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Storia della letteratura italiana/Francesco Petrarca

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Indice del libro

L'importanza di Francesco Petrarca per la poesia italiana delle origini è seconda solo a quella di Dante, e la sua opera avrà influenza sulla poesia europea per molti secoli. Petrarca è però anche il prototipo dell'umanista: per il suo stretto rapporto con i classici è un precursore dell'attività filologica che caratterizzerà l'Umanesimo. Importante è anche la rivendicazione della dignità di poesia e letteratura, che considerava pari a quella di discipline come la matematica e la medicina, scontrandosi di conseguenza con gli esponenti della filosofia aristotelica e della medicina. Le sue opere sono prevalentemente scritte in latino, mentre il volgare, che per la sua giovane età non può vantare i consolidati canoni di espressione erudita che il latino invece ha ereditato da scrittori come Cicerone e Virgilio, è usato con meno spontaneità e con maggiore cautela.

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, particolare tratto dal Ciclo degli uomini e delle donne illustri, affresco, 1450 ca, Galleria degli Uffizi, Firenze

Il poeta nasce ad Arezzo il 20 luglio 1304, figlio del notaio ser Petracco, che era stato esiliato da Firenze nel 1302 durante la cacciata dei bianchi, e di Eletta Canigiani. Si trasferisce con la famiglia all'Incisa e a Pisa, quindi si stabilisce ad Avignone. La città dal 1305 era sede del papato, ed era quindi un centro cosmopolita e uno dei fulcri della politica europea del XIV secolo. Mentre il padre lavora presso la curia pontificia, il giovane Petrarca vive con la madre a Carpentras, dove è allievo del grammatico Convenevole da Prato. Insieme al fratello Gherardo si dedica poi allo studio del diritto, dapprima a Montpellier e in seguito a Bologna. Torna ad Avignone nel 1326, dopo la morte del padre.

Petrarca abbandona gli studi di giurisprudenza e si dedica principalmente alla letteratura e a un'intensa vita mondana. Compone le sue prime poesie, grazie alle quali inizia a farsi conoscere. Persistono però le incertezze economiche, e negli anni 1228-1229 intraprende quindi la carriera ecclesiastica, prendendo gli ordini minori. La scelta è dettata soprattutto dalle opportunità di carriera che la nuova condizione gli consente. Ad Avignone, nel 1330, entra al servizio di due importanti presuli dei Colonna, una potente famiglia romana: dapprima del vescovo Giacomo e poi del cardinale Giovanni. La vita di Petrarca si divide quindi tra Avignone e il borgo di Valchiusa, con frequenti viaggi in Europa: i Colonna gli consentono infatti grande libertà di movimento e azione. Petrarca si dedica con sempre maggiore passione agli studi umanistici, componendo opere sia in latino sia in volgare. Rinviene inoltre volumi contenenti classici latini e greci.

Il 6 aprile 1327, secondo la ricostruzione fatta dallo stesso Petrarca, incontra Laura nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, donna che amerà per tutta la vita. Gli anni trenta sono caratterizzati da vari viaggi per l'Europa, durante i quali accresce il suo prestigio come poeta. Sono però anche gli anni della crisi interiore, che fa culminare con la salita al Monte Ventoso (in Provenza) nel 1336. L'anno successivo è per la prima volta a Roma. Nel 1337 gli nasce un primo figlio naturale, Giovanni, e acquista una casa a Valchiusa, dove risiede e si dedica agli studi umanistici. Nel 1341, a Napoli, Petrarca è sottoposto a un pubblico esame di poesia alla presenza del re Roberto d'Angiò, in seguito al quale viene incoronato poeta al Campidoglio di Roma. L'alloro gli viene imposto dal senatore Orso dell'Anguillara.

