Guida alle costellazioni/Auriga, Orione e il Triangolo Invernale/Toro

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Gemelli

La costellazione di Orione

CopertinaGuida alle costellazioni/Copertina

Parte I - Stelle e oggetti
Parte II - Le 88 costellazioni
Parte III - Carte stagionali
Appendici
Dettagli costellazione
Nome latino Taurus
Genitivo del nome Tauri
Abbreviazione ufficiale Tau
Area totale 797 gradi quadrati
Transito al meridiano alle ore 21 20 gennaio
Stelle più luminose della mag. 3,0 4
Stelle più luminose della mag. 6,0 140

Stelle più luminose
Sigla Nome Magn.
α Tauri Aldebaran 0,98
β Tauri Elnath 1,65
η Tauri Alcione 2,85
ζ Tauri Alheka 2,97
θ2 Tauri Phaesyla 3,40
λ Tauri Elthor 3,41
ε Tauri Ain 3,53
ο Tauri Atirsagne 3,61

Il Toro è una delle costellazioni dello zodiaco. È grande e prominente nel cielo invernale boreale, tra l'Ariete ad ovest e i Gemelli ad est; verso nord si trovano il Perseo e l'Auriga, a sudovest Orione e a sudest Eridano e la Balena. La costellazione contiene l'ammasso aperto delle Pleiadi, il più conosciuto e studiato, oltre che il più luminoso fra gli ammassi aperti storicamente riconosciuti come tali; nel Toro si trova anche l'ammasso delle Ìadi, che detiene il primato di ammasso aperto più vicino conosciuto.

Caratteristiche[modifica]

Il Toro è una costellazione di dimensioni medio-grandi situata dell'emisfero celeste boreale, facile da individuare e ben nota. La sua caratteristica più conosciuta in assoluto è la presenza del brillante ammasso delle Pleiadi, il più luminoso ammasso di stelle dell'intera volta celeste; le Pleiadi, riconoscibili con facilità anche dai meno esperti, si trovano nella parte più occidentale della costellazione e sono ben visibili anche dai cieli cittadini. Il Toro continua in direzione est-sudest verso un altro gruppo di stelle molto noto e luminoso, quello delle Ìadi: queste sono sparse su un diametro di cinque gradi quadrati e sono apparentemente dominate da una stella arancione di magnitudine 0,98, chiamata Aldebaran, la più brillante della costellazione e che costituisce l'occhio del Toro.

Verso oriente si estendono poi le corna dell'animale, rappresentate dalle stelle β Tauri (Elnath) e ζ Tauri, poste sul bordo della scia luminosa della Via Lattea. β Tauri in realtà è condivisa con la vicina costellazione dell'Auriga, di cui costituisce uno dei vertici del suo luminoso pentagono.

Lo sfondo della costellazione del Toro è pervaso da un gran numero di stelline di quinta e sesta magnitudine, molte delle quali appartenenti alle Iadi e ad altre estesissime associazioni stellari; tuttavia, esplorando la regione con un binocolo si nota che scarseggiano notevolmente le stelle di magnitudine 7 e 8, specialmente sul lato nord; ciò è dovuto alla presenza di grandi banchi di polveri, facenti parte della Nube del Toro.

Nonostante sia una costellazione boreale, il Toro è ben osservabile da tutte le aree abitate della Terra, grazie alla sua declinazione non molto elevata; il periodo più propizio per la sua osservazione nel cielo serale va da ottobre ad aprile. Nell'emisfero nord è una tipica figura del cielo stellato invernale; il sorgere delle Pleiadi in orari sempre più anticipati nelle prime ore della notte preannuncia l'inizio dell'autunno, mentre la discesa della costellazione ad ovest subito dopo il tramonto del Sole indica l'arrivo prossimo dell'estate.

Nella mitologia greca, corrisponde alla forma di toro che Zeus assunse per vincere Europa, una principessa fenicia. La donna infatti, attratta dall'enorme e docile bestia, salì sul suo dorso, ma in quel momento il Toro cominciò a correre velocemente entrando in acqua e nuotando fino ad un'isola, dove assunse nuovamente la forma di Zeus, il quale corteggiò Europa riuscendo nel suo intento. Al Toro è associata anche la figura del Minotauro.

