Le religioni della Mesopotamia/I Babilonesi

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Il "Codice di Hammurapi" risalente al XVIII secolo a.C., rinvenuto a Susa è oggi conservato al Museo del Louvre di Parigi. Il Codice è alto 225 cm e il suo materiale è diorite. Originariamente posto nel santuario del dio Ŝamaŝ (dio Sole) a Sippar (l'E-babbar), fu trasferito a Susa dal re elamita Šutruk-Naḫḫunte II (1185–1155 a.C.) dopo le sue conquiste nel territorio di Babilonia. Vi erano copie del "Codice" anche nel tempio di Marduk a Babilonia (l'E-sagila) e in quello di Enlil a Nippur (l'E-kur).
P1050771 Louvre code Hammurabi bas relief rwk.JPG
A sinistra, in piedi, è il re babilonese Hammurapi, il copricapo è di tipo neosumerico (a calotta), il braccio alzato indica la postura devozionale di fronte al dio Ŝamaŝ, potenza del Sole e della giustizia divina. Ŝamaŝ siede su un trono rappresentato da un tempio posto a Oriente, dove sorge il sole. Dalle spalle del dio sprigionano i raggi dell'astro, in mano tiene il listello e la corda simboli del giudizio e la sua tiara è adornata di corna, simbolo che ne indica la divinità.
Hammurabi code detail.JPG
La stele presenta un'introduzione seguita da 252 norme, in questo modo questo "codice" intende diffondere l'immagine del sovrano che riceve le sue leggi dal dio della giustizia, indicandosi quindi come suo legittimo rappresentante in terra.
(IT)
« In modo che il potente non opprimesse il più debole, perché l’orfano e la vedova ottengano giustizia, ho scritto queste preziose parole su questa mia pietra; la collocai di fronte alla mia statua “re della Giustizia”, in Babilonia, la città il cui pinnacolo il dio Anu e il dio Enlil elevarono in alto in Esagila, tempio le cui fondamenta sono stabili come il cielo e la terra. In modo che le controversie possano essere risolte nel paese, in modo che le decisioni possano essere pronunciate nel paese, in modo che gli oppressi possano essere sollevati. »
(AKK)
« dannum enšam ana la aḫabālim, ekūtam almattam šutēšurim
in Bâbilim
ālim ša Anum u Ellil rēšišu ullû
ina Esagil
bītim ša kīma šamê u erṣetim išdašu kīna
dīn mātim ana diānim
purussê mātim ana parāsim
ḫablim šutēšurim
awâtiya šūqurātim ina narîya ašturma
ina maḫar ṣalmiya šar mīšarim ukīn »
("Codice di Hammurapi", (XLVH:59-78) trascrizione di M.E. J. Richardson, in Hammurabi's Laws: Text, Translation and Glossary, London, T & T Clark International, 2004, p. 120)
« Ṣarpānītu la cui stazione (nel cielo) è elevata!
Beltia (Mia Signora) è splendente nobile e sublime
Tra le dee nessuna le è pari:
essa accusa e difende,
umilia il ricco, raddrizza il povero,
abbatte il nemico che non venerà la sua divinità,
salva il prigioniero, dà la mano a chi è caduto. »
(Dalla preghiera pronunciata dal šešgallu a Beltia (lett. "Mia Signora" ovvero Ṣarpānītu, la paredra di Marduk), il 4º giorno di Nisannu, prima dell'alba. In Rituale dell'Anno Nuovo a Babel, 255-270 (262-277 sono qui omissis); traduzione di Giorgio R. Castellino pp. 735 e sgg.)

Con il nome di Babilonia (dal greco antico Babylōnía; in lingua accadica Bābilāni, da Bāb-ili; che rende il sumerico KA.DIN.GIR.RA, col significato di "Porta del Dio"[1]), si indica quella città-stato amorrea fondata nel XIX secolo a.C. sulle rive dell'Eufrate.

Gli Amorrei sono quel popolo parlante una lingua semitica che, a cavallo del XX secolo a.C. e provenendo da Occidente, si infiltrarono e saccheggiarono le città neo sumere, provocando, unitamente al popolo dei Gutei proveniente da Oriente, il collasso della dinastia di Ur III.