Nel 1343 il fratello Gherardo decide di diventare monaco e si ritira nella Certosa di Montrieux. Per il poeta riaffiora la crisi spirituale: anch'egli si sente attratto dagli ordini sacri, ma allo stesso tempo sa di essere incapace di una scelta così definitiva. Nello stesso anno conosce il tribuno Cola di Rienzo, di cui condivide gli ideali di una restaurazione democratica e classica. Nel 1347, quando Cola prende il potere a Roma dopo un colpo di Stato, il poeta appoggia pubblicamente il nuovo governo, che è osteggiato dalla curia romana. In seguito prenderà le distanze dalle sue politiche, ma la presa posizione a favore di Cola di Rienzo sarà alla base della rottura tra Petrarca e i Colonna. Contemporaneamente cresce il desiderio di abbandonare Avignone e trasferirsi in Italia. Il 6 aprile 1348, mentre si trova a Parma, apprende che Laura è morta di peste. Negli anni successivi vive tra Parma, Verona, Mantova e Padova, quindi trascorre alcuni mesi del 1352 ad Avignone.

Nel 1353 torna in Italia e viene ospitato a Milano dal cardinale Giovanni Visconti, all'epoca nemico di Firenze. Il fatto desta scandalo tra gli amici fiorentini e repubblicani del poeta, tra cui c'è anche Boccaccio. Presto però riprende le sue peregrinazioni. Nel 1356 è ambasciatore dei Visconti a Praga presso Carlo IV di Boemia. Sceso a Padova, ottiene nel 1362 una residenza a Venezia. Nel 1368 è di nuovo a Padova, quindi si stabilisce ad Arquà, dove muore nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374.[1][2]

Petrarca e la nuova figura dell'intellettuale umanista

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Anonimo, Francesco Petrarca nello studium, affresco murale, ultimo quarto del secolo XIV, Reggia Carrarese, Sala dei Giganti, Padova

Con Petrarca (ma lo stesso discorso, come vedremo, si può allargare a Boccaccio) si afferma una nuova figura di intellettuale. Il tipico letterato del Duecento era un laico che viveva principalmente grazie alle proprie competenze tecniche e si dedicava alla poesia come attività collaterale. Come si è visto nei moduli precedenti, molti autori avevano alle spalle una formazione giuridica e si mantenevano svolgendo altre professioni, come il notaio. Petrarca può invece essere considerato il primo letterato professionista, perché è il primo a ritenere che l'uomo di lettere debba anzitutto coltivare il sapere e le humane litterae.

Molti sono gli elementi che lo distinguono dagli intellettuali del secolo precedente, a cominciare dalla sua formazione poco tradizionale: dopo l'abbandono dell'università, il futuro poeta studia da autodidatta direttamente i testi letterari, senza rivolgersi alle lezioni universitarie e ai commentari utilizzati nelle scuole dell'epoca. Per assecondare le sue esigenze di studioso, frequenta assiduamente le biblioteche conventuali e capitolari, e predispone dei capitali per potere acquistare dei volumi, che negli anni arricchiranno la sua fornitissima biblioteca personale. Nelle sue peregrinazioni riesce anche a rinvenire alcuni testi classici dimenticati, inaugurando il fortunato filone degli studi filologici che caratterizzerà l'Umanesimo. Petrarca diventa sommo esperto degli autori latini, e in particolare Cicerone e Virgilio. Non padroneggerà invece il greco, di cui, nel 1342, apprende solo i rudimenti grazie alle lezioni del monaco basiliano Barlaam. Il suo rapporto con i classici è però particolarmente significativo per gli sviluppi della cultura umanistica e rinascimentale: i classici infatti non sono visti come antagonisti rispetto al messaggio cristiano, ma anzi lo integrano e ne propongono una rinnovata rilettura.

Prima di diventare un letterato affermato, Petrarca vive grazie al suo stato clericale e alle dipendenze della famiglia Colonna, che gli consentono di dedicare gran parte delle sue energie a perfezionare i suoi studi. Con il suo lavoro ricerca non solo l'eccellenza nelle opere letterarie, ma anche il successo mondano e il pubblico riconoscimento dei suoi meriti. Nella sua vita si impegna quindi per diventare famoso non solo in Italia ma in tutta Europa come il più prestigioso letterato dell'epoca. Anche in questo c'è una novità rispetto ai modelli precedenti: l'intellettuale cerca di mettere a frutto il proprio sapere e le proprie opere al fine di ottenere l'affermazione personale.