Una curiosità la offre la denominazione "34 Tauri": questa stella venne indicata per la prima volta nell'atlante di John Flamsteed alcuni gradi a ESE delle Pleiadi, lungo la linea dell'eclittica, e ricevette questa denominazione. Oggi nessun atlante astronomico riporta una stella catalogata 34 Tauri, poiché di fatto non esiste: si trattava infatti del pianeta Urano, all'epoca non ancora riconosciuto come tale e scambiato per una stella.

Stelle doppie[modifica]

Principali stelle doppie
Nome
Coordinate eq. J2000.0
Magnitudine
Separazione
(secondi d'arco)
Colore
A. R.
Dec.
A B
HD 22468 03h 36m 47s +00° 35′ 16″ 5,99 8,83 6,6 ar + ar
30 Tauri 03h 48m 16s +11° 08′ 36″ 5,03 9,6 9,2 azz + b
φ Tauri 04h 20m 21s +27° 21′ 03″ 5,06 8,5 52,1 ar + g
χ Tauri 04h 22m 35s +25° 37′ 46″ 5,38 8,5 19,4 b + b
62 Tauri 04h 24m 00s +24° 18′ 04″ 6,34 8,0 29,0 azz + b
88 Tauri 04h 35m 39s +10° 09′ 39″ 4,25 8,5 70,0 b + b
τ Tauri 04h 42m 14s +22° 57′ 25″ 4,3 7,1 62,0 azz + b
118 Tauri 05h 29m 16s +25° 09′ 01″ 5,83 6,68 4,8 b + g
HD 36408 05h 32m 14s +17° 03′ 25″ 6,0 6,4 9,6 b + b

Il Toro contiene alcune stelle doppie prospettiche e fisiche di facile risoluzione anche con piccoli strumenti.

Fra le coppie apparenti, quella che salta più alla vista sta al centro delle Iadi ed è formata dalle stelle θ1 e θ2 Tauri; la prima è una stella arancione di magnitudine 3,84 e l’altra è una stella biancastra di magnitudine 3,40, leggermente variabile. La coppia è facilmente risolvibile anche a occhio nudo pure sotto cieli non particolarmente nitidi; in realtà entrambe sono a loro volta delle doppie fisiche, con componenti estremamente vicine fra loro.

Un'altra coppia è quella formata da σ1 e σ2 Tauri, poco ad est di Aldebaran; si tratta di due stelle bianche di magnitudine 4,67 e 5,08, separabili con un binocolo o pure ad occhio nudo se la notte è propizia.

κ1 e κ2 Tauri sono pure risolvibili ad occhio nudo, essendo una di magnitudine 4,21 e l'altra di magnitudine 5,27, separate da diversi primi d'arco.

La 88 Tauri è una coppia molto ampia, risolvibile con un binocolo data la loro separazione superiore a 1 primo d'arco; le componenti sono di quarta e ottava grandezza, entrambe bianche.

Anche la τ Tauri è molto facile anche con piccoli strumenti: le due componenti, di magnitudine 4,3 e 7,1, sono separate da oltre 1 primo d’arco; la primaria, di colore azzurro, è a sua volta una doppia molto stretta ed è risolvibile solo con grandi telescopi e forti ingrandimenti.

La 118 Tauri è più stretta ed è risolvibile con piccoli telescopi; è formata da due stelle di magnitudine 5 e 6 separate da quasi 5".

