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Ecco l'uomo/Fine del mondo

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Indice del libro
"Cristo seduto su un pagliaio", incisione del XVI sec., Belgio
"Cristo seduto su un pagliaio", incisione del XVI sec., Belgio


« Non sappiamo nulla della morte, se non l'unico fatto che moriremo.... Ma cosa significa morire? Noi non lo sappiamo. È quindi opportuno accettarlo come la fine di tutto ciò che possiamo immaginare. Desiderare di proiettare la nostra immaginazione oltre la morte, anticipare nella nostra mente ciò che la morte può rivelarci solo nell'esistenza, mi sembra incredulità mascherata dalla convinzione che la vera credenza dica: non so nulla della morte, ma so che Dio è l'eternità; e so inoltre che è il mio Dio. Se ciò che conosciamo come "il tempo" continui oltre la nostra morte diventa poco importante accanto a questa consapevolezza che siamo di Dio, che non è "immortale" ma eterno. Invece di immaginare il nostro io come vivo anche se morto, noi desideriamo prepararci per una vera morte, che forse è la fine dei tempi, ma che, se è così, è certamente la soglia dell'eternità. »
(Martin Buber, Gleanings)

Gesù il Nazareno e la Fine dei Tempi

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...E la fine dei tempi era ciò che Gesù l'ebreo stava annunciando, giusto o sbagliato che fosse.

Il fatto è che, se Gesù (= יֵשׁוּעַ Yeshua)[1] tornerà come Messia, sarà circonciso nella carne (di nuovo, nel caso in cui la sua prima circoncisione sia scomparsa), richiederà cibo kosher da mangiare e insisterà su una sinagoga per pregare il sabato, lo Shabbat ebraico, non una chiesa con croci che rappresentano la sua crocifissione di domenica.

Gesù non era cristiano: era ebreo! Sembra ovvio. Eppure per molti non lo è. Ha vissuto tutta la sua vita come ebreo ed è morto come ebreo. In quella che i cristiani oggi celebrano come Pasqua, Gesù veniva nella Gerusalemme occupata dai romani per celebrare la festa di Pesach — Pasqua ebraica. Celebrò una tradizionale cerimonia pasquale e un pasto chiamato "seder" che dopo la sua morte i cristiani chiamarono la sua "ultima cena". Per la maggior parte degli ebrei dell'età di Gesù (anche se non necessariamente per Gesù stesso) "salvezza" significava "cambio di regime". Coloro che sostenevano un cambio di regime erano spesso chiamati dagli ebrei "Messia". I romani crocifiggevano quelli che sostenevano un tale cambiamento. Era la loro pena di morte abtuale; migliaia di ebrei furono messi a morte in quel modo per una serie di ragioni.

Come ebreo, io capisco l'ebraicità di Gesù. Questo capitolo tratta quindi del Gesù storico e non del Gesù della fede cristiana che è "la Via, la Verità e la Vita". Ciò non fa parte della mia o della tradizione di Gesù. Le definizioni di fede degli ebrei sono il Tanakh ("Antico Testamento") e il suo commento orale (Talmud) che continua a tutt'oggi. Chi è accettabile nella mia tradizione è un Gesù come un potenziale Messia ebreo che fu crocifisso nel 30 e.v.[2] Dal mio punto di vista e dalla mia analisi delle Scritture e di altri testi, considero Gesù come un rabbino ebreo radicale carismatico. In un certo senso è paragonabile al profeta radicale Geremia quasi ucciso più volte dagli ebrei; ai sacerdoti di Qumran che ricusarono il Tempio e il suo sacerdozio; al rabbino Hillel il Vecchio, il più grande saggio del suo tempo, che visse durante il tempo di Gesù e fu considerato un pericoloso radicale; infine, a Honi Ha’magil (il "Tracciatore di Cerchi", che ho già citato precedentemente) un carismatico e taumaturgo che chiamava Dio "Abba" – Padre – e che faceva soventi richieste al suo Abba.[3]

Facciamo il punto della situazione, una volta ancora, ribadendo quello che ho già esposto corsivamente nella prima parte di questo libro. Ripeterlo non è mai troppo, visti i molteplici travisamenti che si sono sviluppati in duemila anni di rielaborazioni neotestamentarie. Il famoso studioso biblico Géza Vermes (1924-2013) tratta l'argomento in diversi libri importanti, tra cui The Authentic Gospel of Jesus (2003),[4]esaminando ogni detto attribuito a Gesù, raschiando via millenni di tradizione cristiana per tornare al vero insegnamento dell'uomo dietro il Messia.

