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Pensare Maimonide/Kavod

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Kavod, Shekhinah e Luce Creata
Kavod, Shekhinah e Luce Creata

Kavod, Shekhinah e Luce Creata

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Il termine kavod (ebr. כבוד) ricorre una dozzina di volte nella Torah in un dato senso o nell'altro, per riferirsi alla presenza divina percettibile.[1] La letteratura rabbinica tende a preferire il termine shekhinah (שְׁכִינָה‎, dalla radice sh-kh-n, "dimorare") per quello che apparentemente è lo stesso fenomeno.[2] La letteratura heikhalot (היכלות) sembra porre maggior enfasi su kavod più che su shekhinah, mentre la Kabbalah successiva fa l'opposto, rendendo la shekhinah una delle sefirot (i dieci attributi ipostatizzati, o emanazioni, tramite i quali l'Infinito entra in relazione con il finito). I filosofi ebrei medievali, come Sa’adiah e Yehuda Ha-Levi aggiunsero un terzo termine, "luce creata", e considerarono tutti e tre come sinonimi. Tutte queste letterature sembrano essere d'accordo su un punto: i termini kavod, shekhinah e "luce creata" denotano tutti qualcosa nel "mondo reale". I termini non sono semplicemente metafore o descrizioni dello stato interiore di un individuo che attraversa un'esperienza religiosa. Ma è proprio in tale modo che Maimonide interpreta i termini in questione. L'opinione "non-ontologica" di Maimonide dei termini kavod, shekhinah e "luce creata" è parte integrante della sua campagna contro gli elementi proto-cabalistici dell'ebraismo.

Nel presentare questa tesi, svilupperemo ed espanderemo alcuni commenti fatte dall'ebraista Steven S. Schwarzschild (1924–1989), che asseriva che il termine shekhinah dovesse "essere interpretato in un nome in qualche modo poetico, metaforico che l'ebraismo classico ha dato all'idea del rapporto attivo tra il Dio trascendente, da una parte, e dall'altra, l'umanità in generale ed il popolo di Israele in particolare." Schwarzschild contrastava questa interpretazione con i tentativi di ipostatizzazione, in cui "shekhinah come termine d'arte per l'amore di Dio, la Sua cura e vicinanza, diventa un'entità ontica metafisica (meta-fisica) che, se non vera parte, o aspetto, di Dio, si insinua come intermediaria tra Dio e l'umanità." In alcune brevi frasi nel suo saggio, lo studioso argomentava che Maimonide avesse inteso il termine shekhinah come figurativo e metaforico.[3] L'interesse di Schwarzschild stava nel fare un'affermazione normativa sull'ebraismo, e dimostrare che il filosofo tedesco Hermann Cohen aveva visto giusto e che questioni spesso viste in termini metafisici dovevano invece essere interpretate in termini regolativi o morali. Ma il nostro interesse qui è storico: cerchiamo di delineare le precise opinioni di Maimonide e dimostrare che la sua interpretazione di kavod, shekhinah e "luce creata" riflette la sua comprensione di termini che altri pensatori ebrei interpretano come indicassero vere entità del cosmo. In questo vediamo ancora un'altra riflessione dell'opposizione di Maimonide all’"iper-realismo", la sua opposizione alla moltiplicazione delle entità oltre il necessario, la sua opposizione ai tentativi di "ripopolare" i cieli, infine la sua opposizione a considerare quelli che Steven Schwartzschild chiamerebbe (riecheggiando Hermann Cohen) ideali regolativi come entità reificate.

Esaminiamo brevemente il modo in cui il termine kavod viene usato nella Torah. Ricorre per la prima volta in Esodo 16, che descrive uno degli episodi degli Israeliti che protestano nel deserto. Mosè dice agli ebrei: "E al mattino vedrete il kavod del Signore; poiché Egli ha inteso le vostre mormorazioni" (Esodo 16:7). Mosè mantiene la parola: "Mosè disse ad Aronne: «Dà questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché Egli ha inteso le vostre mormorazioni!». Ora mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco il kavod del Signore apparve nella nube" (Esodo 9-10). Gli antichi Israeliti di certo sembra avessero visto qualcosa di veramente concreto e in un capitolo successivo (Esodo 24:17) essi vedono il kavod come un "fuoco divorante" sulla cima del Monte Sinai.[4]

