutto il Seicento e buona parte del Settecento, si andò affermando la "supremazia" (soprattutto economica) del clero regolare su quello secolare, tanto che in questo arco di tempo vennero ristrutturati ed ampliati solamente gli edifici religiosi dei regolari presenti a Bivona[24]. Di contro, era sempre più ridotto il numero di secolari presenti nella cittadina e la crisi finanziaria delle chiese parrocchiali ne determinò l'inagibilità nel corso del XVIII secolo[25].

Nel 1624, anno della scoperta dei resti di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino di Palermo e della grotta in cui si rifugiava nella vicina Quisquina, la santuzza, vissuta molti anni nel territorio bivonese, venne proclamata patrona di Bivona[26].

Per quanto concerne l'ambito culturale, ai sacerdoti secolari incuranti dei patrimoni librari delle parrocchie[25] si contrapponevano le numerose biblioteche degli ordini regolari[27]: la biblioteca della compagnia di Gesù, ad esempio, disponeva di 1677 volumi[27] scritti in italiano, latino, greco ed ebraico di argomento religioso (teologia, morale, patristica, oratoria sacra, agiografia), filosofico, storico, geografico, etnologico, oltre ad un'ampia raccolta di classici latini e greci[28].

La controriforma, pertanto, non solo ebbe importanti riflessi nell'insegnamento scolastico, nell'espressione artistica e sulla libera circolazione degli scritti e delle idee, ma favorì inoltre un notevole risveglio del sentimento religioso nell'intera popolazione[29]. In questo periodo si moltiplicarono le vocazioni religiose, aumentarono le confraternite e le associazioni laiche e vissero personalità religiose di primissimo livello (su tutte, le suore Antonina De Micheli, morta in fama di santità, e la serva di Dio suor Maria Roccaforte)[29].

Le riforme del Tanucci (1767) ed il Concordato (1818)[modifica]

Bernardo Tanucci

Per ridimensionare i poteri ecclesiastici e feudali e per assicurare il monopolio dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) allo Stato, nel periodo compreso tra il 1767 ed il 1818 vennero attuate diverse riforme[30]. La prima fu quella di Bernardo Tanucci (Ministro della Giustizia, Ministro degli Affari esteri della Casa Reale e Primo Ministro del Regno di Napoli), che nel 1767 decretò l'espulsione dei gesuiti dal regno[30].

Dal 1781 vennero attuate le riforme del marchese Domenico Caracciolo[30], viceré di Sicilia: in tale anno venne abolita la manomorta ecclesiastica[30] e venne sottratto alla chiesa il controllo delle opere pie laicali[31]; nel 1782 venne prescritta la censuazione dei beni ecclesiastici[30] e venne abolita l'Inquisizione[31]; nel 1812 la nuova costituzione siciliana abolì la pluralità dei fori giudiziari e l'antico privilegio che godevano gli ecclesiastici dell'esenzione delle gabelle civiche e regie[31]; infine, il Concordato del febbraio 1818 tra la Santa Sede e il Regno delle Due Sicilie, che modificò il sistema di sostentamento delle parrocchie[31].

L'espulsione della compagnia di Gesù causò a Bivona una crisi in campo economico, sociale e soprattutto religioso[31]: i locali dell'ex collegio gesuitico vennero occupati dal clero secolare che adibirono la chiesa a nuova madrice[32], ma tuttavia esso non riuscì ad assumere quel ruolo primario nella vita dei cittadini che fino a quel momento avevano ricoperto i padri gesuiti[32]. Tra il Settecento e l'Ottocento Bivona fu colpita da una crisi demografica ed economica che risultò devastante per tanti ordini religiosi locali: molti conventi entrarono in crisi, altri subirono una riduzione di religiosi, altri ancora vennero chiusi[32].

Anche le chiese parrocchiali vissero un periodo di crisi economica[33]: ciò era dovuto anche al ridottissimo numero di abitanti (circa 2.000 nel 1806)[33]; l'assestamento del bilancio delle parrocchie si ebbe solamente grazie al succitato concordato stipulato nel 1818 ma entrato in vigore solamente a partire dal 1822, dopo gli anni dei moti rivoluzionari del 1820-1821[33].