I detti di Gesù non rivelano praticamente nulla del suo contesto e della sua vita passata. In Marco, il più antico dei Vangeli, egli appare all'improvviso come l'eroe di un romanzo o di un film. Ci viene detto molto poco della sua famiglia, scrive Vermes, e nulla della sua istruzione o della sua vita professionale iniziale.[5] Non era sua principale preoccupazione riflettere su se stesso, sulla propria persona. Le piccole informazioni "biografiche" che abbiamo non sono dovute a Gesù, che non ricorda mai la sua infanzia o giovinezza, ma ai narratori, agli evangelisti (Marco 6:3; Matt. 13:55; Giovanni 6:42). Ci dicono che Gesù proveniva dall'insignificante città galilea di Nazareth, sconosciuta a Flavio Giuseppe o alla Mishnah, dove era un tekton, la parola greca che designava un costruttore o un artigiano, forse un falegname.[6] Gli stessi Marco e Matteo menzionano anche Maria (in ebraico Myriam), la madre di Gesù. Suo padre, Giuseppe, anche lui falegname, appare per nome solo in Luca 4:22 e Giovanni 1:45;6:42, se ignoriamo le genealogie artificiali e le narrazione leggendarie dell'infanzia proposte da Matteo e Luca. Marco e Matteo nominano quattro fratelli di Gesù (Giacomo, Giuda, Jose o Giuseppe e Simone) e si riferiscono anonimamente alle sue numerose sorelle (Marco 6:3; Matt. 13:55-56). Per Gesù, tuttavia, i veri membri della sua famiglia – madre, fratelli e sorelle – non sono i suoi consanguinei, ma quelli che ascoltano la parola di Dio e sono pronti a fare la Sua volontà (Marco 3:33-35; Matt . 12:48-50; Luca 8:21). Da queste allusioni si può dedurre che durante l'attività galileiana Gesù non era in buoni rapporti con i suoi parenti, che volevano interferire con la sua chiamata (Marco 3:21). Ulteriori massime di saggezza disillusa indicano che Gesù incontrò una fredda accoglienza tra i suoi parenti e vicini: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua", osserva una volta (Marco 6:4; Matt. 13:57).

Secondo le sue stesse parole, la scena del suo ministero galileo era la sponda settentrionale del lago di Genesaret. I luoghi esplicitamente elencati in un detto di Gesù sono Chorazin, una cittadina situata a poche miglia a nord del lago, e i villaggi di pescatori di Betsaida e Cafarnao, dove si dice che abbiano avuto luogo molte delle guarigioni e degli esorcismi di Gesù (Matt. Mt; Luca 10:13-15). Nessuno degli evangelisti sinottici, per non parlare di Gesù stesso, ha mai fatto allusione alle più grandi città della zona: Sepphoris, la capitale regionale, a due passi da Nazaret, Gabara (o Araba), Tarichaea, centro dell'industria della pesca locale, e la nuova città di Tiberiade, costruita al tempo di Gesù da Erode Antipa, sovrano di Galilea, in onore dell'imperatore regnante Tiberio.[7] Gesù non era attratto dalla vita urbana; era chiaramente un figlio della campagna di Galilea.

La sua prima apparizione in pubblico è associata a Giovanni il Battista, il profeta eremitico che richiamò i suoi compatrioti ebrei a pentirsi nel deserto posto lungo il fiume Giordano. Gesù, come molti suoi concittadini, rispose all'appello di Giovanni. I Vangeli non hanno conservato nessun resoconto diretto di Gesù che trasmette a Giovanni il suo pensiero e il suo apprezzamento. Tuttavia, il fatto che il suo annuncio originale, "Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino!" (Matt. 4:17; Marco 1:15), fa eco al tema di Giovanni (Matt. 3: 2) e gli elogi casuali da lui elargiti al Battista – "tra i nati di donna non è sorto uno più grande di [lui]" (Matteo 11:11; Luca 7:28) – prova l'alta stima in cui teneva l'uomo che, in tutti i sensi, può essere riconosciuto come suo modello e fonte di ispirazione. Entrato nella vita pubblica, si impegnò a continuare in Galilea la missione del Battista, missione che terminò bruscamente quando Erode Antipa imprigionò Giovanni nella fortezza transgiordana di Macheronte e ordinò la sua esecuzione a fil di spada (Marco 1:14-15; Matt. Mt; Flavio Giuseppe, Antichità 18: 116-19).

