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Storia della filosofia/Umanesimo e Rinascimento

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Storia della filosofia

La filosofia moderna si fa iniziare con l'Umanesimo (secolo XV circa) e la sua rivalutazione dell'uomo e della sua esperienza eminentemente terrena, e terminare con la figura di Immanuel Kant (1724 - 1804), il pensatore che aprirà la strada all'idealismo romantico.

In particolare il parallelismo medievale di ragione e fede diviene nuovamente problematico con l'emergere della scienza moderna nel Rinascimento; la ricerca filosofica infatti dimostra sempre maggiori difficoltà a conciliarsi con le restrizioni della dottrina religiosa, man mano che i risultati dell'indagine razionale contrastano con i dogmi e le verità della Rivelazione mettendo in crisi il Principio di autorità con cui venivano risolti questi contrasti.

Alcuni dei grandi protagonisti di quest'epoca si scontrano con la Chiesa Cattolica: Bernardino Telesio, Tommaso Campanella perseguitato dall'Inquisizione, Giordano Bruno condannato al rogo, e Galileo Galilei, che pur animato da una sua sincera fede religiosa, è costretto ad abiurare le sue scoperte e quanto aveva dedotto da esse.

A questa conflittualità porrà termine, in un certo senso, l'illuminismo, in particolare attraverso la figura di Kant, che delimiterà in modo netto il campo della ragione, liberandola da tutti gli errori che ne contaminerebbero la purezza e l'autonomia.

Contesto storico

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Alle porte dell'età moderna: l'Europa nel Quattrocento

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Ritratto di Giovanna d'Arco, dal registro del Parlamento di Parigi (1429)

Nel Quattrocento una serie di crisi e di guerre portano alla nascita dell'Europa moderna. Il Sacro Romano Impero e la Chiesa cattolica smettono di essere le due principali potenze continentali. Cresce il peso di Francia e Inghilterra, mentre la Spagna, impegnata nel processo di unificazione, controlla anche l'Italia meridionale e, quindi, il Mediterraneo occidentale. A est, l'Impero bizantino cade sotto il controllo ottomano (1453) e nel mondo slavo emerge il granducato di Mosca, che si assegna il titolo «Terza Roma» ed erede della tradizione romano-bizantina.[1]

In Italia, in molte città del nord e del centro sorgono delle dinastie destinate a regnare su stati regionali: i Visconti e poi gli Sforza a Milano, i Gonzaga a Mantova, gli Estensi a Ferrara, i Medici a Firenze. Quest'ultima, in particolare, diventa uno dei più vivaci centri culturali d'Europa, culla del Rinascimento. Altre importanti città, come Venezia, Genova e Pisa, assumono invece la forma di repubblica.[2]

Inghilterra e Francia sono impegnate nelle ultime fasi della guerra dei cent'anni (1337-1453). Nel 1420 il trattato di Troyes attribuisce la corona francese a Enrico VI di Lancaster, re d'Inghilterra. La situazione però viene rovesciata dall'intervento di Giovanna d'Arco, che nel 1429 libera Orléans dagli inglesi; nello stesso anno Carlo VII di Valois è consacrato re di Francia. Dopo la morte di Giovanna (1431), le truppe francesi riconquistano Parigi nel 1436.[3] Nonostante la tregua firmata a Tours (1444), le ostilità riprendono nel 1448; gli inglesi sono sconfitti definitivamente nella battaglia di Castillon (1453). Tuttavia, solo il trattato di Picquigny (1475) riesce a ristabilire i rapporti pacifici tra Francia e Inghilterra.

Nella seconda metà del secolo, in Inghilterra si consuma inoltre un conflitto dinastico che porta alla guerra delle due rose (1455-1485). Le due famiglie dei Lancaster e degli York, entrambe discendenti da Edoardo III, si contendono la corona inglese. Ne scaturisce una guerra destinata a durare per un trentennio. Nel 1485 Enrico VII Tudor, discendente di entrambi i casati, sconfigge Riccardo III di York, re d'Inghilterra, nella battaglia di Bosworth e diventa nuovo sovrano, inaugurando la dinastia dei Tudor.[4]

Le scoperte geografiche

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Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Età delle scoperte.
Cristoforo Colombo davanti ai re di Spagna al ritorno dal suo primo viaggio, in un dipinto di Ricardo Balaca, 1874

