Storia della letteratura italiana/Le origini

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Sin dai primi secoli del Medioevo il latino parlato dal popolo si distacca dal quello classico o ecclesiastico. Tale discrepanza prelude alla nascita delle lingue romanze in tutt'Europa. Le prime di cui abbiamo testimonianze letterarie sono la langue d'oil e la langue d'oc, rispettivamente nel nord e nel sud della Francia; queste erano designate attraverso le due parole, "Oil" e "Oc", che venivano utilizzate per dire "Sì".

In Italia si formano nello stesso periodo molteplici idiomi molto differenti tra loro, risultato della mescolanza tra le lingue autoctone (dette di substrato), quelle degli invasori (dette di superstrato) e la lingua latina.[1] Nel quadro linguistico italiano si possono riconoscere quattro zone geografiche fondamentali: l'Italia del nord, l'Italia centrale, la Toscana e l'Italia meridionale.

È importante sottolineare come, al momento della sua nascita nel Duecento, la letteratura in volgare italiano si manifesta da subito in forme sofisticate. Gli autori hanno infatti alle spalle la tradizione classica antica, la cui conoscenza fa parte del loro patrimonio culturale; a questa poi si devono aggiungere le esperienze letterarie che si erano sviluppate nel corso del Medioevo in mediolatino (latino medievale), in lingua d'oc e in lingua d'oil.[2]

Dalla fine dell'impero romano all'età cortese[modifica]

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Feudalesimo.
Carlo Magno incoronato da papa Leone III

Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'Occidente, viene deposto nel 476, anno che per convenzione segna la fine dell'antichità e l'inizio del Medioevo. Il crollo dell'impero è il risultato della disgregazione politica, economica, sociale e militare in corso dal III secolo, e la sua scomparsa lascia il posto a vari regni romano-barbarici nei quali, pur mantenendo elementi dell'apparato amministrativo romano, i popoli invasori introducono nuovi costumi, nuove leggi e nuovi elementi linguistici. Unico fattore unificante di questo scenario frammentato è la religione: la Chiesa svolgerà quindi un ruolo politico essenziale. Una tappa importante è la formazione del Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Incoronato imperatore nell'800, Carlo riunisce sotto il suo regno territori di Francia, Germania e Italia, con l'intenzione di far risorgere la potenza dell'impero romano nella nuova Europa cristiana. Negli stessi anni, la Spagna è sotto l'egemonia araba, mentre l'Italia meridionale è sottoposta dapprima alla dominazione araba e in seguito a quella normanna.[3]

A caratterizzare la situazione in Europa in questi secoli è il feudalesimo. Negli anni del suo regno, Carlo Magno aveva ricompensato i guerrieri che lo avevano aiutato nelle sue imprese assegnando loro porzioni di territorio, definiti con il termine gemanico di feudi. Ben presto la proprietà di questi territori viene trasmessa per via ereditaria, e i grandi signori feudali iniziano a loro volta ad assegnare porzioni del proprio feudo a loro fedeli seguaci. Il signore inoltre gode di amplissimi poteri all'interno dei suoi feudi. Lo Stato feudale si caratterizza pertanto per una forte frammentazione territoriale e amministrativa che, a fronte di un debole potere centrale, genera una perenne situazione di instabilità, dovuta alle lotte tra quanti detengono il potere a livello locale. Solo nel XIII secolo si delineeranno i primi Stati assoluti con un forte potere centrale.[3]

La società feudale è statica e fortemente gerarchizzata, suddivisa in tre "ordini": bellatores (guerrieri), oratores (sacerdoti e religiosi), laboratores (contadini). Questa tripartizione è ritenuta immutabile perché corrisponde alla Trinità e al disegno divino che regola l'universo. Alla prima classe appartiene l'aristocrazia feudale, a cui spetta l'esercizio delle armi, attività da cui deriva grande prestigio. Il clero rappresenta invece il ceto intellettuale, impegnato nella conservazione e trasmissione del patrimonio culturale, mentre ai contadini è demandata la produzione dei beni materiali di sostentamento. Essi non godono di libertà o diritti personali, sono legati alla terra che lavorano (servitù della gleba) e la loro condizione viene tramandata di padre in figlio, senza possibilità di riscatto o ascesa sociale.[4]

