Ecco l'uomo/Divinità

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Indice del libro
"Cristo, recogiendo las vestiduras despues de las flagelacion", dipinto di Francisco Zurbaran, 1661 (Jadraque, Spagna)

Gesù non affermò mai d'essere divino[modifica]

Che Gesù abbia o meno compiuto i miracoli descritti nei Vangeli, una cosa è chiara: come Fariseo e rabbino devoto, si sarebbe meravigliato molto di come i suoi seguaci lo avrebbero definito in seguito. Senza dubbio Gesù sperava e credeva di essere il messia inviato da Dio a salvare il suo popolo sofferente. Tuttavia, egli intese la sua missione messianica in termini tradizionali e biblici: era un re ebreo che cercava di eliminare la dominazione romana e ristabilire una sovranità ebraica indipendente, come nei giorni del suo progenitore Re Davide. Era un redentore. Ma non si considerava assolutamente divino.

Quasi tutte le espressioni cristiane usate per comprovare che Gesù si dichiarasse Dio sono travisazioni testuali. Per esempio, la fraseù "figlio dell'uomo" ricorre frequentemente. In tale uso, i testi cristiani mettono la parola uomo con l'iniziale maiuscola, coem se si riferisse ad una divinità. Questa è invece un'espressione comune, impiegata molte volte da altri profeti ebrei. Ezechiele, ad esempio, usa il termine ripetutamente — tradotto letteralmente dall'ebraico come "figlio di Adamo", il primo uomo (בן–אדם, ben-‘adam). Adamo non era una divinità. La maiuscola nel termine è erronea e ingannevole. Riferendo a se stesso come "figlio dell'uomo", Gesù rientra a far parte di una lunghissima tradizione tra i profeti ebrei.

Parimenti, quando Gesù parla in prima persona singolare a nome di Dio, ciò non è una dichiarazione della sua divinità. Mosè fa lo stesso in Deuteronomio, quando dice agli ebrei che se essi obbediscono la parola di Dio, "Io", Mosè, darò loro ricchezze matreriali.[1] I profeti che parlano a nome di Dio spesso sembrano convogliare la divinità. Ma ciò non deve essere confuso con il loro essere divini. Tutt'altro. È luogo comune che i profeti non distinguano tra se stessi e Dio che parla tramite loro. Non abbiamo nessuna ragione per credere che Gesù si considerasse una divinità. Come ebreo, di sicuro avrebbe considerato una qualsiasi interpretazione di questo genere pura blasfemia.

Correnti prevalenti del pensiero religioso potrebbero aver iniettato tale concezione negli insegnamenti di Gesù. Come spiega Hyam Maccoby, le credenze religiose gnostiche, che pervadevano il Medioriente al tempo di Gesù, asserivano che il mondo fosse stato creato da un demiurgo, o dio inferiore, che era malvagio.[2] Il vero dio buono era troppo importante per preoccuparsi degli esseri umani. Queste sette gnostiche credevano che il dio della bontà avrebbe inviato una sua incarnazione per guidare gli esseri umani verso la bontà e via dal demiurgo. E questa non è la sola tradizione di divinità corporee. Gran parte del Pantheon greco includeva esseri che erano in parte umani.

L'emersione di Gesù come divinità imitava credenze gnostiche e pagane ed era iniziata decenni dopo la sua morte. Culminò nel Concilio di Nicea del quarto secolo, quando la Chiesa dichiarò eresia credere che Gesù fosse un mortale. Questa congrega di uomini decise, alcuni potrebbero dire arbitrariamente, quali credenze costituissero la verità della propria religione cristiana. Tra tali idee c'era quella per cui, oltre ad essere interamente umano, Gesù era anche interamente divino — una decisione davvero ironica, data la natura terrena e politica di molti insegnamenti centrali di Gesù.[3]

Gesù il politico[modifica]

Dal tempo di Abramo, la figura del profeta ebreo si ergeva al fronte di due lotte: una era contro oppressione, ingiustizia e imoralità; l'altra era per l'autodeterminazione e la realizzazione dei propri potenziali al servizio di Dio.

