La prosa ultima di Thomas Bernhard/Ricezione critica 1

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Indice del libro
Thomas Bernhard, 1987


Ricezione critica[modifica]

Recensioni[modifica]

Dato il cambio di direzione preso dalla prosa di Bernhard con e dopo la pubblicazione di Die Ursache, è comprensibile che molti recensori continuarono a leggere questo primo volume dell'autobiografia attraverso le precedenti narrazioni di Bernhard. È un po' più sorprendente che questa tendenza non diminuisse con la comparsa degli altri quattro volumi. È solo gradualmente che i recensori iniziarono a discernere dei segni di speranza e ottimismo all'interno delle narrazioni.

Die Ursache[modifica]

Non sorprende che, quando Die Ursache apparve nel settembre del 1975, la reazione critica fu caratterizzata da polemiche.[1] Palesi riferimenti a persone reali e date effettive preavvisarono il pubblico, soprattutto a Salisburgo, di un potenziale scandalo. Nei suoi romanzi prima del 1975, Bernhard aveva usato posizioni geografiche riconoscibili e esplicitamente nominate, come Innsbruck (in Amras [1964]) e Ungenach (nella storia del 1968) come sfondi per le sue storie di stultificazione emotiva e disturbo, ma lì non c'erano riferimenti diffamatori a persone reali sulla scala di Die Ursache. Sebbene in Korrektur (1975), pubblicato quasi simultaneamente con Die Ursache, Roithamer fosse modellato su Ludwig Wittgenstein, nessuna conseguenza controversa emerse dalla ricezione critica; dopotutto, Bernhard era un buon amico del nipote di Wittgenstein, Paul, e il contenuto potenzialmente infiammatorio del libro (incesto) non fu preso sul serio da critici e giornalisti polemici. In Die Ursache, tuttavia, Bernhard non risparmiò colpi: le sue due sezioni, "Grünkranz" e "Onkel Franz", esponevano due personaggi nominati dal suo passato come collaboratori nazisti e barbari. La rappresentazione di Salisburgo, con le sue strade, i suoi punti di riferimento e i suoi personaggi specifici (e nominati), era prontamente identificabile da molti lettori e aggiungeva immediatezza al testo; in parte, contribuì alla preoccupazione critica per i fattori extra-letterari. In una visione d'insieme dell'accoglienza critica della pentalogia autobiografica, Martin Huber apre così i suoi commenti: "Zu den am wenigsten erfreulichen Erscheinungen der Rezeption Thomas Bernhards zählt gewiß die fortschreitende Loslosung vom Werk, die Beschaftigung mit allem Moglichen, nur nicht mit den Texten."[2] Die Ursache non fece certo eccezione. La sua ricezione fu caratterizzata da tre tendenze principali: in primo luogo, l'affare "Onkel Franz"; secondo, l'uso del passato di Bernhard come mezzo per spiegare il suo presunto pessimismo onnicomprensivo; terzo, e soprattutto per questa mia indagine, ci furono alcuni suggerimenti, in alcune delle recensioni, riguardo a un Bernhard che palesava speranza e fede nell'umanità, oltre all'immediata negatività e distruttività.

Sui giornali tedeschi, e in particolare quelli austriaci, gli aspetti letterari della narrazione vennero trascurati a causa del caso giudiziario ingiunto da ("Onkel") Franz Wesenauer contro il direttore della Residenz Verlag, Wolfgang Schaffler, a causa della presunta diffamazione in Die Ursache per il comportamento negligente e perfino crudele di Wesenauer nei confronti dei bambini nel Johanneum che Bernhard frequentò dalla fine dell'estate del 1945.[3] La prima importante recensione del libro a Salisburgo dà il tono a questo pregiudizio non letterario: "hier [in Die Ursache] wird nichts verschlüsselt o angedeutet: Hier werden Personen und Orte und Geschehnisse schonungslos beim Namen genannt und vor den Richterstuhl des aburteilenden Autors gezerrt."[4] Sebbene Elisabeth Effenberger abbia ragione di indicare la natura apertamente critica del libro, la sua recensione non affronta la questione della presenza e del valore letterario relativi alla sottigliezza formale della narrazione e della sfumatura stilistica. I successivi resoconti giornalistici si basano sulla prima recensione di Effenberger: il FAZ fa riferimento al "Konflikt-Abonnement [in Sachen Salzburgs]" di Bernhard;[5] Hellmut Jaesrich in Die Welt vede Die Ursache non solo come "Dokumentation über eine verschüttete Kindheit", ma anche come "Pamphlet gegen Bernhards Landsleute";[6] la recensione del libro fatta da Hans Heinz Hahnl contesta anche le critiche di Bernhard all'Austria, il cui motivo, a suo avviso, risiede nei sentimenti di disperazione riconducibili alla drammatica infanzia di Bernhard.[7] Quando la recensione di Hahnl riapparve verbatim tre settimane dopo sul Kärntner Tageszeitung, il suo titolo cambiò in "Bernhards Salzburgbeschimpfung", quasi certamente a riflettere il crescente interesse dei media nel caso di Wesenauer contro Residenz.[8]

La seconda marcata tendenza nell'immediata ricezione del libro si trova nella prontezza da parte di molti commentatori di collegare le critiche virulente di Bernhard direttamente alla sua infanzia difficile, come fa Hahnl. Mentre questa pratica fornisce connessioni gratificanti tra la vita reale di Bernhard e il suo lavoro, non tratta il modo in cui il testo è scritto. Molte di queste recensioni danno l'impressione che il libro di Bernhard sia una semplice autobiografia sulla sua infanzia, senza artificio letterario. Come Jaesrich e Hahnl, il Neue Zürcher Zeitung spiega, in un brano intitolato "Albtraum einer Kindheit": "die Aggressivität [Bernhards] ist aus dem Schmerz zu verstehen".[9] Norbert Tschulik, scrivendo sul Wiener Zeitung, si riferisce a Die Ursache come a un "Seelenstriptease", il che dimostra che "Thomas Bernhard leidet an seiner Kindheit".[10] Marcel Reich-Ranicki, nel descrivere Bernhard come "der deutschen Literatur düsterster Poet und amters Prophet" e parlando della sua "Suada der Verzweiflung", riflette le opinioni di molti dei recensori di questo testo.[11] In una recensione caustica, che afferma che la prosa ripetitiva e sterile di Bernhard ha raggiunto un punto morto stilistico e tematico con Die Ursache, Walter Scheiner vede dentro alla narrativa tratti schizoidi, angosciati di personalità che, afferma, sono il prodotto di un complesso di inferiorità prevalente in Bernhard.[12] Data la scarsità di informazioni su vita e famiglia di Bernhard fino alla pubblicazione diDie Ursache, molti critici, tra cui Scheiner, furono tentati di cogliere i dettagli biografici reali come una spiegazione bernhardiana di "erbarmungsloses Urteil der [sic] Stadt und ihren Menschen [...] gegenüber";[13] Duglore Pizzini chiama il libro "Thomas Bernhards Abrechnung mit Salzburg" e colloca l'importanza extra-letteraria e personale del suo contributo al di fuori del testo: "ein bedeutendes Werk, weil hier in seltener Klarheit dargestellt wird, wie sich aus einem Kindheitstrauma eine lebenslängliche Haßliebe zu entwickeln vermag."[14] La parola importante qui è "weil"; la chiara implicazione è che il significato del libro sta in ciò che può dirci sul passato di questo scrittore e che, a sua volta, può spiegare le sue miserande invettive contro l'Austria e l'umanità. Forse sorprende che poco si consideri del cambiamento di direzione stilistica rispetto alle opere precedenti; dopotutto, Korrektur, apparso nello stesso periodo, è un testo in prosa tipicamente denso, impenetrabile e tortuoso in contrasto con Die Ursache che è molto più breve e più facile da leggere. Molte recensioni percepiscono Die Ursache come un altro esempio della difficile, truculenta narrativa di Bernhard e le qualità letterarie del testo non sono prese in seria considerazione da nessuna recensione del libro. Queste recensioni contengono poche spiegazioni sul perché il libro di Bernhard ricevette riconoscimenti immediati e, nello specifico, plausi letterari: fu, ad esempio, scelto come libro della settimana da Die Presse e libro del mese da una giuria del prestigioso "Akademie für Sprache und Dichtung" a Darmstadt.[15]