Stelle variabili[modifica]

Principali stelle variabili
Nome
Coordinate eq. J2000.0
Magnitudine
Periodo
(giorni)
Tipo
A. R.
Dec.
Max. Min.
T Tauri 04h 21m 59s +19° 32′ 06″ 9,6 13,5 - Irregolare
RV Tauri 04h 47m 07s +26° 10′ 46″ 9,80 13,3 78,698 prot. RV Tauri
BU Tauri (Pleione) 03h 49m 11s +24° 08′ 12″ 4,77 5,50 - Irregolare
CD Tauri 05h 17m 31s +20° 07′ 55″ 7,00 7,60 3,4352 Eclisse
CE Tauri 05h 32m 13s +18° 35′ 39″ 4,23 4,54 165 Semiregolare pulsante
HU Tauri 04h 38m 16s +20° 41′ 05″ 5,85 6,68 2,0563 Eclisse
IM Tauri 04h 10m 50s +26° 28′ 51″ 5,37 5,58 0,1451 Pulsante
V711 Tauri 03h 36m 47s +00° 35′ 16″ 5,71 5,94 2,8406 Eclisse
ζ Tauri 05h 37m 39s +21° 08′ 33″ 2,88 3,17 132,97 Eclisse
λ Tauri 04h 00m 41s +12° 29′ 25″ 3,37 3,91 3,9529 Eclisse

Alcune delle stelle variabili del Toro sono molto note e studiate, in quanto sono utilizzate come prototipo per alcune classi di variabili.

La più importante è la T Tauri, prototipo della classe delle stelle T Tauri; si tratta di stelle giovanissime situate nei pressi delle grandi nubi molecolari, in una fase della loro vita non ancora del tutto stabile. In particolare, T Tauri illumina in talune circostanze una parte dei gas in cui è avvolta, formando la Nebulosa Variabile di Hind (NGC 1555), visibile solo con grandi telescopi.

Un'altra stella importante è la RV Tauri, utilizzata come prototipo delle variabili RV Tauri; si tratta anche in questo caso di stelle giovanissime, in prevalenza giganti e supergiganti gialle.

Fra le numerose variabili a eclisse, la ζ Tauri è quella che mostra il periodo più lungo; al minimo principale scende dalla magnitudine 2,88 alla 3,17. Molto più facile da osservare è la λ Tauri, che oscilla fra le magnitudini 3,3 e 3,9 in quasi quattro giorni; si tratta di una variabile Algol. V711 Tauri è invece la nomenclatura da stella variabile della doppia HD 22468, una variabile a eclisse con una variazione di soli due decimi di magnitudine.

Pleione (BU Tauri), che fa parte delle Pleiadi, è una stella Be, ossia una nana blu con delle forti linee di emissione; oscilla fra le magnitudini 4,7 e 4,0 con un periodo irregolare.

Una volta era considerata variabile anche Aldebaran, ma è stato recentemente appurato che non lo sia.

Oggetti del profondo cielo[modifica]

Principali oggetti non stellari
Nome
Coordinate eq. J2000.0
Tipo Magn.
Dimensioni
(primi d'arco)
Nome proprio
A. R.
Dec.
M45 03h 47m : +24° 07′ : Ammasso aperto 1,6 110 Pleiadi
NGC 1435 03h 46m 10s +23° 45′ 54″ nebulosa diffusa - 30 x 30 Neb. delle Pleiadi
NGC 1514 04h 09m 17s +30° 46′ 33″ Nebulosa planetaria 10,9 2,3 x 2,0
NGC 1555 04h 21m 57s +19° 32′ 04″ Nebulosa diffusa - 0,5 Nube di T Tauri
Mel 25 04h 27m : +15° 52′ : Ammasso aperto 0,5 330 Iadi
NGC 1647 04h 45m 56s +19° 06′ 42″ Ammasso aperto 6,4 45
NGC 1746 05h 03m 50s +23° 46′ 04″ Ammasso aperto 6,1 42
NGC 1807 05h 10m 41s +16° 31′ 52″ Ammasso aperto 7,0 17
NGC 1817 05h 12m 26s +16° 41′ 03″ Ammasso aperto 7,7 16
M1 05h 34m 32s +22° 00′ 52″ Resto di supernova 8,4 6 x 4 Nebulosa Granchio
M45, l’ammasso delle Pleiadi.
L’ammasso aperto delle Ìadi è uno dei pochi che, come le Pleiadi, può essere risolto in stelle anche a occhio nudo.
NGC 1647 è un ammasso brillante e di facile risoluzione, poco noto solo perché oscurato dai vicini ammassi delle Pleiadi e delle Iadi.
La coppia di ammassi NGC 1807 e NGC 1817; il primo è l’allineamento di stelle in basso a destra, il secondo sta al centro.
La Nebulosa Granchio (M1) ripresa dal telescopio spaziale Hubble; si tratta di uno dei resti di supernova più famosi.
La pulsar del Granchio. L’immagine combina dati ottici dell’Hubble (in rosso) e immagini a raggi X del Chandra (in blu).
Il grande e debole resto di supernova Simeis 147 (Sh2-240), situato al confine con l’Auriga.