La strada intrapresa viene premiata nel 1341, quando il poeta viene incoronato d'alloro a Roma. È da sottolineare, però, che il titolo non gli viene conferito da un'università, bensì dal senato romano e grazie alla protezione dei Colonna. Quello coltivato da Petrarca era infatti un sapere che non veniva insegnato nelle università, ma discendeva dalla cultura internazionale con cui era venuto a contatto alla corte papale. La scelta di intraprendere la carriera ecclesiastica e di mettere le sue arti al servizio di una famiglia potente (senza però instaurare un legame di fedeltà esclusiva) rappresentano il primo passo verso l'emancipazione della figura del letterato, che si potrà dire completata solo nell'età moderna, con la nascita della stampa e dell'editoria.[3][4]

Caratteri della poetica di Petrarca

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Caratteristica principale dell'opera di Petrarca è il suo bilinguismo: il poeta scrive infatti sia in latino sia in volgare. Le due lingue sono però destinate a funzioni separate e diverse. Alle opere in latino affida la sua immagine di letterato e uomo di cultura. Il latino ha un ruolo in apparenza più nobile, anche se bisogna riconoscere in questo atteggiamento una nota di ironia. Nella sua prosa in latino Petrarca si allontana dagli schemi previsti dalle scuole di ars dictandi e si propone di raggiungere una forma limpida, più vicina a quella dei classici. Il latino dei dotti medievali si era caricato di complicazioni logiche, dovute soprattutto ai filosofi della scolastica. Nella prosa del Duecento, il latino era inoltre corrotto dalla commistione con forme del volgare. La lingua elegante e armoniosa di Petrarca si imporrà come nuova lingua internazionale dei dotti di tutta Europa.

Allo stesso tempo, Petrarca si dedica per tutta la vita anche alla poesia in volgare, tornando spesso sui suoi componimenti e dando vita a un modello che rimarrà in auge nella letteratura italiana (ed europea) dei secoli successivi. Il poeta definisce i suoi versi in italiano con l'espressione latina nugae, cioè "inezie". Tuttavia, che non le considerasse cose di poco conto lo dimostra il fatto che il poeta dedica a queste poesie una grande cura. La sua lirica amorosa si allontana dalla comunicazione borghese, diventa un sottile strumento per analizzare l'anima dell'individuo. Il volgare di Petrarca è quindi una lingua pura e assoluta.

Tutta l'opera di Petrarca è il risultato di una grandissima cura: ogni testo passa attraverso diverse revisioni, alla ricerca della perfezione. Petrarca ritorna quindi più e più volte sugli stessi testi, gli stessi temi e gli stessi argomenti, ampliandoli o riscrivendoli completamente, in un continuo labor limae. Proprio questa caratteristica impedisce tuttavia di collocare ciascun componimento in una fase precisa della sua produzione.[5]

Le opere in latino

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L'epistolario

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Galvanizzato dal ritrovamento delle Lettere ad Attico di Cicerone nella cattedrale di Verona (1345), ma ispirandosi anche a Seneca, Petrarca decide di raccontare la sua vicenda autobiografica in un epistolario. Ordina e cataloga quindi le sue lettere scritte in latino in diverse raccolte, di difficile collocazione cronologica.

  • Familiares: 350 lettere raccolte in 24 libri subito dopo la scoperta delle Lettere ad Attico.
  • Sine Nomine: 19 lettere scritte tra il 1342 e il 1358, non riportano il destinatario per prudenza, visto il loro contenuto politico e ideologico.
  • Seniles: 128 lettere in 18 libri la cui stesura è collocata tra il 1361 e il 1366. Sebbene esclusa dalla raccolta per scelta dell'autore, spicca per importanza la Posteritati, il cui intento è dare un'immagine esemplare del poeta senza dare troppo peso alla distinzione tra vero e falso.
  • Variae: lettere escluse dalle altre due raccolte, messe insieme dopo la morte dell'autore.