Anche i tre aspetti dell'attività pubblica di Gesù – curare gli infermi, liberare le persone dal possesso demoniaco e predicare[8] – sono resi noti nei suoi detti. La sua esortazione ad adottare la teshuvah o pentimento (in ebraico: תשובה‎, letteralmente "ritorno") e il suo annuncio della via che conduce al Regno di Dio (Marco 1:15; Matt. 4:17) furono accompagnati da atti carismatici di esorcismo e guarigione: "Ecco, io scaccio i demòni e compio guarigioni" (Luca 13:32). O ancor più enfaticamente: "Ma se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio" (Matteo 12:28; Luca 11:20). Lo stile insolito di Gesù nel proclamare e argomentare provocò stupore. Quasi mai citava direttamente dalla Bibbia per dimostrare il suo messaggio, ma dimostrava invece un potere carismatico. La gente asseriva che avesse introdotto una nuova forma di insegnamento, "con autorità", nel soggiogare le forze del male mediante lo Spirito di Dio (Marco 1:21-22,27-28; Matt. 7:28; Luca 4:32,36; Matt. 12:28; Luca 11:20). Affidò anche ai suoi discepoli compiti identici: "E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni."(Matteo 10:7-8; Luca 10: 9, 17).

Secondo gli evangelisti, Gesù occasionalmente mostrava compassione per i Gentili. Il servitore del centurione romano residente a Cafarnao (Matteo 8:5-13; Luca 7:1-10), l'indemoniato garaseno (Marco 5:1-19; Matteo 8:28-34; Luca 8:26-39) e la figlia di una donna greca della regione di Tiro e Sidone (Marco 7:24-30; Matt. 15:21-28) divennero beneficiari del suo potere carismatico di guarigione ed esorcismo. Tuttavia, questi casi sono indicati come eccezioni. In effetti Gesù trovò sorprendente che i Gentili potessero mostrare una profonda fiducia in Dio. Mentre i non ebrei venivano di tanto in tanto guariti da lui, non incontriamo alcun esempio del suo volerli istruire. Inoltre, non ebbe esitazioni nel dichiarare che il messaggio era strettamente riservato "alle pecore perdute della casa di Israele" (Matteo 15:24). Apostrofò spesso duramente i Gentili e ne fece paragoni denigratori, confrontandoli in modo disprezzante con cani e maiali (Marco 7:27; Matt. 7:6;15:26). Quando Gesù inviò i suoi apostoli in missione, non solo specificò che dovevano rivolgersi solo agli ebrei, ma proibì loro espressamente di avvicinarsi ai Gentili, o persino di entrare in località samaritane (Matt. 10:5-6). L’unica deduzione logica che si può trarre da queste premesse è che Gesù si preoccupasse solo degli ebrei, perché a suo avviso la cittadinanza del Regno di Dio era riservata solo a loro.[9]

Come rappresentante di Dio, profeta degli ultimi giorni, un hassid, Gesù si dedicò totalmente alla causa che, secondo lui, Dio gli aveva affidato. La sua personalità religiosa si riflette nelle sue idee su Dio, sulla Sua Torah e sul Suo Regno. Il carattere del Nazareno, la sua personalità e il suo stile di vita sono per lo più rivelati in obiter dicta, in espressioni casuali. Convinto della vicinanza del giorno del Signore, Gesù fu più che disposto ad abbracciare la dura esistenza del predicatore errante. Abbandonò la vita familiare e rifiutò le comodità del focolare domestico. "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi", disse ai suoi seguaci, "ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" (Matteo 8:20; Luca 9:58). La sua modestia si rivela non solo nella scelta dell'umile e poco appariscente modo di riferirsi a se stesso come "figlio dell'uomo", ma anche nella sua avversione per i titoli onorifici: i suoi discepoli non dovevano essere chiamati "rabbino" o "maestro" . "Il più grande tra voi sia vostro servo" (Matteo 23:8-11).

