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Storia della filosofia/Riforma e Controriforma

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Indice del libro

La Riforma protestante pose una sfida teologica e politica alla Chiesa cattolica e in particolare all'autorità papale, e dette inizio al protestantesimo e alla separazione (scisma) della Chiesa occidentale in Chiese riformate e in Chiesa cattolica romana. È considerata anche uno degli eventi che marcano nella storia europea la fine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna.

Sebbene solitamente si consideri la pubblicazione nel 1517 a Wittenberg delle 95 tesi da parte di Martin Lutero come l'inizio della Riforma, gli storici sottolineano come già da molto prima vi fossero stati movimenti riformistici all'interno della Chiesa. A causa delle sue tesi e del rifiuto di ritirarle, nel gennaio 1521 Lutero venne scomunicato da papa Leone X, mentre l'editto di Worms del maggio dello stesso 1522 – emesso dall'imperatore, Carlo V d'Asburgo – lo bandì dal Sacro Romano Impero, vietando, inoltre, a tutti i sudditi di propagare le sue idee.

Nonostante ciò, anche grazie alla sempre maggior disponibilità della stampa a caratteri mobili introdotta nel secolo precedente da Johannes Gutenberg, gli scritti teologici di Lutero ebbero una rapidissima diffusione in tutta la Germania e da lì in tutta Europa. In breve tempo, il movimento si diversificò e salirono alla ribalta altri riformatori, come Martin Bucero, Ulrico Zwingli e Giovanni Calvino. In Inghilterra re Enrico VIII colse l'occasione per separare la Chiesa locale da Roma, dando vita alla Chiesa anglicana. La Francia fu teatro di una sanguinosa guerra tra protestanti e cattolici. In risposta alla Riforma, la Chiesa di Roma intraprese anch'essa una serie di azioni, conosciute come Controriforma, che scaturirono, in gran parte, dalle decisioni prese nel corso del concilio di Trento.

Crisi della Chiesa cattolica tra Medioevo e Rinascimento[modifica]

Il Concilio di Costanza del 1414-1418; chiamato a ricomporre lo Scisma d'Occidente; durante lo svolgimento emerse l'esigenza di una riforma della Chiesa cattolica ma, nonostante il tentativo in tal senso, non si ebbero risultati significativi

L'età del Rinascimento, almeno dopo la morte di Paolo II nel 1471, costituisce uno dei periodi più oscuri dei vertici delle gerarchie della Chiesa cattolica: allo splendore culturale e civile si contrappose la mancanza di un autentico spirito religioso. Se da un lato la Chiesa accolse favorevolmente lo sviluppo culturale e artistico del tempo, da un altro non mancarono gli aspetti negativi. La curia romana viveva nel lusso: ogni cardinale aveva la sua corte, con palazzi e ville dentro e fuori le mura. Il nuovo tenore di vita esigeva forti spese, alle quali si faceva fronte con tutti mezzi, leciti e illeciti. Anche il papato era tutt'altro che estraneo a questo clima. Molti dei pontefici rinascimentali erano interessati ad arricchire sé stessi e la propria famiglia attraverso un diffuso nepotismo, ed erano più impegnati in intrighi politici e negli affari terreni che nella cura degli aspetti pastorali del loro ufficio, la quale veniva spesso messa in secondo piano.[1][2][3]

La consuetudine dell'alto clero di accumulare i benefici ecclesiastici (con le rendite a essi connessi) era pratica comune mentre il basso clero, spesso scarsamente istruito e senza alcuna preparazione specifica, contribuiva a fare della religione un insieme di pratiche più vicine alla superstizione che alla fede. Così la Chiesa si dimostrava non in grado di rispondere adeguatamente alle ansie dei fedeli che, dal tempo della peste nera del XIV secolo, vivevano costantemente con il terrore della dannazione eterna. Tali paure erano all'origine di pratiche religiose che spesso sconfinavano nella superstizione e nella magia; l'affermazione del culto mariano, dei santi, delle reliquie, la frequente pratica di pellegrinaggi, lo svolgimento di processioni e, addirittura, i primi episodi di caccia alle streghe, ben testimoniano lo smarrimento del popolo cristiano europeo. La paura dell'inferno era mitigata dal ricorso sempre più popolare alla pratica delle indulgenze, ovvero la possibilità di cancellare una parte ben precisa delle conseguenze di un peccato; una consuetudine che tuttavia aveva assunto nel tempo connotati degenerati ben lontani dall'idea originale di sincero pentimento, arrivando fino alla loro vendita dietro corrispettivo in denaro, una "fiscalizzazione" della religione.[4][5] La desacralizzazione degli aspetti religiosi, dovuta a una tale confusione tra spirituale e materiale, era aggravata dall'oscurità dei testi sacri per la maggior parte dei fedeli; l'accesso alla Bibbia, proclamata esclusivamente durante le messe e in latino per una popolazione prevalentemente analfabeta, necessitava della mediazione di un clero a sua volte spesso ignorante, svuotandone il significato e la spiritualità.[6]

Già dal XIII secolo era iniziata ad affermarsi la consapevolezza tra i fedeli dell'urgente necessità di una riforma che riportasse la Chiesa a una dimensione più spirituale che terrena. A partire dal secolo successivo, anche alcuni appartenenti ai vertici ecclesiastici colsero una tale necessità e ciò emerse chiaramente nel concilio di Costanza e nel concilio di Basilea. Tuttavia, questi tentativi di rinnovamento non riuscirono mai a essere sufficientemente incisivi, rimanendo relegati a contesti marginali, con scarso seguito o teologicamente deboli. Una concreta azione riformistica venne intrapresa da papa Pio II nella metà del XV secolo, ma non trovò continuità tra i suoi successori. Fu, dunque, solo agli inizi del XVI secolo che queste correnti riformatrici poterono concretizzarsi in un'azione che cambiò radicalmente il cristianesimo occidentale arrivando a rompere quell'unità che l'aveva contraddistinto dall'inizio.[7][8]

Primi movimenti riformatori[modifica]

Il teologo Jan Hus

Come detto, già dal XII secolo alcuni movimenti di fedeli predicavano una riforma della Chiesa cattolica: tra questi i più importanti furono Pietro Valdo, fondatore dei poveri di Lione, l'accademico inglese John Wyclif e il predicatore ceco Jan Hus.[9]