A parte possono essere considerate le

  • Epistolae Metricae: formate da 66 lettere in versi.

In parte deluso da Cicerone per via della sincerità con cui nelle epistole mette a nudo anche le sue debolezze, Petrarca non ripeterà lo stesso errore, ritoccando la realtà in base alle sue esigenze espressive nei confronti del prossimo.

L'Africa e le opere poetiche

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Prima pagina dell'edizione del 1501 dell'Africa di Petrarca

Iniziato nel 1337, l'Africa è un poema epico-storico, scritto in esametri. È un'opera incompiuta e presenta, oltre a numerose lacune negli ultimi libri, alcune imprecisioni metriche. Dei dodici libri inizialmente previsti, Petrarca ne scrisse nove, con lacune al IV e al IX libro, lo dedicò al re di Napoli Roberto d'Angiò. Il tema principale è l'esaltazione di Scipione l'Africano e delle sue gesta nella seconda guerra punica, nonché della civiltà di Roma antica. La narrazione si concentra su quello che fu uno dei momenti più epici della storia repubblicana di Roma, dalla partenza di Scipione per l'Africa alla vittoria di Zama.

Per la composizione di quest'opera Petrarca assume a modello gli Ab urbe condita libri di Tito Livio e l'Eneide di Virgilio. La stesura del poema fu in due fasi: una parte fu scritta a Valchiusa dopo la prima visita di Petrarca a Roma (1337), mentre un'altra parte del poema fu scritta a Selvapiana, nei pressi di Canossa, ospite di Azzo da Correggio, signore del luogo. La bozza del poema fu invece completata nel 1343 e da allora revisionata e migliorata quasi fino alla morte del poeta, che durante la sua vita non lo volle rendere mai pubblico, forse perché lo giudicava ancora troppo imperfetto. Solo i 34 versi sulla morte di Magone vennero divulgati dal poeta. Venne quindi pubblicato nella sua interezza solo un ventennio dopo la morte dell'autore, nel 1397. La prima edizione a stampa fu curata a Venezia nel 1501.

Quest'opera ha un particolare valore storico perché contiene le idee del poeta sulla storia romana e sulla situazione dell'Italia a lui contemporanea. Il valore poetico ed estetico generale viene invece oggi definito come scarso, per via dell'ossequiosa lezione del testo di Livio che Petrarca seguì pedissequamente creando una sorta di storia versificata, talvolta arida e fredda. I due episodi più notevoli restano comunque la morte di Magone, fratello di Annibale, narrata in maniera elegiaca con toccanti accenni alla vanità delle cose, e la tragica storia d'amore di Sofonisba, di profonda tristezza.

Oltre all'Africa, Petrarca compone anche il Bucolicum carmen, una raccolta di 12 ecloghe ispirate alle Bucoliche di Virgilio (la cui prima redazione risale probabilmente attorno al 1346-1348), e i Psalmi penitentiales (forse 1348), sette preghiere in versi prosastici in cui utilizza un latino biblico ripreso dalla Vulgata.

Trattati e scritti in prosa

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Per quanto riguarda invece le prose in latino, è possibile distinguere tre gruppi:

  • trattati storico-eruditi, in cui vengono esaltati gli eroi dell'antichità (come il De viris illustribus, i Rerum memorandarum libri e l'Itinerarium syriacum);
  • trattati morali, in cui si interroga sul rapporto tra se stesso in quanto intellettuale umanista e la società dell'epoca (tra questi il principale è il De vita solitaria);
  • scritti polemici, legati a particolari occasioni di scontro con avversari che sono descritti come folli e irragionevoli (Invective contra medicum, Invectiva contra quendam magni status hominem sed nulius scientie et virtutis, De sui ipsius et multorum ignorantia, Invectiva contra eum qui maledixit Italie).
Petrarca, Secretum, Grootseminaire (Bruges), tratto dal MS 113/78 fol. Ir., realizzato nel 1470 per Jan Crabble