Dei pochi critici, come Scheiner, che in effetti alludono brevemente allo stile di Bernhard, o lo respingono come elitario e illeggibile o lo paragonano a quello delle opere precedenti. Heinz Beckmann, nella sua recensione di Die Ursache, mette in guardia il potenziale lettore attento: "dank seines [Bernhards] sprachlichen Niveaus [ist seine Prosa] auf eine verhältnismäßig eingeschränkte Leserschaft angewiesen."[16] Ulrich Greiner è meno indulgente nella sua recensione: la prosa di Bernhard, opina, non trasmette alcuna forma riconoscibile di realtà, e Die Ursache incarna lo squallore cupo e desolante endemico nella scrittura di Bernhard e scoraggia il lettore: "Bei Bernhard bleibt kein Genuß mehr, die Monotonie ist tödlich."[17] Greiner sottolinea drammaticamente la veemenza della sua critica, concludendo la recensione con una frase senza verbi di due parole: "Eine Tortur".[18] Evidentemente la forza drammatica del testo letterario per lui non conta.

Mentre queste prime due tendenze nell'accoglienza critica incapsulano accuratamente gli atteggiamenti dei recensori riguardo alla prosa di Bernhard, da notare è che, per la prima volta nella sua carriera, i critici stavano iniziando a usare parole come "speranza" e "umano" per descrivere tono e contenuti in una delle opere di Bernhard. La recensione di Neue Zürcher Zeitung evidenzia la rappresentazione da parte di Bernhard dei "menschliche Züge" salisburghesi.[19] Tschulik chiama le osservazioni narrative di Bernhard "noch einigermaßen menschlich".[20] I critici più sensibili alla speranza insita nel testo sono Ernst Wendt e Karin Kathrein. Wendt si riferisce al testo in modo stravagante come un "Liebeserklärung" le cui invettive sono rese possibili solo a causa di un "tief innerliche Heimatliebe".[21] Kathrein va oltre nel suo riconoscimento della svolta segnata da Die Ursache nella prosa bernhardiana: "Doch sein Zorn è in verstecktes Liebesbekenntnis, nicht Resignation über eine mißglückte Schöpfung klingt aus diesem Buch, sondern ein neuer kräftiger Ton."[22] Le sue parole di chiusura ("Es ist aber auch eine Hoffnung") possono, con il senno di poi, essere viste come un invito a esplorare un elemento importante delle opere di Bernhard dopo il 1975.

Der Keller[modifica]

Tre questioni dominano l'accoglienza di Der Keller: primo, la polemica pubblica, questa volta nelle ripercussioni della rappresentazione di Karl Podlaha da parte di Bernhard ; secondo, la reiterazione di Bernhard come pessimista senza speranza, e terzo, accenni di speranza e comunicazione, al di là della complessiva accusa critica di nichilismo.

La domanda se Bernhard e Residenz usassero consapevolmente il sensazionalismo generato dalla copertura mediatica della controversia su Die Ursache per aumentare le vendite di Der Keller, o se scrittore ed editore fossero vittime di vendette personali e mediatiche, è resa superflua dal fatto che sia i media sia Bernhard beneficiarono dell'indignazione pubblica: "Da der Residenz Verlag anscheinend die Publicity des noch laufenden Prozesses zu Marketing-Zwecken nutzen wollte, erganzten sich Sensationsgier der Zeitungen und ökonomisches Interesse des Verlages ideal".[23] Non ci sono dubbi che questo il secondo volume della pentalogia venne recensito meno ampiamente del primo, un segno, secondo Ernst Wendt, di una stella in fase calante: "[...] ein sicheres Indiz, daß ein Stern im Kulturbetrieb ins Sinken geraten ist."[24] L'effetto di questa percezione che Bernhard avesse esaurito le sue opzioni di prosa e stesse semplicemente ripetendo una trita formula al fine di esercitare il suo mestiere diede ai critici un motivo in più per concentrarsi su eventi estranei alla narrativa. Podlaha sostituì Wesenauer come centro dell'attenzione. In una recensione pubblicata all'uscita del libro, Jürgen Wallmann fa riferimento al ritratto narrativo di Podlaha come "ein intelligenter, redlicher Mann".[25] Quasi tre settimane dopo, un articolo apposito cita Podlaha che ammette che il ritratto di Bernhard dello Scherzhauserfeldsiedlung in Der Keller "im großen und ganzen schon stimmt".[26] Bernhard inviò al suo ex datore di lavoro una copia firmata personalmente dell'opera, e Podlaha sembra ne fosse colpito: "an den Bernhard kann i mich noch gut erinnern, und der war immer a netter Mensch."[27] Tuttavia, qualche settimana dopo, il Salzburger Volkszeitung dipinge un'immagine completamente diversa: Podlaha, il giornale riferisce, è stato minacciato dagli irati abitanti del Scherzhauserfeldsiedlung, e si dice che lo stesso Podlaha affermasse: "Ich war schockiert, als ich das alles lesen mußte, vieles is vollig aus der Luft gegriffen und beleidigend für die heute noch Lebenden."[28] In gran parte a causa della manipolazione dei media (sembra improbabile che ciò che molti accademici avevano ritenuto troppo pesante, i residenti della famigerata tenuta di Salisburgo avessero letto dalla prima all'ultima pagina), Podlaha brillò per la sua assenza alla cerimonia del Premio Bundeswirtschaftskammer per Der Keller.

L'effetto di questa seconda controversia nel giro di un anno fu, ancora una volta, di distogliere l'attenzione dalle sottili qualità stilistiche e formali della ricca narrativa di Bernhard. I recensori stavano ancora leggendo Bernhard alla luce della sua reputazione di negatività, trascurandone i pregevoli contenuti letterari. Proseguendo dalla sua recensione di Die Ursache, Elisabeth Effenberger si riferisce all'"ähnlich lustvoller Vernichtung" di Bernhard;[29] Claudia Lipp, scrivendo almeno tre mesi dopo la pubblicazione del libro, allude a "diesem kafkaesken Entwurf eines negativen Universalismus";[30] Anche Wallmann richiama le opere precedenti per collegare Der Keller con gli altri "Monologen der Hoffnungslosigkeit und Verzweiflung" di Bernhard.[31] Heinz Schafroth fa un ulteriore passo avanti parlando di un quasi sistematico "Prinzip Hoffnungslosigkeit" in Der Keller.[32] Schafroth vede l'evocazione del rapporto frustrato di Bernhard con sua madre non come una contrastata richiesta di comunicazione intima e d'amore non ricambiato, ma come una fonte di irrevocabile amarezza e nichilismo.