Gesù non scelse di chiamarsi "Messia" o "Figlio di Dio" e anche quando gli altri lo interrogavano sulla sua messianità, di solito rifiutava di dare una risposta diretta.[10] Per quanto riguarda l'epiteto "Figlio di Dio" – lasciando da parte l'espressione congiunta "Messia, il Figlio di Dio" in Matteo (Matt. 26:63;16:16) dove "Figlio di Dio" e "Messia" sono sinonimi – questo non è mai pronunciato da Gesù stesso. Bisogna essere stupidi per credere alla derisione dei sommi sacerdoti e degli scribi che scherniscono Gesù affinché scenda dalla croce perché aveva affermato di essere il "Figlio di Dio" (Matteo 27:43). Solo i demoni o le persone possedute dai demoni si rivolgevano a Gesù con questo titolo (Matteo Mt; Luca 4:3,9; Marco 3:11; Luca 4:41; Marco 5:7; Matt. 8:29; Luca 8:28). L'unico esempio in cui i discepoli chiamano Gesù "Figlio di Dio" e "lo adorano" viene da un'aggiunta leggendaria tardiva di Matteo alla storia di Gesù che cammina sull'acqua (Matteo 14:33). Nel passo parallelo di Marco lo stupore dei compagni di Gesù è causato non dal suo camminare sull'acqua, ma dalla precedente e miracolosa moltiplicazione dei cinque pani per sfamare cinquemila persone (Marco 6:51-52).

Sebbene frequentemente e spontaneamente riconosciuto come leader e maestro, Gesù insisteva sul fatto che non era lì per comandare ma per servire (Luca 22:27). Si vedeva come il campione dei deboli e dei disprezzati; il suo compito designato era "cercare e salvare ciò che era perduto" (Luca 19:10), essere il pastore che non risparmiava nessuno sforzo per ritrovare una pecorella smarrita (Matteo 18:12-14; Luca 15:4-7). Amava i proverbiali paria della società ebraica, i gabellieri pentiti e le prostitute (Matt. 21:31-32), e scandalizzava i pii facoltosi condividendo la tavola con coloro che erano ostracizzati dalla borghesia devota per convenzione (Matt. 11:19; Luca 7:34). Amava i bambini che, grazie alla loro assoluta fiducia nella benevolenza paterna, proclamò come modelli del genuino spirito religioso: "Lasciate che i bambini vengano a me... perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio... Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso" (Marco 10:14-15; Matt. 19:14;18:3; Luca 18:16:17).

In Gesù gli estremi si incontrarono. Condusse la vita austera di un profeta itinerante (Matteo 8:20; Luca 9:58), consigliò ai suoi seguaci di portare ciascuno la propria croce (Matteo 10:38; Luca 14:27) e, parlando iperbolicamente (si spera!), di sottoporsi all'automutilazione (Marco 9:43-48; Matt. 18:8-9; cfr. Matt. 5:29-30;19:12). Amava esagerare quando insegnava moderazione e abnegazione. Allo stesso tempo, in netto contrasto con il suo mentore Giovanni il Battista, che viveva a dieta di locuste e miele selvatico, a Gesù non dispiaceva un buon pasto. Si sedette al tavolo di ricchi pubblicani. Nella famosa parabola del figliol prodigo il padre, che simboleggia Dio, accoglie il ritorno del suo figlio ribelle con una festa sontuosa e ordina ai suoi servi di arrostire il vitello più grasso (Luca 15:23). Non sorprende quindi che il conviviale Gesù sia stato diffamato dai suoi critici come "un mangione e un beone, amico [e commensale] dei pubblicani e dei peccatori" (Matteo 11:18-19; Luca 7:33-34).