Maggiore adesione al reale si può invece trovare nel Secretum (De secreto conflictu curarum mearum), una sorta di diario personale e segreto, appunto, scritto in latino. Petrarca affida a queste pagine la sua fragilità e i suoi più intimi tormenti sotto forma di dialogo tra lui e sant'Agostino, autore delle Confessioni, il modello letterario che ha ispirato l'opera. È difficile stabilire la data di stesura: secondo alcune fonti risalirebbe al 1342-1343, secondo altre al 1347. In ogni caso l'autore vi ritornò più volte fino alla morte e fece notevoli interventi nel 1353.[6]

Diviso in tre libri, è un dialogo immaginario tra il poeta stesso e sant'Agostino, alla presenza di una donna che simboleggia la Verità. Quale esame di coscienza personale, affronta temi intimi del poeta e per questo non era stato concepito per la divulgazione (da cui il titolo Secretum), e fu pubblicato solo postumo.

Contenuto

  • Il primo libro tratta dell'attaccamento degli uomini alle cose materiali, un sentimento contraddittorio perché in questo modo ci si inganna attribuendo importanza a cose ingannevoli. Francesco non riesce a staccarsi da queste cose e prova una profonda anxietas che forse solo la quiete e il silenzio possono calmare.
  • Nel secondo libro vengono analizzati i vizi capitali che assediano Francesco e sant'Agostino si sofferma proprio sull'accidia, il male che più tormenta il poeta, perché gli mostra ovunque ostacoli e fastidi e gli impedisce di vedere la propria condizione. Il santo capisce che per eliminare questo male bisognerebbe strapparlo alla radice, ma inizialmente non riesce a trovare una soluzione definitiva al problema.
  • Nel terzo si esaminano altre due passioni del poeta, in particolare l'amore per Laura e l'amore per la gloria. Petrarca rivendica la purezza del suo amore, ma secondo il santo quel sentimento lo ha trascinato in un baratro e lo ha deviato da Dio a una creatura (quindi a qualcosa di effimero). Il poeta oscilla quindi tra la condanna dell'amore, visto come un'illusione, e il proprio attaccamento a ciò che è effimero. Per quanto riguarda la gloria intellettuale, sant'Agostino ne espone la vanità, ma, in maniera ambigua, Petrarca ne mostra anche i lati positivi.

Alla fine del dialogo, Francesco non promette una definitiva conversione, ma solo l'impegno ad approfondire la conoscenza di se stesso. Il poeta si propone quindi di mantenere aperto il dialogo tra le sue passioni, che gli generano inquietudine, e la sua certezza ideologica, rappresentata da sant'Agostino.[7]

Il Canzoniere

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Francesco Petrarca, Rime, codice membranaceo ms. I 12, c. 1r. conservato al Museo Petrarchesco Piccolomineo, Trieste, risalente ai secoli fine XV, inizio XVI. Il particolare riporta il primo sonetto del Canzoniere

L'opera di maggior rilievo di Petrarca sono i Rerum vulgarium fragmenta (frammenti di componimenti in lingua volgare), raccolta che è però passata alla storia con il titolo di Canzoniere (assunto a partire dalle edizioni a stampa degli inizi del XVI secolo). Il poeta si riferiva a questi componimenti con il termine latino nugae ("cose da poco"), ripreso da Catullo,[8] perché scritti in volgare, una lingua ritenuta meno nobile rispetto al latino. Per le sue rime Petrarca non sceglie come modello i poeti classici ma la lirica contemporanea, e in particolare i provenzali, i siciliani, il Dante della Vita nuova, Guittone d'Arezzo e Cino da Pistoia. L'argomento centrale è l'amore, sentimento che nel Secretum viene criticato, e la forma scelta è quella del fragmentum, quindi una poesia frammentaria, del tutto opposta all'organicità del poema classico, ma che è meglio capace di cogliere le espressioni e le confessioni dell'individualità del poeta.[9]