Dal Risorgimento all'Unità d'Italia[modifica]

L'Ottocento siciliano fu caratterizzato dal passaggio dalla restaurazione borbonica al risorgimento nazionale e all'unità d'Italia, avvenuta nel 1861[34]. Questo periodo risultò cruciale anche dal punto di vista ecclesiastico e religioso, in quanto la Sicilia subì il passaggio dallo stato confessionale dei Borboni allo stato laico sabaudo, in cui venne notevolmente ridimensionato il ruolo sociale, economico e politico del clero[34].

Pertanto il clero secolare siciliano, dopo avere sostenuto l'unità della nazione, negli anni sessanta dell'Ottocento assunse un atteggiamento critico verso il governo, accusato di anticlericalismo, soprattutto perché esso intendeva sopprimere le corporazioni religiose e conquistare Roma e lo Stato Pontificio[34].

Il 10 giugno 1865 i religiosi bivonesi stilarono una convenzione reciproca tra il clero secolare e le comunità degli ordini religiosi ancora esistenti a Bivona, con la quale essi garantivano la propria assistenza ai funerali e la celebrazione dei divini uffici[34] e la propria cura nei riguardi dei sacerdoti secolari e regolari defunti[35].

La definitiva rottura tra il clero di Bivona e il governo italiano si ebbe il 28 settembre 1866, quando venne rese esecutiva anche in Sicilia la legge di soppressione delle corporazioni religiose[35]: in seguito a tale provvedimento, il clero bivonese reagì manifestando contro i progetti governativi che minacciavano l'autorità papale, e quando questi vennero realizzati (il 20 settembre 1870 con la breccia di Porta Pia), i religiosi di Bivona decisero di isolare ed estromettere dalle cariche quei pochi sacerdoti che un decennio prima favorirono politicamente l'unità nazionale[35].

Tuttavia, il clero e le organizzazioni cattoliche di Bivona non riuscirono ad evitare il diffondersi nella società di una mentalità laica e talvolta anticlericale[36], soprattutto tra le nuovi generazioni del ceto borghese ed operaio, educate al credo positivista o avverse alla figura di papa Pio IX o sensibili alle istanze della questione sociale su cui la Chiesa non aveva ancora elaborato alcuna dottrina ufficiale[36].

La dottrina sociale della Chiesa[modifica]

La risposta della Chiesa alla crisi economico-sociale che colpì l'Italia nel periodo post-unitario fu l'enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII, pubblicata nel 1891.

In Sicilia la situazione era particolarmente grave: solamente dopo l'istituzione dei fasci dei lavoratori (1893) e la loro repressione da parte di Francesco Crispi (1894) si avvertì l'urgenza di un adeguato apostolato sociale. Fu così che il comitato diocesano agrigentino, in un'adunanza del 1895, sollecitò i singoli comitati parrocchiali a promuovere la fondazione delle Casse Rurali, il cui scopo, come disse don Luigi Sturzo, era di fare affluire i piccoli capitali di quegli agricoltori, operai e commercianti che han messo da parte dei risparmi, a quegli agricoltori, operai e commercianti che per difetto di capitale devono o cessare dal lavoro [...] o ricorrere all'usuraio.

A Bivona la nascita di una cassa rurale venne sostenuta dall'arciprete Damaso Pio De Bono, che, essendo stato nominato rettore del seminario di Agrigento e del collegio dei Santi Agostino e Tommaso (sempre nella città dei templi, nel 1897) ed in seguito vescovo di Caltagirone (1898), fu impossibilitato a sancirne la nascita.

Il riconoscimento legale della Cassa Rurale di Bivona venne procurato dal sacerdote Antonio Campisi di Sambuca di Sicilia nel gennaio 1898. Un anno dopo ricostituì il Comitato Parrocchiale, soppresso, insieme a tutte le altre istituzioni ecclesiastiche socio-economiche, nel maggio 1898 dal marchese Antonio di Rudinì.