Accanto a queste manifestazioni di gentilezza e compassione verso i bambini e gli emarginati sociali, troviamo detti del Vangelo che rivelano in Gesù la natura infuocata dei suoi connazionali galilei, bellicosa fin dall'infanzia secondo Flavio Giuseppe (Guerra 3.41)[11]. Gesù a volte pronunciava parole impazienti e taglienti, chiamando Pietro "Satana" (Marco 8:33; Matt. 16:23), la figlia gravemente ammalata della donna sirofenicia un "cane" (Marco 7:27; Matt. 15:26), e riferendosi al sovrano di Galilea, Erode Antipa, come "quella volpe" (Luca 13:32). Gli accedeva di essere irascibile con discepoli ottusi (Marco 10:14) e di mostrare la sua indignazione verso il presuntuoso e l'ipocrita (Marco 12:39-40; Luca 20:46-47; Matteo 23:5-7). Una volta, quando ebbe fame, venne persino raffigurato come irragionevole. Alla ricerca di frutti su un fico, ma non trovandone nessuno, pronunciò una maledizione contro di esso anche se non era stagione di raccolta (Marco 11:12-14; Matt. 21:18-19). Gesù non fu esattamente la figura gentile, sdolcinata, mite e bonaria della pia immaginazione cristiana.

Spesso parlava e agiva con autorità, ma era anche pronto ad ammettere ignoranza o a confessare incompetenza. Sebbene avesse proclamato l'imminente avvento del Regno di Dio, ammise anche di non essere al corrente del momento esatto di tale venuta: "Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre" (Marco 13:32; Matt. 24:36). Parimenti, dichiarò di non avere voce in capitolo riguardo al protocollo del banchetto escatologico; solo Dio era incaricato della disposizione dei posti: "Non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio" (Matt. 20:23).

La tragica fine di Gesù arrivò improvvisamente, nel corso di un fatidico pellegrinaggio a Gerusalemme, probabilmente nel 30 e.v. Durante il suo breve ministero carismatico in Galilea, sebbene incontrasse gelosia e ostilità tra gretti scribi locali e ipocriti anziani della sinagoga, Gesù nel complesso fu un guaritore, esorcista e insegnante molto popolare e molto ricercato. Per la popolazione locale della regione del lago di Genesaret, egli fu un uomo di Dio, e anche a Gerusalemme fu salutato come " il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea" (Matteo 21:11).

La sua caduta derivò specialmente da un atto di zelo profetico. Provocò un trambusto nel quartiere dei mercanti nel Tempio, pochi giorni prima della Pesach. Le nervose autorità sacerdotali incaricate del mantenimento della legge e dell'ordine avvertirono il pericolo, temendo che il disordine potesse scatenare una ribellione. Sentivano che era loro dovere intervenire nella sicurezza della nazione ebraica. Tuttavia, preferirono non agire direttamente e consegnarono al braccio secolare di Roma l'uomo che essi consideravano un leader rivoluzionario potenzialmente pericoloso a causa della sua influenza sulla folla. Tale giustificazione per la condanna di Gesù è supportata dal racconto di Flavio Giuseppe sull'esecuzione di Giovanni Battista. Erode Antipa pensava che l'eloquenza di Giovanni potesse portare alla sedizione, quindi prese una misura preventiva adeguata (Antichità 18:117-18). Pilato, noto per la sua crudeltà sanguinaria, non esitò a mettere a morte il "re dei giudei", che credeva fosse un ribelle. Gesù morì su una croce romana e fu sepolto nei paraggi. Ma i suoi discepoli lo rividero in ripetute apparizioni e continuarono a compiere azioni carismatiche in suo nome, il che li convinse che fosse risuscitato dai morti.

Poi aspettarono la Fine dei Tempi. E la stiamo ancora apettando...

