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Ecco l'uomo/Analisi

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Indice del libro
"Il Salvatore", olio di Henry Ossawa Tanner, ca.1905
"Il Salvatore", olio di Henry Ossawa Tanner, ca.1905


Analisi e ripresa

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Lo scrittore britannico C. S. Lewis, figura rispettata nell'ambito dei circoli cristiani conservatori,[1] consigliava di non cercare di riscoprire Gesù con mezzi storici. Nel suo bestseller, The Screwtape Letters (Le lettere di Berlicche), Lewis narra che la ricerca di Gesù era in realtà opera del diavolo... e che qualsiasi cristiano di buonsenso dovesse evitarla come la peste.

Ma se uno fosse ebreo? Ebreo come chi scrive ora, ebreo proprio come Gesù?
Allora, facciamo mente locale: cosa significava essere un ebreo palestinese del primo secolo?

Significava, in primo luogo, un contesto di disordini sociali. Flavio Giuseppe ci informa di svariati incidenti al tempo di Gesù in cui i soldati romani reagirono violentemente contro la popolazione; senza dubbio ci furono molti incidenti locali di cui non sappiamo nulla. Le tasse erano alte, provocando frustrazione e risentimento. Le tensioni nell'ambito della comunità ebraica – poveri contro ricchi, gruppi di pressione religiosi diversi che dibattevano i rispettivi argomenti – erano a volte tanto feroci in certe occasioni quanto la rabbia contro Roma. I movimenti popolari sbocciavano come piante su un suolo superficiale, si bruciavano velocemente al calore della repressione romana e finivano (di solito) con la morte o la sparizione dei capi, e la dispersione dei seguaci delusi.

In secondo luogo, quindi, significava un contesto di aspettativa crescente. Israele era ritornato dall'esilio di Babilonia diverse centinaia di anni prima, ma non era ancora libero. Il vero "ritorno dall'esilio" sarebbe sicuramente arrivato presto. Alcuni ebrei studiavano le antiche profezie cercando segni, e tentavano di calcolare il momento cronologico quando Dio avrebbe agito. Altri si stancarono di aspettare Dio, e decisero di darsi da fare per conto proprio. Altri ancora decisero che la cosa migliore da fare sarebbe stata di intensificare la loro osservanza delle leggi tradizionali. Alcuni speravano, in un modo non meglio definito, che Dio avrebbe inviato un grande Re che, come Messia, li avrebbe condotti alla vittoria contro i loro nemici. Tutte queste aspettative venivano regolarmente espresse in un linguaggio altamente caricato, incluso quello che chiamiamo "apocalittico" — stelle che cadono dal cielo, comete fiammanti che attraversano il firmamento e così via. Ciò però non significava che pensassero che il mondo fisico sarebbe finito. Piuttosto, si aspettavano una fine del modo in cui il mondo girava attualmente e una grande svolta in cui essi sarebbero stati i vincitori, i premiati.

Terzo, questa speranza veniva attuata tramite molteplici tipi di festival, liturgie e letture di libri sacri. Il pellegrinaggio a Gerusalemme durante la Pesach, in particolare, era una celebrazione drammatica e una rievocazione della liberazione da parte di Dio del Suo popolo da antichi nemici, e quindi un ricordo costante che Egli lo avrebbe fatto nuovamente. Dio sarebbe diventato Re! Niente più romani, niente più Erode, niente più sommi sacerdoti corrotti... solo Dio, un Messiah e un Israele devoto, santo e soprattutto libero.

Coloro che affollavano la città santa in quei tempi, celebravano una teologia ebraica basilare, non come serie di idee intellettuali astratte, ma come una realtà che dava scopo alle loro vite enigmatiche. C'era un unico Dio, creatore di tutte le cose, e questo Dio aveva scelto Israele come Suo popolo speciale. Presto avrebbe dimostrato la sua fedeltà pattizia liberando Israele dai suoi nemici, questi grandi mostri mitici che venivano dal mare ad attaccarlo sotto forma di eserciti pagani. Israele sarebbe stato come Daniele salvato dalla tana del leone, la figura umana liberata dalla bestie feroci. E quando ciò sarebbe avvenuto... avrebbe potuto significare addirittura un rinnovamento cosmico. La glorificazione di Israele da p[arte di Dio sarebbe stato il momento in cui l'intero mondo caotico sarebbe stato rimesso in ordine. Pertanto, molti credevano, Dio in quel momento avrebbe fatto risuscitare dai morti tutti i grandi santi del tempo antico. Tutto Israele, passato e presente, sarebbe stato innalzato fisicamente a nuova vita. La nazione, e il mondo, sarebbero rinati.