Il periodo fascista[modifica]

Dal secondo dopoguerra ai giorni nostri[modifica]

Religioni professate a Bivona[modifica]

Religione cattolica[modifica]

La religione maggiormente praticata a Bivona è la religione cattolica. Bivona appartiene all'Arcidiocesi di Agrigento ed è stato considerato per secoli uno dei posti più religiosi dell'intera Sicilia[37]: a testimoniare ciò sono le numerose chiese presenti nel territorio (nel corso dei secoli furono costruiti più di 40 edifici sacri, evento insolito per un paese che al massimo arrivò a contare poco più di 7.000 abitanti) e le molteplici comunità religiose che si stanziarono in paese. Bivona è un paese ancora legato alle proprie tradizioni e devozioni religiose: su tutte quella di Santa Rosalia, la vergine palermitana che visse gran parte della sua vita sulle montagne di Bivona. A Bivona è attestato il culto più antico di cui si abbia traccia della santa: il paese è stato inserito nell'Itinerarium Rosaliae (un percorso spirituale e naturalistico nei posti in cui si trovò la "santuzza", in località che si trovano tra la province di Agrigento e di Palermo); inizialmente Bivona era stata esclusa da questo progetto[38]). Gli ordini religiosi che vennero a stabilirsi a Bivona recarono grandi vantaggi al paese, in particolar modo i Gesuiti: fu questa Compagnia che offrì alla gente di Bivona l'opportunità di compiere gli studi, e ancora oggi Bivona risulta essere un centro culturale di primaria importanza per tutto il territorio circostante, dopo aver ricoperto per secoli il ruolo di centro amministrativo e religioso. Oggi la comunità ecclesiale di Bivona si trova riunita in Unità Pastorale: infatti nel 2004 l'Arcivescovo di Agrigento mons. Carmelo Ferraro decise di unire le due parrocchie in funzione, quella della Chiesa Madre e quella di Santa Rosalia, che così adesso si ritrovano con un unico parroco ed un viceparroco che lo affianca. La comunità elegge un unico consiglio pastorale cittadino. A Bivona operano anche i Frati Cappuccini (che, tuttavia, non risiedono nel convento cittadino) ed è attiva la Fraternità Francescana. Il Convento dei Cappuccini dell'oasi francescana "San Bernardo di Corleone" di Bivona appartiene alla Provincia Cappuccinorum Panormitana[39]. Santa Rosalia è la santa patrona di Bivona, festeggiata il 4 settembre; il copatrono del paese è San Francesco d'Assisi, che si festeggia il 4 ottobre.

Comunità e ordini religiosi cattolici nella storia di Bivona[modifica]

in parentesi la data di fondazione della comunità

  • Priorato Benedettino (metà del XII secolo)
  • Confraternita di Sant'Antonio Abate (prima del 1250)
  • Carmelitani (XIII-XIV secolo)
  • Confraternita di S. Bartolomeo (XIII-XIV secolo)
  • Confraternita di San Michele Arcangelo (probabilmente in data anteriore al 1394)
  • Confraternita di S. Rosalia (fine XIV secolo)
  • Minori Conventuali (1394)
  • Confraternita di S. Sebastiano (XV secolo)
  • Domenicani (XV secolo)
  • Opera del SS. Sacramento nella chiesa di S. Agata (XV secolo)
  • Suore Benedettine (XV secolo)
  • Frati Minori Osservanti (1500)
  • Compagnia della Madonna del Rosario (XVI secolo)
  • Confraternita di S. Rocco (XVI secolo)
  • Compagnia del SS. Sacramento (tra il 1543 e il 1569)
  • Gesuiti (1556)
  • Cappuccini (seconda metà del XVI secolo)
  • Frati Minori Riformati (fine XVI secolo)
  • Suore Clarisse (fine XVI secolo)
  • Opera delle Anime Sante del Purgatorio (anni dieci del XVII secolo)
  • Eremiti Agostiniani (1614)
  • Compagnia della Madonna della Pietà (prima metà del XVII secolo)
  • Compagnia di S. Maria del Soccorso (1642)
  • Compagnia del SS. Crocifisso (1650)
  • Opera del SS. Viatico nella chiesa di S. Giovanni (anni di poco anteriori al 1722)
  • Congregazione femminile del SS. Rosario (XIX secolo)
  • Confraternita dell'Annunziata o del Carmelo (approvata in modo non definitivo nel 1860)
  • Congregazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia (1910)
  • Congregazione delle Suore Terziarie Agostiniane (1928)
  • Compagnia delle Dimesse di S. Orsola (1930)
  • Congregazione del "Sacro Cuore" (1937)
  • Congregazione delle "Missionarie del S. Cuore di S. F. Cabrini" (1968)
  • Congregazione delle Suore Assuntine (2006), unico ordine ancora esistente

Il santo patrono: Santa Rosalia[modifica]

Searchtool.svg Per approfondire, vedi Santa Rosalia.