Nonostante la conferma e la reiterazione del pessimismo di Bernhard, uno o due critici finalmente guardano dietro la superficie di questa narrazione e scoprono un cambiamento in ciò che lo scrittore sceglie di documentare nelle sue memorie. Significativamente, passata tutta l'attenzione dei media ben sei mesi dopo la controversia di Podlaha, Harald Hartung riesce a vedere (finalmente!) la rappresentazione del giovane apprendista negoziante come l'annuncio di una nuova focalizzazione nella scrittura di Bernhard: "Das ist der gewandelte, der andere Thomas Bernhard."[33] Hartung continua e avverte il suo lettore di non prendere Bernhard alla lettera, di cercare indizi nei testi, piuttosto che di interpretare il contenuto senza il dovuto riguardo per la forma: "Nicht das Berichtete ist wichtig, sondern der Ton, in dem berichtet und gerichtet wird."[34] Günter Blocker, che un anno prima aveva descritto Die Ursache come "unter dem Diktat totaler seelischer Auszehrung, geistiger Bedrückung und permanenten Schreckens", intitola la sua recensione di Der Keller "Unverhoffte Entdeckung des Glücks". Blocker indica al suo lettore "breite, ruhevolle Passagen objektiver Schilderung ohne überhitzte Rhetorik".[35] Dell'affermazione dello scrittore anziano secondo cui il giovane Bernhard era spesso inequivocabilmente felice nel negozio del seminterrato, Blocker dice: "Wer hätte einen solchen Satz bei diesem vermeintlichen Belcantisten der Verzweiflung vermutet?"[36] Lothar Tank prosegue l'ottimismo di Blocker ponendo l'onere della visione positiva sul lettore e sull'atto del leggere: "Ihn [Bernhard in Der Keller] zu lesen ist ein Wagnis. Es erfordert eine hohe Anspannung, erfordert Kraft. Aber Befreiung von dem, Illusion oder feiger Optimismus in unserem Leben bedeutet, is billiger wohl nicht zu erlangen."[37] Invocando il lettore come catalizzatore responsabile di aver scoperto una speranza reale, non "codarda" o falsa, le parole di Tank qui forniscono un punto di partenza per la nostra indagine centrata sul testo in questo capitolo.

Der Atem[modifica]

In una lunga rassegna pubblicata su FAZ in merito ai primi tre volumi della pentalogia autobiografica, causata dalla pubblicazione di Der Atem, Marcel Reich-Ranicki descrive la trilogia (che tale era allora) come una continuazione e spiegazione della prosa bernhardiana fino a questo punto:

« Die bisweilen haarsträubenden Verallgemeinerungen, die pauschale Weltablehnung und die grandiose Daseinsverurteilung, diese in Bernhards vorangegangenen Büchern oft juvenil anmutenden Elemente, finden in der Autobiographic ihre ebenso einfache wie einleuchtende psychologische Begründung.[38] »

Secondo Reich-Ranicki, le opere autobiografiche popolano il mondo romanzato di Bernhard con il suo "radikalen und globalen Negativität [...] Weltverneinung und [...] Menschheitsklage".[39] La recensione di Reich-Ranicki, sebbene più sottile e dettagliata di molte altre, fu tipica di gran parte della reazione a questo testo che, come i due volumi precedenti, era ancora affrontato dai recensori attraverso le lenti della precedente reputazione di Bernhard. Kurt Kahl descrive piuttosto crudamente Der Atem come il prodotto di un passato fallito ("verpfuschte Vergangenheit") che mette Bernhard alla ricerca di capri espiatori (medici e strutture sociali) per prendersi una rivincita.[40] Martin Lüdke fa eco ai sentimenti di Kahl quando accusa Bernhard di monomania aggressiva in una recensione di Der Atem e di Ja; paragona queste due opere tra loro e collega il desiderio di suicidio ("die Konsequenz eines verfehlten Lebens") in Ja al passato di Bernhard descritto nelle tre opere autobiografiche.[41] Né Lüdke né Kahl comprendono il fatto che il protagonista di Der Atem prende una decisione positiva che abbraccia la vita: continuare a respirare. Entrambi riconoscono questo fatto verso la fine delle loro recensioni, ma solo di sfuggita: Lüdke parla di una protesta contro la morte; Kahl pensa che l'impegno a vivere del giovane Bernhard sia accentuato poiché è stato formulato così vicino alla morte. Come Reich-Ranicki, Lüdke e Kahl, molti dei recensori del testo menzionano, ma poi sorvolano sulla decisione consapevole del protagonista di sopravvivere, preferendo concentrarsi sulla sua autonomia (Beckmann), sull'interruzione dei suoi piani di carriera (Burger) e su altre infelici esperienze, come la morte di suo nonno (haj), che si svolgono nel periodo descritto in Der Atem.[42]

Come per i precedenti volumi autobiografici, uno o due critici percepiscono nel testo segni di speranza e calore umano più positivi, in particolare Rolf Michaelis:

« Er [Bernhard in Der Atem] ersetzt die nonchalante, oft als hochmütig verkannte Geste des Schulterzuckens mit der einer, dem alles 'egal', alles 'gleichwertig' ist, von sich schiebt, durch den Ausdruck liebevoller Hinwendung zu Menschen, wie sie bisher in keinem Buch von Thomas Bernhard in solch versteckter Zartheit zu finden waren.[43] »

Krista Hauser rafforza le parole di Michaelis quando descrive Der Atem in modo succinto come un "Wende zum Leben".[44] Jochen Hieber ricorda al suo lettore che, per quanto sia uno scrittore non religioso, Bernhard non si arrende al nichilismo; in Der Atem c'è un consistente senso di movimento in avanti ("Progreß [...] Entwicklung").[45] Nessuna di queste recensioni, tuttavia, accoppia l'inizio della speranza con il modo in cui Bernhard scrive, e sono tutti ancora presi, quasi esclusivamente, dagli sfoghi critici contro medici, società e umanità. Il cambiamento è percepito principalmente in ciò che lo scrittore anziano dice del suo passato da giovane, non nel modo in cui sceglie di dirlo.