Fu a questo popolo che giunse Gesù. Erano questi i mormorii che egli udiva per i vicoli ed i cortili della Galilea natia. Erano queste le aspirazioni che egli si trovò a dover adempiere. Ma il suo metodo di adempimento fu la cosa più paradossale della storia lunga e sconcertante di Israele.

Gesù nei Vangeli

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Prima di esaminare il programma proprio di Gesù, dobbiamo dire due parole sui Vangeli, che abbiamo discusso sommariamente nei precedenti capitoli. Il modo di trovare il vero Gesù è, come dire, con un movimento a tenaglia: in avanti per un quadro dell'ebraismo del primo secolo; indietro, dai Vangeli.

Ciò viene spesso dichiarato impossibile. I Vangeli (ci vien detto) sono documenti di fede: pertanto, non riguardano la Storia. I Vangeli sono il prodotto di una lunga riflessione teologica: non sono quindi biografie. Innanzi tutto, bisogna dire che queste sono alternative false. Certamente i Vangeli sono scritti da un certo punto di vista; tutta la Storia lo è. La fede cristiana non è necessariamente più fallace come punto di vista di quanto non lo sia l'agnosticismo o l'ateismo. Prestereste fiducia ad un libro su Beethoven scritto da qualcuno che è sordo come una campana? Come abbiamo visto prima,[2] i Vangeli si conformano agli standard del primo secolo su come venivano scritte le biografie — incluse le loro lunghe sezioni sulla morte dell'interprete principale, cosa per niente sconosciuta come caratteristica delle biografie antiche. Ciò non significa che non siano opere riflessive di teologie; solo che sono biografie teologicamente riflessive.

La seconda cosa che deve esser detta è che la riflessione teologica che offrono è enfaticamente ebraica. Come lo stesso Gesù, sono permeati della loro ascendenza ebraica pagina dopo pagina. E la gran cosa riguardo all'ebraismo del primo secolo, da questo punto di vista, è la sua concentrazione sulla Storia. Se uno avesse provato a dire ad un ebreo medio del primo secolo che Dio aveva redento il Suo popolo, e lo avesse invitato a crederlo nonostante il fatto che Israele era ancora sotto dominio romano, che la legge atavica non veniva osservata dalla maggioranza degli ebrei, che il mondo nel suo complesso era ancora colmo di arroganza e malvagità — egli evrebbe detto che tu non avevi proprio capito nulla di ciò che stavi dicendo. Quello che contava alla fine era la Storia. Qualcosa doveva capitare nel mondo reale. Ecco perché, come storici, dobbiamo affrontare la domanda: cosa, storicamente, era accaduto poco dopo la morte di Gesù, da far dire agli ebrei del primo secolo che la grande redenzione si era veramente realizzata? Una redenzione "spirituale" che lasciava immutata la realtà storica era una contraddizione in termini. Se i Vangeli, visti come la cultura pagana verso cui la chiesa andava in missione, sono ineluttabilmente biografie, allora, visti come la cultura ebraica che dava loro profondità teologica, sono ineluttabilmente storia teologica.

Ciò non significa, ovviamente, che abbiano messo tutto in ordine cronologico, o registrato tutto quello che Gesù (o qualsiasi altro) disse esattamente con le stesse parole che egli usò. Gli studiosi del Nuovo Testamento che si preoccupano del fatto che i Vangeli mettano accadimenti in ordine diverso sono semplicemente ingenui. Quando il biografo di Churchill, Martin Gilbert, riassunse in un solo volume il suo magnum opus di svariati volumi, un recensore lo criticò aspramente dicendo che era solo una lista cronologica di eventi. Non è certo questa la Storia.