« V.R. di grazia mi scriva alcuna cosa a ciò si accendano di più alla divozione di questa Santa
li cittadini nostri; alli quali viene scritto che nel tumolo dove si trovò la santa vi era scritto Rosalia Bivonesa »
(Lettera di Padre Lanfranchi, rettore del Collegio dei Gesuiti di Bivona, 1624)


(IT)
« Io Rosalia Sinibaldo, figlia del Signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, in questa grotta ho deciso di abitare »

(LA)
« Ego Rosalia Sinibaldi Quisquinae Et Rosarum Domini Filia Amore D.ni Mei Iesu Christi In Hoc Antro Habitari Decrevi »

Il miracolo di Santa Rosalia

Secondo un'antica tradizione, tramandata anche da Francesco Sparacino, autore nel XVII secolo di una biografia su Santa Rosalia, durante un'epidemia di peste che colpì Bivona nel 1245 (data erronea, identificabile con il 1348 o il 1375), Santa Rosalia apparve sopra un sasso ad un uomo e gli ordinò di fabbricare una chiesa in quel luogo per far cessare la peste. L'uomo, come gli fu comandato dalla vergine, andò a riferirlo ad alcuni giurati, che tuttavia non dettero molto peso alle sue parole. Un anno dopo, il 28 luglio, la Santa apparve ai giurati esortandoli a costruire la chiesa nel luogo in cui apparve l'anno precedente a quell'uomo. I giurati, avendo ricevuto il permesso del vescovo della diocesi, cominciarono a costruire la chiesa sopra quel sasso, e appena cominciarono a rompere la pietra sudetta e fare le mura, il morbo della peste cessò e a Bivona venne costruita la chiesa di Santa Rosalia e si diffuse il culto della santa. Grazie al suo miracolo, qualche secolo dopo Santa Rosalia venne nominata Patrona di Bivona.


L'iscrizione rinvenuta nella grotta della Quisquina (attuale territorio del limitrofo comune di Santo Stefano Quisquina), dove Rosalia visse per circa dodici anni, dimostra che la Santa era figlia del Signore che esercitava il potere sul territorio di Bivona. Addirittura il padre gesuita Francesco Sparacino, che scrisse una biografia di Santa Rosalia secondo le rivelazioni che essa fece alla bivonese suor Maria Roccaforte, riferisce che nel 1149 un angelo, per evitare che Rosalia venisse scoperta dalla famiglia, la trasportò dalla Quisquina al bosco di Bivona, dove restò per cinque anni prima di essere trasportata, nuovamente dall'angelo, sul Monte Pellegrino a Palermo. Rosalia, Signora della Terra di Bivona, il 4 settembre 1624, pochi giorni dopo il ritrovamento della grotta della Quisquina, venne proclamata Patrona di Bivona. Tuttavia il culto della Santa era attestato in paese già da circa tre secoli, ed è il culto della Vergine più antico di Sicilia, tra quelli su cui si hanno notizie certe. Secondo tale culto Santa Rosalia, apparendo ad una vergine di Bivona (o ad un uomo o a dei giurati) sopra un sasso, assicurò la cessazione della peste solo se i bivonesi avessero costruito una chiesa in suo onore in quello stesso posto. Fu solamente dopo la seconda apparizione, quella del 28 luglio 1246, che la chiesa venne edificata. A Bivona la peste cessò non appena iniziarono i lavori per la costruzione dell'edificio sacro. Ulteriori notizie della vita della Santa a Bivona vennero date da suor Maria Roccaforte. E nel 1909 così scrisse il bivonese Giovan Battista Sedita:

« Che che se ne dica dei suoi natali a Palermo, della famiglia sua essere dei Sinibaldi da Palermo, pure Essa è gloria bivonese, che vale solamente a sorpassare ogni altro pregio di Bivona. Difatti Essa esplicò la sua vita d'anacoreta nelle montagne di Bivona, e più specialmente su quello della Quisquina allora appartenente a Bivona [...] »

Giudaismo[modifica]

Searchtool.svg Per approfondire, vedi Giudecca di Bivona.