John Wyclif fu un teologo, di formazione scolastica, che insegnò all'università di Oxford dove si distinse per la dura critica verso la Chiesa cattolica. I vertici ecclesiastici tentarono più volte di portarlo all'inquisizione come eretico, ma senza successo; tuttavia riuscirono a farlo espellere dall'università. Ritiratosi come pastore in campagna, Wycilf relativizzò l'autorità della chiesa terrena, la sua gerarchia e i suoi sacramenti. Definì l'indulgenza un "pio inganno" (pia fraus), rifiutò la transustanziazione e insegnò che Cristo fosse presente in cielo e in modo spirituale nei doni eucaristici. Per Wyclif, la Bibbia era la legge di Dio, Cristo il suo messaggero, e i soli padri della Chiesa potevano fungere da interpreti. Nel 1415 il concilio di Costanza lo condannò postumo come eretico e i suoi resti mortali furono riesumati e bruciati. Le sue idee sopravvissero in Inghilterra nel movimento dei lollardi. Nel XVI secolo il puritanesimo farà riferimento a Wyclif come «stella mattutina della Riforma».[10][11]

Jan Hus entrò in contatto con le idee di Wyclif all'università di Praga, dove studiò teologia diventandone professore. Criticò apertamente l'avidità e la secolarizzazione del clero e perorava una riforma basata sulla Bibbia. Inoltre, non riconosceva nel Papa la massima autorità in materia di fede. La sua critica incontrò una vasta approvazione tra la popolazione, con grande allarme della chiesa. Così, nel 1408 fu rimosso dall'incarico e scomunicato tre anni più tardi. Hus continuò, tuttavia, a lavorare come predicatore itinerante e redasse una dottrina in cui proponeva una Chiesa come comunità non gerarchica. Nel 1414 venne convocato al concilio di Costanza, dove avrebbe dovuto revocare le sue dichiarazioni. Contrariamente alla promessa di salvacondotto del re Sigismondo del Lussemburgo, venne condannato al rogo come eretico l'anno successivo. Dalla sua predicazione emersero numerose correnti, dette hussite. Dal 1419 al 1436 si verificarono scontri tra questi gruppi e il re di Boemia (crociata hussita).[12][13]

Martin Lutero e la Riforma in Germania[modifica]

Ritratto di Martin Lutero

A fronte di tutto ciò, è innegabile che l'inizio della Riforma non fu un evento casuale ma il concretizzarsi di una situazione che da tempo si era venuta a formare da molteplice cause; lo storico Giacomo Martina afferma che «Lutero non determinò il sorgere della rivolta, ma ne affettò il momento e vi gettò il peso della sua forte personalità accrescendone l'efficacia».[14]

Lo sviluppo interiore di Lutero come riformatore[modifica]

Nato il 10 novembre 1483, Martin Lutero entrò nell'ordine degli eremiti agostiniani come monaco nel 1505 dopo essersi formato in materie giuridiche presso l'università di Erfurt, un ambiente fortemente influenzato dalle teorie di Guglielmo di Occam.[15] Dal 1512 insegnò etica, dogmatica ed esegesi all'università di Wittenberg dove il suo superiore, Johann von Staupitz, aveva stimolato la formazione di una "comunità di lettura" a cui, oltre a Lutero, ne avevano fatto parte, tra gli altri, Andrea Carlostadio, Johannes Lang, Justus Jonas.

Come Lutero stesso scriverà più tardi, la sua vita in quegli anni era tormentata dalla consapevolezza della propria peccaminosità e del giudizio imminente: il concetto di "giustizia di Dio" era da lui profondamente odiato, in quanto riteneva che ognuno dovesse invece ottenere ciò che gli spettasse. Fu lo studio delle lettere di san Paolo a fargli elaborare una nuova comprensione della giustizia di Dio, che ora intendeva come iustitia passiva. In particolare, tra il 1515 e il 1517, dopo aver riflettuto su di un passo della Lettera ai Romani[16], sviluppò una teoria in cui asseriva che per la salvezza dell'anima non era necessario conseguire particolari meriti, ma che era sufficiente abbandonarsi all'azione salvifica di Dio: bastava quindi credere per sapersi e sentirsi salvato.[17][18]

Su queste basi, Lutero proseguì a elaborare ulteriori teorie, successivamente riassunte nelle cinque sola: Sola Scriptura (con la sola Bibbia), Sola Fide (con la sola fede), Sola gratia, Solus Christus, Soli Deo Gloria (per la gloria di Dio solo). Tali formule, di fatto, ponevano il pensiero di Lutero distante da molti principi del cristianesimo; in sostanza, il riformatore tedesco sconfessava la presenza delle gerarchie nella Chiesa cattolica, negava la necessità di un clero che facesse da intermediario tra i fedeli e le Sacre Scritture, rifiutava i sacramenti con l'eccezione del battesimo e dell'eucarestia. Di quest'ultima, inoltre, Lutero non riconosceva la dottrina della transustanziazione, ovvero la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, proponendo quella della consustanziazione, secondo la quale, il pane e il vino al tempo stesso mantengono la loro natura fisica e divengono anche sostanza del corpo e del sangue del Cristo.[19]

La critica di Lutero alle indulgenze[modifica]

Le 95 tesi di Martin Lutero

L'occasione per rendere pubbliche le sue teorie gli venne nel 1516 a seguito della predicazione nella provincia di Magdeburgo di Johann Tetzel. Tetzel aveva ricevuto dall'arcivescovo di Magonza Alberto di Hohenzollern l'incarico di vendere nelle sue diocesi l'indulgenza bandita da papa Leone X per finanziare il rifacimento della basilica di San Pietro. Scandalizzato da ciò, Lutero redasse 95 tesi che fece circolare tra i teologi al fine di suscitare un dibattito.[20] In queste, non solo criticò la vendita delle indulgenze ma espresse i suoi dubbi anche su simonia, suffragio dei defunti nel purgatorio, intercessione e culto dei santi e delle loro immagini, ossia gran parte dei punti centrali dell'ecclesiologia medievale. Per Lutero, le indulgenze portavano il fedele a ritenere erroneamente di essere sicuri per la loro salvezza, ma questa doveva dipendere solo dal pentimento interiore che permetteva che Dio perdonasse i peccati senza bisogno dell'intermediazione sacramentale. Lutero, inoltre, affermava il principio della Sola Scriptura, ovvero che unicamente la Bibbia dovesse essere la regola ultima della fede e della pratica del cristiano, esautorando così il ruolo degli ecclesiastici.[21][22]

