Storia della filosofia/Filosofia e cristianesimo

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search

Mentre la filosofia greca conosceva la sua ultima fase, in Europa la diffusione del cristianesimo all'interno dell'impero romano segnò l'inizio della patristica, dalla quale si svilupperà la filosofia medievale.

Contesto storico[modifica]

Paolo e la diffusione del cristianesimo[modifica]

Il buon pastore, dalle catacombe di Domitilla (IV secolo)

Il cristianesimo nasce dalla predicazione di Gesù detto il Cristo, vissuto in Palestina nei primi tre decenni del I secolo. Le prime comunità ebraico-cristiane furono guidate prima da Giacomo Maggiore, che subì il martirio nel 44, e poi da Giacomo detto "fratello del Signore", anch'egli martire nel 62. Nei primi secoli i cristiani subirono infatti persecuzioni sia da parte delle autorità ebraiche sia da parte dei romani, per via del loro rifiuto di tributare un culto divino all'imperatore.

Figura centrale del cristianesimo delle origini è Paolo di Tarso: nato in una famiglia ebraica, fu un persecutore dei cristiani fino a quando, durante un viaggio a Damasco, si convertì anch'egli alla nuova religione e si fece battezzare. Iniziò così un'intensa attività di predicazione, dapprima in Arabia, poi nella natia Tarso e infine al seguito di Barnaba ad Antiochia.

Paolo è spesso indicato come l'apostolo dei gentili, per il suo impegno nel diffondere il Vangelo anche tra i non ebrei (chiamati appunto "gentili"). A Paolo si devono anche le formulazioni dottrinali con le quali il cristianesimo delle origini smise di essere un'"eresia dell'ebraismo" e si trasformò in una nuova religione. Il battesimo si diffuse sempre più tra le comunità pagane e fu dichiarata l'universalità della Chiesa.

Paolo fu a Corinto e ad Efeso prima di raggiungere Roma nel 60, dove fu decollato nel 64 durante la persecuzione attuata dall'imperatore Nerone. Nello stesso anno fu giustiziato anche Pietro, apostolo e discepolo di Gesù, oltre che primo vescovo di Roma. Nei decenni successivi il cristianesimo si diffuse da Roma nella penisola italiana e nell'Africa settentrionale, mentre proseguiva l'opera di evangelizzazione in Asia minore e nei Balcani.

L'organizzazione della Chiesa[modifica]

Nel II secolo il cristianesimo conobbe varie divisioni in seguito al sorgere di diverse dottrine, tra loro in opposizione, relative alla natura di Cristo; a queste si deve aggiungere inoltre lo gnosticismo. Su tutti i contrasti, però, trionfò il principio dell'unità della Chiesa, vista come una comunità universale che raccoglie tutti i fedeli di Cristo.

Le comunità si organizzarono gerarchicamente, prendendo a modello l'amministrazione imperiale: ognuna è guidata dagli anziani (presbiteri, preti), che a loro volta dipendono dai sorveglianti (episcopi, vescovi). Gli episcopi, inoltre, si riunivano in sinodi, durante i quali venivano prese decisioni dottrinali valide per tutti i fedeli.

Proseguirono intanto le persecuzioni. Le più feroci, dopo quella di Nerone del 64, furono messe in atto da Domiziano (81-96) e Traiano (98-117). Fino al 200 circa gli intellettuali cristiani furono inoltre impegnati nella difesa della nuova religione, riccorendo alle armi della retorica dei pagani.

Dalle persecuzioni alla religione di stato[modifica]

Volto di Cristo nelle catacombe di Commodilla a Roma, IV secolo

A partire dal III secolo alcuni filosofi cristiani, chiamati padri della Chiesa, diedero una sistemazione alle dottrine cristologiche, cercando di chiarire dal punto di vista religioso e filosofico la natura di Cristo.