A Bivona era presente una alaima o giudecca, cioè una comunità ebraica. Gli ebrei occuparono la zona posta nelle vicinanze del convento di San Domenico (zona centrale del paese) e lì, molto probabilmente, dovevano trovarsi sia il luogo di culto (la meschita) sia gli altri luoghi per la celebrazione delle proprie funzioni e dei proprio rituali. Nel 1492 fu decretata l'espulsione degli ebrei dalla Sicilia (per ordine di Ferdinando d'Aragona, Ferdinando il Cattolico, e di Isabella di Castiglia): molti si allontanarono da Bivona perché rifiutarono di convertirsi alla religione cattolica, altri, i neofiti, proclamarono la propria conversione ma continuarono a celebrare il proprio culto clandestinamente (fenomeno del marranismo o marranesimo): così la religione ebraica perdurò nel paese fino alla seconda metà del XVI secolo.

Islam[modifica]

La religione più antica presente a Bivona è l'Islam, ammesso che il paese sia stato fondato dai saraceni. Una piccola comunità, ma che doveva avere un proprio luogo di culto, probabilmente una moschea (di cui non si conosce l'ubicazione per mancanza di fonti). Nel 1246, in seguito alla rivolta dei musulmani nelle province di Agrigento e Palermo, l'Imperatore Federico II obbligò i musulmani a convertirsi al cristianesimo. In seguito l'Islam venne praticato solamente dagli schiavi mori che prestavano servizio presso le famiglie nobili di Bivona fino ai primi del Seicento, e oggi è praticato, in privato, dagli immigrati magrebini presenti in paese.

Chiese Cristiane Riformate[modifica]

L'Inquisizione evitò, nel Cinquecento, l'affermazione in Sicilia della riforma protestante che, tuttavia, ebbe i suoi seguaci anche nell'Isola. La mancanza di documenti ci impedisce di sapere se a Bivona ci fossero proseliti del protestantesimo; abbiamo comunque notizia dell'inquisizione di due frati bivonesi, fra Leonardo Vasapollo (maestro di teologia, carcerato nel gennaio 1561) e fra Benedetto (messo in carcere, evase con due compagni e fece perdere le sue tracce), entrambi inquisiti, probabilmente, per le loro idee luteraneggianti. Soltanto dopo l'Unità d'Italia si concesse ampia libertà anche alle comunità protestanti[40].

I Pentecostali e "L'Assemblea di Dio in Italia" (ADI)[modifica]

Nel 1925 il bivonese Giuseppe Giacinto Falcone, convertitosi al culto pentecostale durante un soggiorno in America, fondò una comunità evangelica a Bivona. La piccola comunità tre anni dopo si dotò di un luogo di culto, e dovette affrontare tante difficoltà, sia per l'ostilità dei cattolici locali, sia per i Patti Lateranensi del 1929, con cui si tolleravano sempre meno i culti evangelici. I pentecostali furono così costretti, per qualche anno, ad incontrarsi segretamente. La comunità evangelica riprese la piena attività nel secondo dopoguerra, ma la sua esperienza durò fino agli anni Sessanta. La comunità pentecostale di Bivona fu ricostruita nuovamente nel 1981 e appartiene all'A.D.I. (Assemblea di Dio in Italia). Ancora oggi continua la propria attività ed è in stretti rapporti con le comunità dei paesi limitrofi[41].

Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova[modifica]

Dalla fine degli anni Settanta alcuni bivonesi hanno aderito alla confessione religiosa dei Testimoni di Geova. I membri di Bivona fanno parte di una Congregazione insieme ai membri di Santo Stefano Quisquina, Alessandria della Rocca e Cianciana. Questa Congregazione è diretta da due Anziani, ed ha la propria Sala del Regno in un ampio locale ad Alessandria della Rocca. La Congregazione fa parte di una grande Circoscrizione (la Sicilia 4), coordinata da un Sorvegliante e comprendente parte delle province di Trapani ed Agrigento. I Testimoni di Geova della Sicilia Occidentale si riuniscono nella Grande Sala dell'Assemblea di Caltanissetta[42].

Edifici sacri di Bivona[modifica]

Searchtool.svg Per approfondire, vedi Chiese di Bivona.

Personalità religiose legate a Bivona[modifica]

Searchtool.svg Per approfondire, vedi Personalità legate a Bivona.