Die Kälte[modifica]

Franz Wesenauer, Podlaha e la posizione critica nei confronti dei medici hanno dominarono superficialmente l'accoglienza delle prime tre opere; le ripetute critiche nei confronti dell'assistenza medica, questa volta contro l'ospedale TBC a Grafenhof, ora misero a dura prova la pazienza di uno o due critici. Nella sua caustica recensione, Kurt Kahl ritiene che Bernhard si fosse semplicemente sbagliato ad accusare i medici di negligenza, che egli soffrisse di "Verfolgungswahn" (paranoia) e che in Die Kälte l'autore ("nicht ein Mensch von besonderem Talent") avesse prodotto un'opera "ohne literarischen Belang"; Kahl conclude: "da kaschiert einer sein frühes Versagen mit der Überheblichkeit von heute."[46] Huber afferma che, con una o due eccezioni, Die Kälte fu accolta molto meglio dei tre precedenti volumi della pentalogia. Come Kahl, tuttavia, non mancarono quei critici che continuarono ad incolpare Bernhard dei soliti peccati: autocommiserazione (haj), abbrutimento creativo e ripetizione (Hartung), portatore di sventura e "Verzweiflungsartist" (Löffler), nonché creatore ancora una volta di un "Labyrinth der Hoffnungslosigkeit" (Matheja).[47] Christoph Geiser, scrivendo nel Süddeutsche Zeitung, accusa Bernhard a un certo punto in Die Kälte persino di "Todessehnsucht" — che è un'affermazione curiosa dato che gran parte del racconto è dedicato al protagonista che cerca di sfuggire alla morte e all'ospedale TBC, coerentemente con la sua "decisione" di vivere presa nel volume precedente.[48] Insomma, ce n'è per tutti i gusti... Ma ben pochi si concentrano sul valore stilistico e letterario del testo bernhardiano: la critica è superficiale, avventata e preconcetta.

Dopo i romanzi degli anni ’60 e primi anni ’70, i critici avevano pensato al nome di Bernhard come sinonimo di morte, suicidio e allegro nichilismo. Sebbene questa percezione dominasse l'accoglienza critica di Der Atem, uno o due commentatori furono più audaci nelle loro interpretazioni di Die Kälte. Perfino la altrimenti negativa Elisabeth Effenberger parla di uno scrittore che, in questo quarto volume autobiografico, considera il paesaggio (metaforico e fisico) con un occhio amico e le cui ripetizioni "kommen kaum noch vor".[49] Tuttavia, sono Rolf Michaelis e Rainald Goetz a fornire le analisi più sensibili e ricercate di speranza e calore umano nel testo. Goetz, un ex studente di medicina, sottolinea che le presunte esagerazioni del testo ("grotesk überspitzte Karikaturen") sono, in effetti, abbastanza vere: "Ich habe an einem derartigen [Grafenhof] Ort Zustande und Situationen erlebt, ebenso ungeheuerlich wie von Bernhard beschrieben."[50] Goetz, storico e studioso di medicina, solleva inavvertitamente un problema qui importante: molti recensori austriaci avevano refutato Bernhard per le sue presunte dichiarazioni esagerate sull'inefficienza di una roccaforte dell'Establishment, la professione medica. Il contro-battuta di Goetz secondo cui il perenne esageratore potrebbe non aver esagerato, pone la narrazione sotto una luce diversa: piuttosto che essere il prodotto prevedibile di un nichilista seriale, l'opera può essere considerata con maggiore affidamento come una descrizione realistica che richiede una lettura seria e attenta: "Wir sollten Thomas Bernhard mit etwas weniger Ehrfurcht und tiefsinnigem Schaudern lesen und ihn dadurch zugleich ernster nehmen."[51]

Nella sua valutazione di Die Kälte, Rolf Michaelis fa un ulteriore passo avanti: chiede al lettore di cercare più da vicino gli indizi positivi nel lavoro di Bernhard, e si riferisce a "den von manchen Lesern bedauerten «Pessimismus», der in Wahrheit Optimismus ist".[52] Il lettore raggiungerà questa intuizione attraverso "einer zugleich langsamen wie gehetzten Lektüre"; Michaelis conclude sottolineando che Bernhard non è un misantropo indurito e che Die Kälte rappresenta "ein Schritt in die Welt".[53] Erich Skwara fa qui eco al sentimento di Michaelis, ma estende retrospettivamente la pertinenza della sua affermazione a lavori precedenti: "[Bernhard] beschreibt [...] in diesem jüngsten Buch und auch früher selten, aber überzeugend und wärmend genug, seine Sehnsucht nach einem Menschen, einem Freund, einem Halt."[54] Interpretando qui le parole di Michaelis e Skwara, sembrerebbe che il nichilista di Amras, Verstörung e Das Kalkwerk abbia riveduto e corretto considerevolmente la sua visione.

Ein Kind[modifica]

Senza alcuna apparente polemica per distogliere l'attenzione della critica da questo testo, le recensioni di Ein Kind finalmente iniziarono a concentrarsi sulla narrativa di Bernhard. Thomas Anz lo descrive come un libro piuttosto diverso dalle sue opere precedenti, "auf abstrakte Reflexionen und lange philosophische Exkurse verzichtet".[55] Sebbene non sia necessariamente vero che Bernhard abbia resistito alla sua precedente tendenza a fare dichiarazioni generali sulla vita e sulla natura umana come risultato diretto dei particolari incidenti descritti nella narrazione, il testo è molto più facile da leggere, con frasi più brevi e più chiare, come Alice Villon riconosce: "Bernhard schreibt [...] ruhig und einfach".[56]

Se fosse necessaria la prova che i volumi precedenti a volte non venivano letti completamente e ogni singolo volume non collocato nel proprio contesto all'interno della pentalogia, allora Kathy Zarnegin la fornisce tardivamente nella sua recensione dell'edizione tascabile su Easier Zeitung dove descrive erroneamente Ein Kind come "der vierte und abschliessende Teil einer Tetralogie".[57] Tuttavia, nel complesso, i recensori iniziarono finalmente a interagire con la narrativa di Bernhard dopo le divagazioni che avevano circondato l'accoglienza dei primi quattro volumi. Paul Konrad Kurz, in una recensione che pone il testo (e, per una volta, non un'agenda politica, sociale o ideologica nascosta) al centro del progetto di Bernhard, può parlare di "der autobiographischen Abrechnung" e "der literarischen Bewältigung".[58] Rolf Michaelis include tutti e cinque i volumi, e non solo Ein Kind, nella sua valutazione che la pentalogia dovrebbe essere letta e compresa "weniger als Dokumentar-Literatur denn als Dichtung".[59] Anche Paul Reitze cerca indizi linguistici e stilistici, dichiarando: "Die Sprache ist verräterisch."[60] Continua persino a guardare l'uso bernhardiano del "naturgemäß", sebbene in una sola frase, concludendo che Bernhard lo usa solo quando è "völlig ratlos".[61] Per quanto breve e approssimativa sia l'analisi, in molte di queste recensioni vi è la volontà di entrare nel testo di Bernhard.