Nel mosaico di piccole città-stato amorree collocate nella Mesopotamia centro-settentrionale appare quindi Babilonia, precedentemente una sede minore del regno neosumero di Ur III, conquistata nel 1894 a.C. dal condottiero amorreo Sumu-Abum. Con il sesto re, proprio della dinastia fondata da Sumu-Abum, Hammurapi (1792-1750), questa città-stato fa il suo ingresso come la più importante potenza regionale. In questo periodo sono sei le potenze che si contendono il controllo della Mesopotamia: Larsa, Babilonia, Ešnunna, Yamkhad (attuale Aleppo), Qatna e Aššur. Verso la fine del suo regno Hammurapi riesce, con alleanze subito sciolte, a sconfiggere le varie potenze concorrenti ottenendo infine l'unificazione di quello che era inteso come il regno "di Sumer e di Akkad".

Hammurapi non si limita a unificare la Mesopotamia, sotto il suo regno si gettano le basi di una profonda riforma religiosa propria dei Babilonesi. Gli Amorrei volgevano il proprio culto a divinità di tipo astrale piuttosto che a divinità inerenti alla terra e alla fertilità quali quelle sumeriche. Le divinità predilette dalle genti amorree erano quindi Iśtar (qui intesa anche come Stella del mattino, Venere), Adad (dio della tempesta, conosciuto anche con i nomi semitico-occidentali di Wer o Mer) e, soprattutto, Ŝamaŝ (dio Sole), potenza della giustizia divina. Anche le città amorree rivolgeranno, comunque, sempre culti particolari alle proprie divinità poliadi e, per quanto attiene Babilonia, al dio Marduk inteso come figlio del dio Ea (l'Enki sumerico).

In questo contesto di mutamento etnico e religioso, Hammurapi sarà il primo re a rifiutare la propria "divinizzazione", tradizione avviata con il re accadico Naram-Sîn (2273- 2219 a.C.) e seguita anche dalle dinastie neo sumeriche di Ur III; Hammurapi sceglierà invece di indicarsi come "pastore" (accadico: rē'û) del suo popolo.

Questo valorizzare a divinità massima il dio protettore della propria città condurrà, con Nabucodonosor I (Nabû-kudurrī-uṣur I, 1125-1104 a.C.), le dinastie babilonesi a promuovere, per mezzo del poema cosmogonico Enûma Eliš, il dio di Babilonia, Marduk, nel ruolo re di tutti gli dèi mesopotamici, nonché salvatore e rinnovatore dell'intero cosmo.

Così, nel poema babilonese Enûma Eliš, tutti gli dèi al cospetto del loro re, il dio Marduk, il dio di Babilonia, proclamano:

(IT)
« Se anche le Teste Nere[2] dovessero venerare un altro dio,
è egli il dio di ciascuno di noi. »

(AKK)
« lū zizama ṣalmāt qaqqadīm ilāni
nâši mala šumi nimbū šū lū ilni »
(Tavola VI, vv. 119-120)

Il procedimento con cui la classe sacerdotale babilonese riesce a modificare la cosmogonia mesopotamica a vantaggio del proprio dio poliade è stato ben identificata da Giovanni Pettinato. L'assiriologo italiano, in Mitologia assiro-babilonese (pp. 38 e sgg.), nota come nel testo sumerico conosciuto come la Lista Reale Sumerica (sumerico: [nam]-lugal an-ta ed3-de3-a-ba; Quando la regalità discese dal cielo), testo composto tra il 2100 e il 1900 a.C.[3][4] con la finalità di gettare le basi tradizionali e politiche dell'unificazione del territorio di Sumer (Mesopotamia meridionale)[5], la prima città sumera a cui viene assegnata la regalità dagli dèi sia proprio la città di Eridu, il cui dio poliade è Enki, una delle quattro divinità più importanti per i Sumeri. Dal che, avendo Babilonia ereditato la regalità dalla prima città a cui è stata assegnata dalla potenza divina, allo stesso modo Marduk, figlio di Ea (Enki), eredita dal padre la regalità sugli dèi. Questo profondo processo di cambiamento teologico vuole dunque sostituire come re degli dèi un dio del tutto secondario, se non addirittura nemmeno appartenente alla tradizione mesopotamica[6], ma lo fa con grande attenzione religiosa.