Leone X e Clemente VII[modifica]

Papa Leone X

Legata alla città di Bivona, seppur per poco tempo, fu la figura di papa Leone X, Giovanni di Lorenzo de' Medici, figlio di Lorenzo de' Medici, passato alla storia soprattutto per avere causato la riforma protestante di Martin Lutero.

Nel 1520 egli favorì le nozze tra una sua nipote, la fiorentina Luisa Salviati, con Sigismondo de Luna, figlio di Gianvincenzo, signore di Bivona[43].

Nel mese di maggio del 1520 Gianvincenzo de Luna chiese l'autorizzazione al viceré di Sicilia per recarsi a Roma; una volta ottenuta, egli si recò nella città eterna per andare in visita ufficiale da papa Leone X[44].

Giunto a Roma, si recò presso i palazzi pontifici per stringere i vincoli matrimoniali tra il suo primogenito, Sigismondo, e la nipote del pontefice, figlia di Lucrezia de' Medici (nipote del Papa e sorella del cardinale Giulio de' Medici, futuro Clemente VII).

Il contratto matrimoniale venne siglato nella città di Roma il 14 dicembre 1520[45].

Le nozze si celebrarono a Roma tre anni dopo, nel 1523, quando papa Leone X era già morto da circa due anni.

Il matrimonio celebrato con gran pompa tra Sigismondo e Luisa Salviati fu una delle cause della grave crisi economica che colpì il signore di Bivona Gianvincenzo de Luna[43].

Papa Clemente VII

Il matrimonio tra il de Luna e la Salviati venne celebrato nello stesso anno in cui terminò il breve pontificato di papa Adriano VI ed iniziò quello di papa Clemente VII, cioè nel 1523.

Clemente VII, zio di Luisa Salviati in quanto fratello di sua madre Lucrezia de' Medici, entrò negli affari di Sigismondo e del di lui padre, Gianvincenzo de Luna, signore di Bivona, a partire proprio dal succitato matrimonio, che ebbe certamente una motivazione politica[45] e che fu gradito e favorito persino dallo stesso Carlo V.

Quando nell'estate del 1529 scoppiò la guerra tra la famiglia de Luna e i Perollo di Sciacca (il cosiddetto secondo caso di Sciacca), Sigismondo, avvisato del fatto che più di duemila armati fossero in marcia verso Bivona per tentare l'assalto al suo castello, decise di fuggire con la famiglia alla volta di Roma, per trovare rifugio presso lo zio, il pontefice Clemente VII[46]. Di seguito viene riportato il racconto dello storico Francesco Savasta sulla fuga a Roma di Sigismondo e il suo incontro con il Papa[47]:

« Partito dal mare della Verdura il conte Sigismondo, dopo un lungo e disastroso viaggio approdò alla fine colla moglie e coi figli in Roma. Paventava per l'orridezza degli eccessi esecrandi commessi di comparire alla presenza del sommo Pontefice Clemente VII suo zio: nulladimeno animato dalla contessa sua moglie, si portò insieme con essa innanzi al vicario di Cristo, e si pose a suoi piedi genuflesso: e furono allora sì grandi i lamenti, le lagrime e i singhiozzi del conte, e della contessa, che impietosirono l'interno delle viscere di Clemente. Costui da tanta tenerezza vinto, dopo aver aspramente inveito contro di Sigismondo, gli promise di chiedere alla benigna grandezza dell'Imperatore Carlo V per grazia la sua liberatoria, allora però che lo dovea coronare, lo che sarebbe stato fra pochi mesi. Respirò l'afflittissimo conte alle promesse del sommo Pontefice, e confortato da una tale speranza, incominciò da indi in poi lieto a frequentare i congressi de' nobili di quella gran città che è capo del mondo »

L'occasione propizia per ottenere il perdono da parte di Carlo V si presentò il 24 febbraio 1530, giorno in cui questi venne incoronato Imperatore da papa Clemente VII. Ciononostante, Carlo V non si mostrò benevole nei confronti di Sigismondo, e non gli concesse il perdono[48]. Grazie all'insistenza di Clemente VII, Carlo V decretò che gli Stati paterni venissero reintegrati agli eredi di Sigismondo; quest'ultimo, in preda alla disperazione per non avere ricevuto il perdono dall'imperatore, decise di suicidarsi annegando nelle acque del fiume Tevere, a Roma[49].