L'effetto di questa mossa verso il testo è che i critici non vedano il libro come una resa di conti personali o una filippica linguistico-terapeutica contro l'umanità, ma una ricerca di qualcosa di più positivo, forse persino di felicità in alcune occasioni, in parte attraverso l'espressione di un idealismo vacillante o di speranze contrastate: Anz menziona "Augenblicke vollkommener Glückseligkeit"; Wolfram Schütte chiama il libro "eine Parabel vom spontanen Glücksverlangen eines Menschen und seinem Scheitern".[62] Anche Otto Beer, sebbene con riluttanza e con addosso l'ombra delle precedenti opere di Bernhard, ammette un tocco positivo e più leggero: "ein beinahe helles Buch, natürlich kein glückliches (dessen würde sich Bernhard ja schämen!)".[63] Accompagnando questa visione più positiva e piena di speranza, i critici identificarono gli aspetti umani della narrazione. In riconoscimento di una narrazione intrisa di amore, umanità e speranza, Harald Hartung conclude la sua recensione in Der Tagesspiegel con le parole: "Ganz einfach, menschlich; es ist vielleicht das schönste Buch, das Bernhard geschrieben hat."[64]

Articoli e libri[modifica]

Dalla discussione sulle recensioni di tutte e cinque le opere emerge chiaramente che un gruppetto di critici effettivamente rilevò l'espressione di speranza e il desiderio positivo di comunicare nella narrativa reminiscente di Bernhard. È quindi sorprendente che questo tema non venga considerato seriamente in nessuno dei materiali accademici critici sulla pentalogia. Il corpo della scrittura critica è meglio valutato in due categorie principali: primo, libri e articoli sulla pentalogia in particolare e, secondo, monografie e libri generali sulle opere di Thomas Bernhard.

Tutti i libri specialistici sulla pentalogia collocano questi scritti nell'ambito dell’œuvre bernhardiana. Sono fortemente influenzati dall'accoglienza delle prime opere e, di conseguenza, questi commentatori si soffermano sui commenti critici, sociali e politici sull'Austria e sul pubblico. Momenti e pensieri personali sulla felicità e la speranza per il futuro sono in gran parte trascurati.

Lo studio più dettagliato incentrato sul testo delle opere autobiografiche di Bernhard rimane la tesi di dottorato di Urs Bugmann pubblicata nel 1981.[65] Senza il senno di poi offerto dalle opere di prosa più ottimistiche (tra cui Die Kälte e Ein Kind), Bugmann si concentra sulle esperienze dolorose dell'infanzia di Bernhard e la sua incapacità di superare il loro terribile peso. L'esame critico di Bugmann si concentra sulla creazione letteraria come attività che aiuta Bernhard a superare i problemi personali, piuttosto che esaminare gli effetti sul lettore delle tecniche stilistiche o dei dettagli linguistici. Analizzando dettagliatamente l'effetto del ciclo autobiografico, Bugmann trae la ragionevole conclusione che questi lavori mostrano l'impegno verso la conoscenza di sé che Bernhard tentò senza successo di raggiungere nelle sue opere prima del 1975: "Darin musste [sic] er [Bernhard] scheitern , weil er sich aus der Unmittelbarkeit dieses solipsistischen Kosmos nicht zu lösen vermochte."[66] Mentre le opere autobiografiche superano questo vicolo cieco ("die Ueberwindung [sic] dieser Ausweglosigkeit"), falliscono comunque perché non riescono a raggiungere una definizione soddisfacente di conoscenza o verità oggettiva che egli vede come il massimo, sebbene teorico, obiettivo di Bernhard.[67] Poiché Bugmann attribuisce ai romanzi di Bernhard un fine letterario quasi assoluto di verità oggettiva e indiscutibile, non sorprende che egli concluda che il progetto è destinato a fallire a priori. Eppure, nella sua analisi di quella che allora era una trilogia, c'è anche l'individuazione di una motivazione più realistica dietro il progetto autobiografico, che viene validata e realizzata dalle opere in prosa degli anni ’80: "Nicht die Widerstände sind für ihn [Bernhard] der treibende Motor, sondern der Wille zur Heilung, die Hoffnung auf Rettung."[68] Il desiderio di essere salvato, sia in Der Atem sia in Die Kälte, è una necessità fisica di fronte a una malattia estrema. Esistono poche prove testuali che suggeriscano che Bernhard aveva intenzione di esplorare la validità delle nozioni di obiettività; anzi, questi testi, come gli altri tre volumi, si occupano della sua vita e dei suoi pensieri sul passato. La pentalogia è un documento creativo; non è principalmente filosofico, teorico o analitico.

Lo studio di Reinhard Tschapke del 1984 vede il protagonista della pentalogia come una vittima della sua formazione, del suo carattere e dei suoi ambienti sociali, geografici e storici. Al centro delle opere autobiografiche c'è "das Thema des ewigen Scheiterns".[69] Come Bugmann, Tschapke vede i tentativi da parte di Bernhard di superare i suoi problemi come una causa persa data una preesistente "ewige[n] Disharmonie".[70] Quando Tschapke descrive i contenuti della pentalogia come una personale "Reise von Isolation zu Isolation, von Fremdheit zu Fremdheit, von Gefahr zu Gefahr", non riconosce l'immutabile risoluzione dell'adolescente di vivere e la gioia del bambino che cresce con suo nonno.[71]

Anche il successivo studio di Thomas Parth sulla pentalogia vede il narratore bernhardiano destinato al fallimento ("zum Scheitern").[72] Lo scopo di Parth è scoprire strutture narrative alla base del testo. Le autobiografie sono "eine Antwort auf vorhergehende gescheiterte Erzählpositionen", ma sono esse stesse soggette a fallimento.[73] Nella sua sezione su Ein Kind, intitolata "Der siegreiche Erzähler", Parth si preoccupa se si siano realmente verificati gli eventi ricordati dal narratore; spiega la gloriosa vittoria dell'atletica sportiva ottenuta del giovane protagonista derivante dalla paura di perdere e odiare lo sport.[74] Preferisce un approccio biografico, non riconoscendo come possibilità l'umorismo secco di una frase come "Ich war nur immer aus Angst so schnell gelaufen, aus Todesangst."[75]

Sia Parth che Bugmann collegano comprensibilmente le narrazioni principalmente ai notevoli problemi personali incontrati da Bernhard nella sua infanzia e giovinezza. I commentatori successivi, come Hyun-Chon Cho, non sono riusciti a tracciare nessuno sviluppo specifico dalle opere autobiografiche fino alle opere in prosa degli anni ’80. Cho vede la pentalogia come un'incarnazione dell’œuvre di Bernhard ("den ganzen Bernhard") che è caratterizzata da una lotta angosciata con il sé e il mondo esterno: "Dieser Prozeß spiegelt sich in seinem gesamten Erzählwerk, konzentriert sich noch einmal im letzten, in Auslöschung."[76]

Tra le opere che hanno un'area di interesse più ampia delle autobiografie, la tesi di Barbara Saunders offre una lettura breve ma ravvicinata e gratificante dei testi. Nel suo capitolo su Bernhard, Saunders si concentra su aspetti dell'"organizzazione formale dell'esperienza" che riguardano specificamente l'identità del narratore nei primi quattro volumi dell'autobiografia.[77] Il suo obiettivo finale non è quello di analizzare le narrazioni dall'interno, ma di confrontare e contrastare Bernhard con altri scrittori di autobiografie letterarie tedescofone post-1945. Manfred Mittermayer adotta una posizione più tendenziosa con il suo concetto teorico e percettivo di "Ich-Gewinnung" che vede Grünkranz e Onkel Franz come "Repräsentanten für zwei ideologische Systeme" contro cui Bernhard ha usato le narrazioni.[78] David McLintock, nel suo affascinante e meticoloso studio dell'inquieta prospettiva narrativa in Die Ursache e Der Atem, colloca l'interpretazione linguistica, a volte anche grammaticale, del traduttore, sulle complesse narrazioni di Bernhard, ma non tenta di collegarle ai più ampi fini letterari dell'autore.[79]