Molto probabilmente con la pubblicazione delle tesi Lutero voleva, come consuetudine, solamente stimolare un dibattito all'interno della sua cerchia di teologi, ma queste vennero tradotte in tedesco e, grazie alla stampa, si diffusero rapidamente per tutta l'Europa riscontrando un grande successo; «la scintilla della Riforma protestante era scoccata: perché scoppiasse l'incendio, altri eventi dovevano verificarsi».[23] Nel marzo 1518 Lutero pubblicò il "Sermone sulle indulgenze e la grazia", in cui spiegava le sue critiche, raggiungendo con esso un vasto pubblico rendendosi conto dell'impatto che stava avendo sulla società.[24][25] Il 26 aprile dello stesso anno, in una disputa ebbe l'opportunità di presentare la sua critica, non alle indulgenze, ma alla teologia scolastica. Una delle sue prime dichiarazioni fu che il libero arbitrio esiste solo di nome e non realmente (res de solo titulo).[26] Tra i partecipanti alla "disputa di Heidelberg" vi furono alcuni giovani teologi che in seguito saranno i maggiori esponenti della Riforma: Martin Bucer, Johann Brenz, Erhard Schnepf e Martin Frecht.[24][27]

Processo per eresia contro Lutero e disputa di Lipsia[modifica]

Rappresentazione della disputa di Lipsia

Informata dalle tesi di Lutero, la Curia romana ordinò dapprima un'istruttoria nei suoi confronti, quindi fu formalmente aperto il procedimento contro Lutero, il quale il 7 agosto 1518 ricevette la convocazione a Roma. Il teologo tedesco trovò nel principe Federico il Saggio il suo protettore, il quale riuscì a far interrogare Lutero in occasione della dieta di Augusta dal cardinale Gaetano il 12 ottobre 1518. Il riformatore affermò di non essere a conoscenza di aver insegnato contro le decretali pontificie e che era pronto a sottomettersi al giudizio della Chiesa. Con tale dichiarazione, Gaetano non poté dichiarare Lutero eretico, in quando per tale sentenza era fondamentale l'incorreggibilità dell'imputato.[28]

Il processo contro Lutero rallentò a seguito della morte dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, avvenuta il 12 gennaio. Per la successione si proposero l'Asburgo Carlo I di Spagna e Francesco I di Francia; papato e l'elettore Federico il Saggio si schierarono, senza successo, con il re di Francia e tale interesse in comune portò alla sospensione del processo. Ciò agevolò la popolarità di Lutero che si diffuse ben oltre la Sassonia.[29] La tregua formale non durò che qualche mese giacché nelle università e in luoghi prestabiliti avvennero dibattiti e confronti. Il più noto di questi confronti accademici fu la disputa di Lipsia che ebbe un ruolo fondamentale nella circolazione delle idee riformistiche. Il dibattito teologico vede contrapposti il teologo cattolico Johannes Eck e i principali capi del movimento della Riforma, Lutero, Andrea Carlostadio e Filippo Melantone. I temi principali furono il potere del papa e l'autorità della Chiesa in materia di dottrina, il libero arbitrio dell'uomo di fronte alla Grazia e le indulgenze. Lutero affermò che il potere del papa fosse subordinato a quello del concilio (conciliarismo). Eck venne celebrato come il vincitore a Lipsia ma l'opinione pubblica, specialmente tra gli umanisti, fu a favore di Lutero.[30] Tuttavia, l'ammissione da parte di Lutero di condividere alcuni punti della dottrina hussita fornì al papato il capo di imputazione necessario per la condanna di Lutero giacché cento anni prima il concilio di Costanza aveva giudicato le proposizioni hussite come eretiche.[31]

Sviluppo della teologia della Riforma (1520)[modifica]

De captivitate Babylonica ecclesiae, frontespizio del 1520

Nonostante la condanna da parte di Roma, l'anno 1520 rappresentò il culmine della produttività letteraria di Lutero. I tre cosiddetti "Scritti principali della Riforma" composti in quell'anno furono legati dal tema della libertà e rappresentarono "le chiavi di volta della Riforma protestante".[32][33][34] Intanto, dopo l'elezione di Carlo V a imperatore, il processo a Roma era ripreso e Lutero attendeva la condanna come eretico. In questo contesto, scrisse una pubblicazione di grande successo: Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca. In quest'opera invitò le autorità secolari a prendere sotto la loro protezione la riforma della Chiesa in considerazione della sua incapacità di riforma dall'interno. Presentò anche un programma di riforma sociopolitica che prevedeva l'istruzione statale, il sostegno ai poveri e l'abolizione del celibato e dello Stato pontificio. Nella sua opera formulò anche la dottrina del sacerdozio universale di tutti i battezzati, con la quale intendeva superare la tradizionale distinzione tra ecclesiastici e laici.[35] Lutero respinse l'affermazione secondo cui solo il magistero papale fosse autorizzato a interpretare le Sacre Scritture in modo vincolante; inoltre, ha alimentato i sentimenti nazionali dichiarando che i tedeschi dovevano soffrire più di qualsiasi altra nazione. Questo venne inteso, soprattutto tra alcuni esponenti della nobiltà, come un invito a creare una Chiesa nazionale tedesca.[36][37]

Sulla libertà di un cristiano, frontespizio, prima edizione tedesca del 1520

Con l'opera De captivitate Babylonica ecclesiae (La cattività babilonese della Chiesa), redatta in latino e quindi destinata a un pubblico accademico, Lutero propose una riorganizzazione della dottrina tardomedievale dei sacramenti. Riferendosi alla Scrittura, ridusse a due il numero dei sacramenti (il concilio di Lione II del 1274 ne aveva indicati invece sette): il battesimo e l'eucarestia. Assegnò il pentimento al sacramento fondamentale del battesimo.[38][34][39]