Il Toro è attraversato nella sua parte più orientale dalla Via Lattea; questo fa sì che nella costellazione siano presenti oggetti appartenenti alla nostra galassia e in particolare gruppi e ammassi di stelle. Tuttavia, gli oggetti maggiori si trovano nella regione ovest: la regione orientale infatti, e in particolare quella settentrionale, è fortemente oscurata da un grande complesso oscuro, la Nube del Toro, una densa nube molecolare in cui ha luogo la formazione stellare; alla periferia di questo complesso è stata scoperta quella che poi è divenuta, come visto, la stella prototipo di una particolare classe di stelle giovanissime, la già citata variabile T Tauri.

Il più conosciuto degli ammassi aperti del Toro è sicuramente quello delle Pleiadi (M45), ben visibile ad occhio nudo e notissimo fin dalle epoche più antiche; si tratta dell'ammasso aperto più luminoso della volta celeste e in alcune culture è persino considerato una costellazione a sé stante. Si individuano con grande facilità, anche dai centri urbani moderatamente afflitti da inquinamento luminoso; appaiono come un fitto gruppetto di astri molto vicini fra loro, di colore azzurro e dalla forma caratteristica, che ricorda quella di una chiocciola o una miniatura dell'Orsa Minore. Ad occhio nudo si possono scorgere, fuori dalle aree urbane, fino a una dozzina di componenti e più, sebbene le più appariscenti siano otto (cinque o sei in un cielo moderatamente inquinato). Al binocolo si ha la visuale migliore: l'ammasso appare completamente risolto in stelle, le quali da otto diventano alcune decine; si può inoltre notare che molte di quelle che ad occhio nudo sembravano stelle singole appaiono ora disposte in coppia o in piccoli gruppi; due concatenazioni di stelle minori si possono osservare ad est e a sudovest. La visione al telescopio a bassi ingrandimenti consente ancora di apprezzare la natura d'insieme dell'ammasso, mentre ad ingrandimenti maggiori non è possibile farlo rientrare tutto nell'oculare; telescopi più potenti possono inoltre mostrare fra le componenti delle deboli nebulosità diffuse, di colore azzurro, che riflettono la luce delle stelle principali delle Pleiadi. L’ammasso, il cui nucleo ha un raggio di circa 8 anni luce ed il cui raggio mareale è di circa 43 anni luce, contiene più di 1000 membri, statisticamente confermati. È dominato da stelle blu calde e giovani, 14 delle quali possono essere potenzialmente viste ad occhio nudo, a seconda delle condizioni osservative. La disposizione delle stelle più luminose ricorda vagamente la forma dell'Orsa Maggiore e, come detto in precedenza, dell'Orsa Minore, tanto che talvolta capita che persone estranee all’astronomia confondano le Pleiadi proprio col “Piccolo Carro”. Si stima che l'ammasso contenga 800 masse solari. In condizioni osservative ideali e nelle foto a lunga posa si può notare un complesso sistema di nebulose a riflessione che circonda quasi tutte le stelle dell’ammasso; sembra in effetti che le Pleiadi stiano transitando attraverso una regione di mezzo interstellare particolarmente densa e ricca di polveri e gas; la prova che l'ammasso e la nebulosa non siano legate da una comune origine risiede nel fatto che possiedono una diversa velocità radiale. La distanza delle Pleiadi è stata studiata con estrema accuratezza ed è stata stabilita come pari a 443 anni luce; si tratta quindi di uno degli ammassi aperti più vicini.