Il significato complessivo di queste narrazioni, piuttosto che gli effetti precisi dei metodi letterari di Bernhard, è stato studiato da punti di vista specificamente sociali ed esistenziali, psicologici, teorici e linguistici in relazione alla sua œuvre, alla sua vita e alle scuole di pensiero politico o intellettuale. In accordo con alcuni dei resoconti giornalistici, Hans Höller presenta una visione cinica di Bernhard come opportunista letterario: "Einmal mehr zeigt sich hier [in der autobiographischen Pentalogie] Bernhards Fähigkeit, die Rezeptionsbedingungen in sein literarisches Kalkül einzubeziehen."[80] Nel suo ritratto dei problemi sociali ed esistenziali nella prosa di Bernhard, Charles Martin fornisce un'interpretazione interessante degli scritti autobiografici come una riconciliazione personale con il passato, e conclude: "Il processo di scrittura dell'autobiografia ha permesso a Bernhard di venire a patti con i traumi dell'infanzia. Il ritiro nichilistico dal mondo non è più necessario o appropriato, e diventa quindi possibile una visione critica della società esistente".[81]

Pochi critici hanno tentato di esaminare le narrazioni attraverso una lettura attenta; di quelli che lo hanno fatto, viene sottolineato soprattutto lo scetticismo di Bernhard sul potere del linguaggio di esprimere o comunicare efficacemente. Questi critici vedono nei testi autobiografici un'estensione del sé solipsistico (come descrivono Bugmann, Parth e Cho) che non riesce a sfuggire alle catene del linguaggio: "Das Ich, eingeschlossen in die Grenzen seiner Sprache, regrediert von der Spannung der erstrebten sozialen Identität in die autistische Immanenz..."[82] Sebbene non vi siano dubbi sul fatto che Bernhard fosse molto scettico riguardo alla capacità ultima del linguaggio di comunicare perfettamente, finanche adeguatamente, le narrazioni autobiografiche attestano un nuovo desiderio di coinvolgere il suo lettore rendendo la narrazione più facilmente accessibile. Il segno più evidente di questo sviluppo sono le frasi più brevi e la prosa meno densa che differenzia queste opere dalla precedente produzione romanzata; Bernhard Sorg conferma questa nuova fase nella scrittura bernhardiana: "sie [die fünfteilige Autobiographic] bezeichnet eine neue Phase der schriftstellerischen Möglichkeiten."[83] Manfred Mittermayer si avvicina a queste opere come fossero un tentativo di ristabilire il sé o "Ich-Gewinnung" per la "Selbstdurchsetzung eines Ichs gegen eine Umwelt, die es zu hindern trachtet."[84] Mittermayer parla del desiderio del narratore-protagonista di "seine Existenz wieder in die Hand [zu] nehmen", ma non è chiaro cosa implichi o significhi esattamente questa riappropriazione di sé.[85] Come molti critici, nei resoconti autobiografici di Bernhard Mittermayer si concentra sul tentativo di separare i fatti accurati da quelli inventati. Questo desiderio di creare definizioni o delimitazioni generiche è particolarmente produttivo se applicato alla comprensione dei diversi aspetti narrativi dei testi. Urs Bugmann vede la narrativa come un "Bewußtseinsentwicklung", non solo dell'autore che ricorda, ma anche del protagonista.[86] Bugmann collega questo sviluppo con una successiva liberazione per i personaggi solipsistici bernhardiani nei romanzi di fine anni ’70 e ’80. Anche Eva Marquardt considera le opere autobiografiche parte dello sviluppo di Bernhard come scrittore di prosa, ma insiste sul fatto che, lungi dal segnare una nuova fase nella sua scrittura, esse sono solo apparentemente più accessibili nella speranza di placare i critici che lo avevano precedentemente criticato per la sua monomania.[87]

Questi resoconti generalmente omettono di affrontare il fatto che le possibilità di comunicazione al di fuori del sé non sono riservate solo agli scritti successivi, ma esistono anche all'interno di queste narrazioni. Barbara Saunders presenta le autobiografie come una rivalutazione collettiva da parte di Bernhard della sua identità personale e letteraria: "Questa autobiografia, tuttavia, fa molto per distruggere l'immagine che i media hanno creato della misantropia e della misoginia di Bernhard."[88] Un po' distanziato dal mondo malsano delle storie precedenti, come Amras (1964), emerge in questi libri un forte impulso nelle narrazioni di Bernhard a "dare alla sua vita significato e forma intelligibili".[89] Insolitamente, ma proficuamente, Stephen Dowden collega la controversa immagine pubblica di Bernhard al suo linguaggio verbale e espressione letteraria, e il suo avvertimento è appropriato per la pentalogia con tutta la sua attenzione mediatica: "Le interviste modeste, la buffoneria delle sue lettere alla stampa, e l'atteggiamento teatrale durante le cerimonie di premiazione puntano tutte alla coltivazione deliberata di un'immagine progettata per nascondere l'uomo interiore, o possibilmente per nascondere la mancanza di un forte senso di sé interiore".[90] Invece, un'attenta analisi delle narrative come percorso verso un significato al di là dell'apparente nichilismo emerge come l'unica opzione affidabile a lungo termine. Le storie autobiografiche di Bernhard, così come la prosa romanzata, richiedono un lettore attento e sensibile che sia pronto a rallentare, a ripercorrere i suoi passi e, forse soprattutto, applicare la sua esperienza di vita alla narrazione:

« Lo stile di Bernhard [in Die Ursache] tenta di incoraggiare un atteggiamento di "Hellhörigkeit" nel lettore, una posizione che egli stesso ha imparato da suo nonno. "Hellhörigkeit" richiede una sensibilità all'essenza nascosta delle esperienze, nonché una resistenza alla "Stumpfsinnigkeit", l'indifferenza della maggior parte delle persone.[91] »

Nei romanzi precedenti, c'era sempre un senso di idealismo contrastato che guidava invisibilmente le narrazioni; nella pentalogia, il desiderio di stabilire un contesto per il sé, un senso di identità personale attraverso la comunicazione e la sopravvivenza, è più evidente. Mentre le prime storie sono disseminate di frasi incomplete, innumerevoli segni di ellissi e frammentazione incoerente dei processi mentali e della trama (specialmente Frost (1963), Amras (1964) e Verstörung (1967)), la pentalogia comprende narrazioni prosastiche coerenti, eminentemente comprensibili, dove l'azione può essere chiaramente seguita dal lettore.