Nel terzo e ultimo saggio del 1520, Sulla libertà di un cristiano, il teologo di Wittenberg si occupò della libertà evangelica. Scritto in modo da renderne facile la comprensione e con un linguaggio ricco di metafore, si rivolse a un pubblico cittadino esperto nella lettura, tuttavia al di fuori della cerchia degli studiosi. In questo trattato, Lutero affermò che grazie alla virtù della fede la vita cristiana diveniva essenzialmente libera poiché «le opere, ininfluenti sul destino ultraterreno, erano completamente gratuite», tuttavia non venivano escluse le azioni di carità e penitenza che divenivano il modo per esprimere la scelta di seguire la generosità del Cristo, secondo la massima «le opere buone non fanno un uomo buono, ma l'uomo buono fa opere buone».[40][41]

Condanna della Chiesa e dieta di Worms[modifica]

Lutero alla dieta di Worms

Finito il processo intentato contro Lutero, il 15 luglio 1520 papa Leone X emise la bolla pontificia Exsurge Domine, con la quale gli venne intimato di ritrattare le sue tesi entro sessanta giorni, pena la sua scomunica dalla Chiesa.[42] Come risposta il 10 ottobre dello stesso anno, a Wittenberg, vennero bruciati pubblicamente su iniziativa di Johannes Agricola alcuni libri di teologia cattolica e in particolare di diritto canonico, lo stesso Lutero vi partecipò gettando nelle fiamme la lettera con la condanna pontificia.[43][44] La scomunica fu quindi scontata e venne ufficializzata il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem. Secondo la legge imperiale, chiunque fosse scomunicato incorreva anche nel bando da parte delle autorità civili; tuttavia, il diretto sovrano di Lutero, l'elettore di Sassonia Federico il Saggio, aveva già ottenuto nell'ottobre 1520 l'impegno da parte dell'imperatore Carlo V di non procedere contro Lutero senza che fosse stato primo interrogato nel corso di una dieta imperiale.[45][46]

Così, Lutero si mise in viaggio verso Worms per essere ascoltato nella dieta in svolgimento; durante il tragitto venne accompagnato da dimostrazioni di sostegno da parte del popolo. Indubbiamente, la dieta non aveva il potere di decidere se le posizioni di Lutero fossero eretiche o meno e Carlo V non voleva mettersi contro la sensibilità popolare o contro i suoi principi per evitare una rivolta come quella accaduta da poco in Spagna.[47] Restava quindi solo: «con i mezzi... del diritto laico, verificare i dati fondamentali della condanna solo in una certa misura, ovvero se Lutero avesse effettivamente detto ciò di cui era accusato e, ancora una volta, se fosse disposto a ritrattare».[48] Giunto davanti all'assemblea imperiale, a Lutero venne concesso un giorno di tempo per riflettere, passato il quale ammise di essere l'autore dei suoi scritti, giustificando i contenuti avversi al papa con i tormenti patiti dalla "gloriosa nazione tedesca" abusata da Roma.[49] Lutero, inoltre, rifiutò ancora una volta di ritrattare le proprie tesi a meno che qualcuno non avesse potuto confutarle in base a quanto espresso esclusivamente nelle Sacre Scritture (il principio di sola scriptura).[50][51] Il 30 aprile 1521 Lutero lasciò Worm con la condanna a essere considerato un fuorilegge e sottoposto a bando imperiale. Poiché l'imperatore gli aveva promesso un salvacondotto perché si potesse presentare senza timori alla dieta, gli furono concessi 21 giorni per mettersi in salvo. Durante il suo ritorno verso Wittenberg, l'elettore di Sassonia organizzò un finto rapimento di Lutero al fine di farlo condurre al sicuro nel castello di Wartburg.[52][53]

Incisione della dodicesima antitesi del Passional Christi und Antichristi

Durante il suo soggiorno a Wartburg, Lutero scrisse diverse opere, la più importante delle quali fu la traduzione del Nuovo Testamento dall'originale testo greco quando le versioni contemporanee si basavano sulla Vulgata scritta in latino nel IV secolo. Per questa traduzione, Lutero ricorse a un linguaggio popolare e comprensibile che, non solo rimase per lungo tempo il riferimento per le edizioni della Bibbia in lingua tedesca, ma ebbe anche un'influenza significativa sullo sviluppo del tedesco scritto.[54] Nello stesso tempo, scrive Passional Christi und Antichristi in cui pone in antitesi Cristo con il papa, indicato quest'ultimo come l'anticristo.[55]

Mentre Lutero lavorava a Wartburg, a Wittenberg la Riforma iniziò ad assumere connotati sempre più radicali: all'interno del monastero iniziò un'ondata di dimissioni che lo mise in grave difficoltà, il popolo iniziò a provocare disordini rivendicando anche questioni sociali, le prediche dei teologi sfociarono nell'iconoclastia e nella rivolta contro le istituzioni.[56] Il conflitto trovò ragioni etiche, teoriche e teologiche nella riforma protestante, le cui critiche ai privilegi e alla corruzione della Chiesa cattolica romana sfidarono l'ordine religioso e politico costituito. Ma esso rifletté anche un radicato malcontento sociale dello strato più basso della società, composto dai lavoratori della terra. L'azione dei contadini trovò pieno sostegno in Thomas Müntzer (che pagò con la vita questa scelta) ma non in Lutero, che giustificò anche la loro repressione nel sangue, probabilmente perché preoccupato di perdere l'indispensabile sostegno da parte delle autorità civili. Per legittimare l'uso della forza da parte delle autorità civili per mantenere la pace e l'ordine, nonostante il comandamento biblico dell'amore, Lutero formulò la dottrina dei due regni, secondo la quale ogni cristiano vive in due "regni", quello terreno, in cui si applica la "legge della spada", e quello spirituale, in cui si applica la parola divina.[57]

Formazione della Chiesa luterana[modifica]

Placate le rivolte radicali, Lutero iniziò l'organizzazione della Chiesa riformata. Tale processo avvenne sotto una forte influenza del principe Giovanni di Sassonia che colse l'occasione per darle i connotati di una Chiesa nazionale, verticistica e dalla rigida identità dottrinale. La politicizzazione della Riforma e la perdita della libertà religiosa auspicata fu un motivo di critica da parte di molti riformatori ma ciò non influì sui disegni del principe che vedeva in ciò la possibilità di emanciparsi definitivamente dagli ingenti tributi dovuti a Roma e dal controllo dell'Imperatore.[58]