La frammentazione politica, inoltre, ha ripercussioni sull'economia: le invasioni, e le devastazioni che ne seguono, compromettono la possibilità di dar vita a un'economia fondata sullo scambio di merci. Al contrario, vi è un'economia chiusa, basata sull'agricoltura, in cui i beni sono consumati dagli stessi che li producono. L'uso di mezzi rudimentali, poi, non consente un'adeguata produzione, determinando carestie ed epidemie. Molto diffusa è la pratica della corvées: il contadino lavora per il signore senza ricevere un salario, ma ottiene in cambio protezione e piccoli appezzamenti per il proprio sostentamento. Le città di conseguenza si spopolano, e nuovi centri della vita associata diventano i castelli e i monasteri.[5]

La situazione migliorerà gradualmente a partire dall'anno Mille, quando la maggiore stabilità politica e la fine delle invasioni da est saranno accompagnate dal perfezionamento delle tecniche agricole. L'aumento della produzione farà rinascere gli scambi e acquisirà importanza la figura del mercante.

Le lingue romanze e la letteratura cortese[modifica]

Parallelamente al crollo dell'impero il latino classico lascia il posto alle lingue volgari o romanze. In età carolingia la locuzione romana lingua viene utilizzata per distinguere dal latino vero e proprio e dalle lingue germaniche le lingue di origine latina che si vanno diffondendo. L'avverbio vulgaris, invece, era impiegato già in epoca repubblicana per indicare una variante del latino classico molto diffusa tra la popolazione e nelle provincie romane. Il latino volgare conosce però delle varianti significative a partire dal III secolo, dovute ai contatti con le lingue parlate nelle diverse regioni.[1] A intaccare l'unità linguista del latino intervengono da un lato il crollo del potere centrale dell'impero romano, dall'altro la diffusione del cristianesimo, che utilizza la lingua volgare per avere un contatto più diretto con il popolo. A tutto questo si aggiungono poi gli scambi linguistici con i nuovi dominatori germanici. I primi documenti scritti nelle varie lingue romanze si affacciano tuttavia in momenti diversi a seconda dei paesi.[1]

La cartina mostra l'attuale diffusione delle lingue romanze in Europa

Le lingue romanze producono, tra l'XI e il XII secolo, una letteratura molto ricca, che spezza il dominio del latino e allarga la platea del pubblico: se il latino rimane la lingua dei dotti, il volgare si rivela una valida alternativa linguistica per le classi cavalleresche. D'altra parte, come già ricordato, la letteratura romanza non può prescidere dalla produzione latina a essa precedente, a cui però si associano esperienze estranee alla cultura alta che avevano circolato per secoli a livello popolare. Dal mondo del folklore e dei miti nascono generi come il romanzo e la lirica d'amore, e a questi si accompagnano nuove strutture metriche, definite dalla posizione degli accenti nelle parole (nella metrica classica invece erano regolate dalla quantità delle sillabe).[6]

Particolare fortuna avrà la letteratura volgare in Francia: la produzione nelle lingue d'oc e d'oil avrà infatti ampia diffusione in tutta Europa. Tuttavia, va precisato che non si tratta di forme linguistiche fissate in modo rigoroso, e nelle diverse trascrizioni di uno stesso testo è possibile riscontrare varianti locali di una stessa espressione. In Inghilterra, in particolare, la lingua d'oil importata dai Normanni relegherà in secondo piano la letteratura angolassone, molto sviluppata tra il VII e il X secolo (si pensi al poema Beowulf). Al 1140 risale invece il primo poema epico castigliano, il Cantar de mio Cid. I modelli francesi saranno accolti anche fuori dall'area romanza, come dimostra il Nibelungenlied (1200 circa), poema in lingua tedesca che raccoglie le leggende germaniche.

La chanson de geste[modifica]

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Canzone di gesta.