Damaso Pio De Bono[modifica]

Damaso Pio De Bono è stato un vescovo cattolico italiano, ottavo vescovo di Caltagirone.

Nato a Bivona il 23 ottobre 1850, nel 1898 (il 28 novembre) fu eletto vescovo di Caltagirone, dopo essere stato per un ventennio arciprete parroco nella chiesa madre di Bivona[50]. Morì nella sua Bivona il 14 novembre 1927. Le sue spoglie furono trasferite nella nuova chiesa madre, da lui stesso restaurata durante il periodo in cui ne fu arciprete[50].

La sua carriera ecclesiastica fu caratterizzata da una profonda amicizia con don Luigi Sturzo[51], il fondatore del primo Partito Popolare Italiano. Questa relazione viene esplicitamente descritta nel libro del bivonese Alessandro De Bono "Damaso Pio De Bono e Luigi Sturzo"; ecco cosa viene scritto nella Premessa[52]:

« Questa ricerca nasce anche dall'esigenza di dare una risposta a quest'ultima domanda (alla domanda chi sia Damaso Pio De Bono, si possa anche candidamente rispondere: io non so, affatto, chi egli sia, nda), perché se appare ragionevole e giusto che di don Luigi Sturzo si sappia tutto o quasi tutto, non ci appare altrettanto ragionevole e giusto che del Vescovo Damaso Pio De Bono, di colui che capì, consentì, accompagnò e favorì, con forza ma con discrezione, gli audaci e temerari percorsi pragmatici e di pensiero del prete di Caltagirone, non si sappia alcunché o si sappia quasi nulla »

Quando, nel 1898, Damaso Pio De Bono venne ordinato vescovo, Luigi Sturzo organizzò in suo onore un corteo con le carrozze che da Santo Stefano Quisquina portava a Bivona, in modo che il bivonese De Bono potesse festeggiare e salutare la sua comunità[53].

Nel periodo che va dalla nomina di Damaso Pio De Bono a vescovo di Caltagirone fino alla sua morte, fu fitta la corrispondenza epistolare tra il bivonese e Luigi Sturzo[54]: grazie all'amicizia che legava i due, numerosa gente di Bivona (compresa la società operaia bivonese) ebbe l'opportunità di comunicare direttamente con Sturzo[54], che nel 1919, con la fondazione del Partito Popolare Italiano, non influì solamente sulle sorti di Caltagirone, di Bivona e della Sicilia, ma anche su quelle dell'intera Italia.

Note[modifica]

