Storia della letteratura italiana/Carlo Goldoni
Carlo Goldoni è considerato uno dei padri della commedia moderna e deve parte della sua fama anche alle opere in lingua veneta. È infatti artefice della «riforma» del teatro comico: nella civiltà dell'Illuminismo, l'arte deve essere aderente alla realtà della vita, evitando intrecci e vicende fuori dal reale. La riforma goldoniana, tuttavia, non è solo un ritorno all'ordine e alla moralità (come avviene con l'Arcadia), ma l'ordine razionale deve fondersi con l'impegno civile e il richiamo alla civiltà borghese.[1]
La vita
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Carlo Goldoni nasce a Venezia il 25 febbraio 1707 da una famiglia borghese. In difficoltà finanziarie in seguito agli sperperi del nonno paterno, il padre Giulio si trasferisce a Roma per studiare medicina, lasciando Carlo con la madre Margherita Salvioni. Il padre non riesce a ottenere la licenza di medico, ma diventa comunque farmacista ed esercita la professione a Perugia, richiamando a sé tutta la famiglia.[2]
Goldoni si forma dapprima con un precettore, quindi è in collegio dai gesuiti a Perugia e poi dai domenicani di Rimini, infine ancora con un insegnante privato, il domenicano Candini. Tornato con la madre a Venezia nel 1721, fa praticantato presso lo studio legale dello zio Giampaolo Indric. Nel 1723 passa al collegio Ghislieri di Pavia grazie a una borsa di studio offerta dal marchese Pietro Goldoni Vidoni, protettore della famiglia, ma ne viene espulso prima di concludere il terzo anno per essere stato l'autore di un'opera satirica ispirata ad alcune fanciulle della borghesia locale. È poi a Udine e a Vipacco al seguito del padre, medico del conte Francesco Antonio Lantieri. Dopo aver seguito il padre in Friuli, Slovenia e Tirolo, riprende gli studi a Modena. A Feltre elabora le prime opere comiche (Il buon padre e La cantatrice). Con l'improvvisa morte del padre nel 1731, si deve prendere carico della famiglia: tornato a Venezia, completa gli studi a Padova e intraprende la carriera forense.[2]
Nel 1734 incontra a Verona il capocomico Giuseppe Imer e con lui torna a Venezia dopo aver ottenuto l'incarico di scrivere testi per il Teatro San Samuele di Venezia, di proprietà Grimani. In questo periodo nascono le prime tragicommedie scritte per questa compagnia, a partire da Il Belisario (1734) fino al Giustino (1738). Seguendo a Genova la compagnia Imer, conosce e sposa Nicoletta Conio, con cui torna a Venezia. Nel 1738 Goldoni scrive il canovaccio del Momolo cortesan, con la sola parte del protagonista interamente scritta, pensata per l'attore Francesco Golinetti. A Venezia lavora anche alla sua prima commedia interamente scritta, La donna di garbo (1743).[2]
Nel 1743-1744 i debiti lo costringono, però, a lasciare la città e aspostarsi per diverse città. Infine soggiorna in Toscana, a Pisa (1744-1748), dove pratica principalmente come avvocato. Non abbandona però l'attività letteraria, ma anzi si aggrega all'Arcadia con il nome di Polisseno Fegejo. Nel 1747 viene convinto dal capocomico Girolamo Medebach a sottoscrivere un contratto come scrittore per la propria compagnia che recita a Venezia al teatro Sant'Angelo. Nel 1748 torna a Venezia e fino al 1753 scrive per la compagnia Medebach una serie di commedie, in cui, distaccandosi dai modelli della commedia dell'arte, realizza i principi di una "riforma" del teatro. A questo periodo appartengono L'uomo prudente, La vedova scaltra, La putta onorata, Il cavaliere e la dama, La buona moglie, La famiglia dell'antiquario e L'erede fortunata. Sorgono anche le polemiche sulla novità del teatro goldoniano e la rivalità con l'abate Pietro Chiari, che lavora per il teatro San Samuele.[2]
Nel 1750, da una scommessa con il suo pubblico, nascono sedici commedie, tra cui Il teatro comico (primo importante esempio di teatro nel teatro e che si può considerare il manifesto della sua riforma teatrale), La bottega del caffè, Il bugiardo, La Pamela (tratta dal romanzo di Samuel Richardson), Il giuocatore, La dama prudente, L'avventuriere onorato, I pettegolezzi delle donne. L'attività per il Medebach continua poi con Il Molière, L'amante militare, Il feudatario, La serva amorosa, fino a La locandiera e a Le donne curiose.[2]