L’ammasso aperto che a ragione si può definire quello più brillante della costellazione è tuttavia quello delle Ìadi, noto anche con la sigla Mel 25 o anche, più recentemente, con la sigla C41; di fatto rappresenta la testa dell'animale indicato dalla costellazione ed è l'ammasso aperto più vicino a noi. Si distingue con grande facilità anche ad occhio nudo: nel cielo dell'inverno boreale si presenta molto alto sopra l'orizzonte e appare come un grande addensamento di stelle disposte a formare una sorta di grande "V"; la sua stella apparentemente più luminosa è la gigante rosso-arancione Aldebaran, in realtà l'unica fra le stelle visibili in questa direzione a non appartenere fisicamente all'ammasso, in quanto più vicina a noi. Lo strumento più indicato in assoluto per la sua osservazione è un binocolo come un 10x50, che consente di risolvere completamente l'ammasso rivelandone tutte le sue componenti, nonché di comprenderlo interamente nella visuale; uno strumento più grande infatti riuscirà a mostrarne soltanto una parte per volta, essendo quello delle Ìadi un ammasso molto esteso. Essendo l'ammasso delle Ìadi il più vicino alla Terra, ciò giustifica la sua grande visibilità e il suo aspetto meno concentrato rispetto agli altri ammassi aperti; il suo centro si trova infatti ad appena 151 anni luce da noi. La stella più luminosa nella direzione dell'ammasso è Aldebaran, che però come visto non ne fa parte (si trova a circa metà strada tra noi e l'ammasso); senza contare Aldebaran ci sono circa 300 stelle che sono considerate membri accertati o probabili dell'ammasso. Le quattro stelle più brillanti delle Ìadi sono tutte giganti rosse che hanno iniziato la loro vita come massicce stelle di classe A e sono poi evolute al di fuori della sequenza principale; si trovano tutte a pochi anni luce l'una dall'altra. I loro nomi secondo la nomenclatura di Bayer sono γ, δ, ε e θ1 Tauri.

Poco a est del brillante ammasso delle Ìadi e della brillante stella Aldebaran si trova l’ammasso NGC 1647; è visibile anche con un binocolo, dove si presenta come una macchia irregolare o un leggero alone luminoso, talvolta con qualche minuscola stellina al centro. Con un telescopio da 80mm di apertura è possibile osservare fino a una ventina di stelle, tutte di colore bianco-giallastro; la figura appare dominata da una concatenazione discontinua di stelle orientata in senso NW-SE. Strumenti di 150mm sono invece in grado di mostrare numerose decine di stelle fino alla magnitudine 13, molte delle quali disposte a gruppi di due o quattro. L’ammasso si trova a una distanza di circa 1760 anni luce ed è parzialmente oscurato dalle polveri della Nube del Toro; contiene quasi 200 stelle, delle quali una trentina fino alla magnitudine 11, sparse su un diametro di 45'. Numerose stelle membri giacciono in regioni lontane dal nucleo, formando una sorta di corona.

Un altro oggetto molto meno appariscente ma comunque di facile osservazione, non osservato dal Messier, è NGC 1746; è individuabile anche con un binocolo, 5 gradi a sudovest della stella β Tauri, in un'area povera di stelle per la presenza dei grandi e densi banchi di nebulose oscure della Nube del Toro. In un binocolo 10x50 sono visibili una dozzina di stelle, di colore arancio-rosso, disperse in un'area dal raggio di quasi un grado; un piccolo telescopio consente di rilevare una concentrazione di stelle leggermente maggiore nel settore di nordest, nei pressi di due stelle arancioni di settima e ottava magnitudine (le quali ad un'attenta osservazione si rivelano doppie). La presenza abbondante di stelle giganti rosse denota un'età avanzata dell'ammasso, il quale non contiene infatti nessuna stella azzurra. NGC 1746 è un oggetto piuttosto grande, con una nutrita popolazione di oltre un centinaio di componenti fino alla magnitudine 13; nonostante ciò, è un oggetto relativamente poco conosciuto e studiato. In effetti secondo studi fotometrici l’oggetto catalogato come NGC 1746 risulta essere non esistente come ammasso aperto in quanto tale, ma si tratterebbe per lo più di un asterismo, un raggruppamento casuale di stelle che per un effetto prospettico vengono a trovarsi apparentemente vicine, quando in realtà sono molto distanti fra loro e non hanno un’origine e un moto proprio comuni.