La raccolta non raccoglie tutti i componimenti in volgare del poeta, ma solo quelli che scelse con grande cura; altre rime (dette extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti. La maggior parte delle rime del Canzoniere è d'argomento amoroso, una trentina sono di argomento morale, religioso o politico. Le tematiche principali sono l'amore per Laura (che porta il poeta a dividersi tra la passione non corrisposta per la donna e la dedizione a Dio), la precarietà della vita, sulla quale riflette in seguito alla morte della donna, nonché il rapporto col tempo e col paesaggio, in cui luoghi fisici tendono a sconfinare nella fantasia letteraria diventando tòpoi; senza trascurare la politica, specialmente per quanto riguarda la denuncia verso l'immoralità della Chiesa.

Genesi e struttura dell'opera

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Il Canzoniere è una raccolta di 366 componimenti (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali). Petrarca vi si dedicò per tutta la vita, dal 1136-1338 al 1373, in un continuo labor limae. La versione definitiva è conservata nel Codice Vaticano 3195, un documento scritto di mano del poeta e del suo copista Giovanni Malpaghini.[10] L'opera, si è detto, ha una struttura frammentaria; tuttavia, l'autore ha avuto cura di ordinare il tutto nella forma organica di un libro.

La critica tradizionale ha sottolineato la suddivisione del Canzoniere in due parti: la prima, contenente le rime "in vita di madonna Laura", e la seconda, contenente le rime "in morte di madonna Laura". In realtà, l'interpretazione tradizionale non è del tutto corretta, in quanto il Petrarca non volle affatto dividere in tal modo i suoi frammenti di opere in volgare. Basti considerare il seguente fatto: la seconda parte del Canzoniere inizia col componimento CCLXIV, scritto quando il Petrarca non era ancora venuto a conoscenza della morte della sua amata. Il primo componimento in cui si evince che Laura è morta è il CCLXVII. Tuttavia, è innegabile che nella seconda parte i temi della morte, della fugacità delle cose umane e della caducità della vita siano predominanti.

Ritratto di Laura, in un disegno conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana

L'amore non corrisposto per Laura, incontrata un'unica volta – a detta del poeta – il 6 aprile 1327, è il fulcro della vita spirituale del Petrarca; il poeta credeva infatti che, sulla base dei propri studi sui classici, tutto divenisse spontaneamente letteratura. Da tale sostrato letterario ha origine la grande poesia petrarchesca. Con Petrarca la letteratura diventa maestra di vita e nasce la prima lezione dell'Umanesimo; in Petrarca, si avverte la ricerca della serenità. Lo sconforto, il dolore, la volontà di pentimento divengono speranza; il pianto per la morte della donna amata si placa nell'immagine di Laura che scende consolatrice dal cielo.

Nella poesia del Petrarca la descrizione dei sentimenti trova riscontro o contrapposizione nel paesaggio. Il Petrarca perfezionò le forme della tradizione lirica medievale, dai provenzali prese il metro (la sestina) e ne rielaborò i modi poetici. Anche la raffigurazione della donna amata si inquadra nella tematica provenzale: Laura è la donna a cui il poeta rende omaggio e costituisce il fulcro ideale intorno al quale si dispone la vita sentimentale del poeta. Presa a modello di virtù e di bellezza non ha nulla di sovrumano; anzi, matura negli anni attraverso il Canzoniere. La sua figura, i suoi tratti umani, i begli occhi, le trecce bionde, il dolce riso sono ispirati a personaggi reali.

La seconda parte del Canzoniere si chiude con la canzone Vergine bella, che di sol vestita, nella quale il poeta implora perdono ed esprime un intenso desiderio di superare ogni conflitto, di trovare finalmente la pace. E "pace" è appunto l'ultima, emblematica parola della canzone, la parola che chiude e suggella il libro.