Tuttavia ciò significa che i Vangeli devono essere presi sul serio come documenti storici, e anche come documenti teologici e di fede. Non commettiamo grossi errori esaminandoli per cercare serie informazioni sul Gesù che visse nell'ambito dell'ebraismo del primo secolo. Naturalmente dobbiamo imparare a comprendere lo speciale sistema linguistico che usano.

Non dobbiamo immaginare che le parabole di Gesù descrivano eventi reali. Non dobbiamo immagnare che il linguaggio "apocalittico" debba essere letto in una maniera piatta e letterale. Non dobbiamo immaginare che i brevi "aneddoti" che occupano la maggior parte del Vangelo di Marco, e gran parte di Matteo e Luca, occorsero esattamente come descritto: la maggior parte sarebbero terminati in circa un minuto, lasciando l'impressione di un Gesù che intraprendesse un tour-de-force senza respiro, una vera sgobbata per tutti i villeggi della Galilea. In altre parole, dobbiamo capire la forma letteraria ed il genere dei vari brani di scrittura. Brevi aneddoti brevi e sincopati sono stati ovviamente modellati dalla costante ripetizione nell'ambito ecclesiastico. La scrittura apocalittica assegna alla realtà spazio-temporale un significato teologico. Le parabole sono storie destinate a presentare visioni del mondo e renderle comprensibili. Se impegnamo le nostre abilità letterarie con alacrità, non c'è ragione per credere di non essere in grado perlomeno di iniziare a comprendere il Gesù dei Vangeli come il Gesù della Palestina del primo secolo.[3]

Gesù e il Regno di Dio

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"Nessun Re se non Dio" era lo slogan rivoluzionario del tempo. Per il tipico contadino galileo, che lavorava il suo fazzoletto di terra, Gesù dava sicuramente l'impressione di essere un profeta che annunciava che Dio ora stava finalmente per diventare Re. Ciò avrebbe significato soltanto una cosa: Israele sarebbe infine stata redenta, riscattata dall'oppressione. Il "Regno" di Dio non era uno stato mentale, o un senso di pace interiore. Era cosa concreta, storica. reale.

I cristiani del ventunesimo secolo a questo punto devono abbandonare alcune idee. Quando la gente metteva giù gli arnesi per un po' e arrancava su per la collina a sentire questo Gesù che parlava, possiamo essere sicuri che non lo avrebbero sentito dire di essere amorevoli l'un l'altro; o che se si comportavano bene (o avessero studiato il giusto schema teologico) ci sarebbe stato per loro un futuro roseo una volta andati in cielo"; o che Dio aveva deciso infine di darsi da fare per perdonar loro i peccati. Gli ebrei del primo secolo sapevano già di dover essere buoni l'un l'altro. Se proprio si davano pensiero della vita dopo la morte, sapevano già che il loro Dio si sarebbe preso cura di loro e alla fine avrebbe loro dato corpi fisici nel Suo mondo rinnovato. (La frase "Regno dei Cieli", che troviamo nel Vangelo di Matteo, non significa "un luogo-Regno chiamato «cielo»". È invece un modo riverente di dire "la Regalità di Dio".) Non c'è traccia alcuna che gli ebrei del primo secolo andassero in giro cupi chiedendosi se i loro peccati potessero mai essere perdonati. Avevano il Tempio ed il sistema sacrificale che servivano allo scopo. Se Gesù avesse veramente detto quello che una moltitudine di cristiani occidentali sembrano pensare egli abbia detto, avrebbe provocato tanta noia e sbadigli...

Ciò che Gesù disse in realtà fu così rivoluzionario che fece scuotere tutti. Fu così drammatico che Gesù sembra dovesse poi adottare una deliberata politica di frequentare solo villaggi, spostandosi continuamente, senza mai entrare nell grandi città galilee come Seffori, appena oltre la collina da Nazareth, o Tiberiade, giù sulle sponde del mar di Galilea, a sud di Magdala. Perché? Cosa c'era di così diverso?[4]

Duplice rivoluzione

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La cosa strana riguardo all'annuncio di Gesù sul Regno di Dio fu che egli riuscì sia ad affermare che stava realizzando antiche profezie, le vecchie speranze, di Israele, sia di farlo in un modo che le sovvertiva radicalmente. Il Regno di Dio è qui, sembrava dicesse, ma non è come pensavate dovesse essere.