L'opera religiosa dei Babilonesi non si ferma, infatti, alla rielaborazione della tradizionale cosmogonia sumerica, affronta anche i temi più propri dell'umanità, quell'umanità che, nell'Enûma Eliš, è venuta ad essere grazie a una decisione del dio Marduk. Così i differenti racconti sumerici inerenti alla figura del re divino Gilgameš vengono dai Babilonesi raccolti, nel XVIII secolo a.C., nel primo poema religioso dell'umanità, individuato con il titolo di ⌈šu⌉-tu-ur e-li š[ar-ri] (lett. Egli è superiore agli altri [re]), che noi conosciamo meglio nella versione neoassira rinvenuta tra i resti della biblioteca reale nel palazzo del re Assurbanipal (Aššur-bāni-apli) a Ninive, capitale dell'impero assiro[7]. In questo poema il re di Uruk, Gilgameš, re per due terzi dio e per un terzo uomo, affronta con l'amico Enkidu diverse avventure a sfondo mitologico, finché Enkidu non trova la morte per punizione divina. La scomparsa di Enkidu, e la consapevolezza della presenza della morte, conducono Gilgameš ad abbandonare la propria dignità regale e, coperto solo di una pelle di leone, a raggiungere gli estremi confini del mondo per trovare una risposta alla propria angoscia e quindi per conseguire quell'immortalità che gli dèi avevano consegnato a Utanapištim (anche Atraḫasis, lo Ziusudra sumerico), l'unico uomo sopravvissuto al Diluvio Universale. Nel suo peregrinare, Gilgameš incontra la divina taverniera Šiduri la quale, nella versione antico babilonese, così risponde al re di Uruk:

(IT)
« Gilgameš dove stai andando?
La vita che tu cerchi, tu non la troverai.
Quando gli dèi crearono l'umanità,
essi assegnarono la morte per l'umanità,
tennero la vita nelle loro mani.
Così Gilgameš, riempi il tuo stomaco,
giorno e notte datti alla gioia,
fai festa ogni giorno.
Giorno e notte canta e danza,
che i tuoi vestiti siano puliti,
che la tua testa sia lavata, lavati con acqua,
giosci del bambino che tiene (stretta) la tua mano,
possa tua moglie godere al tuo petto:
questo è il retaggio (dell'umanità). »

(AKK)
« dGIŠ e-eš ta-da-a-al
ba-la-ṭam ša ta-sa-ḫa-ḫu-ru la tu-ut-ta
i-nu-ma ilū(dingir)meš ib-nu a-wi-lu-tam
mu-tam iš-ku-nu a-na a-wi-lu-tim
ba-la-ṭám in-a qá-ti-šu-nu iṣ-ṣa-ab-tu
at-ta dGIŠ lu ma-li ka-ra-aš-ka
ur-ri ù mu-šī ḫi-ta-ad-dú at-ta
u4-mi-ša-am šu-ku-un ḫi-du-tam
ur-ri ù mu-šī su-ur ù me-li-il
lu ub-bu-bu ṣú-ba!(KU)-tu-ka
qá-qá-ad-ka lu me-si me-e lu ra-am-ka-ta
ṣú-ub-bi ṣe-eḫ-ra-am ṣā-bi-tu qá-ti-ka
mar-ḫī-tum li-iḫ-ta ⌈ad-da-am⌉ in-a su-ni-⌈ka⌉
an-na-ma šī[m-ti a-wi-lu-tim?][8] »
(Epopea di Gilgameš, versione paleo babilonese, (in accadico: ⌈šu⌉-tu-ur e-li š[ar-ri]; Egli è superiore agli altri [re]); Tavola di Meissner- Millard OB VA+BM 1-14; traduzione di Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p.213)

Gilgameš continua il suo peregrinare finché non raggiunge Utanapištim il quale, dopo che il re di Uruk ha fallito le prove per conseguire l'immortalità, si decide a consegnargli la "pianta della giovinezza". Ma qui accade, secondo Pettinato, un fatto teologicamente significativo: il re di Uruk non mangia la pianta, ma la riserva innanzitutto ai vecchi della propria città affinché possano conseguire la giovinezza.