Dowden ha ragione nel sottolineare che questi testi sono principalmente narrazioni creative e che un legame tra la scrittura di Bernhard e la sua vita non dovrebbe essere considerato come un dato di fatto:

« Non esiste alcun legame necessario tra le circostanze della sua giovinezza e la sua vita intellettuale. La prospettiva di Bernhard è una questione di scelta ponderata. Nelle sue memorie [le autobiografie], come nei suoi romanzi, egli è il creatore della sua esperienza. Incornicia la propria vita con la sensibilità di un romanziere e stabilisce consapevolmente l'umore che governa la nostra reazione ad essa. Pertanto, le memorie di Bernhard devono essere intese come un risultato immaginativo a sé stante.[92] »

Dopo molti anni passati dai critici a cavillare sul fatto che questi libri siano davvero autobiografici o meno, Dowden qui fa un passo ragionevole sulla questione per concentrarsi su ciò che richiede una lettura di queste storie: un esame scrupoloso degli aspetti sottili, spesso intangibili, delle complesse narrazioni. C'è una tensione basilare che sottende queste narrazioni, e nasce da due impulsi, a volte contrastanti: uno per guidare e coinvolgere il lettore, l'altro dell'autore che sfrutta la narrazione per i suoi scopi intensamente personali.

Mentre molte recensioni critiche delle autobiografie sono alle prese con problemi tematici posti dai testi, pochi si fermano a guardare le narrazioni proprie, di per sé. In una qualche forma, tutte le succitate posizioni critiche riconoscono le possibilità di comunicazione nella pentalogia. Nessuno di loro, tuttavia, intraprende un'analisi narrativa specifica per illustrare come venga raggiunta questa comunicazione e conseguentemente un qualsiasi senso di speranza. Questa lacuna critica segna il punto di partenza dell'indagine testuale di questo primo capitolo.

Note[modifica]