I cristiani furono però colpiti da nuove persecuzioni, sotto i regni di Decio (249-251) e Valeriano (257-258). L'ultima persecuzione, voluta da Diocleziano nel 303, si concluse nel 311 con l'emanazione di un editto di tolleranza da parte di Galerio e Licino. Infine, nel 313 l'imperatore Costantino con l'editto di Milano riconobbe la piena libertà di culto ai cristiani e abolì il culto pagano dello Stato.

In seguito, l'imperatore intervenne nelle dispute interne al cristianesimo, convocando nel 325 il concilio di Nicea, durante il quale fu stabilito che Padre e Figlio hanno la stessa natura e venne formulato il «credo», in cui vengono professati i principi fondamentali della fede cristiana. Le deliberazioni di Nicea furono poi confermate dal secondo concilio di Costantinopoli, nel 381.

Infine nel 391 con Teodosio il cristianesimo divenne religione ufficiale dell'impero, mentre furono proibiti tutti i culti pagani.

L'impero in crisi[modifica]

La Bibbia di Ulfila

Intanto, fin dalla seconda metà del II secolo l'impero romano dovette affrontare le crescenti pressioni sui confini del Reno e del Danubio da parte di popolazioni germaniche, come i Marcomanni, i Catti, gli Alamanni, i Goti e i Franchi. Nel IV secolo l'impero si accordò con i Germani stanziati sui confini, che diventarono così foederati: questi assunsero il compito di presidiare i confini dell'impero, ricevendo in cambio un contributo annuo in denaro. Tra il 310 e il 380, inoltre, attraverso la predicazione di Ulfila i goti si convertirono all'arianesimo, una dottrina cristologica secondo cui il Cristo è creato e separato dal padre, e fu redatta una traduzione della Bibbia il lingua gota. Nel V secolo alcune popolazioni germaniche, infine, si stabilirono sul suolo romano.

Tra IV e VI secolo si verificarono vere e proprie invasioni, soprattutto a opera dei Germani orientali. Nel 375 la calata degli Unni, provenienti dalle steppe dell'Asia centrale, distrusse il regno degli Ostrogoti che sorgeva sul Mar Nero, spingendoli verso i confini romani. Molte popolazioni furono però costrette a migrare anche dalla carenza di risorse, dovuta ai cambiamenti climatici e alla crescita demografica.

I Germani ben presto si sciolsero dal rapporto di federazione con l'impero romano e, favoriti dal frazionamento politico dovuto alle riforme di Diocleziano, fondarono degli stati retti secondo il diritto germanico. La cultura romana però non fu cancellata. Si formarono così degli stati in cui una classe dirigente di etnia germanica e fede ariana governava una popolazione romana e cattolica.

La stabilità dell'impero romano d'Occidente, la cui capitale nel 404 fu spostata a Ravenna, fu progressivamente minata. Roma fu saccheggiata nel 410 dai Visigoti guidati da Alarico e nel 455 da parte dei Vandali, che poi insediarono un loro regno in Nord Africa. L'ultima invasione fu compiuta dagli Unni guidati da Attila. Caduto quest'ultimo, alcuni suoi luogotenenti presero il potere. Uno di essi, Oreste, impose sul trono imperiale il figlio adolescente Romolo Augustolo, il quale nel 476 fu però deposto dal generale unno Odoacre, che fu acclamato re dei Germani in Italia. L'Europa occidentale era ormai divisa in diversi regni germanici.

I padri della Chiesa[modifica]

I padri della Chiesa in una miniatura dell'XI secolo

Il primo tentativo di fusione fra la tradizione ebraica e la filosofia greca si deve ad alcuni scrittori cristiani vissuti tra il II e il VII secolo, chiamati padri della Chiesa (il termine "padri" va inteso nel senso di "maestri"). Lo studio delle loro dottrine viene chiamato patristica, mentre la patrologia si concentra sugli aspetti più specificamente letterari; queste due scienze tuttavia finiscono per fondersi, considerato lo stretto rapporto che c'è tra la dottrina e i testi di questi autori.[1][2] I padri della Chiesa cercarono di assimilare profondamente il senso del logos, concetto chiave della filosofia greca: logos significava la ragione e il fondamento universale del mondo, in virtù del quale la realtà terrena veniva ricondotta a un principio intellettivo ideale, in cui risiederebbe la vera dimensione dell'essere. Soprattutto in Plotino, l'ultimo dei grandi filosofi greci, si avvertiva il tema della trascendenza dell'Idea platonica, da lui concepita come la forza spirituale che plasma gli organismi viventi secondo un progetto prestabilito.