Ma gli dèì avevano destinato tale pianta solo la re e quindi questi, alla fine, la perde, rubata da un serpente:

« Ma qui si evidenzia la sua vera vittoria, che è la vittoria del mondo babilonese: egli è il protagonista dell'umanità, ma dell'umanità nuova, l'umanità rappresentata dalla civiltà babilonese dove l'egoismo è bandito e dove ognuno, a cominciare dai sovrani, pensa al benessere di tutti. Gilgameš avrebbe potuto mangiare l'erba, ma non l'ha fatto: nel momento più bello della sua vita, quando crede di aver risolto tutti i problemi, egli non pensa a se stesso, ma a tutto il suo popolo. Lo rivelano le sue stesse parole: "porterò la pianta della vita ad Uruk, nella mia città, perché i vecchi possano mangiarla". »
(Giovanni Pettinato, Mitologia assiro-babilonese, p. 37)

Non solo, ma anche l'intero mondo divino dei Babilonesi è attento ai bisogni degli uomini:

« Del resto anche il mondo divino è sempre attento ai bisogni dell'uomo, partecipa delle sue ansie, allevia il suo pesante destino: è questa la grande differenza tra il mondo mesopotamico e il tanto declamato mondo civile e razionale dei Greci. Proprio tutte le arti divinatorie e l'astrologia, come loro massima espressione, sono una testimonianza eloquente che i "segni" impressi nelle stelle sono messaggi del mondo divino all'uomo affinché egli possa trarre da ogni manifestazione sia terrestre sia celeste insegnamenti su come vivere meglio. »
(Giovanni Pettinato, Mitologia assiro-babilonese, p. 37)

Così come gli uomini si interrogano del loro rapporto con gli dèi, invocandone la misericordia:

(IT)
« Il [Signor]e mi afferrò
Il [Signor]e mi (ri)mise in piedi;
il [Signor]e mi ha fatto (ri)vivere.
Mi ha tratto [dal pozzo]
mi ha chiamato fuori dalla distruzione. »

(AKK)
« [be-l]í ú ṣa-bít-an-ni
[be-l]í ú-pat-t[in]-an-ni
[be-l]í ú-ba-liṭ-an-ni
[ina ḫas-t]i e-kim-an-ni
[ina ka-ra-]še-e id ⌈kan⌉ an-ni »
(Ludlul bēl nēmeqi, Tavola IV, vv.2-6; traduzione di Giorgio R. Castellino)

Marduk ha ascoltato i lamenti e le preghiere dell'orante:

(IT)
« Chi se non Marduk, può restituire il suo morto alla vita?
(Solo) Marduk può far sorgere dal sepolcro
solo Ṣarpānītum sa salvare dalla distruzione.
 »

(AKK)
« ša la dmarduk man-nu mi-tu-ta-šú ú-bal-liṭ
dmarduk ina qab-ri bul-lu-ṭa i-li-'i
dṣar-pā-nī-tum ina ka-ra-še-e e-ṭe-ra am-rat »
(Ludlul bēl nēmeqi, Tavola IV, vv. 33-35; traduzione di Giorgio R. Castellino)

Note[modifica]

  1. Perché da lì gli dèi scendevano sulla terra (cfr. Mircea Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, Roma, Borla, 1999, p. 23).
  2. Qui inteso per "esseri umani", sono gli dèi che parlano.
  3. La sua redazione definitiva appartiene alla dinastia di Isin (1950 a.C.; cfr. Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, Milano, Mondadori, p. LXXVIII)
  4. Una insuperata edizione di questa opera è di Thorkild Jacobsen, The Sumerian King List, University of Chicago Oriental Institute, Assyriological Studies 11, University of Chicago Press, 1939.
  5. Enrico Ascalone, Mesopotamia, Milano, Electa, 2005, p.10.
  6. pettinato mas 23
  7. questa redazione tarda del poema, attribuita allo scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni, risale quindi presumibilmente al XII secolo a.C. e comunque anteriormente all' VIII secolo a.C.
  8. Lettura del testo accadico.