Ma come? Quando il Dio di Israele agisce, anche i Gentili ne beneficiano! Quando il Dio di Israele farà arrivare il suo mondo nuovo, alcune delle tradizioni care a Israele (come le leggi alimentari) verranno abolite, non più necessarie nella nuova famiglia universale! Abramo, Isacco e Giacobbe si insedieranno nel Regno e accoglieranno persone da tutto il mondo, mentre alcuni dei figli del Regno verranno cacciati. Non c'è da meravigliarsi che Gesù avesse bisogno di usare parabole per enunciare tutto ciò. Se troppa gente avesse compreso le implicazioni doppiamente rivoluzionarie, egli non sarebbe durato cinque minuti.

Doppiamente rivoluzionario: primo, chiunque dicesse che il Dio di Israele sarebbe diventato Re, avrebbe sventolato la bandiera della rivoluzione e, come Gesù stesso ebbe a notare ironicamente, cani e porci, particolarmente quelli portati alla violenza, avrebbero cercato di entrare in azione. Secondo, affermare di star annunciando il Regno mentre allo stesso tempo si sovvertivano le istituzioni nazionali di Israele, e/o i programmi sostenuti ferocemente da gruppi di pressione, volveva dire andar in cerca di guai. Era come annunciare in un paese musulmano che uno stava realizzando la volontà di Allah — mentre apparentemente diffamava Maometto e bruciava una copia del Corano.

La grande celebrazione

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In particolare, il comportamento caratteristico di Gesù era tanto illustrativo quanto i suoi insegnamenti caratteristici. Ovunque andasse c'era una festa. Dopo tutto, se Dio sta finalmente per diventare Re, chi non vuol celebrare? Ma Gesù celebrava con tutte le persone sbagliate. Frequentava posti dubbi e vicoli malfamati. Beveva vino con persone equivoche e malavitose. Permetteva alle donne della strada di venire da lui e adularlo. E per tutto il tempo egli sembrava indicare che, per quanto lo riguardava, stavano per essere accolti nel nuovo giorno che sorgeva, il giorno in cui Dio diventava Re. Tale era il significato delle sue eccezionali guarigioni (che, tra l'altro, gran parte degli studiosi seri ed impegnati oggi sono disposti ad accettare come storiche).

Cosa era successo a tutti i vecchi tabù, agli standard di santità di Israele? Sembravano essere stati scartati. Gesù stava dicendo – con le sue azioni e le sue parole – che uno non doveva osservare ogni minimo dettaglio della Torah per essere annoverato come vero membro di Israele. Diceva che non era necessario andare in pellegrinaggio a Gerusalemme, offrire sacrifici ed osservare i rituali di purificazione, per essere considerato puro, perdonato, ripristinato come membro di Israele. Potevi essere guarito, ripristinato e perdonato qui e ora, dove stava Gesù, a questa o quella festa, stando semplicemente lì con lui e accogliendo il suo modo di annunciare il Regno. Non c'è da meravigliarsi che la sua famiglia dicesse che era fuori di testa.

Non solo la sua famiglia, però. I gruppi di pressione che stavano esortando Israele a diventare più santo, più fedele alla Torah, erano furiosi. Quest'uomo stava minando tutto quello che loro cercavano di fare. I rivoluzionari erano meravigliati, poi arrabbiati. Quest'uomo stava usando il loro linguaggio ma a significare le cose sbagliate; qualsiasi serio politico radicale sapeva che ci si doveva organizzare, approntare le armi ed esser pronti a combattere. E persino i seguaci più immediati di Gesù, che ad un certo punto arrivarono alla conclusione che Gesù era veramente il Messia e non solo un grande profeta, sembra rimanessero stupiti da ciò che egli stava cercando di ottenere.

Cosa stava cercando di ottenere Gesù? Cosa si aspettava accadesse? Ne rimase deluso?