Si tratta di un'autobiografia spirituale del poeta, come le Confessioni di sant'Agostino, scrittore e teologo che fu modello spirituale e religioso per Petrarca. «Tutta la lirica del Petrarca è un sommesso colloquio del poeta con la propria anima».[11] La sua poesia ha un carattere psicologico, senza toni realistici o narrativi. Il tema dominante è il "dissidio interiore" che il poeta prova tra l'attrazione verso i piaceri terreni e l'amore per Laura, e la tensione spirituale verso Dio. Dall'idea di amore-peccato del primo sonetto ("in sul mio primo giovenile errore") il poeta giunge alla conclusione del Canzoniere con la canzone alla Vergine ("Vergine bella che di sol vestita"): è una palinodia religiosa che chiude l'opera secondo una parabola spirituale ascendente tipicamente medievale.

« Il Canzoniere si conclude con un testo di ispirazione religiosa e tono sublime, una delle canzoni più complesse dell'intera raccolta dal punto di vista metrico e retorico. La collocazione della poesia non rispecchia l'ordine reale di composizione, ma risponde all'esigenza di concludere in maniera esemplare la vicenda del poeta con il rifiuto delle tentazioni terrene e dell'amore per Laura.[12] »

A questo proposito il critico Gianfranco Contini ha definito il Canzoniere una «storia sacra di un amore profano». Sempre Contini, ha osservato come nell'ambito del Canzoniere il nome di Laura venga "sillabato" in ogni maniera: " aura", "lauro", "l'auro", ecc.[13] Frequenti sono i riferimenti biblici e spesso il verso petrarchesco ricalca passi della Bibbia, come nel sonetto LXXXI (Io son sì stanco) dove ad esempio il verso "O voi che travagliate, ecco 'l camino" riprende il Vangelo di Matteo (XI,28) e la terzina finale ("Qual grazia, qual amore o qual destino / mi darà penne in guisa di colomba / ch'io mi riposi e levimi da terra?") riprende il salmo LIV, 7.

Petrarca si sente smarrito tra realtà e sogno (Di pensier in pensier, di monte in monte), immerso nell'angosciosa solitudine (O cameretta che già fosti un porto), ricercatore di un isolamento dal mondo (Solo et pensoso), aspiratore ad una dimensione spirituale che però è difficile da conquistare (Padre del ciel, Movesi il vecchierel). Egli riconosce, già alla fine del primo sonetto, che frutto del suo seguire le vanità terrene sono la vergogna, il pentimento e il riconoscere che "quanto piace al mondo è breve sogno", riecheggiando così il biblico "vanitas vanitatum" ("vanità delle vanità") dell'Ecclesiaste (Qoelet 2).

Certi componimenti hanno il carattere di splendide preghiere, come i sonetti Padre del ciel (LXII), Tennemi Amor (CCCLXVI), Io vo piangendo (CCCLXV), la canzone alla Vergine (CCCLXVI). La canzone Chiare fresche e dolci acque (CXXVI) mostra un'anima tra l'angoscia della realtà e la dolce malinconia del sogno. Come in questa canzone e nel sonetto O cameretta che già fosti porto (CCXXXIV), la valle piena dei suoi lamenti e l'aria calda dei suoi sospiri ed il dolce sentiero (CCCI), l'usignolo (CCCXI), i dolci colli (CCCXX) ed il vago augelletto (CCCLIII) non rappresentano una natura esteriore ma creature di un mondo interiorizzato, vagheggiato nell'immaginazione, confidenti delle pene recondite del poeta che spesso si rifugia in un clima di sogno e di immaginazione. Nella seconda parte del Canzoniere vi sono sonetti notevoli e belli (CCLXXIX, CCLXXXII, CCLXXXV, CCCII) e la Canzone Quando il soave mio fido conforto in cui Laura, donna di vaga bellezza e trasfigurata spiritualmente, lo consola "nelle sue notti dolenti" e "sospira dolcemente e si adira" nel vederlo immerso nelle passioni terrene.