Dopo aver rotto con il Medebach, Goldoni assume un nuovo impegno nel 1753, questa volta con il teatro San Luca, di Antonio Vendramin.[2] Deve adattare i propri testi innanzitutto per un edificio teatrale ed un palcoscenico più grandi di quelli a cui è abituato, e per attori che non conoscono il suo stile, lontano dai modelli della commedia dell'arte: fra le tragicommedie ha un gran successo la Trilogia persiana; tra le commedie si possono ricordare La cameriera brillante, Il filosofo inglese, Terenzio, Torquato Tasso ed il capolavoro Il campiello. Ottiene grandi risultati artistici con Gl'innamorati, I rusteghi, La casa nova e La buona madre. Nel 1761 Goldoni è invitato a recarsi a Parigi per occuparsi della Comédie Italienne. Vitale è l'ultima stagione per il Teatro San Luca, prima della partenza, ove produce La trilogia della villeggiatura, Sior Todero brontolon, Le baruffe chiozzotte e Una delle ultime sere di carnovale.[2]
Giunto a Parigi nel 1762, Goldoni deve affrontare varie difficoltà a causa dello scarso spazio concesso alla Commedia Italiana e per le richieste del pubblico francese, che identifica il teatro italiano con la commedia dell'arte, da cui Goldoni si è tanto allontanato. La sua produzione presenta testi destinati alle scene parigine e a quelle veneziane. Inoltre, Goldoni insegna l'italiano alla famiglia reale, alle figlie del re di Francia Luigi XV a Versailles, e nel 1769 ottiene una pensione di corte. Tra il 1784 e il 1787 scrive in francese la sua autobiografia, Mémoires. La rivoluzione francese sconvolge la sua vita e, con la soppressione delle pensioni, muore in miseria il 6 febbraio 1793.[2]
La riforma goldoniana del teatro
[modifica | modifica sorgente]La riforma di Goldoni è il risultato di un'attenta osservazione delle tecniche dei commediografi del suo tempo, verso il progressivo distacco dalla commedia dell'arte che domina il teatro italiano dal Cinquecento. La sua è però una riforma graduale, che inizialmente incontra una certa ostilità. Anzitutto, da parte degli attori, che nella commedia dell'arte sono abituati a interpretare un unico personaggio, sempre lo stesso, specializzandosi in quel ruolo. Inoltre, durante gli spettacoli improvvisano, attingendo di volta in volta a un repertorio di battute sempre uguali. Con la riforma goldoniana, si trovano invece a recitare ruoli diversi e a dover seguire un testo scritto, senza modificarlo.[3] Anche il pubblico, d'altra parte, è abituato agli intrecci macchinosi e alle avventure delle maschere, e gli impresari per cui Goldoni lavora (Medebach, Vendramin) sono interessati al successo più che agli aspetti artistici. Da qui l'esigenza, per Goldoni, di promuovere la sua riforma, ma allo stesso tempo assecondando i gusti del pubblico.[4]
Caratteri generali del teatro di Goldoni
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I testi goldoniani sono sempre legati a precise occasioni teatrali e tengono conto delle esigenze degli attori, delle compagnie, degli stessi edifici teatrali cui è destinata la loro prima rappresentazione. Il passaggio alla stampa modifica spesso i testi: l'autore si rivolge, con le edizioni a stampa, ad un pubblico più vasto ed esigente rispetto a quello che frequenta i teatri.[5]
L'intera opera goldoniana si offre come un'ininterrotta serie di situazioni, si svolge attraverso un "quotidiano parlare", ad una attenta rappresentazione del reale, volta a riportare nel teatro proprio quella realtà che il fenomeno della commedia dell'arte, attraverso la propria degenerazione, ha allontanato; il linguaggio dei personaggi, intriso di dati concreti, si risolve tutto nei loro incontri mostrandosi indifferente alle tradizionali prospettive letterarie e formali.[6]
Passando continuamente dall'italiano al veneziano e viceversa, Goldoni dà spazio a diversi usi sociali del linguaggio, in base alle varie situazioni in cui vengono a trovarsi i personaggi delle sue opere. Il suo italiano, influenzato dal veneziano e caratterizzato da elementi settentrionali, è quello del mondo borghese, lontano dalla purezza della tradizione classicistica toscana. Il dialetto veneziano non è per Goldoni uno strumento di gioco, ma un linguaggio concreto e autonomo, diversificato dagli strati sociali dei personaggi che lo utilizzano.[6]
Periodizzazione
[modifica | modifica sorgente]Nella vasta e variegata produzione teatrale di Goldoni è possibile individuare alcune fasi.[7]
- La prima fase dell'opera goldoniana arriva fino al 1748, quando accetta in maniera definitiva la professione teatrale: comincia a sperimentare e confrontarsi con la commedia dell'arte.