Tra il 1520 e il 1530 i principi tedeschi sostenitori della Riforma luterana aumentarono costantemente di numero. Ma mentre i teologi affinavano le questioni dottrinali, nel Sacro Romano Impero la Riforma assunse un connotato sempre più politico. Un tentativo di compromesso venne effettuato alla Dieta di Spira del 1526 permettendo ai principi che lo volevano di abbracciare il luteranesimo, ma a quella del 1529 l'imperatore Carlo V vietò ogni ulteriore novità: gli Stati luterani potevano cioè rimanere tali, mentre gli altri dovevano rimanere fedeli al cattolicesimo.[59]

Nel 1530 fu convocata una dieta ad Augusta nel tentativo di sedare le tensioni religiose crescenti e chiarire la sottomissione dei principi del Sacro Romano Impero passati alla riforma luterana. Poiché Lutero non poteva prendere parte ai negoziati, Filippo Melantone fu delegato a presenziare.[60] Qui, Melantone, insieme a Joachim Camerarius, presentò ai principi la Confessione augustana, la prima esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo che tutt'oggi è considerata uno dei testi base delle chiese protestanti e, in particolare, del luteranesimo.[61] Nonostante i tentativi di Melantone di rendere la Confessione augustana più conciliante, questa fu comunque respinta dai teologi cattolici con la Confutatio pontificia. A novembre Carlo dichiarò fallite le trattative religiose, confermò l'editto di Worms e impose ai Principi la restituzione dei beni ecclesiastici sottratti alla Chiesa cattolica.[62]

Martin Lutero morì il 18 febbraio 1546, lasciando un vuoto di autorevolezza all'interno del movimento protestante. Nell'estate del 1546 iniziò la guerra di Smalcalda tra l'omonima lega che univa i principi protestanti e l'impero. Il breve conflitto si concluse con una catastrofica sconfitta dei protestanti nella battaglia di Mühlberg del 24 aprile 1547. Nonostante la vittoria militare sui protestanti e tutti i tentativi di ricomposizione, fu chiaro che la frattura all'interno della cristianità fosse oramai insanabile. Così nel 1555 si arrivò alla pace di Augusta che sancì ufficialmente la divisione di fatto dell'impero tra cattolici e protestanti. [63]

La Riforma di Ulrico Zwingli e Martin Bucer[modifica]

Ulrico Zwingli, ritratto di Hans Asper, Zwingli fu uno dei fondatori delle Chiese riformate svizzere

In Svizzera e Germania meridionale le Chiese riformate seguirono un percorso quasi parallelo a quelle luterane ma con aspetti peculiari che portarono a comporre un mosaico composito di realtà diverse tra loro; tuttavia tutte affondano le loro radici nell'attività riformatrice di Ulrico Zwingli e Martin Bucer. Questi, a differenza di Lutero, non cercarono una Riforma della sola Chiesa ma di tutta la società.[64]

Ulrico Zwingli iniziò la sua azione a Zurigo intorno al 1522 con lo scopo, come Lutero, di riformare la Chiesa e non di rifondarla, ma differenziandosi dal teologo di Wittenberg per una accentuata critica verso gli abusi della società del tempo e una forte influenza proveniente dell'umanesimo. A seguito di una disputa tenutasi il 29 gennaio 1523 tra Zwingli e il vicario generale della diocesi di Costanza, il consiglio cittadino di Zurigo determinò vincitore il primo dandogli il potere di riformare la città, cosa che portò a compimento nel 1525. La sua opera, incentrata sulla Bibbia, portò all'abolizione della messa cattolica, alla rimozione delle immagini ritraenti la Madonna e i santi e la proibizione del loro culto, venne favorita la predicazione in lingua volgare basata solo sulle Scritture, venne abbandonato l'obbligo di celibato ecclesiastico e molti monasteri furono soppressi. Per Zwingli la presenza del corpo e del sangue di Cristo nell'eucarestia (transustanziazione) era solamente simbolica e rappresentava solamente una commemorazione del sacrifico di Gesù Cristo. Infine, la sua riforma, diffusasi in molte altre città svizzere e della Germania meridionale, fu caratterizzata anche da profondi connotati moralizzatori della società del tempo.[65][66] Alla morte di Zwingli la guida della Chiesa riformata zurighese passò a Heinrich Bullinger orientandola verso una linea equilibrata e di compromesso con le altre correnti riformiste. Contribuì personalmente all'elaborazione delle Confessiones Helveticae che divennero le confessioni di fede delle Chiese riformate svizzere.[67]

Stabilitosi nel 1523 a Strasburgo, Martin Bucer proseguì sul solco della predicazione di Johann Geiler von Kaysersberg arricchendola con la sua solida formazione teologica e umanistica diventando una delle "anime del movimento riformatore". La sua opera si concretizzò in un'ampia riforma sociale basata su un forte rigorismo morale, in ambito sia pubblico sia nei rapporti privati come quelli matrimoniali. In città la messa nella forma cattolica continuò a essere celebrata fino al 20 febbraio 1519, ma in volgare e con un rito più semplice in cui veniva dato ampio spazio al canto. Bucer intrattenne proficui e cordiali rapporti con gli altri riformatori svizzeri e salisburghesi ma vi furono contrasti con i luterani con l'eccezione di Melantone con cui condivideva la formazione sulle opere di Erasmo da Rotterdam.[68][69]

Giovanni Calvino e la Riforma di Ginevra[modifica]

Giovanni Calvino

Completati gli studi di giurisprudenza, nel 1536 Giovanni Calvino pubblicò a Basilea la sua opera più celebre, Institutio christianae religionis, già completata l'anno precedente. A questa edizione in futuro ne seguirono altre riviste e ampliate arrivando fino a divenire un fondamentale trattato sistematico della teologia protestante di grande influenza nel mondo occidentale. Nello stesso anno si spostò a Ginevra dove, insieme a Guillaume Farel, iniziò a riformare la Chiesa locale lacerata dalla complessa situazione politica in cui versava la città. In novembre il Consiglio cittadino approvò la Confessione di fede presentata da Calvino, il quale venne poi nominato predicatore e pastore della città. L'anno successivo vennero eletti nuovi sindaci, decisamente ostili alle novità che Calvino e Farel volevano introdurre: l'impossibilità di giungere a un accordo provocò, il 23 aprile 1538, l'espulsione dei due riformatori da Ginevra. Calvino riparò a Strasburgo dove ebbe modo di conoscere e apprezzare le idee di Bucero.[70]