  1. 1,0 1,1 1,2 1,3 1,4 1,5 Marrone, 1997, p. 9. Errore nelle note: Tag <ref> non valido; il nome "nove" è stato definito più volte con contenuti diversi
  2. Triocala o Triokala, da alcuni venne localizzata nel sito di Sant'Anna, frazione di Caltabellotta (AG); altri la identificarono con l'antico abitato della stessa Caltabellotta.
  3. Cenni storici sull'arcidiocesi di Agrigento, su webdiocesi.chiesacattolica.it. URL consultato il 14-07-2009.
  4. 4,0 4,1 4,2 4,3 4,4 Marrone, 1997, p. 10
  5. Marrone, 1987, p. 49
  6. Marrone, 1987, p. 37
  7. Marrone, 1997, p. 67
  8. 8,0 8,1 8,2 8,3 8,4 8,5 8,6 8,7 8,8 Marrone, 1997, p. 11
  9. 9,0 9,1 9,2 Marrone, 1997, p. 12
  10. 10,0 10,1 Marrone, 1997, p. 13
  11. 11,0 11,1 Marrone, 1997, p. 15
  12. Marrone, 1997, p. 16
  13. 13,0 13,1 13,2 13,3 Marrone, 1997, p. 17
  14. 14,0 14,1 14,2 14,3 14,4 Marrone, 1997, p. 18
  15. Trasselli, 1982, 150 vol. I
  16. 16,0 16,1 16,2 16,3 Marrone, 1997, p. 19
  17. 17,0 17,1 17,2 Marrone, 1997, p. 20
  18. 18,0 18,1 Marrone, 1997, p. 21
  19. Giarrizzo, 1978, 62 vol. 6
  20. 20,0 20,1 20,2 20,3 20,4 Marrone, 1997, p. 24
  21. 21,0 21,1 Marrone, 1997, p. 25
  22. Marrone, 1997, p. 304
  23. Marrone, 1997, p. 305
  24. 24,0 24,1 Marrone, 1997, p. 26
  25. 25,0 25,1 Marrone, 1997, p. 27
  26. Marrone, 1997, p. 34
  27. 27,0 27,1 Marrone, 1997, p. 28
  28. Marrone, 1997, p. 29
  29. 29,0 29,1 Marrone, 1997, p. 32
  30. 30,0 30,1 30,2 30,3 30,4 Marrone, 1997, p. 37
  31. 31,0 31,1 31,2 31,3 31,4 Marrone, 1997, p. 38
  32. 32,0 32,1 32,2 Marrone, 1997, p. 39
  33. 33,0 33,1 33,2 Marrone, 1997, p. 40
  34. 34,0 34,1 34,2 34,3 Marrone, 1997, p. 41
  35. 35,0 35,1 35,2 Marrone, 1997, p. 42
  36. 36,0 36,1 Marrone, 1997, p. 45
  37. Guida di Bivona, su bivona.net. URL consultato il 23-06-2009.
  38. Bivona chiede di rientrare nell'"Itinerarium Rosaliae".
  39. Frati Cappuccini di Palermo.
  40. Marrone, 1997, p. 405.
  41. Marrone, 1997, pp. 405-406.
  42. Marrone, 1997, p. 407.
  43. 43,0 43,1 Marrone, 1987, p. 94
  44. Marrone, 1987, p. 140.
  45. 45,0 45,1 Marrone, 1987, vol I, p. 141. Errore nelle note: Tag <ref> non valido; il nome "sig" è stato definito più volte con contenuti diversi
  46. Marrone, 1987, p. 146.
  47. Francesco Savasta, 1726, 342
  48. Marrone, 1987, p. 148.
  49. Marrone, 1987, p. 149.
  50. 50,0 50,1 VIII Vescovo di Caltagirone, su diocesidicaltagirone.it. URL consultato l'11-06-2009. Errore nelle note: Tag <ref> non valido; il nome "damas" è stato definito più volte con contenuti diversi
  51. Alessandro De Bono, Damaso Pio De Bono e Luigi Sturzo, Caltagirone, Istituto di Sociologia "Luigi Sturzo", 2003.
  52. Alessandro De Bono, Damaso Pio De Bono e Luigi Sturzo, Caltagirone, Istituto di Sociologia "Luigi Sturzo", 2003. Pag. 15.
  53. Vita politica dei cattolici siciliani, su cianciana.info. URL consultato il 12-06-2009.
  54. 54,0 54,1 Inventario archivio Luigi Sturzo (PDF), su archivi.beniculturali.it. URL consultato il 12-06-2009.

Bibliografia[modifica]

  • Alessandro De Bono, Damaso Pio De Bono e Luigi Sturzo, Caltagirone, Istituto di Sociologia "Luigi Sturzo", 2003.
  • Giuseppe Giarrizzo, La Sicilia dal Viceregno al Regno, Napoli, Società Editrice Storia di Napoli e della Sicilia, 1978.
  • Antonino Marrone, Bivona città feudale voll. I-II, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1987.
  • Antonino Marrone, Il Distretto, il Circondario ed il Collegio Elettorale di Bivona (1812-1880), Bivona, Comune di Bivona, 1996.
  • Antonino Marrone, Storia delle Comunità Religiose e degli edifici sacri di Bivona, Bivona, Comune di Bivona, 1997.
  • Antonino Marrone, Ebrei e Giudaismo a Bivona (1428-1547), Bivona, Circolo Leonardo da Vinci - Bivona, 2000.
  • Antonino Marrone, Bivona dal 1812 al 1881, Bivona, Comune di Bivona, 2001.
  • Francesco Savasta, Il famoso caso di Sciacca, Palermo, 1726.
  • Giovan Battista Sedita, Cenno storico-politico-etnografico di Bivona, Bivona, 1909.
  • Salvatore Tornatore, Il culto di S. Rosalia a Bivona. La Chiesa e il Fercolo, Bivona, Comune di Bivona, 2009.
  • Carmelo Trasselli, Da Fernando il Cattolico a Carlo V: l'esperienza siciliana, 1475-1525, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1982.

Voci correlate[modifica]