A partire dalla seconda metà dell'XI secolo si sviluppa un nuovo genere epico destinato ad avere grande fortuna in Europa: la Chanson de geste (canzone di gesta). Si tratta di componimenti che esaltano il valore militare della classe cavalleresca e l'espansione normanna dell'epoca, attraverso le imprese di Carlo Magno e dei suoi Paladini. Questi ultimi vengono rappresentati come modelli di eroismo e in quanto tali opposti agli infedeli saraceni, destinati a soccombere. Il successo del genere fece sì che in seguito le chansons si arricchissero di nuovi temi (come motivi realistici, comici, amorosi), spesso ispirati ai romanzi cavallereschi.[7]

Il più celebre componimento di questo genere è la Chanson de Roland (Canzone di Orlando), risalente al 1180 circa e riportata su un manoscritto del XII secolo. La trama è molto semplice e si riferisce a un episodio avvenuto nel 778 sui Pirenei, narrandolo in chiave epica. Durante il ritorno di Carlo Magno in Francia, la retroguardia guidata da Orlando subisce un assalto da parte dell'esercito saraceno a Roncisvalle, reso possibile grazie al tradimento di Gano. Lo stesso Orlando rimane gravemente ferito, ma prima di spirare riesce a suonare il corno e richiamare l'esercito del re, che vendica la morte del Paladino compiendo una strage.

Il romanzo cavalleresco[modifica]

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Letteratura cavalleresca.
Yvain soccorre il leone in una miniature del XIII secolo, Princeton University Library

Ben più significativo nell'ambito della letteratura d'oil è però il genere del romanzo, una narrazione di ampio respiro che racconta le avventure di singoli cavalieri, abbraciando sia temi storici sia aspetti fantastici e meravigliosi. Il protagonista è chiamato a raggiungere beni preziosi, e spesso le imprese sono compiute in nome di una donna. Il cavaliere a sua volta è un modello di vita cortese: l'avventura lo distingue dagli altri, e la sua superiorità si riconosce sia dalla prestanza fisica sia dagli ideali nobili che persegue. Egli è fedele al proprio destino e al tempo stesso attratto dalle avventure, che lo portano lontano dalla banalità della vita comune. In questo senso, l'aggettivo cortese abbandona il significato originario che designava i mebri della corte del sovrano per accogliere il valore di "elegante, gentile", opposto a tutto ciò che è villano. Nel romanzo cortese, inoltre, ci sono i primi esempi di introspezione psicologica: diversamente dagli eroi dell'epica classica, il cavaliere è chiamato a fare scelte spesso difficili, e dà voce al suo tormento in lunghi monologhi. Centrale è poi il tema dell'amore cortese, cioè dell'amore come forza assoluta che trova giustificazione in se stesso, al di là di ogni riconoscimento sociale. Spesso il sentimento dei due amanti arriva a sfidare l'autorità di un terzo, il marito della donna, e trova il suo compimento nella morte.[8]

Talvolta i romanzi sono ispirati all'antichità (come nel caso della guerra di Troia o delle conquiste di Alessandro), ma i testi più importanti prendono spunto dalla tradizione bretone, l'insieme delle leggende celtiche che hanno per protagonisti re Artù e i cavalieri della Tavola rotonda (il cosiddetto «ciclo bretone»).[9] La prima opera che raccoglie queste leggende è la Historia regum Britanniae, scritta in latino da Geoffrey di Monmouth; questa fu poi ampliata dal chierico Wace, che la tradusse in francese con il titolo di Roman de Brut (1155 circa). Il principale autore di romanzi sul ciclo bretone è però Chrétien de Troyes. Vissuto nel nord della Francia e attivo tra il 1160 e il 1180, scrisse varie opere, delle quali ci sono giunti solo cinque romanzi: Erec et Enide, Cligès, Lancelot, Yvain, Perceval. In questi affronta temi divenuti celebri nella cultura europea, come l'amore di Lancillotto per la regina Ginevra e la ricerca del Graal (il calice usato da Gesù nell'Ultima Cena e in cui, secondo la tradizione, Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue di Cristo). Al ciclo bretone è riconducibile anche la tragica storia d'amore di Tristano e Isotta, di cui si era occupato anche Chrétiene in un romanzo oggi perduto. A questo tipo di produzione si possono ricondurre anche i lais, brevi componimenti narrativi intessuti di elementi lirici. Tra i più famosi ci sono quelli scritti, tra il 1160 e il 1170 circa, da Marie de France.