I fini di Gesù

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Possiamo sicuramente dire che Gesù non si aspettava che il mondo finisse. Tale idea bizzarra, che è stata propagandata in giro per le aule dei biblisti neotestamentari nel corso degli ultimi due secoli, deve ora essere messa a riposo definitivamente. Bisogna comprendere Gesù in termini di apocalittica ebraica.

L'arrivo della crisi

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Tale linguaggio "apocalittico" significava che Israele stava per compiere la grande svolta dei tempi. La lunga notte dell'esilio stava giungendo alla fine; il gran giorno della liberazione stava sorgendo. Israele era come un prigioniero che stava per essere libeato dopo una condanna gigantesca. Tutto, ma proprio tutto, sarebbe stato differente d'ora in poi. Il mondo sarebbe stato differente. Gli uccelli avrebbero cantato un'altra canzone. Ecco come funziona il linguaggio apocalittico. Assegna ad eventi ordinari il loro significato e importanza totali. I mostri saranno distrutti; l'uomo sarà glorificato. "Il Figlio dell'Uomo verrà su una nube con potenza e gloria grande." Israele sarà vendicato e i suoi oppressori non l'affliggeranno mai più.

Gesù raccolse questa enorme aspettativa – e la applicò a se stesso. Aveva accolto peccatori e reietti nel Regno, serenamente e discretamente implicando che questo Regno veniva ridefinito su di lui. (È necessario dire a questo punto che ciò non significa che egli fosse un egotista, o che si immaginasse di star giocando a fare "Dio" in un qualche senso glorificato e potente?) Come molti profeti e altri leader avevano detto in tempi antichi (pensiamo ad Elia, o Isaiai, o Giovanni il Battista), il Dio di Israele stava ridefinendo il Suo popolo e ora lo stava facendo con l'oprato di questo singolo uomo, Gesù. Ma ciò che Gesù aveva capito, e che così tanti dei suoi contemporanei, come anche molti lettori moderni, non avevano inteso era che il destino di Israele stava velocemente dirigendosi verso il suo momento vitale, cruciale. Israele, il popolo storico di un Dio unico creatore, stava scorrendo nelle rapide della storia appena in bilico su una cascata fragorosa. Se non stava attento, questo popolo di Israele sarebbe precipitato nell'abisso della rovina.

Non ci volle molto intuito a Gesù per comprendere questo ultimo punto. Chiunque con occhi e orecchie aperti poteva constatare che i romani non avrebbero tollerato altre provocazioni e presto sarebbero marciati su Gerusalemme per distruggerla insieme al resto della nazione ebraica. Dove l'intuizione profetica di Gesù venne in ballo fu nella straordinaria consapevolezza che quando ciò fosse accaduto, sarebbe stato il giudizio del Dio di Israele sul Suo popolo ribelle. Israele era chiamato ad essere la luce del mondo, ma la luce veniva piegata contro se stessa. Israele era chiamato ad essere il fautore e mediatore di pace, ma si perdeva in rivoluzioni violente. Israele era chiamato ad essere il guaritore, ma era determinato a fare a pezzi i pagani come frantumi di un vaso di coccio. Gesù vide arrivare il giudizio e capì che non proveniva tanto da Roma, quanto da Dio. Il suo primo fine, quindi, fu di esortare Israele a "pentirsi" — non tanto da insignificanti peccati individuali, ma dalla grande ribellione nazionale, contro il creatore, contro il Dio dell'alleanza. La mancanza di pentimento avrebbe condotto Israele inesorabilmente verso il disastro.

Gesù e Israele

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Il secondo fine, tuttavia, fu uno che ancora fa rabbrividire duemila anni dopo. Come Albert Schweitzer capì in una delle sue più grandi intuizioni,[5] Gesù si credette chiamato ad andare al giudizio prima di Israele, al suo posto e da solo. Si rifece alle antiche credenze ebraiche sull'arrivo della grande tribolazione, del tempo delle sofferenze amare e dolorose per il popolo di Dio (Matteo 24, Marco 13 e Luca 21). Tale "tribolazione" sarebbe certamente avvenuta; ma se Gesù le fosse andato incontro, per prenderla su di sé, allora avrebbe potuto sopportarla per conto del suo popolo, cosicché il suo popolo avrebbe potuto evitarla. Egli avrebbe attraversato la tribolazione, attraversato la notte più cupa dell'esilio e sconforto di Israele, e sarebbe uscito dall'altra parte nella luce gloriosa del giorno nuovo pieno di gloria.