Richiamato a Ginevra per aiutare a porre fine a un conflitto interno che metteva in pericolo la città, nel 1541 venne nominato pastore su richiesta delle autorità cittadine e questa volta fu libero di mettere in pratica realmente le sue idee riformistiche. Calvino diede alla Chiesa locale un nuovo assetto, dividendone i fedeli in quattro gruppi: pastori, dottori, anziani e diaconi, e istituendo il "concistori" formato da pastori e anziani e che si riuniva a cadenza settimanale per assicurarsi il rigido rispetto dell'ortodossia e della moralità tra i cittadini.[71][72][73][74]

Sotto la sua guida, la Chiesa di Ginevra assunse caratteri piuttosto radicali basati su di una rigida disciplina. Ai cittadini era posti diversi obblighi, tra cui quello di sottoscrivere la confessione di fede proposta da Calvino, di presenziare ad almeno le quattro "Cene del Signore" annuali e soprattutto di rispettare una condotta morale irreprensibile pena la condanna, il bando o addirittura la messa a morte nei casi più gravi. Così a Ginevra vennero vietati i balli, il gioco dei dadi, la previsione del futuro, condotte sessuali libertine, comportamenti inadeguati tenuti durante le funzioni religiose e l'utilizzo di abiti giudicati troppo lussuosi o licenziosi. I conventi, inoltre, vennero trasformati in ospizi e aboliti il culto dei santi e delle reliquie.[75]

La teologia di Calvino non fu particolarmente originale, preferendo un'opera di riorganizzazione e armonizzazione delle idee riformiste precedenti dedicandosi molto anche all'esegesi biblica di cui è considerato uno dei maggiori esponenti del tempo. Per lui i testi sacri non dovevano essere interpretati in senso letterale, ma con la finalità di arrivare a conoscere la volontà di Dio in quanto questi sono il mezzo con cui egli comunica con l'uomo. Mediò tra il concetto della consustanziazione proposto da Lutero con quella del semplice simbolismo di Zwigli asserendo che «il pane e il vino sono strumenti attraverso i quali entriamo in comunione con la sostanza di Cristo partecipando realmente ai benefici del Dio incarnato». Riguardo alla rilevanza delle opere, secondo Calvino, seguendo la dottrina della predestinazione, queste non contribuiscono alla salvezza dell'uomo ma sono necessarie per conferire gloria a Dio e rispettare la sua volontà. Infine, per il riformatore ginevrino, a differenza di Lutero, la Chiesa possedeva la prerogativa di imporre alla società civile la sua moralità, la sua struttura e le sue leggi.[76][77][78]

Nonostante il duro regime imposto da Calvino, Ginevra divenne una delle capitali del protestantesimo dopo essere divenuta rifugio di molti perseguitati di tutta Europa attratti dalla possibilità di crearsi qui una nuova esistenza. Tra il 1542 e il 1550 la città vide la sua popolazione quasi raddoppiare.[79] Da qui poi molti si spostarono contribuendo a diffondere il modello calvinista in gran parte del continente.


La Chiesa cattolica e la Controriforma[modifica]

Di fronte all'avanzata del movimento protestante, la gerarchia romana cominciò a preparare una controffensiva. Papa Clemente VII, memore del conciliarismo affermatosi a Costanza e a Basilea nel secolo precedente, preferì non convocare alcun concilio ecumenico, timoroso che questo potesse mettere in discussione il primato petrino[80][81].

La situazione cambiò con Paolo III (1534-1549), il quale affidò ai cardinali Contarini e Pole il compito di mettersi d'accordo con l'imperatore Carlo V per trovare una città dove i luterani e i cattolici potessero confrontarsi[82]. Si scelse Trento per due motivi: apparteneva all'Impero ed era geograficamente vicina alla Germania luterana[83]. Il percorso fu lungo e travagliato: convocato prima per il 1542, fu poi definitivamente convocato dal pontefice per il 1545 con la bolla Laetare Jerusalem.[83] I lavori furono interrotti a seguito di contrasti con l'imperatore e ripresero con Giulio III (1550-1555), mentre l'intransigente Paolo IV (1555-1559) non volle che si continuasse in quanto riteneva che spettasse solo alla sede romana il compito della Riforma.[84] Ripreso sotto Pio IV (1562), si concluse soltanto nel 1563.[84]

La conclusione dei decreti conciliari furono completamente opposti rispetto a quelli progettati inizialmente da Paolo III e da Carlo V. Se costoro erano desiderosi di trovare un compromesso con i luterani (significativa l'azione mediatrice del Contarini ai colloqui di Ratisbona[85]), l'ala reazionaria guidata da Paolo IV prese il sopravvento, grazie alla morte dei fautori dell'ala mediatrice quali Contarini e Pole. Difatti, i decreti conciliari che furono approvati poi con la bolla Benedictus Deus il 26 gennaio 1564[86] andavano a consolidare i punti dottrinali opposti a quelli promossi dal protestantesimo, sottolineando il rapporto tra fede e opere, l'autorità della Chiesa nell'interpretazione delle Scritture e il ripristino della monarchia assolutista papale. Riassumendo[87]:

  1. La validità delle opere insieme alla fede (contro la sola fide protestante)[88].
  2. L'imposizione della Vulgata geronimiana come unica versione valida della Bibbia, e il divieto di uso del volgare per le traduzioni della Sacra Scrittura e nel culto.
  3. L'interpretazione delle Scritture è affidata esclusivamente al clero (contro il principio del sacerdotium universale protestante).
  4. Oltre alla Scrittura, si deve considerare come fonte rivelata anche la Traditio Ecclesiae.[88]
  5. Si rinnova un “ottimismo antropologico” per cui l'uomo è capace di scegliere fra bene e male (il protestantesimo accentuava un pessimismo antropologico)[89].
  6. Riaffermazione dei 7 sacramenti (contro i due ammessi dalle confessioni protestanti: battesimo e Santa Cena)[88].
  7. Riaffermazione del sacrificio eucaristico durante la Consacrazione (transustanziazione)[88].
  8. Riaffermazione del celibato ecclesiastico[90].
  9. Riaffermazione del Primato petrino e della gerarchia ecclesiastica.