La lirica provenzale[modifica]

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Trovatore.

Contemporanemente al romanzo cortese in lingua d'oil, nelle corti della Provenza e della Francia meridionale si sviluppa in lingua d'oc una nuova forma di poesia lirica, estremamente colta e raffinata. Gli autori, detti trovatori (dal verbo trobar, «comporre, inventare»), sono di varia estrazione sociale, compongono sia i testi sia la musica e hanno come modello l'amore cortese. Il trovatore esprime attraverso la poesia la propria gioia per l'amore perfetto (fin'amors), tessendo le lodi della donna-signora per la quale il poeta è un vassallo, pronto a servirla in modo assoluto. Nel farlo, egli ricorre a una serie di luoghi letterari (topoi) codificati. La donna è solitamente una principessa o la moglie del signore, e la sua bellezza e il suo potere la rendono perennemente distante e inaccessibile. Nei suoi componimenti il trovatore canta la distanza ma allo stesso tempo esprime il desiderio di raggiungerla, nel tentativo di instaurare un dialogo. La richiesta è però destinata a restare inesaudita, e la ripetizione della domanda manifesta la potenza di Amore, che mescola astrazione ed erotismo. D'altra parte, i sentimenti del poeta sono minacciati dalle maldicenze, che gli fanno correre il rischio di essere allontanato dall'amata. Per questo, la donna non viene mai menzionata direttamente, ma attraverso un nome fittizio (senhal).[10] La passione amorosa ha quindi effetti contraddittori, sottilmente analizzati dalla poesia: da un lato la gioia e il godimento, dall'altro la sofferenza.[11]

La prima poesia composta dal ritorno dalla crociata del 1101 di Guglielmo IX d'Aquitania, raffigurato nella miniatura del manoscritto come un cavaliere

La lirica provenzale è una produzione destinata alla trasmissione orale, accompagnata da musica, e solo dal XIII secolo le poesie trobadoriche vengono raccolte in forma scritta nei canzonieri, che contengono anche la biografia romanzata dell'autore (vidas) e commenti di carattere retorico (razos). Di tutta la produzione provenzale ci sono giunti 2542 componimenti, e conosciamo i nomi di 460 autori. Secondo la tradizione il primo trovatore fu il duca Guglielmo IX di Aquitania (1071 - 1126), un signore feudale i cui possedimenti si estendavano dalla Loira ai Pirenei. Amante della guerra e dei piaceri, compose opere su vari argomenti, a volte lieti e capriccioso a volte più lascivi, oltre a canzoni d'amore in stile cortese. Tra gli altri autori più famosi si ricordano Bertrand de Born, Jaufré Rudel e Arnauld Daniel. Quest'ultimo in particolare è il principale esponente del cosiddetto trobar clus (poetare chiuso), uno stile caratterizzato stile molto elaborato, artificioso e oscuro. Da questo si differenzia il trobar leu (poetare dolce) di Bernart de Ventadorn, più limpido e aggraziato.[12]

Dal punto di vista metrico, il genere principale è la canzone d'amore, che presenta un complesso sistema metrico. Ci sono poi la sestina (sei versi per strofa in cui tornano in rima sempre le stesse parole), il sirventese (lungo componimento di argomento politico), il compianto (solitamente per la morte di un personaggio importante), la tenzone (discussione in versi tra due poeti), la pastorella (un cavaliere tenta di spiegare l'amore a una ragazza di campagna), l'alba (lamento dell'amante che al sorgere del sole deve lasciare l'amata), il plazer (elenco di cose piacevoli) e l'enueg (elenco di cose noiose).[10]