Il passaggio dal Medioevo all'età moderna è però segnato anche dalle esplorazioni geografiche. A renderle possibili sono alcune importanti innovazioni tecniche, come l'introduzione dell'astrolabio, il perfezionamento della bussola e l'impiego della caravella.[5]

Alla metà del Quattrocento, il controllo ottomano sulle rotte tra Occidente e Oriente fa entrare in crisi l'economia mercantile del Mediterraneo. La necessità di trovare nuove rotte verso India e Cina, aggirando l'Impero ottomano, spinge Spagna e Portogallo a finanziare viaggi di esplorazione. I due regni, infatti, nati dopo avere strappato la penisola iberica agli arabi, intendono arricchirsi per trovare un posto tra le potenze europee. Il Portogallo, in particolare, cerca di raggiungere l'Oriente circumnavigando l'Africa, mentre gli spagnoli sostengono Cristoforo Colombo, che intende raggiungere l'Asia attraversando l'Atlantico.[5]

Il 12 ottobre 1492 (data che per convenzione segna l'inizio dell'età moderna), Colombo approda alle coste delle isole Bahamas. Tuttavia, pensa di avere raggiunto le Indie e non si rende conto di essere arrivato in un continente fino ad allora sconosciuto. Il primo a capirlo è il fiorentino Amerigo Vespucci, e in suo onore il nuovo continente prende il nome di America. Subito dopo Colombo, altri navigatori intraprendono la stessa rotta. I britannici orientano i loro interessi verso l'America del Nord,[6] mentre spagnoli e portoghesi colonizzano l'America del Sud.

I conquistadores spagnoli portano al collasso alcuni antichissimi imperi, come quelli azteco e inca; guerre e pestilenze, inoltre, decimano le popolazioni amerinde. La spartizione del Sud America tra Portogallo e Spagna segue le disposizioni stabilite dalla bolla Inter coetera (1493), emanata da papa Alessandro VI, e dal trattato di Tordesillas (1494). Gli spagnoli costituiscono un vasto impero nel continente, mentre i portoghesi si stabiliscono lunghe le coste del Brasile.[7]

Le Americhe diventano il centro di nuovi traffici commerciali: metalli e altre risorse vengono portati in Europa, che a sua volta spedisce manufatti nel Nuovo Mondo. Le scoperte geografiche però hanno anche implicazioni religiose. La Chiesa cattolica guarda alle esplorazioni come a un'occasione per evangelizzare nuove popolazioni. Gruppi di protestanti, invece, lasciano l'Europa per fondare in America comunità ispirate ai valori del Vangelo.[5]

L'età di Carlo V

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Tiziano, Carlo V alla battaglia di Mühlberg, 1548

Re di Spagna dal 1516 e imperatore dal 1519, Carlo V d'Asburgo governa su un impero sul quale «non tramonta mai il sole». È infatti il primo sovrano a regnare su un territorio molto vasto, che si estende tra il Vecchio e il Nuovo continente. Sotto la sua corona si riuniscono territori molto diversi, dai Paesi Bassi alla Sicilia, dalla Spagna all'Austria, oltre a tutti i territori in America meridionale. Il suo proposito di unificare nell'impero anche tutti gli stati tedeschi incontra l'ostilità sia dei principi tedeschi, sia della Francia, che si oppone alla creazione di un unico stato in Europa. Ne nascono guerre tra l'Impero e la Francia, alleata degli Ottomani e dei principi tedeschi ribelli.[8]

Una serie di difficoltà e insuccessi militari fanno però fallire i progetti di Carlo V, che nel 1556 abdica per ritirarsi in un monastero. In particolare, il suo tentativo di creare un impero cristiano e cattolico si scontra con la Riforma protestante, che si diffonde in Europa. I domini dell'impero di Carlo V vengono divisi: il figlio Filippo diventa re di Spagna e ottiene i territori italiani, i Paesi Bassi e i possedimenti nelle Americhe, mentre al fratello Ferdinando va il titolo di imperatore e i feudi asburgici in Austria. La casa di Asburgo si divide così in due rami, uno spagnolo e uno austriaco.[9]

La Riforma e la Controriforma

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Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Riforma protestante.