Se i primi cristiani accolsero con accenti diversi la filosofia pagana, senza identificare automaticamente i suoi sistemi di pensiero con il messaggio evangelico, e anzi con una certa coscienza critica che in Tertulliano si tramuta in aperta diffidenza,[3] Giustino fu invece tra i primi a identificare il Cristo incarnato con il logos dei greci, termine che egli trovava adoperato nel prologo di Giovanni.

Almeno fino al 200, la patristica si dedicò essenzialmente alla difesa del cristianesimo contro i suoi avversari. Tra costoro vi erano i cosiddetti "padri Apologisti". Solo in seguito cominciarono invece a sorgere i primi grandi sistemi filosofici. Un importante contributo in tal senso venne da Clemente Alessandrino; come Giustino, anche Clemente arrivò a sostenere che Dio aveva dato la filosofia ai greci «come un Testamento loro proprio».[4] Per lui la tradizione filosofica greca, quasi al pari della Legge mosaica per gli Ebrei, è ambito di "rivelazione": sono due rivoli che in definitiva vanno verso lo stesso Logos.

Strumento fondamentale per lo studio del padri della Chiesa sono le raccolte delle opere a cura di Jacques Paul Migne, la Patrologia latina (1844-1855) e la Patrologia graeca (1856-1866).

Agostino[modifica]

Agostino d'Ippona

Il maggiore esponente della patristica fu Agostino di Ippona: questi conciliò la filosofia greca con la fede cristiana riprendendo dal neoplatonismo il tema delle tre nature o ipostasi divine (Uno, Intelletto e Anima) e identificandole con le tre Persone della Trinità cristiana (Padre, Figlio e Spirito Santo), ma concependo il loro rapporto di processione non più in senso degradante, ma in un'ottica di parità-consustanzialità. Secondo Agostino ci sono dei limiti oltre i quali la ragione non può andare, ma se Dio illuminerà la nostra anima con la fede riuscirà placare la nostra sete di conoscenza. Agostino riprese da Plotino anche la concezione del male come semplice "assenza" di Dio: esso è dovuto perciò alla disobbedienza umana. A causa del peccato originale nessun uomo è degno della salvezza, ma Dio può scegliere in anticipo chi salvare; ciò non toglie che noi possediamo comunque un libero arbitrio.

Con Agostino emerse tuttavia, su questo punto, una differenza peculiare della filosofia cristiana rispetto a quella greca, nella quale era certamente presente l'idea della contrapposizione tra bene e male, ma era assente la nozione del peccato, per cui non c'era una visione lineare della storia come percorso di riscatto verso la salvezza. Agostino invece ebbe presente come la lotta tra bene e male si svolge soprattutto nella storia. Ciò comportò anche una riabilitazione della dimensione terrena rispetto al giudizio negativo che ne aveva dato il platonismo. Ora anche il mondo e gli enti corporei hanno un loro valore e significato, in quanto frutti dell'amore di Dio. Si tratta di un Dio vivo e personale che sceglie volontariamente di entrare nella storia umana. All'amore ascensivo tipico dell'eros greco, Agostino affiancò pertanto l'amore discensivo di Dio per le sue creature, proprio dell'agape cristiano.

Note[modifica]

  1. patristica, Treccani.it. URL consultato l'8 gennaio 219.
  2. Medieval Philosophy, in Stanford Encyclopedia of Philosophy. URL consultato l'8 gennaio 2019.
  3. Tertulliano, che si domanda: «Che cosa hanno in comune Atene e Gerusalemme? Che cosa l'Accademia e la Chiesa?» (De praescriptione haereticorum, VII, 9).
  4. Clemente Alessandrino, Stromata 6, 8, 67, 1.