La civiltà cortese della Provenza tramonta all'inizio del XIII secolo in seguito alla crociata contro gli Albigesi indetta da papa Innocenzo III. Le corti feudali passano così sotto il controllo della corona francese, mentre la lingua d'oc perde progressivamente la propria importanza letteraria, riducendosi a dialetto con l'affermazione del francese come lingua nazionale. Contemporaneamente, nel nord si sviluppa una lirica in lingua d'oil affine a quella provenzale, grazie all'apporto dei trovieri (trouvaires), mentre i trovatori si spargono in varie località, sia al nord sia in Italia e Spagna. Questo comporta il sorgere di vari imitatori: all'inizio del Duecento nell'Italia settentrionale molti autori scrivono componimenti secondo lo stile della Provenza, utilizzando la lingua d'oc, considerata lingua letteraria per eccellenza. L'influenza di questo modello sarà presente anche in componimenti in lingua italiana a partire dalla scuola siciliana, e persisterà fino a Petrarca e ai rimatori del Trecento.[13]

Altri generi[modifica]

Accanto ai romanzi cortesi vi sono anche i cosiddetti «romanzi d'amore e peripezia», che narrano di due innamorati separati da varie vicissitudini (come per esempio il Floire e Blanchefleur oppure Aucassin e Nicolette). La diffusione di un uso profano dell'allegoria, figura retorica precentemente utilizzata solo dalla cultura ecclesiastica, fa inoltre sorgere il nuovo genere del romanzo allegorico, con al centro l'amore cortese. Il più celebre esempio è il Roman de la Rose, composto per i primi 4.000 versi dal chierico Guillaume de Lorris attorno al 1230 e terminato quarant'anni dopo da Jean de Meung, che ne scrive i restanti 18.000 versi. Se la prima parte è un'«arte di amare», la seconda è ricca di elementi didascalici, filosofici e satirici. Jean de Meung espone le proprie teorie naturalistiche, mostrandosi contrario all'amore cortese e tributando lodi all'amore fisico. Le idee borghesi che vengono espresse e la critica degli ideali cortesi sono d'altra parte sintomo della nuova cultura urbana che si sta diffondedo.[14]

Esiste poi un tipo di produzione satirica che irride i generi alti e la cultura ufficiale: sono i fabliaux (favolelli), componimenti in versi che narrano vicende comiche e popolari tratte dalla quotidianità. In contrapposizione alla letteratura cortese, questi autori anonimi impiegano un linguaggio libero e disinibito, e insistono sugli aspetti più plebei e volgari, fino ad arrivare all'oscenità. Elementi satirici sono d'altra parte presenti anche in favole dal contenuto morale che hanno per protagonisti animali parlanti, come nel caso del Roman de Renard.

L'età dei Comuni in Italia[modifica]

Federico Barbarossa ritratto in una miniatura di un manoscritto del 1188, Biblioteca Vaticana

Con un secolo di ritardo rispetto alla Francia, la letteratura in volgare italiano si afferma alla fine del Duecento. Il contesto è però diverso: tramontato il sistema feudale, la vita associata ha come centro la città, in cui il cittadino ha una forte partecipazione politica e vige un'economia di scambio. Anche laddove esistono ancora le corti, come per esempio quella di Federico II, il sovrano mira a costituire uno Stato centralizzato, limitando i poteri dei feudatari. La letteratura in volgare italiano che nasce in questi secoli risentirà dell'influenza dei modelli in lingua d'oc e d'oil, così come della letterarura greca, latina e mediolatina.[15]

Tra il XII e il XIV secolo l'Italia è suddivisa in due realtà. Al centro-nord si era formata, già dall'XI secolo, una rete di città politicamente autonome rette da ordinamenti repubblicani, i Comuni. Al sud si erano invece avvicendate varie monarchie: dapprima i normanni, poi gli Svevi e infine la dinastia angioina (insediatasi a Napoli nel 1266) e quella degli aragonesi (che dominarono la Sicilia dopo la guerra dei Vespri, a partire dal 1283). Nell'Italia centrale si era poi consolidato lo Stato della Chiesa. Mentre al nord si sviluppa una vivace vita civile, al sud persiste ancora il feudalesimo. Tuttavia, a causa del fenomeno del particolarismo municipale, i diversi Comuni sono contrapposti gli uni agli altri. L'autorità di imperatore e papa viene sempre più svuotata di valore reale, mentre il tentativo di Federico Barbarossa di conquistare le città del nord fallisce contro la resistenza di queste, che riunite nella lega lombarda trionferanno alla battaglia di Legnano del 1176.[16] La crisi del potere imperiale favorisce quindi il rafforzamento dell'autonomia dei Comuni.