Durante l'Umanesimo cresce l'interesse non solo per i classici latini e greci, ma anche per la Bibbia, allo scopo di avvicinarsi all'autentico messaggio di Cristo. La Bibbia è il primo libro stampato da Gutenberg (1453) e nel 1517 Erasmo da Rotterdam pubblica un'edizione del Nuovo Testamento in greco con una traduzione in latino, fedele al testo originale. Allo stesso tempo, si alzano voci che chiedono un profondo rinnovamento della Chiesa. Negli anni dieci del XVI secolo, papa Leone X bandisce una vendita di indulgenze per ottenere i fondi necessari a costruire la basilica di San Pietro. Numerosi predicatori si scagliano contro la decisione: tra questi c'è Martin Lutero, monaco agostiniano e teologo a Wittemberg, che a partire dal 1517 critica apertamente il pontefice. Lo scontro porta alla scomunica di Lutero (1521), ma le sue dottrine hanno ormai molti seguaci. Nasce così una nuova Chiesa riformata, separata da quella di Roma. Il luteranesimo si espande verso nord, in Scandinavia, mentre in Svizzera Ulrico Zwingli riforma la Chiesa di Zurigo (1522-1523) e Giovanni Calvino, da Ginevra, diffonde le sue dottrine teologiche in Francia, Paesi Bassi e Scozia. In Gran Bretagna il re Enrico VIII diventa promotore dell'anglicanesimo, e in Scozia prende piede il presbiterianesimo.[10]

Come reazione, la Chiesa cattolica indice il concilio di Trento, che si apre nel 1545 e prosegue, con delle interruzioni, fino al 1563. Il concilio approfondisce le spaccature con il mondo protestante e avvia un movimento di Controriforma, che da un lato contrasta la diffusione della Riforma e dall'altro, attraverso personalità come Carlo Borromeo e ordini religiosi come la Compagnia di Gesù, porta avanti un processo di rinnovamento della Chiesa cattolica.[11]

La Riforma ha conseguenze anche sul piano politico ed economico. Aderendo alla Riforma, i principi tedeschi si separano dalla Chiesa di Roma e quindi si ritengono sciolti dal giuramento di fedeltà all'imperatore, posizione che viene ribadita dalla dieta di Spira (1529). Nel 1531 nasce la Lega di Smalcalda, che riunisce i principi protestanti, ma anche paesi cattolici come Francia e Baviera, e che si oppone all'imperatore. La pace di Augusta (1555) sancisce la vittoria dei principi tedeschi, che non devono restituire i beni della Chiesa che avevano in precedenza confiscato e possono imporre la loro religione ai propri sudditi.[12] Tuttavia, altri conflitti tra cattolici e protestanti si consumano in varie parti d'Europa: è il periodo delle guerre di religione, che proseguono fino alla metà del Seicento.

La nuova concezione della natura

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La stessa definizione dell'ambito della filosofia, la sua autonomia, sarà da specificare nell'età moderna nei confronti della scienza sperimentale e matematica della natura. Cambia nell'umanesimo la visione dell'uomo non più legato alla divinità: l'uomo viene considerato nel suo aspetto concreto e nel suo legame con la natura, che lo porta a sperimentare e conoscere con i sensi prima e piuttosto che attraverso le astrazioni della logica, con lo scopo di volgere la natura stessa ai propri fini.

«L'uomo sembrò meritare un'attenzione che la cultura precedente non gli aveva accordato, e soprattutto acquistò nuovo significato il suo operare nel mondo, e la sua attiva capacità di trasformarlo.»[13]

Una scarsa considerazione della natura aveva caratterizzato il pensiero neoplatonico fino all'età moderna; durante il predominio della filosofia cristiana, dove si distingue nettamente il creatore dal creato, il naturalismo era stato messo completamente da parte. Anzi le dottrine naturalistiche, fatte risalire alla versione meccanicistica dell'epicureismo, venivano considerate empie, in quanto negatrici dei dogmi cristiani dell'esistenza di Dio, dell'immortalità dell'anima, di tutto quello che si riferiva al soprannaturale.

Tommaso Campanella

Il naturalismo torna prepotentemente nell'età rinascimentale, «l'uomo apparve come il centro focale della natura, come un essere intermedio capace di forgiarsi secondo il suo volere, e di plasmare così la propria vita e lo stesso mondo circostante a propria immagine.»[14]

Si riprende in un certo modo l'antica visione panteistico vitalistica o materialistica-meccanicistica degli antichi. Alla prima concezione della natura appartengono Telesio, Bruno e Campanella con la loro visione di un Dio che s'identifica nella natura stessa, che vive nella stessa perfezione dei fenomeni naturali, mentre la interpretazione materialistica la si ritrova in tutte quelle filosofie rinascimentali caratterizzate da una ripresa dello stoicismo. La dottrina di Giordano Bruno è la sintesi, intrisa di magia, di queste due tendenze: egli concepirà la natura naturans e quindi Dio come mens insita omnibus che come il pneuma degli stoici dà vita a tutto l'infinito universo.