Conseguenze ed effetti della Riforma[modifica]

Equilibri religiosi in Europa alla fine del XVI secolo

La Riforma protestante ebbe effetti dirompenti sul cristianesimo occidentale. In primo luogo andò definitivamente a rompersi quell'unità religiosa che da secoli contraddistingueva l'Europa: se l'Italia, la Spagna e la Francia rimasero a maggioranza cattolica e riconoscendo dunque il primato del papa, Svizzera, Inghilterra, Scandinavia e parte della Germania, dell'Austria, dell'Ungheria e della Boemia, avevano abbandonato Roma per seguire altre confessioni riformate. Numericamente si stima che tra i circa cinquanta milioni di abitanti che doveva contare l'Europa della prima metà del XVI secolo, circa venti milioni erano passati al protestantesimo.[91]

Tale frammentazione comportò inevitabilmente lo scoppio di guerre di religione che insanguinarono l'Europa. Particolare la situazione della Francia che ondeggiò a lungo tra cattolicesimo e protestantesimo per poi orientarsi definitivamente verso Roma alla fine del secolo sotto re Enrico IV di Francia ma solo dopo pesanti conflitti spentisi solo grazie all'Editto di Nantes. In Germania, la pace raggiunta ad Augusta durò soltanto fino agli inizi del XVII secolo quando venne rotta dalla guerra dei trent'anni.[91]

Il papato di Roma uscì profondamente indebolito dal punto di vista politico ma la spinta della Riforma contribuì a elevarlo sul piano morale dopo il decadimento che aveva attraversato in età rinascimentale. La decadenza del potere papale e la rottura dell'unità religiosa furono fattori che senza dubbio contribuirono al processo di affermazione degli Stati nazionali e del nazionalismo già da tempo avviato.[92]

Note[modifica]