Verso il confine con Orione si trova una coppia di piccoli ammassi aperti, talvolta indicati dagli appassionati come una sorta di controparte in miniatura dell’Ammasso Doppio di Perseo; questi due oggetti portano le sigle NGC 1807 e NGC 1817 e sono visibili anche con piccoli strumenti.

Il primo è il meno ricco e consiste fondamentalmente in una concatenazione di 6-7 stelle con magnitudine compresa fra 8,9 e 10,2, tutte di colore giallo-arancione, orientate in senso nord-sud e ben visibili anche con un binocolo, cui si aggiungono altre stelle più deboli in ordine sparso. Un piccolo telescopio con bassi ingrandimenti è la soluzione ideale per la sua migliore osservazione. NGC 1807 è stato considerato alternativamente un ammasso aperto o un asterismo; figura comunque nei principali cataloghi di ammassi aperti, sebbene per esso non siano state fornite indicazioni di distanza e di età.

Il secondo può essere scorto come una debole macchia chiara già con un binocolo 10x50 e nelle notti più buie sono visibili sul suo bordo sudoccidentale due-tre deboli stelle; con un telescopio da 100mm di apertura si evidenziano una ventina di stelle fino alla magnitudine 12, in gran parte concentrate attorno alle due stelle più luminose, che appaiono di colore rosso. Con strumenti da 200mm di diametro sono visibili fino a una cinquantina di stelle. NGC 1817 è un ammasso piuttosto popolato, sebbene le sue componenti appaiano assai disperse; la sua distanza è stimata sui 6430 anni luce e ricade all'interno del Braccio di Perseo, mentre la sua età è di circa 410 milioni di anni.

Studi astrometrici condotti nella regione dei due ammassi hanno definito una possibile popolazione di oltre 400 stelle per l'ammasso NGC 1817 e soltanto 14 stelle per NGC 1807. Successivi studi hanno dimostrato l'esistenza in quest'area di cielo di un solo grande ammasso aperto, coincidente con NGC 1817, mentre delle sei giganti rosse visibili attorno a NGC 1807, due appartengono all'ammasso precedente e le restanti quattro hanno una velocità radiale discordante fra loro; ciò condurrebbe a pensare che non esistano evidenze dell'esistenza di un reale ammasso aperto in direzione di NGC 1807 e che pertanto quest’ultimo sia un semplice asterismo.