- Durante il periodo al Teatro Sant'Angelo (1748-1753), Goldoni analizza il ruolo del genere comico, rivendica l'onore e la dignità dei comici e critica la banalità delle convenzioni della commedia dell'arte. L'elemento principale della riforma è il richiamo alla natura, che confronta continuamente con la realtà quotidiana. La prefazione all'edizione Bettinelli indica i libri essenziali della formazione goldoniana: quello del "mondo", che gli ha mostrato gli aspetti naturali degli uomini, e quello del "teatro", che gli ha insegnato la tecnica della scena e del comico.
- Nella terza fase (1753-1759), il rapporto tra "mondo" e "teatro" è segnato da un senso di ricerca e di confronto, da disordine e varietà, e i due elementi sembrano andare ognuno per conto proprio. La riforma si è ormai liberata dagli orpelli della commedia dell'arte, ma emergono nuovi esperimenti.
- Con la quarta fase (1759-1762), quella delle grandi stagioni al Teatro San Luca, si presenta l'armonia e contraddittorietà tra "mondo" e "teatro".
- L'ultima fase, costituita dall'esperienza francese, nasce tra parecchie difficoltà: non si ha più riscontro dal mondo veneziano, che è stato l'ispirazione di Goldoni. La sensibilità teatrale di Goldoni lo porta lontano dai principi della riforma. In alcune sue commedie vi sono parecchi riferimenti alla commedia dell'arte: la permanenza delle maschere e caricature e deformazioni di comicità.
La visione della società
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Goldoni è conosciuto per il suo "Illuminismo popolare", che critica ogni forma di ipocrisia dando importanza alla classe sociale dei piccoli borghesi. Goldoni aspira ad un pacifico mondo razionale, accettando le gerarchie sociali, distinguendo i diversi ruoli della nobiltà, della borghesia e del popolo. Conscio dei conflitti che possono sorgere tra le varie classi, dando spazio nel suo teatro al conflitto tra nobiltà e borghesia, secondo Goldoni un uomo si può affermare indipendentemente dalla classe cui appartiene, attraverso l'onore e la reputazione di fronte all'opinione pubblica. Ogni individuo se onorato accetta il proprio posto nella scala sociale e rimane fedele ai valori della tradizione mercantile veneziana: onestà, laboriosità, ecc.[8]
Goldoni offre l'immagine di una trionfante affermazione della missione teatrale, di un sicuro proposito di riforma sostenuto da una spontanea gaiezza. La sua figura appare come un'immagine che rappresenta cordialità, disposizione al sorriso e alla gioia, disponibilità umana. Dietro quest'immagine gaia, vi è un'inquietudine, scaturita dall'estraneità dell'io narrante rispetto alle vicende, che si trasforma in un continuo interrogarsi su se stesso e sul mondo, in una forma di inquieta ipocondria. Per tutta la sua vita, Goldoni è alla ricerca di legittimazione di se stesso, del proprio fare teatro: ciò converge con il suo rifiuto di una tranquilla professione borghese. Non essendo nato all'interno dell'ambiente teatrale e venendo da un contesto diverso, non riesce ad accettare il teatro così com'è, ma cerca di riformarlo, cercando di fondare un nuovo teatro onorato.[9]
Nel libro del Mondo, Goldoni rivolge la propria attenzione sia ai vizi, che il suo teatro vuole colpire e correggere, sia a qualità e virtù, da mettere in risalto. Ogni opera di Goldoni contiene una sua morale, sottolineando nelle premesse il ruolo pedagogico dei caratteri. Il teatro attinge dal mondo riferimenti, spunti, allusioni e richiami alla vita quotidiana. L'opera goldoniana racchiude tutta la vita della Venezia e dell'Italia contemporanea, assumendo così la qualità di un modernissimo realismo. I borghesi assumono il ruolo centrale tra le varie classi sociali sulle scene goldoniane: nelle prime opere sono positivi, a partire dalla figura di Momolo, "uomo di mondo". La maschera di Pantalone diventa immagine delle buone qualità del mercante veneziano. I nobili appaiono senza valori. I servi, conservando la schematicità della commedia dell'arte, si segnalano per la gratuita intelligenza; commedia esemplare in tal senso è La famiglia dell'antiquario.[10]