  1. Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], pp. 91-93, ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.
  2. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 16-18, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  3. Helmut Koenigsberger, George Mosse e Gerard Bowler, L'Europa del Cinquecento, traduzione di Luca Falaschi, GLF editori Laterza, 1999, pp. 156-157, 145-146, ISBN 88-420-5785-1, SBN IT\ICCU\VIA\0075054.
  4. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 21-27, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  5. Helmut Koenigsberger, George Mosse e Gerard Bowler, L'Europa del Cinquecento, traduzione di Luca Falaschi, GLF editori Laterza, 1999, pp. 146-148, ISBN 88-420-5785-1, SBN IT\ICCU\VIA\0075054.
  6. Michel Péronnet, Le XVe siècle, Hachette Livre, 1981, pp. 129-131.
  7. Heribert Smolinsky, Epoca moderna, in Storia della Chiesa, vol. 1, Brescia, Queriniana, 1995, pp. 7-9, ISBN 88-399-0077-2, SBN IT\ICCU\PUV\0285444.
  8. Cesare Alzati, Paolo Bettiolo, Emilio Campi, Roberto Osculati, Paola Visamara e Boghos Levon Zekiyan, L'età moderna, in Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo, Roma, Laterza, 2008, pp. 6-9, ISBN 978-8842065609.
  9. p. 32 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  10. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 32-33, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  11. John Wycliffe, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  12. Péronnet 1981, p. 270
  13. Jan Hus, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  14. p. 118 Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.
  15. Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, pp. 26-27, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  16. Il passo biblico che ispirò Lutero riguardo al peccato e al perdono fu:
    « Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà. »
    (Rm 1,16-17)
  17. Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], pp. 129-131, ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.
  18. p. 51 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  19. Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, pp. 28-29, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  20. Tradizionalmente si ritiene che la prima pubblicazione delle tesi avvenne tramite affissione delle stesse al portale della chiesa del castello di Wittenberg il 31 ottobre 1517, tuttavia ciò non è certo che avvenne. In p. 31 Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  21. Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], pp. 134-136, ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.
  22. Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, pp. 28-30, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  23. p. 56 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  24. 24,0 24,1 p. 515 Martin Brecht, Luther, Martin I. Leben, in Theologische Realenzyklopädie, Berlino, Walter de Gruyter, 1991, ISBN 3-11-012952-3.
  25. Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, pp. 30-31, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  26. p. 128 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  27. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 56-57, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  28. Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, pp. 137-140, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  29. p. 143 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  30. Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, pp. 31-32, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  31. Martino Lutero, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  32. p. 57 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  33. p. 154 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  34. 34,0 34,1 p. 34 Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  35. p. 562 Reinhard Schwarz, Luther, Martin I: Leben und Schriften, in Religion in Geschichte und Gegenwart, 4ª ed., Tubinga, 2003.
  36. p. 158 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  37. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 57-58, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  38. p. 159 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  39. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 58-59, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  40. p. 162 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  41. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 59-60, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  42. p. 165 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  43. p. 60 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  44. p. 169 Martin Brecht, Luther, Martin I. Leben, in Theologische Realenzyklopädie, Berlino, Walter de Gruyter, 1991, ISBN 3-11-012952-3.
  45. p. 171 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  46. p. 35 Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  47. p. 36 Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  48. p. 173 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  49. p. 175 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  50. p. 177 Volker Leppin, Martin Luther, 3ª ed., Magonza, Von Zabern, 2017, ISBN 978-3805350693, SBN IT\ICCU\UBO\4260063.
  51. Queste le parole di Lutero a Worms:
    « Se non sarà convinto mediante le testimonianze della Scrittura e chiare ragioni - poiché non credo né al papa né ai concili da soli - poiché è evidente che hanno errato e si contraddicono - io sono vinto dalla mia coscienza e prigioniero della Parola di Dio a motivo dei passi della Sacra Scrittura che ho addotti. Perciò non posso né voglio ritrattarmi, poiché non è sicuro né salutare fare alcunché contro la coscienza. Non posso fare altrimenti. Io sto fermo qui. Amen. »
    ( p. 65 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.)
  52. p. 563 Reinhard Schwarz, Luther, Martin I: Leben und Schriften, in Religion in Geschichte und Gegenwart, 4ª ed., Tubinga, 2003.
  53. Luise Schorn-Schütte, La riforma protestante, Bologna, Il mulino, 1998, pp. 37-38, ISBN 88-15-06234-3, SBN IT\ICCU\VEA\0101267.
  54. p. 564 Reinhard Schwarz, Luther, Martin I: Leben und Schriften, in Religion in Geschichte und Gegenwart, 4ª ed., Tubinga, 2003.
  55. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 61-63, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  56. p. 32 Martin Brecht, Luther, Martin I. Leben, in Theologische Realenzyklopädie, Berlino, Walter de Gruyter, 1991, ISBN 3-11-012952-3.
  57. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 68-69, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352..
  58. p. 70 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352..
  59. Heinz-Horst Schrey, Protestantesimo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana..
  60. p. 98, Philipp Melanchthon. Der Reformator zwischen Glauben und Wissen. Ein Handbuch, a cura di Günter Frank, Berlino, De Gruyter, 2017..
  61. pp. 25-42, Philipp Melanchthon. Der Reformator zwischen Glauben und Wissen. Ein Handbuch, a cura di Günter Frank, Berlino, De Gruyter, 2017..
  62. pp. 73-74 Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352..
  63. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 74-75, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352..
  64. Cesare Alzati, Paolo Bettiolo, Emilio Campi, Roberto Osculati, Paola Visamara e Boghos Levon Zekiyan, L'età moderna, in Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo, Roma, Laterza, 2008, pp. 31-32, ISBN 978-8842065609.
  65. Cesare Alzati, Paolo Bettiolo, Emilio Campi, Roberto Osculati, Paola Visamara e Boghos Levon Zekiyan, L'età moderna, in Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo, Roma, Laterza, 2008, pp. 33-36, ISBN 978-8842065609.
  66. Heribert Smolinsky, Epoca moderna, in Storia della Chiesa, vol. 1, Brescia, Queriniana, 1995, pp. 60-63, ISBN 88-399-0077-2, SBN IT\ICCU\PUV\0285444.
  67. p. 63 Heribert Smolinsky, Epoca moderna, in Storia della Chiesa, vol. 1, Brescia, Queriniana, 1995, ISBN 88-399-0077-2, SBN IT\ICCU\PUV\0285444.
  68. Cesare Alzati, Paolo Bettiolo, Emilio Campi, Roberto Osculati, Paola Visamara e Boghos Levon Zekiyan, L'età moderna, in Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo, Roma, Laterza, 2008, pp. 41-43, ISBN 978-8842065609.
  69. Helmut Koenigsberger, George Mosse e Gerard Bowler, L'Europa del Cinquecento, traduzione di Luca Falaschi, GLF editori Laterza, 1999, pp. 213-216, ISBN 88-420-5785-1, SBN IT\ICCU\VIA\0075054.
  70. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 92-93, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  71. Cesare Alzati, Paolo Bettiolo, Emilio Campi, Roberto Osculati, Paola Visamara e Boghos Levon Zekiyan, L'età moderna, in Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo, Roma, Laterza, 2008, pp. 49-52, ISBN 978-8842065609.
  72. Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], pp. 149, 154, ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.
  73. Heribert Smolinsky, Epoca moderna, in Storia della Chiesa, vol. 1, Brescia, Queriniana, 1995, pp. 68-69, ISBN 88-399-0077-2, SBN IT\ICCU\PUV\0285444.
  74. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 93-94, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  75. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 94-95, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  76. Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], pp. 152-153, ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.
  77. Heribert Smolinsky, Epoca moderna, in Storia della Chiesa, vol. 1, Brescia, Queriniana, 1995, pp. 70-71, ISBN 88-399-0077-2, SBN IT\ICCU\PUV\0285444.
  78. p. 17 Maurizia Cavallero, Pittura & riforma protestante, Golem edizioni, 2018, ISBN 978-88-85785-05-2, SBN IT\ICCU\MOD\1689007.
  79. Lucia Felici, La riforma protestante nell'Europa del Cinquecento, Roma, Carocci, 2016, pp. 106-107, ISBN 978-88-430-8462-3, SBN IT\ICCU\PBE\0087352.
  80. "L'ipotesi di convocazione di un concilio, da più parti richiesta, fu a lungo considerata dai pontefici con sospetta prudenza. Erano tutt'altro che scomparse le dottrine conciliariste, relative alla superiorità del concilio sul papa, che avevano trovato larga udienza e creato polemiche di non poco contro nell'età dei concili di Costanza e Basilea" (G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, cit. pp. 170-171.)
  81. Adriano Prosperi, Clemente VII in Enciclopedia dei Papi online, su treccani.it, Treccani, 2000. URL consultato il 4 febbraio 2015.
    «Ma l'ostilità del papa alla convocazione di un concilio era grandissima e già allora ben conosciuta, tanto che l'ambasciatore di Carlo V, il duca di Sessa, non ebbe il coraggio di affrontare direttamente l'argomento. Concorrevano ad alimentare tale ostilità da un lato le ombre ancora vicine del conciliarismo e l'esperienza del contrasto coi "gallicani", dall'altro il timore che il concilio potesse trovare nella sua nascita illegittima un buon pretesto per deporlo»
  82. Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, pp. 327-328.
  83. 83,0 83,1 Filoramo-Menozzi, L'Età Moderna, p. 171.
  84. 84,0 84,1 Concilio di Trento in Dizionario di Storia online, su treccani.it, Treccani, 2010. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  85. Menozzi-Filoramo, L'Età Moderna, p. 161.
  86. A. Tomassetti, Bullarum, diplomatum et privilegiorum Sanctorum Romanorum Pontificum, VII, Augustae Taurinorum, Seb. Franco et Henrico Dalmazzo editoribus, 1862, pp. 244-247.
  87. Controriforma, su treccani.it, Treccani online. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  88. 88,0 88,1 88,2 88,3 Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, p. 332.
  89. Si prenda, come esempio, la diatriba tra Lutero ed Erasmo da Rotterdam che sfociò nella pubblicazione del De libero arbitrio (Erasmo) contro il De servo arbitrio (Lutero).
  90. Potestà-Via, Storia del Cristianesimo, p. 334.
  91. 91,0 91,1 Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], pp. 170-171, ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.
  92. Giacomo Martina, La Chiesa nell'età della Riforma, Brescia, Morcelliana, 1993 [1988], pp. 171-173, 176, ISBN 978-88-372-1509-5, SBN IT\ICCU\RAV\0232730.