Storia della filosofia/Lorenzo Valla

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Lorenzo Valla è un personaggio di eccezionale importanza non solo per la cultura italiana, ma soprattutto come rappresentante del più puro umanesimo europeo. Con le sue spietate critiche alla Chiesa romana fu il promotore di molte revisioni ideologiche e stilistiche di testi cattolici.

La sua opera si basa su una profonda padronanza della lingua latina e sulla convinzione che sia stata proprio un'insufficiente conoscenza del latino la vera causa del linguaggio ermetico e ambiguo di molti filosofi. Valla è convinto che l'uso corretto della lingua sia l'unico mezzo di comunicazione e acculturazione: la grammatica e un appropriato modo di esprimersi stanno alla base di ogni enunciato e, prima ancora, della sua formulazione intellettuale. Da questo punto di vista i suoi scritti sono tematicamente coerenti, in quanto ciascuno di essi si sofferma innanzitutto sulla lingua, sul suo uso corretto e sulle erronee interpretazioni della grammatica latina.

Oggi, il profondo distacco storico ci permette di distinguere le opere di Lorenzo Valla essenzialmente in due filoni, quello critico e quello filologico. Sebbene abbia saputo mostrare eccezionali doti di storico negli scritti critici, questa capacità non è però riscontrabile nell'unico lavoro definito storico, cioè nella biografia di Ferdinando d'Aragona, tutto sommato un modesto elenco di aneddoti e sentito dire.

La vita[modifica]

Lorenzo Valla

Nato a Roma nel 1405 da genitori di origini piacentine (il padre era l'avvocato Luca della Valle), riceve la sua prima educazione a Roma e forse a Firenze, imparando il greco da Giovanni Aurispa e da Rinuccio Aretino. Lo guida lo zio materno Melchiorre Scribani, un giurista funzionario in Curia. La sua prima opera, oggi perduta, è il De comparatione Ciceronis Quintilianique (Confronto fra Cicerone e Quintiliano), in cui elogia il latino di Quintiliano a scapito di quello ciceroniano, andando contro all'idea corrente e mostrando già in questo primo scritto il suo gusto per la provocazione. Alla morte dello zio, nel 1429, Valla spera in un impiego nella Curia pontificia, ma i due autorevoli segretari Antonio Loschi e Poggio Bracciolini, ferventi ammiratori di Cicerone, si oppogono all'assunzione, con la scusa che è troppo giovane.

Dopo questo insuccesso, Valla si accontenta di fare il maestro di scuola a Piacenza. Nel 1431, grazie all'aiuto di Antonio Beccadelli, detto il Panormita, fu chiamato a insegnare retorica all'Università di Pavia, sostituendo il maestro bergamasco Gasparino Barzizza, da poco defunto.[1] Da lì prosegue per Pavia, città nella quale ottiene la cattedra di eloquenza e dove rimane fino al 1433. Fondamentali sono per lui questi anni. La città era infatti un vivo centro culturale e Valla poté approfondire le sue conoscenze giuridiche, osservando inoltre l'efficacia del procedimento di analisi critica dei testi, che lo Studio pavese applicava con rigore.

A Pavia Valla acquisisce una grande reputazione con il dialogo De Voluptate (Il piacere), nel quale si oppone fermamente alla morale stoica e all'ascetismo medievale, sostenendo la possibilità di conciliare il Cristianesimo, ricondotto alla sua originarietà, con l'edonismo, recuperando così il senso del pensiero di Epicuro e Lucrezio. A conclusione del dialogo, Valla sottolinea, però, come suprema voluttà sia per l'uomo la ricerca spirituale e la fede in Dio. Si tratta di uno scritto considerevole poiché, per la prima volta, una tendenza filosofica che era rimasta confinata nell'ambito del paganesimo trovava espressione in un'opera di livello universitario e di valore filosofico, venendo rivalutata alla luce del pensiero cristiano. Le polemiche che seguono alla pubblicazione del testo, però, costringono Valla a lasciare Pavia.

Da allora passa da un'università all'altra, accettando brevi incarichi e tenendo lezioni in diverse città. Durante questo periodo fa la conoscenza del re Alfonso V di Aragona, al cui servizio entra nel 1435 rimanedovi fino al 1447. Alfonso ne fa il suo segretario, lo difende dagli attacchi dei suoi nemici e lo incoraggia ad aprire una scuola a Napoli. Nel 1440, durante il pontificato di Eugenio IV, scrive un breve testo (pubblicato solo nel 1517), il La falsa Donazione di Costantino (De falso credita et ementita Constantini donatione). In esso Valla, con argomentazioni storiche e filologiche, dimostra la falsità della Donazione di Costantino, documento apocrifo in base al quale la Chiesa giustificava la propria aspirazione al potere temporale: secondo questo documento, infatti, sarebbe stato lo stesso imperatore Costantino, trasferendo la sede dell'impero a Costantinopoli, a lasciare alla Chiesa il restante territorio dell'Impero romano (oggi si sa che la dimostrazione del Valla era giusta e che si tratta di uno scritto dell'VIII secolo o IX secolo).