Questa, credo, sia di gran lunga la migliore spiegazione storica dell'atteggiamento di Gesù nell'affrontare la sua stessa morte. Il biografo inglese A. N. Wilson, nel suo libro Jesus: A Life (1992) scrive:

« Gesù predice che il Figlio dell'Uomo morirà per il suo popolo come un riscatto, e risorgerà... È del tutto possibile che egli avesse veramente fatto tale predizione per se stesso. Usò metafore come bere un calice amaro, prepararsi per un battesimo, completare una grande opera, quando parlò di questo compimento finale...
Non parrebbe impossibile... supporre che Gesù previde la propria morte e in qualche modo la desiderò. A quel punto era arrivato a considersi come un "re", un uomo che poteva unire Israele ed inaugurare il nuovo "regno dei santi".... Con la sua testimonianza profetica, iniziata in Galilea e completata a Gerusalemme, egli pensava che avrebbe potuto inaugurare la nuova età. Una volta morto, sarebbe risorto; di conseguenza, non solo egli stesso sarebbe risorto, ma sarebbe risorto il resto d'Israele redento. Il dominio dei santi sarebbe iniziato. Gesù, cavalcando in città su un asino, credette che un tale processo stesse per cominciare.[6] »

Giusto. La speranza ebraica era che quando lo strano destino di Israele si fosse realizzato, il mondo sarebbe stato salvo. La variazione di Gesù in tema fu la sua convinzione che tutto sarebbe accaduto tramite la sua stessa vita, morte e resurrezione. Sebbene gli studiosi abbiano spesso asserito di dubitare se Gesù potesse aver predetto la propria resurrezione, un esame anche superficiale della letteratura ebraica del tempo ci chiarisce il tutto. Chiunque abbia letto i libri dei Maccabei sa che coloro che muoiono come martiri per causa di Dio risorgeranno, fisicamente corporealmente. Se i martiri Maccabei potevano pensarlo, allora così poteva pensarlo anche Gesù.

Perché quindi è così improbabile che un Gesù che poteva pensare in questo modo, non potesse predisporre che i suoi seguaci diventassero, dopo la sua morte, l'avanguardia di questo Israele rinnovato, la testata di ponte del Regno, andando in giro per il mondo con la buona novella che il Dio Unico di Israele è proprio il Dio creatore, il Dio che ama, il Dio redentore del mondo? Perché (in altre parole) un Gesù come questo non avrebbe dovuto pianificare che la comunità dei suoi seguaci continuasse l'opera sua?

Un’opera che Dio gli aveva dato da compiere.

Per approfondire, vedi Biografie cristologiche.
  1. Scrittore, saggista e teologo britannico ( 1898 –1963), noto però all'estero soprattutto come autore del ciclo di romanzi fantasy delle cronache di Narnia.
  2. E si vedano anche i due wikibooks: Biografie cristologiche e Noli me tangere.
  3. Per la bibliografia di questa intera sezione si vedano le rispettive "Bibliografie" della Serie cristologica, ampiamente usate nei riferimenti di testo.
  4. Per questa sezione, si vedano spec. J.D. Crossan, The Historical Jesus: The Life of a Mediterranean Jewish Peasant, HarperSanFrancisco, 1991; G. Vermes, Jesus the Jew, Collins, 1973; Meier, The Aims of Jesus, SCM, 1979; Borg, Conflict, Holiness and Politics in the Teachings of Jesus, Edwin Mellen Press, 1984, come anche il suo Jesus: A New Vision, Harper & Row, 1987.
  5. Albert Schweitzer, Storia della ricerca sulla vita di Gesù, Paideia, 1986.
  6. A.N. Wilson, Jesus: A Life, Sinclair-Stevenson, 1992, pp. 178-179. Wilson scrisse questo libro dopo aver abiurato il cristianesimo e abbracciato l'ateismo, per poi rientrare nella fede qualche anno dopo.