Il più grande profeta fu Mosè, che condusse gli ebrei dalla schiavitù e dalla morsa del tiranno Faraone fino al Monte Sinai, cosicché potessero udire Dio direttamente. I suoi successori combatterono una serie di oppressori che brutalizzavano gli innocenti e gli indifesi. Gesù indubbiamente si vide quale parte di questa tradizione nelle sue proteste contro gli occupatori romani.

Di primo acchito, la caratterizzazione di Gesù da parte dei Vangeli lo rappresenta come disinteressato delle cose terrene. Il suo carattere santo lo rende ignaro dell'oppressione degli ebrei. Ma come potrebbe un uomo come Gesù rimanere così distaccato? Era di certo ed in tutti i sensi un uomo santo e integro, concentrato sulla vera pratica e realizzazione della giustizia. È quindi impossibile raffigurarlo senza immaginarsi la sua natura politica.

Un esame delle testimonianze suggerisce che, dopo la morte di Gesù, i redattori evangelici rimossero le sue diatribe politiche contro Roma dalla sua biografia. In effetti, come sottolinea acutamente Hyam Maccoby, rimossero gli stessi romani quasi completamente.[4]

Consideriamo la situazione. I romani occupavano militarmente la Giudea. Erano riusciti ad ottenere la collaborazione di un'intera fazione religiosa, i Sadducei, in modo da assicurarsi la dominazione continuativa della regione. Avevano l'esercito più potente del mondo ad occupare la Terra Santa. Tuttavia dove sono i romani nei Vangeli? Si vedono appena. E quando si vedono, vengono descritti insolitamente viruosi e passivi. Il Vangelo di Matteo racconta la storia di Gesù che guarisce il servo di un centurione romano e che si meraviglia della fede di quest'ultimo. "In verità vi dico," rivolgendosi agli apostoli, "presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande."[5] Ma andiamo! Un soldato romano col compito di opprimere gli ebrei ha una grande fede? Difficile da credere. Tuttavia Luca elabora tale idea. Mentre una folla esorta Gesù ad aiutare il romano: "Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga."[6] Una tale inverosimile affermazione esula dall'immaginazione e diventa assurda.

I legionari romani erano dappertutto a Gerusalemme e dintorni. Entro pochi decenni avrebbero raso al suolo il Tempio e massacrato la popolazione ebraica con una brutalità che fu forse seconda solo all'Olocausto. Tuttavia il Nuovo Testamento insiste a considerarli benigni astanti.

Vale la pena di menzionare che il Nuovo testamento si sforza egregiamente a rendere persino Ponzio Pilato, un despota notoriamente crudele, senza macchia e senza colpa. Egli cerca disperatamente di persuadere gli ebrei a lasciar andare Gesù, dicendo alla folla: "Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa... Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa."[7] Quando il centurione, che stava davanti a Gesù sulla croce, vide come morì, disse: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!"[8] Un'altra assurdità. In tutti i casi, e comunque, i romani appaiono niente più che semplici e virtuosi spettatori che cercano di itigare la crudeltà ebraica.

Tutto ciò, ovviamente, è pura fantasia. I romani erano la forza più brutale del mondo antico. Avevano conquistato tutto il conquistabile a fil di spada, massacrando e distruggendo, sottomettendo popoli e nazioni. La morsa che attenagliava la Giudea era completa e stritolante. Pilato stesso era un assassino di masse. Citarli sottovoce, appena appena, nella storia di Gesù, sarebbe come scrivere la storia della Polonia dal 1939 al 1945 senza citare i nazisti. Tuttavia i romani sono stati rimossi dalla storia, o le loro azioni "ripulite" e dissimulate ogniqualvolta il loro ruolo diviene talmente centrale che non può essere cancellato. Mentre i redattori si impegnavano a dimostrare ai propri lettori che Gesù non aveva nulla contro di loro, rrendevano invece chiaro che erano gli ebrei a infuriarlo e contro i quali si ribellava.