« E, ciò che è molto più assurdo e non rientra nella realtà dei fatti, come si può parlare di Costantinopoli come di una delle sedi patriarcali, quando ancora non era né patriarcale né una sede né una città cristiana né si chiamava così, né era stata fondata, né la sua fondazione era stata decisa? Infatti il privilegio fu concesso tre giorni dopo che Costantino si fece cristiano, quando Bisanzio esisteva ancora e non Costantinopoli. »
(Lorenzo Valla, La falsa Donazione di Costantino, 1440)

Dimostra inoltre che anche la lettera ad Abgar V attribuita a Gesù è un falso e, sollevando dubbi sull'autenticità di altri documenti spurii, ponendo in discussione l'utilità della vita monastica e mettendone in luce anche l'ipocrisia nel De professione religiosorum (La professione dei religiosi), suscita l'ira delle alte gerarchie ecclesiastiche. Come conseguenza, è obbligato a comparire davanti al tribunale dell'Inquisizione, alle cui accuse riesce a sottrarsi soltanto grazie all'intervento del re Alfonso.

Nel 1444 visita nuovamente Roma, dove i suoi avversari erano ancora molti e potenti. Riesce a salvarsi da morte certa travestendosi e fuggendo a Barcellona, da dove fa poi ritorno a Napoli. Sempre nel 1444 vengono divulgati gli Elegantiarum libri sex (i sei libri sull'"eleganza" della lingua latina), pubblicati però postumi nel 1471. L'opera raccoglie una serie straordinaria di passi desunti dai più celebri scrittori latini (Publio Virgilio Marone, Cicerone, Livio), dallo studio dei quali, sostiene Valla, occorre codificare i canoni linguistici, stilistici e retorici della lingua latina. Il testo costituì la base scientifica del movimento umanista impegnato a riformare il latino cristiano sullo stile ciceroniano. Tra il 1446 e il 1447 scrive le Emendationes sex librorum Titi Livii in cui discute, col suo modo di scrivere brillante e caustico, correzioni ai libri 21-26 di Tito Livio in opposizione ad altri due intellettuali della corte napoletana Panormita ed Facio che non avevano il suo stesso spessore filologico.

Nel febbraio 1447, con la morte di papa Eugenio IV, la sua fortuna inizia a volgere in meglio. Recatosi nuovamente a Roma, è ricevuto dal nuovo pontefice Niccolò V, che lo nomina segretario apostolico; quindi, a partire dal 1450, assume il ruolo a lui più consono di professore di retorica. Non perde il suo spirito caustico e inizia a ridicolizzare nel 1449 il latino della Vulgata, facendo confronti con l'originale greco e sminuendo il ruolo di traduttore di San Girolamo. Sotto papa Callisto III, Valla raggiunge il culmine della carriera, divenendo segretario apostolico. Muore a Roma il 1º agosto 1457.

Scritti filologici[modifica]

Nel III secolo l'impero romano iniziava a tramontare, il che si palesava non solo nell'indebolimento delle forze politiche e militari, ma anche nello sfaldamento dell'ordinamento interno e soprattutto nell'imbarbarimento della cultura. La crisi generale e l'accettazione di molte genti non italiche tra i cittadini romani provocarono una lenta ma significativa deviazione dalla lingua latina ufficiale verso dialettali e meno sofisticate. Si evidenziò la necessità di uno "sviluppo" della lingua che presupponeva la canonizzazione della parlata popolare e della sua semplice grammatica. Erano i primi sintomi della nascita di una nuova lingua, quella italiana, che avrebbe necessitato di un millennio per svilupparsi pienamente. Durante questo lunghissimo tempo di transizione, in tutta la penisola ci fu un'enorme incertezza linguistica. Il latino classico stava lentamente cedendo il posto a una mescolanza di nuovi idiomi che combattevano per la sopravvivenza e la supremazia.

Gli effetti di questo lungo periodo di transizione sono ben visibili soprattutto nelle traduzioni che via via nascevano dal latino verso l'italiano, proprio perché la linea di demarcazione tra le due lingue era fluttuante e perché nessuno dei traduttori poteva dirsi un vero esperto in materia. Lorenzo Valla fu il primo a stabilire un limite alla modernizzazione della lingua latina, decidendo che i cambiamenti oltre tale limite facessero già parte del processo di sviluppo della lingua italiana. In questo modo riuscì non solo a salvaguardare la purezza del latino, ma pose anche le basi per lo studio e la comprensione dell'italiano.

Scritti critici[modifica]

Lorenzo Valla si pone tra i maggiori esponenti del Quattrocento italiano e dell'Umanesimo europeo, non solo per il suo costante apporto di punti di vista assolutamente umanistici, bensì anche per la sua annosa avversione ai barbarismi della cultura scolastica. È indicativa ad esempio la sua tesi (in De Voluptate) sugli errori dello stoicismo praticato dagli asceti cristiani che non avrebbero preso in debita considerazione le leggi naturali, dunque divine; la morale consiglierebbe infatti un'esistenza allegra e godereccia che non potrebbe in alcun modo precludere l'aspirazione alle gioie postume del paradiso. Analogamente, nelle Dialecticae Disputationes Valla confuta il dogmatismo di Aristotele e la sua arida logica che non offre insegnamenti o consigli, bensì discute solo di parole senza raffrontarle con il loro significato nella vita reale. Altrettanto critico si dimostra (nelle Osservazioni) quando mostra la profonda padronanza del latino per provare che sono state le traduzioni maldestre di alcuni passi del Nuovo Testamento a causare incomprensioni ed eresie. Fu pubblicata per la prima volta solo sessant'anni più tardi da Erasmo da Rotterdam.

Note[modifica]

  1. E. Garin, La letteratura degli umanisti, in Emilio Cecchi, Natalino Sapegno (edd.) Letteratura italiana, vol. III, Il Quattrocento e l'Ariosto, Milano, Garzanti, 1965, pp. 198-203).