Negli ultimi anni veneziani, le commedie cominciano ad andare in crisi. Le figure dei servi assumono un nuovo spazio, muovendo critica alla ragione borghese dei padroni. Il mondo popolare goldoniano, pieno di purezza e vitalità – qualità assenti in quello borghese –, si regge sugli stessi valori di quest'ultimo, ancora incontaminati. Per Goldoni, una componente essenziale del mondo è l'amore. Questo sentimento presente nei giovani sulle scene è subordinato a regole sociali e familiari, sottostante alla reputazione e all'onore. La reticenza di Goldoni sulle sue avventure amorose raccontate nei Mémoires è presente anche nelle sue commedie.[11]
Il teatro e la vita del mondo
[modifica | modifica sorgente]Per Goldoni il teatro ha una forte valenza istituzionale, è una struttura produttiva, retta da principi economici simili a quelli che regolano la vita del mondo. Va ricordato che egli è uno scrittore che vive e si mantiene con i profitti del suo lavoro, cosa che gli crea non pochi problemi con la società intellettuale del tempo, che lo accusa di ridurre a merce l'attività letteraria (ne è un esempio la fortissima polemica mossagli dal conte Carlo Gozzi). Questa forza porta la commedia goldoniana al di là della naturale rappresentazione della vita contemporanea.[12]
Goldoni ha una visione critica del mondo, in quanto turba l'equilibrio dei valori della vita delle classi sociali rappresentate. Tale visione va oltre le intenzioni dell'autore ed il modello della sua riforma. Nelle scene goldoniane si ha la sensazione di un'insanabile irrequietezza, che si sospende con il lieto fine tradizionale, sancito dai soliti matrimoni. I rapporti di questo mondo sono soltanto esteriori, sorretti dal principio della reputazione. Così Goldoni anticipa alcune forme del dramma borghese ottocentesco. Il segreto del comico goldoniano consiste nel singolare piacere del vuoto dello scambio sociale, dell'estraneità tra i personaggi dialoganti e della crudeltà di vita di relazione.[12]
Le commedie principali
[modifica | modifica sorgente]Per leggere su Wikisource il testo originale, vedi Opere complete di Carlo Goldoni (1907)
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Prima fase sperimentale (fino al 1748)
[modifica | modifica sorgente]All'inizio della sua carriera teatrale, Carlo Goldoni si dedica diversi generi in voga all'epoca, come i libretti per melodramma, l'intermezzo e la tragicommedia in versi. Tra le opere di quest'ultimo genere, la più importante è il Belisario (1734), scritto per il Teatro San Samuele, che rappresenta il primo grande successo di Goldoni.[13]
Nel 1738 Goldoni scrive la sua prima commedia, Il Momolo cortesan, sempre per il Teatro San Samuele. È ancora un copione a soggetto, ma la parte del protagonista, affidata a Francesco Golinetti, noto Pantalone, è interamente scritta.[13] Seguono Il Momolo sul Brenta (1739) e Il mercante fallito (1740). Queste prime tre commedie contengono parti recitate "a soggetto", ma con limitazioni sempre più forti e parti scritte. Contribuiscono inoltre a trasformare il personaggio di Pantalone da maschera stereotipata in un mercante veneziano serio e onesto.[2]
La donna di garbo (1743) è la prima commedia scritta in ogni sua parte e con veri caratteri.[13] Nonostante il successo della nuova commedia, con Il servitore di due padroni (1745), scritta per Antonio Sacchi (Truffaldino), Goldoni torna al compromesso tra parti scritte e "a soggetto", e alle maschere della commedia dell'arte.[2]