  1. Per una selezione di recensioni si veda: Dittmar, Werkgeschichte, pp.166-8. Dittmar fornisce anche un'utile bibliografia delle recensioni (ibid., pp.411-13).
  2. Martin Huber, '"Möglichkeitsfetzen von Erinnerung": Zur Rezeption von Thomas Bernhards autobiographischer Pentalogie', in Konfment Bernhard: Zur Thomas-Bernhard-Rezeplion in Europa, cur. Wolfram Bayer (Vienna, Cologne, and Weimar: Bohlau, 1995), pp.44-57 (p. 44).
  3. Per un chiaro riassunto contemporaneo del procedimento giudiziario, si veda: Anonimo, "Klage vom Onkel Franz", profil, 16 marzo 1976. Cfr. anche: Anonimo, "Ein Priester klagte den Autor Thomas Bernhard", Kurier, 4 ottobre 1975; Anonimo, "Thomas Bernhard und sein Onkel Franz nun vor Gericht", Die Presse, 10/11 aprile 1976; Togger [sic], "Widerlich", Neue Kronen Zeitung, 11 aprile 1976; o.f.b. [sic], "Onkel Franz fühlt sich getroffen", Süddeutsche Zeitung, 22 aprile 1976. Tutte le edizioni di Die Ursache dopo il 25 maggio 1977 sono pubblicate senza i seguenti passi: "Der Onkel Franz war gutmütig [...] gegen uns ausgelassen' (p. 103); "[...] und der Onkel Franz hatte die Fürsorgerolle [...] sein nationalsozialistisches" (pp. 105-6); "[...] schon aus diesem Grunde ist es ein Verbrechen [...] im Internal gegeben" (pp. 107-8), e: "Der durch und durch katholische Onkel Franz [...] immer wieder den Onkel Franz" (pp.115-16). L'accordo costituì una vittoria morale per Wesenauer, con Bernhard che fece una dichiarazione conciliatoria e acconsentì a cancellare parti della prima edizione originale. Fosse successo in questi ultimi anni di scandali per pedofilia nell'ambito della Chiesa cattolica, le cose sarebbero andate ben diversamente. Per ulteriori particolari si veda: Martin Huber, '"Romanfigur klagt den Autor": Zur Rezeption von Thomas Bernhards Die Ursache: Eine Andeiitung', in Statt Bernhard: Über Misanlhropie im Werk Thomas Bernhards, cur. Wendelin Schmidt-Dengler e Martin Huber (Austria [n.p.]: Edition S, 1987), pp.59-110 (pp.62-7).
  4. Elisabeth Effenberger, "Scheitern in Salzburg", Salzburger Nachrichten, 13 settembre 1975.
  5. Grn [sic], "Bestätigung", FAZ, 23 ottobre 1975.
  6. Hellmut Jaesrich, "Protest gegen alle geheuchelte Wohlanstandigkeit", Die Welt, 14 febbraio 1976.
  7. Hans Heinz Hahnl, "Erniedrigt und beleidigt", Arbeiter Zeitung, 19 settembre 1975.
  8. Hans Heinz Hahnl, "Bernhards Salzburgbeschimpfung", Kärntner Tageszeitung, 1 ottobre 1975.
  9. haj [Hansres Jacobi], "Albtraum einer Kindheit", Neue Zürcher Zeitung, 6 novembre 1975.
  10. Norbert Tschulik, "Eine Salzburg-Beschimpfung", Wiener Zeitung, 10 ottobre 1975.
  11. Marcel Reich-Ranicki, "Thomas Bernhards entgegengesetzte Richtung", FAZ, 8 aprile 1978.
  12. Si veda — Walter Scheiner, "Ein mißglücktes Experiment", Vorarlberger Nachrichten, 22 novembre 1975.
  13. Ibid.
  14. Duglore Pizzini, "Von Tod und Kindheit", Wochenpresse, 8 ottobre 1975.
  15. Si veda: Karin Kathrein, "Eine Kindheit, die nicht vergessen wurde", Die Presse, 10 settembre 1975; Lothar Sträter, "Zorniger Rückblick auf Salzburg", Mannheimer Morgen, 14 ottobre 1975.
  16. Heinz Beckmann, "Zweimal Bernhard" [questo articolo recensisce sia Korrektur sia Die Ursache], Rheinischer Merkur, 13 febbraio 1976.
  17. Ulrich Greiner, "Die Tortur, die Thomas Bernhard heißt", FAZ, 27 settembre 1975.
  18. Ibid.
  19. haj, "Albtraum einer Kindheit".
  20. Tschulik, "Eine Salzburg-Beschimpfung".
  21. Ernst Wendt, "Trauer über eine unglückliche Jugend", Die Zeit, 29 agosto 1975.
  22. Kathrein, "Eine Kindheit, die nicht vergessen wurde".
  23. Huber, '"Möglichkeitsfetzen von Erinnerung'", p. 47.
  24. Ernst Wendt, "Servus, es ist alles egal", Die Zeit, 17 settembre 1976. Per una testimonianza della scarsa copertura della stampa riguardo a questo secondo volume, si veda la più corta bibliografia di Dittmar per questo testo, nel suo Werkgeschichte, pp. 417-18. Per una selezione di estratti di recensioni, si veda: ibid., pp. 178-80.
  25. Jürgen Wallmann, "Thomas Bernhard als Ladenschwengel", Rheinischer Merkur, 3 settembre 1976.
  26. Anonimo, 'Preßlufthammer oder Schreibmaschine", profil, 21 settembre 1976.
  27. Ibid.
  28. Anonimo, "Keller–Kaufmann bedroht", Salzburger Volkszeitung, 10 novembre 1976.
  29. Elisabeth Effenberger, "Thomas Bernhard entzieht sich", Salzburger Nachrichten, 25 settembre 1976.
  30. Claudia Lipp, '"Es ist alles egal'", Die Welt. 11 dicembre 1976.
  31. Wallmann, "Thomas Bernhard als Ladenschwengel".
  32. Heinz F. Schafroth, "Die unmögliche und skeptische Hoffnung", Weltwoche, 19 gennaio 1977. L'"unmöglich" del titolo si riferisce a Der Keller, "skeptisch" si riferisce a Jugend (1976) di Wolfgang Koeppen.
  33. Harald Hartung, "Es ist alles egal", Der Tagesspiegel, 12 giugno 1977.
  34. Ibid.
  35. Günter Blocker, "Unverhoffte Entdeckung des Glücks", Süddeiitsche Zeitung, 9 settembre 1976.
  36. Ibid.
  37. Kurt Lothar Tank, "Ein Rutengänger im Grenzbereich", Deutsches Allgemeines Sonntagsblatt, 28 novembre 1976.
  38. Reich-Ranicki, Thomas Bernhards entgegengesetzte Richtung".
  39. Ibid.
  40. Kurt Kahl, "Letzte Ölung für den Autor", Kurier, 8 aprile 1978.
  41. W. Martin Lüdke, "Ein Stück hinter der Grenze", Frankfurter Rundschau, 12 agosto 1978.
  42. Si veda: Heinz Beckmann, "Im Sterbesaal", Rheinischer Merkur, 21 luglio 1978; Hermann Burger, "Atem-Wende", Weltwoche, 17 maggio 1978, e: haj [Hansres Jacobi], "Entscheidung für das Leben", Neue Zürcher Zeitung, 29 aprile 1978.
  43. Rolf Michaelis, "Aus dem Totenbett ins zweite Leben", Die Zeit, 31 marzo 1978.
  44. Krista Hauser, '"Mein Leben leben, wie und solange ich es will'", Tiroler Tageszeitung, 11 luglio 1978.
  45. Jochen Hieber, "Sich das Leben nehmen", Süddeutsche Zeitung, 2 maggio 1978.
  46. Kurt Kahl, "Nur der Schamlose ist authentisch", Kurier, 5 febbraio 1981.
  47. Si veda: haj [Hansres Jacobi], "An der Anklagemauer", Neue Zürcher Zeitung, 14 marzo 1981; Harald Hartung, "Gegen die Unausweichlichkeit", Der Tagesspiegel, 17 maggio 1981; Sigrid Löffler, "Die Leiden des jungen Bernhard", profil, 2 maggio 1981, e: Bernd Matheja, "Grauen wider den Tod", tip [Berlin], 7 (1981), 42-3 (p. 43).
  48. Christoph Geiser, "Beispiel einer Jugendkrise", Süddeutsche Zeitung, 11/12 aprile 1981.
  49. Elisabeth Effenberger, "In der Isolation eingerichtet: Thomas Bernhard", Salzburger Nachrichten, 1 febbraio 1981.
  50. Rainald Goetz, "'Wahr ist nur, was nicht paßt'", Der Spiegel, 27 luglio 1981, pp.229-32 (p.231).
  51. Ibid.
  52. Rolf Michaelis, "Einmal Hölle und zurück", Die Zeit, 27 marzo 1981.
  53. Ibid.
  54. Erich W. Skwara, "Tropfenweise, wie bittere Medizin", Rheinischer Merkur/Christ und Welt, 6 febbraio 1981.
  55. Thomas Anz, "Thomas Bernhard, der große Komödiant", FAZ, 6 April 1982.
  56. Alice Villon, "Der alte Mann und das Kind", Weltwoche, 14 aprile 1982.
  57. Kathy Zarnegin, "Was lese ich heute?", Easier Zeitung, 1 maggio 1994.
  58. Paul Konrad Kurz, "Der Großvater war der Weise, der Gute", Deutsches Allgemeines Sonntagsblan, 2 maggio 1982.
  59. Rolf Michaelis, "Himmelssturz, Höllenflug", Die Zeit, 4 giugno 1982.
  60. Paul F. Reitze, "Dädalus turnt auf dem Turm", Rheinischer Merkur/Christ und Welt, 25 giugno 1982.
  61. Ibid.
  62. Wolfram Schütte, "Kindheit oder: In der Fremde", Frankfurter Rundschau, 15 maggio 1982.
  63. Otto F. Beer, "Abenteuer und frühes Leid", Die Welt, 8 maggio 1982.
  64. Harald Hartung, "Das Scheitern und das Höchste", Der Tagesspiegel, 16 maggio 1982.
  65. Urs Bugmann, Bewältigungsversuch: Thomas Bernhards autobiographische Schriften, Europäische Hochschulschriften: Series 1, 435 (Berne, Frankfurt & Las Vegas: Peter Lang, 1981).
  66. Ibid., p. 337.
  67. Ibid.
  68. Ibid., p. 150.
  69. Reinhard Tschapke, Hölle und zurück: Das Initiationsthema in den Jugenderinnerungen Thomas Bernhards, Germanistische Texte und Sludien, 22 (Hildesheim: Georg Olms Verlag, 1984), p. 163.
  70. Ibid., p. 164.
  71. Ibid.
  72. Thomas Parth, "Verwickelte Hierarchie": die Wege des Erzählens in den Jugenderinnerungen Thomas Bernhards (Tübingen: Francke, 1995), p.146.
  73. Ibid.
  74. Ibid., pp.145.
  75. Bernhard, Ein Kind, p. 128.
  76. Hyun-Chon Cho, Wege zu einer Widerslandskunst im autobiographischen Werk von Thomas Bernhard, Studien zur neueren Literatur, 2 (Frankfurt: Peter Lang, 1995), p.213.
  77. Barbara Saunders, Contemporary German Autobiography: Literary Approaches to the Problem of Identity, Bithell Series of Dissertations, 9 (University of London Institute of Germanic Studies, 1985), p.76.
  78. Manfred Mittermayer, Thomas Bernhard, Sammlung Metzler, 291 (Stuttgart e Weimar: Metzler, 1995), p.85.
  79. 167 D.R. McLintock, "Tense and Narrative Perspective in Two Works of Thomas Bernhard", Oxford German Studies, 11 (1980), 1-26.
  80. Höller, Thomas Bernhard, p. 97.
  81. Charles W. Martin, The Nihilism of Thomas Bernhard: The Portrayal of Existential and Social Problems in his Prose Works, Amsterdamer Publikationen zur Sprache und Literatur, 121 (Amsterdam e Atlanta, GA: Rodopi, 1995), p. 135.
  82. Johann Strutz, "Wir, das bin ich. Folgerungen zum Autobiographienwerk von Thomas Bernhard", in In Sachen Thomas Bernhards, cur. Kurt Bartsch, Dietmar Goltschnigg e Gerhard Melzer (Königstein: Athenäum, 1983), pp. 179-98 (p. 193).
  83. Sorg, Thomas Bernhard, p. 132.
  84. Mittermayer, Thomas Bernhard, p. 84.
  85. Ibid., p. 87.
  86. Bugmann, Bewältigungsversuch, p. 338.
  87. Eva Marquardt, Gegenrichtung: Entwickhmgstendenzen in der Erzählprosa Thomas Bernhards (Tübingen: Max Niemeyer, 1990), pp. 120 e 175.
  88. Saunders, p. 73.
  89. Dowden, p. 47.
  90. Ibid.
  91. Saunders, p. 66.
  92. Dowden, p. 47.