Fra le nebulose diffuse, spicca il grande resto di supernova che porta il primo numero del Catalogo di Messier, M1, ma che è meglio noto col nome proprio di Nebulosa Granchio. Si individua infatti circa 1,5° a nordovest della stella ζ Tauri, che costituisce il corno meridionale della costellazione del Toro, in cui la nebulosa si trova. M1 inizia ad essere visibile già con un binocolo 10×50 o persino inferiori, se la nottata è davvero propizia; si presenta come una piccolissima macchia chiara dalla forma irregolare, facilmente confondibile con le stelle circostanti. Un telescopio amatoriale da 60 mm permette di individuare la sua forma debolmente allungata da nordovest a sudest, mentre un telescopio dall'apertura compresa fra 100 e 150 mm la mostra come una macchia chiara molto simile ad una cometa, ma con una luminosità assai disomogenea. Una forma simile ad una "S" schiacciata ed allungata si mostra in strumenti da 200 o 300 mm. La nebulosa, oggi vasta più di sei anni luce, è formata dai gas in espansione espulsi durante l'esplosione della Supernova 1054; i gas si stanno espandendo alla velocità di 1500 km/s e possiedono una massa totale di circa 4,6 masse solari. La supernova che la produsse fu osservata per la prima volta il 4 luglio 1054 e venne registrata dagli astronomi cinesi e arabi dell'epoca; la sua luminosità era tale che la magnitudine apparente dell'evento fu compresa tra −7 e −4,5, tale da renderla visibile ad occhio nudo durante il giorno, sorpassando la luminosità apparente di Venere. La Nebulosa Granchio si trova a circa 6500 anni luce dal sistema solare, perciò l'evento che l'ha prodotta è in realtà avvenuto 6500 anni prima del 1054, cioè circa nel 5400 a.C. Al centro della nebulosa si trova la Pulsar del Granchio (nota anche come PSR B0531+21), una stella di neutroni con un diametro di circa 10 chilometri, scoperta nel 1968: fu la prima osservazione di un'associazione tra pulsar e resti di supernova, una scoperta fondamentale per l'interpretazione delle pulsar come stelle di neutroni. I modelli teorici sulle esplosioni delle supernovae suggeriscono che la stella progenitrice della Nebulosa Granchio doveva possedere una massa compresa fra 9-11 e 20-30 masse solari. Le stelle con masse inferiori alle 8 masse solari sono troppo piccole per produrre esplosioni di supernova e terminano il proprio ciclo vitale lasciando come residui una nana bianca e formando una nebulosa planetaria, mentre stelle con massa superiore a 12 masse solari produrrebbero una nebulosa con una composizione chimica differente da quanto si osserva nella Nebulosa del Granchio.

Un altro famoso resto di supernova è Simeis 147, talvolta noto anche come Sh2-240; è molto più esteso del precedente, ma è anche molto più debole. Si presenta sotto forma di delicatissimi filamenti, più densi nel lato sud-orientale e molto più rarefatti in quello occidentale; sono stati creati da un'antica supernova esplosa a circa 4800 anni luce dal Sole, sul Braccio di Perseo. Se le misure di distanza sono corrette, l'oggetto avrebbe una dimensione reale di ben 160 anni luce. La supernova sarebbe esplosa circa 40.000 anni fa, lasciando verso l’angolo meridionale dell’oggetto una pulsar; la stella che ha originato quest'oggetto probabilmente era una membro dell'associazione Auriga OB1 ed era quindi legata all'ammasso aperto M36, dal quale sarebbe sfuggita prima di terminare il suo ciclo vitale. Quest'oggetto costituisce una vera sfida per gli astrofili: essendo una delle nebulose più deboli del cielo, in un piccolo telescopio non si vede affatto, mentre può iniziare ad intravedersi qualche sua parte in uno strumento di diametro molto grande. Le foto a lunga posa o il CCD possono invece rivelare quasi tutte le sue caratteristiche. La sua posizione in cielo è invece molto facile da individuare, trovandosi infatti circa quattro gradi a sudest della stella β Tauri, o anche cinque gradi a nord della ζ Tauri. La parte settentrionale sconfina nella costellazione dell’Auriga; le sue dimensioni apparenti superano abbondantemente i 3°.

Sul confine con Perseo vi è invece una nebulosa planetaria, catalogata come NGC 1514; si individua con un telescopio da 120mm di diametro, sebbene non mostri particolari dettagli. Con strumenti di 200mm è ben evidente la sua natura nebulare, su cui spicca la stella centrale, molto luminosa. Essa differisce da quelle che si trovano di solito al centro di simili oggetti: molto brillante (magnitudine apparente 9,3), mostra uno spettro tipico delle stelle di classe O commisto con le caratteristiche dello spettro di una stella di tipo A0III; la particolare geometria della nebulosa induce a ritenere che si tratti di una stella binaria, il cui periodo di rivoluzione si aggira attorno ai 10 giorni.

Nel Toro non sono presenti galassie luminose; ciò è dovuto sia alla notevole distanza delle galassie visibili in questa direzione, sia al fatto che in gran parte della costellazione si estende il complesso nebuloso della Nube del Toro, che maschera sia la luce delle stelle retrostanti, che, a maggior ragione, quella degli oggetti extragalattici.