La fase della riforma con Medebach (1748-1753)
[modifica | modifica sorgente]Tra il 1748 e il 1753 Goldoni lavora per la compagnia del capocomico Girolamo Medebach, scrivendo molte commedie che si distaccano sempre più dai modelli della commedia dell'arte. In questo modo, definisce i principi della sua riforma del teatro. Questi sono ben visibili nelle commedie degli anni 1749-1750: L'uomo prudente, La vedova scaltra, La putta onorata, Il cavaliere e la dama, La buona moglie, La famiglia dell'antiquario. Allo stesso tempo, le innovazione del teatro gonldoniano iniziano anche ad attirare polemiche: celebre è la rivalità con l'abate Pietro Chiari, autore per il Teatro San Samuele.[14]
Nel 1750, la rappresentazione de L'erede fortunata ottiene scarso successo. Goldoni risponde con una sfida: promette s Medebach di scrivere bene sedici nuove commedie per la stagione successiva.[15] La prima è Il teatro comico, che rappresenta un manifesto delle sue idee di riforma (difesa poi nella Prefazione alla commedia, che l'autore scrive per l'edizione a stampa delle sue opere). Nelle commedie di questo periodo trovano ampio spazio i personaggi femminili e Goldoni presta grande attenzione ai ritratti d'ambiente.[2]
La bottega del caffè (1750) delinea il ritratto di una piazzetta veneziana, animata dalla presenza di una bottega di caffè e di altri locali che permettono ai personaggi un vivace gioco di entrate e di uscite. Questo movimento assume un significato opposto per i due personaggi principali: il caffettiere Ridolfo, uomo onorato, ed il nobile spiantato don Marzio. La vicenda si conclude con la vittoria del bene e l'espulsione di don Marzio dalla scena.[16]

Il capolavoro degli anni fra il 1750 ed il 1753, e forse la sua opera più famosa, è La locandiera (1752). L'affascinante protagonista Mirandolina attira nella sua locanda molti ammiratori, che però tiene a debita distanza. Tra tutti, Mirandolina si impegna per fare innamorare il cavaliere di Ripafratta, che le consentirebbe di migliorare la sua condizione sociale. Alla fine però, con un brusco capovolgimento, la protagonista decide di sposare il servitore Fabrizio. Mirandolina si muove in un modo gestito da valori sociali, che tenta di trasgredire ma che finisce per rispettare.[17]
Al Teatro San Luca (1753-1762)
[modifica | modifica sorgente]Dopo la rottura con Medebach, dalla stagione 1753-1754 Goldoni passa al Teatro San Luca, del nobile Antonio Vendramin. È un periodo particolarmente travagliato, nel quale l'autore scrive tragicommedie e commedie in versi, tentando diverse strade: dall'esotismo alla ripresa di figure quotidiane, dal gioco stravagante alla deformazione. Goldoni si trova inoltre a dovere adattare le sue opere a un palcoscenico più grande rispetto a quelli a cui è abituato. A questo si aggiungono i problemi con gli attori, meno disciplinati e più legati ai modelli della commedia dell'arte.[18]
A questo periodo risalgono le tragicommedie della Trilogia persiana, composta da La sposa persiana (1753), Ircana in julfa (1755) e Ircana in Ispaam (1756), che ha un grande successo. Tra le commedie, invece, il capolavoro è Il campiello (1756), che ruota attorno a una piccola piazza veneziana e ai movimenti di un gruppo di personaggi che gli gravitano attorno.[17]
Dopo un soggiorno a Parma e Roma, torna a Venezia e compone Gl'innamorati (1759): la gelosia tra Eugenia e Fulgenzio (i due giovani protagonisti) è il motore dell'opera. Ricca di situazioni comiche tipiche della commedia dell'arte, il testo non risparmia critiche alla società, mettendone in risalto la mediocrità e le ipocrisie, attraverso la caratterizzazione degli altri personaggi.