Un ulteriore passo sullo stesso tema, nel capitolo 33, era destinato ad avere grande risonanza per Maimonide. Mosè chiede a Dio: "Oh, mostrami il Tuo kavod!" Dio risponde:

« Farò passare davanti a te tutto il Mio splendore e proclamerò il Mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il Mio volto, perché nessun uomo può vederMi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a Me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà il Mio kavod, Io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le Mie spalle, ma il Mio volto non lo si può vedere. »
(Esodo 33:18-23)

L'antropomorfismo basilare di questo passo era problematico per Maimonide e lo esamina e riesamina spesso nei suoi scritti.[5] Sia come sia, il testo stesso sembra presentare il kavod come un qualcosa che si può vedere.

Non solo visibile, ma anche, apparentemente, impenetrabile: "Così Mosè terminò l'opera. Allora la nube coprì la Tenda del Convegno e il kavod del Signore riempì il Tabernacolo. Mosè non potè entrare nella Tenda del Convegno, perché la nube dimorava su di essa e il kavod del Signore riempiva il Tabernacolo" (Esodo 40:33-5). Questo senso del kavod che riempie spazio trova espressione molte volte negli scritti dei profeti. Alla dedica del Tempio di Salomone troviamo:

« Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nuvola riempì la Casa del Signore e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché il kavod del Signore riempiva la Casa del Signore. Allora Salomone disse: «Il Signore ha deciso di abitare sulla nube. Io Ti ho costruito una casa potente, un luogo per la Tua dimora perenne». »
(1 Re 8:10-13)

Parimenti:

« Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il Tempio. Attorno a Lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena del suo kavod». Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli Eserciti». »
(Isaia 6:1-5[6])

Un altro versetto destinato ad avere un profondo impatto sulla liturgia ebraica è Ezechiele 3:12: "Allora uno spirito mi sollevò e dietro a me udii un grande fragore: «Benedetto il kavod del Signore dal luogo della sua[7] dimora!». Presi al valore nominale, questi versetti di certo sembrano insegnare una dottrina secondo cui il kavod di Dio è un'entità che esiste veramente nel mondo dei sensi.

Per approfondire, vedi Essenza trascendente della santità, Guida maimonidea e Torah per sempre.
  1. Il termine, che deriva dalla parola ebraica che significa "pesante" e con l'usuale significato di "onore" o "gravitas", quando è collegato a Dio viene spesso tradotto con "gloria", sebbene nelle traduzioni del Tanakh venga reso con "Presenza".
  2. L'identità di kavod e di shekhinah fu segnalata per la prima volta esplicitamente da Sa’adiah Gaon, come si vedrà in seguito. Howard Kreisel riporta: "L'identificazione della «gloria» (kavod) e della shekhinah appare nella letteratura rabbinica. Molti degli stessi motivi riscontrati nella Bibbia in congiunzione con kavod sono usati dai Saggi rabbinici nel descrivere la shekhinah" (Prophecy, 77). Nei testi cabalistici postmaimonidei l'identità della shekhinah e di kavod con il sefirah Malkhut diventa cosa comune. Si veda per es. Septimus, Hispano-Jewish Culture, 106.
  3. Si veda Schwarzschild, "Shekhinah and Eschatology", in Menachem Kellner (cur.), The Pursuit of the Ideal: Jewish Writing of Steven Schwarzschild, SUNY Press, 1990, 235, 238 e 244.
  4. Si confrontino Levitico 9:5-7,22-4; Numeri 14:10,20-3;16:6-7; Isaia 40:3-5;60:1-3; Ezechiele 1:26-8,3:22-7;8:1-4.
  5. Per i particolari, si veda lo studio approfondito di Hannah Kasher, "Maimonides’ Interpretation of the Story of the Divine Revelation in the Cleft of the Rock" (He), Da’at, 35, 1995, 29-66. Cfr. anche Klein-Braslavi, King Solomon and Philosophical Esotericism in Maimonides, Magnes Press, 1996, 203-11.
  6. Si confronti anche Ezechiele 43:1-9.
  7. Il Targum e gran parte dei commentatori classici riferiscono "sua" a kavod e non a Dio.