Gesù difendeva gli innocenti e condannava i malvagi. Scacciò i cambiavalute dal Tempio con una frusta e dichiarò suo obiettivo essere la luce del mondo. Appassionato nel suo dedicarsi alla giustizia, era estremamente sensibile alle sofferenze degli altri. Di certo aveva ragione ad inspirare gli ebrei di Palestina a stare uniti e raddoppiare il loro impegno nella Torah di Dio. L'elemento spirituale della sua ricerca fu cruciale. Tuttavia, per quanto importante fossero per lui le anime del suo popolo, altrettanto importanti furono la loro sicurezza e libertà. Non dimentichiamoci che i romani invasero la patria di Gesù per aumentare la propria gloria ed estrarre tributi dalla sua popolazione. Ciononostante i Vangeli, con poche eccezioni, non esprimono critiche dei romani né della loro brutalità.

La redazione svolta per epurare i crimini dei romani e cancellare riferimenti della ribellione di Gesù contro di loro, fu un compito intricato e difficile. Una parte rimase incompleta. Bisogna ricordarsi che migliaia di manoscritti circolavano dappertutto, tra seguaci, adepti e neofiti. Non tutti potevano essere emendati completamente. Rimangono sprazzi di accuratezza. "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Messia, un re."[9] Questa dichiarazione in Luca indica che sacerdoti corrotti consegnarono Gesù ai suoi oppressori, l'amministrazione romana, perché egli era un ribelle contro il dominio romano, un puro e semplice ribelle contro Roma. Punto e basta. Poiché ciò è così differente da altre affermazioni in tutto il resto dei Vangeli, che cercano assiduamente di non rendere politico Gesù, questo è ovviamente un brano di storia reale che è sfuggito ai redattori, contrario agli loro intenti di evidenziare il concetto di Paolo che propagava un Gesù strettamente spirituale.[10]

Più scaviamo sotto alla superficie, e più vediamo la verità: Gesù, dobbiamo qui concludere, fu un grande leader politico che combattè per la liberazione del suo popolo. In questo senso, egli si vide nelle vesti di Mosè e di Davide, entrambi i quali, sebbene supremamente preoccupati del benessere spirituale del proprio popolo, furono innanzitutto preoccupati della libertà politica della nazione ebraica.[11]

Note[modifica]

Searchtool.svg Per approfondire, vedi i rispettivi riferimenti di "Biografie cristologiche".
  1. Deuteronomio 28:1-12.
  2. Hyam Maccoby, The Mythmaker: Paul and the Invention of Christianity, Barnes & Noble, 1986, 185.
  3. Alquanto illustrativo (e, a dir poco, speculativo) è lo sviluppo del testo credale del Concilio di Nicea I:
    « Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè dall'essenza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato, non creato, consustanziale con il Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create, sia quelle nel cielo sia quelle sulla terra; per noi gli uomini e per la nostra salvezza discese e si è incarnato; morì ed è risuscitato il terzo giorno ed è salito nei cieli; e verrà per giudicare i vivi e i morti. E nello Spirito Santo. A riguardo di quelli che dicono che c'era un tempo quando Egli non c'era, e prima di essere generato non c'era, e che affermano che è stato fatto dal nulla o da un'altra sostanza o essenza, o che il Figlio di Dio è una creatura, o alterabile o mutevole, la santa cattolica e apostolica Chiesa li anatematizza. »
    (Dall'originale (EL)Early Church Texts, The Creed of Nicaea)
  4. Hyam Maccoby, The Mythmaker: Paul and the Invention of Christianity, cit., 186ff.
  5. Matteo 8:10.
  6. Luca 7:4-5.
  7. Giovanni 19:4-6.
  8. Marco 15:39.
  9. Luca 23:2.
  10. Hyam Maccoby, The Mythmaker, cit., passim.
  11. Si veda, int. al., Gregory Baum, The Jews and the Gospel, Newman press, 1961, pp. 72-85 e passim.