Tra il 1760 ed il 1762, Goldoni scrive alcune commedie di ambientazione veneziana: I rusteghi (1760), La casa nova (1760), Sior Todero brontolon (1761), Le baruffe chiozzotte (1762) e Una delle ultime sere di carnovale (1762). In tali commedie, l'esperienza artistica di Goldoni è ormai matura nel rappresentare, con misura ed acume, lo scontro tra generazioni e tra caratteri e la ricerca di un ordine improntato a una ragionevole moralità. In queste grandi commedie di carattere e di ambiente la realtà si concretizza, i caratteri si precisano.
I rusteghi (1760) è una commedia in veneto. Rappresenta il piccolo e sereno mondo borghese composto da quattro vecchi rustici, ostili al presente e legati agli antichi valori del mondo mercantile. In contrapposizione, un gruppo di donne e di giovani sente il richiamo del presente, della gioia di vivere e della felicità, rappresentato dal carnevale. Tutto è giocato sul conflitto generazionale, che vede il trionfo dei giovani.[19]
Ne La casa nova (1760) Anzoletto, giovane borghese preda di una forte crisi economica, ha una sorella, Meneghina, e una moglie, Cecilia, che si scontrano violentemente; tutta la scena è giocata sui due piani di un palazzo, nel quale convivono due abitazioni borghesi.[19]

Nella Trilogia della villeggiatura (Le smanie per la villeggiatura, Le avventure della villeggiatura, Il ritorno dalla villeggiatura), del 1761, Goldoni rappresenta un nucleo familiare messo in pericolo dalla passione amorosa e dalla dissipazione economica, causata dal fatuo desiderio di ben figurare in società, a cui oppone una saggezza concreta e la consapevolezza dei propri limiti economici e della propria condizione sociale, in una complessa struttura di situazioni, comportamenti, caratteri e ambienti, rappresentando così l'evoluzione del sentimento amoroso in un crescendo passionale, riportando poi la situazione nei limiti del buon senso.[20]
Ne Le baruffe chiozzotte (1762) Goldoni presenta la vita dei pescatori di Chioggia, i loro amori, i loro problemi quotidiani, i loro scontri e le loro tenerezze; l'esatta imitazione della natura si regge qui sull'uso dello stesso dialetto di Chioggia e si anima di un'intensa nostalgia: segna il trionfo del popolo minuto, delle sue tradizioni, del suo linguaggio fatto di battute brevi e semplici, solo apparentemente casuali, nel giro arioso di pettegolezzi che si addensano in tempesta fino al prorompere della baruffa fra le donne.[19]
L'esperienza francese (1762-1793)
[modifica | modifica sorgente]Quando si trasferisce da Venezia a Parigi, Goldoni si inserisce subito negli ambienti francesi. Tuttavia, il pubblico parigino identifica la commedia italiana con la farsa e l'intreccio puro: Goldoni è quindi costretto a tornare alla recitazione a soggetto e a ripercorrere il processo di rinnovamento già attuato in Italia, tornando al compromesso tra parti scritte e a soggetto, ripresa delle maschere e forte gioco d'intreccio con effetti grotteschi e facili caricature, equivoci, sorprese.[21]
In tale ambito nasce Il ventaglio (1763), opera di singolare finezza compositiva, che nel 1764 viene totalmente riscritta in italiano e inviata a Venezia per essere rappresentata. Nella commedia l'azione si materializza nel ventaglio che passa di mano in mano e si risolve nel fragile fuoco d'artificio di brevissime battute. Nel 1771 e nel 1772 Goldoni scrive due commedie in francese che cercano un confronto con Molière e la tradizione comica francese: Le bourru bienfaisant e L'avare fastueux.[21]
Note
[modifica | modifica sorgente]- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 503.
- ↑ 2,00 2,01 2,02 2,03 2,04 2,05 2,06 2,07 2,08 2,09 2,10 Lucia Strappini, GOLDONI, Carlo, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 506-507.
- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 507.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 497.
- ↑ 6,0 6,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 498.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 498.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 500.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 501.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 502.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 502-503.
- ↑ 12,0 12,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 503.
- ↑ 13,0 13,1 13,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 495.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 495-496.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 496.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 504-505.
- ↑ 17,0 17,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 505.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 496.
- ↑ 19,0 19,1 19,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 506.
- ↑ Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Goldoni e Parini, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 9.
- ↑ 21,0 21,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 497.
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