Per approfondire, vedi i rispettivi riferimenti di "Biografie cristologiche".
  1. Gesù è un adattamento del nome aramaico יֵשׁוּעַ (Yeshua in italiano Giosuè), che significa "YHWH è salvezza" o "YHWH salva". (EN) Joshua, su behindthename.com, Behind the Name. URL consultato il 4 novembre 2019.; Holman References, Holman Illustrated Pocket Bible Dictionary, Pocket Reference Edition, p. 190, ISBN 978-1-58640-314-0.
  2. Rabbi Menachem Mendel Schneerson, il Lubavitcher Rebbe è morto nel 1994 e continua ad essere considerato da molti dei suoi discepoli il Messia che ritornerà. Tra le altre similarità ebraiche, si può annoverare il Ba'al Shem Tov, un rabbino mistico considerato il fondatore dell'ebraismo chassidico.
  3. Honi ‘Ha’maggil’, il Tracciatore di Cerchi, primo secolo p.e.v., originario della Galilea, faceva piovere. Lo faceva tracciando un cerchio nella sabbia, entrandoci e dicendo a Dio: "Signore del mondo, i tuoi figli si sono rivolti a me perché sono un figlio della casa davanti a Te. Giuro sul Tuo grande nome che io non mi muoverò da qui finché non sarai misericordioso con i tuoi figli." All'inizio apparivano semplici gocce di pioggia. Allora Honi diceva: "Abba non ho chiesto questo, ma piogge sufficienti a riempire cisterne, fossati e grotte." E così cadeva pioggia a catinelle, come richiesto. Poi Honi diceva "Abba, non ho chiesto questo, ma piogge di benevolenza, benedizione e grazia". E la pioggia arrivava nella forma da lui richiesta. Nel Talmud, Honi si rivolge spesso a Dio come Abba — padre. Honi era conosciuto come il figlio della casa — la casa di Dio. I Saggi dissero di lui: "Tu deciderai e si adempirà — tu decretasti qui giù e il Santo, che Egli sia benedetto, ascoltò la tua parola lassù, in alto." Shimon ben Shetah, Presidente del Sinedrio, gli disse: "cosa devo fare di te, dal momento che nonostante tu abbia importunato Dio, Egli fa ciò che desideri nello stesso modo in cui un padre fa qualunque cosa gli chieda il figlio importunatore? Se tu non fossi Honi, [ti] scomunicherei" (TB Taanit, 19a). Ulterioremente su questo argomento, che ho trattato anche nei precedenti capitoli, e sul Gesù storico, si veda il già citato Moshe Reiss, Jesus the Jew[1].
  4. Anche The Authentic Gospel of Jesus, Penguin, 2004. La bibliografia di vermes è comunque molta estesa, incudendo anche i suoi rinomati studi sui Manoscritti del Mar Morto. Il Gesù ebreo è comunque il suo soggetto specialistico, si vedano int. al.: Jesus and the World of Judaism, Fortress Press, 1983; The Changing Faces of Jesus, Penguin 2001; Jesus in his Jewish Context, Fortress Press 2003; The Passion, Penguin, 2005; The Nativity: History and Legend, Penguin 2006; The Resurrection: History and Myth, Doubleday Books, 2008; Searching for the Real Jesus, SCM Press, 2010 — in gran parte tradotti in (IT).
  5. Si veda G. Vermes, The Authentic Gospel of Jesus cit., Cap. 8, nota 3.
  6. L'equivalente aramaico di "falegname" può indicare anche "uomo istruito", come ho già spiegato in un precedente capitolo.
  7. Tiberiade appare nel quarto Vangelo (Giovanni 6:1,23;21:1), sebbene neanche Giovanni faccia pronunciare a Gesù il nome della città.
  8. Per questa sezione, si veda G. Vermes, The Authentic Gospel of Jesus cit., Cap. 1.
  9. Si veda spec. G. Vermes, The Authentic Gospel of Jesus cit., pp. 400-402.
  10. In The Authentic Gospel of Jesus cit., Cap.1 nota 26, Vermes cita l'eccezione in Marco 14:62. La sola approvazione positiva data da Gesù sull'essere chiamato "Cristo" (= Messia, Unto, ecc.) segue alla confessione di Pietro in Matteo 16:17-18. Contro l'autenticità di questo passo, Vermes sottolinea il silenzio di Marco e di Luca nei punti corrispondenti, nonché il fatto che l'adiacente riferimento a Pietro, la roccia su cui sarà edificata la chiesa, non è autentico, ignoto a Marco e a Luca. Inoltre, c'è da aggiungere che pochi versetti dopo Gesù chiama dispregiativamente Pietro come "Satana" (Marco 8:33; Matt. 16:23).
  11. Si veda Vermes, op. cit., p. 403.