Ora la natura dove l'uomo agisce non è più corrotta dal peccato e quindi l'uomo può ben operare nel mondo e può trasformarlo con la sua volontà. Questi uomini nuovi non sono atei ma hanno una nuova religiosità. L'uomo del Medioevo sta con i piedi sulla terra ma guarda al cielo: la filosofia medioevale era impostata su una dimensione verticale dell'uomo, nel pensiero moderno prevale la dimensione orizzontale, perché Dio è nella natura stessa. L'ansia di perfezione che caratterizza l'opera di Leonardo da Vinci è in fondo il tentativo di raggiungere Dio nella natura. Nasce l'esigenza di una nuova religiosità che metta in contatto diretto, senza nessuna mediazione, l'uomo con Dio. L'uomo solo, individuo, in rapporto a Dio, sarà questo il fulcro della Riforma.

La perdita dell'unità medievale del sapere e la specializzazione delle scienze

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« Viene meno quella compatta unità del sapere, di cui le summae medioevali erano state l'espressione più evidente »
(U. e A. Perone, G. Ferretti, C. Ciancio, Storia del pensiero filosofico, vol.II, pag.13, ed. S.E.I. 1975)

Il sapere medievale era enciclopedico, armonioso, coordinato e orientato verso Dio inteso come culmine della verità, quadro che tiene assieme i vari saperi. Ragione e fede procedevano assieme. Dopo Ockham filosofia e teologia sono autonome e anzi si contrastano. Nel Medioevo per quanto disordinata e approssimativa fosse la vita, il papato e l'impero costituivano dei punti di riferimento ben saldi, e per alcuni speranza d'ordine e di legalità universale (Dante).

Nella cultura umanistico-rinascimentale salta il quadro di riferimento religioso, la cornice che tiene assieme il mosaico del sapere. Si smarrisce il senso della stabilità culturale e politica. Le scienze diventano autonome e specialistiche, si perfezionano ma non comunicano più tra loro, secondo quella che Panofsky ha definito "decompartimentazione" del sapere.

Tutto si risolve nel singolo, nell'individualità del Principe che tende a fare della propria esistenza un'opera unica e irripetibile.[15]

La Politica, scienza naturale

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Machiavelli

Il pensiero rinascimentale estende il concetto di naturalità, così come era accaduto con i sofisti, non solo alla considerazione della scienza naturale, ma anche a quell'ambiente naturale in cui vive l'uomo: lo Stato, e la scienza naturale che studia lo Stato è la Politica.

Vera scienza naturale perché determinata da principi naturalistici e autonoma da tutte le altre scienze. Il pensiero politico di Machiavelli ora considererà suo oggetto di studio l'essere, le cose come stanno effettivamente e non più il dover essere, le cose come dovrebbero essere o come si vorrebbe che fossero.

« Ma sendo l'intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare dietro la verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. »
(N. Machiavelli, Il Principe, cap.XV)

Una concezione storica e naturalistica assieme della vita dell'uomo simile a quella delle vicende della natura: come in questa nulla cambia così avviene, nonostante le apparenti trasformazioni, anche per la storia dell'uomo.

  1. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 208-209.
  2. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 212-213.
  3. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 216-217.
  4. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 218-219.
  5. 5,0 5,1 5,2 Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 232-233.
  6. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, p. 235.
  7. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, p. 237.
  8. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, pp. 244-245.
  9. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, p. 249.
  10. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, p. 257.
  11. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, p. 260.
  12. Atlante storico, in La biblioteca del sapere - Corriere della Sera, vol. 30, Milano, Rizzoli-Larousse, 2004, p. 259.
  13. U. e A. Perone, G. Ferretti, C. Ciancio, Storia del pensiero filosofico, vol. II, pag. 11, ed. S.E.I. 1975
  14. U. e A. Perone, G. Ferretti, C. Ciancio, Op.cit., ibidem
  15. G. Saitta, "Il pensiero italiano nell'Umanesimo e nel Rinascimento", Vol. II, Il Rinascimento. Bologna 1950