All'inizio del Duecento la Chiesa fronteggia l'avanzata di Federico II, che capeggia il partito ghibellino. Alla morte dell'imperatore, il papa Bonifacio VIII cerca di rafforzare il proprio potere nell'Italia centrale, intervenendo nelle lotte a Firenze tra la fazione dei Bianchi e quella dei Neri. Dopo un conflitto con la monarchia francese, la Chiesa conosce però un periodo di crisi e decadenza, concretizzatasi nello spostamento della sede papale da Roma a Avignone tra il 1309 e il 1377. Intanto, sul fronte interno i papi devono affrontare i tanti movimenti spirituali nati dal basso che promuovono un rinnovamento della vita ecclesiastica. Alcuni di questi sono definiti eretici e strenuamente combattuti, come avviene per i catari di Tolosa e Albi (da cui il nome di Albigesi), contro i quali Innocenzo III indice una crociata (1209). Allo stesso tempo, si assiste alla nascita degli ordini mendicanti, quello dei Francescani e quello dei Domenicani, che avranno grande importanza nel processo di rinnovamento della Chiesa.[17]

Le prime testimonianze in volgare italiano[modifica]

Manoscritto con l'Indovinello veronese, Biblioteca Capitolare di Verona

Le prime testimonianze scritte in volgare italiano sono documenti di carattere non letterario, spesso legati ad un ambiente culturale più elevato rispetto al comune. Il più antico documento è l'Indovinello veronese, indovinello scritto da un chierico-copista di uno scriptorium veronese in un documento risalente all'VIII secolo. La versione oggi più accreditata è la seguente:

« Se pareba boves, alba pratalia araba,
albo versorio teneba, et negro semen seminaba. »

Secondo l'interpretazione più diffusa, l'indovinello parla di uno scrittore (scriptor), paragonando la penna a un aratro (albo versorio) che viene spinto per seminare segni neri (negro semen), cioè le lettere.[18] Il primo vero documento ufficiale in volgare italiano è però il placito capuano, una formula di giuramento inserita in un testo notarile del 960, con cui il giudice di Capua, Arechisi, riconosce all'abbazia di Montecassino il diritto di proprietà di alcune terre: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parti Sancti Benedicti» («So che quelle terre, entro quei confini di cui si parla, li ha posseduti per trent'anni l'abbazia di San Benedetto»).[19] Altre due testimonianze in lingua volgare risalgono alla fine dell'XI secolo in ambito religioso: una formula di confessione umbra rivenuta nell'abbazia di Sant'Eutizio a Norcia e un'iscrizione su un affresco nella chiesa di San Clemente a Roma, che rappresenta una scena della vita del santo.

I primi testi letterari in volgare risalgono alla fine del XII secolo e quasi tutti provengono dall'Italia centrale (Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, con esclusione della Toscana). Si tratta perlopiù di componimenti destinati alla recitazione, con fine ludico-religioso: il metodo più efficace dei chierici dell'epoca per diffondere la dottrina e la morale cristiana fra il popolo. Confermano la rilevanza letteraria dell'Italia centrale anche i due componimenti poetici, il Cantico di frate Sole di san Francesco e Quando eu stava in le tu' cathene di mano anonima.

Note[modifica]

  1. 1,0 1,1 1,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 28.
  2. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, Dalle origini all'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 2.
  3. 3,0 3,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, Dalle origini all'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, pp. 2-3.
  4. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, Dalle origini all'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, pp. 3-4.
  5. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, Dalle origini all'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, pp. 4-5.
  6. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 36.
  7. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 40.
  8. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 43-44.
  9. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 41-42.
  10. 10,0 10,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, L'età cortese e comunale, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 6.
  11. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 44-45.
  12. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, L'età cortese e comunale, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, pp. 5-6.
  13. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, L'età cortese e comunale, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 7.
  14. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, L'età cortese e comunale, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 8.
  15. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, Dalle origini all'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 27.
  16. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, Dalle origini all'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 28.
  17. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuseppe Zaccaria, Dalle origini all'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2001, p. 29.
  18. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 32.
  19. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 33.