Il critico Umberto Bosco sottolinea che «l'amore è il mezzo di cui Petrarca si serve per concretare liricamente la complessità dei suoi sentimenti», un amore che trapassa dal sogno all'elegia in cui Laura è «una figura evanescente». Il poeta esprime la dolcezza del gaudio in sé ma anche un presagio di dissolvimento e di morte. La caducità è un altro motivo dominante nel Canzoniere ed in altre opere petrarchesche, dal «conoscere chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno» (sonetto proemiale del Canzoniere) al lamento di Magone morente nel poemetto l'Africa, e Laura «è il fantasma poetico nel quale liricamente si concreta, soprattutto, appunto, il senso dell'irrimediabile caducità». Quanto poi all'interiore dissidio del poeta, Bosco osserva che esso "non consiste dunque propriamente nel conflitto umano-divino, ma nel conflitto tra la religione e la ragione da una parte, che gli impongono la concezione di un Dio che comprenda tutto ma in cui tutto si annulli, e l'incoercibile forza del sogno dall'altra, che lo trascina a concepire un Dio riposo degli affanni e garante dell'eternità degli affetti umani".[14] Anche quando Laura è paragonata a un angelo o a una figura sovrumana, lo è in virtù di un'esperienza psicologica ed umana del poeta, non per un'esperienza religiosa o teologica. Laura è poi è soggetta al passare del tempo, a differenza della donna- angelo dei poeti dello stilnovo e della Beatrice dantesca, immerse in una dimensione di eternità.

Altri temi presenti nel Canzoniere sono la condanna della corruzione della curia papale ad Avignone (Fiamma dal ciel su le tue trecce piova, CXXXVI) e l'esaltazione delle virtù italiche nelle canzoni Spirto gentil e Italia mia. Nella prima Roma è portata ad esempio e modello di civiltà per i corrotti contemporanei, nella seconda i reggenti le Signorie italiane sono invitati a chiamare a raccolta il popolo, erede delle virtù romane ("Latin sangue gentil") contro i soldati mercenari germanici discendenti dai barbari sconfitti dai Romani ("Vertù contra furore / prenderà l'arme e fia il combatter corto: / ché l'antico valore / ne l'italici cor non è ancor morto").[15][16][17]

Lingua e stile

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La poesia di Petrarca si caratterizza per la grande cura stilistica. Il poeta ha infatti come obiettivo la perfezione formale, ricercando un linguaggio prezioso e l'armonia per quanto riguarda le strutture linguistiche, ritmiche e metriche. Per ottenerlo si impegna in un lavoro di revisione quasi ossessivo, intervenendo più volte sui suoi componimenti per tutto il corso della sua vita. Il risultato è una lingua pura, assoluta, stabile e incontaminata: è un toscano ideale, che attraverso un lavoro di riduzione punta all'uniformità e che si basa sulla ripetizione di alcune formule perfettamente equilibrate e armoniche. Il linguaggio afferma infatti una serie di valori saldi e sicuri, e si rivolge a un pubblico ristretto composto da persone colte, le uniche capaci di riconoscere quelle forme raffinate e quei valori.

Da ricordare il procedimento della pluralità, per il quale un oggetto o una parte del discorso vengono presentati da più termini paralleli o comunque legati, per lo più in numero di tre. Si pensi ad esempio al verso «Chiare, fresche et dolci acque», in cui le acque vengono appunto descritte attraverso tre aggettivi collegati tra loro. L'uso di queste strutture consente a Petrarca di creare diverse variazioni e combinazioni, e dona ai suoi versi il tipico ritmo cadenzato.

Dietro questa ricerca di misura, è tuttavia sempre possibile sentire l'ansia del poeta: lo sforzo di uniformazione non è un lavoro che dona pace, ma nasconde piuttosto tentennamenti e timori, di cui si possono sentire le tracce. Traspare, in altre parole, il rapporto tormentato del poeta con ciò che è effimero, e con esso tutta la dolcezza e la delicatezza per cui Petrarca è diventato uno degli autori più conosciuti e imitati nella storia della letteratura.[18]

I Trionfi in un'edizione del 1473

I Trionfi sono un poemetto in più canti a cui Petrarca lavora a partire dal 1354 fino al 1374. Rimasto incompiuta, ha però larga fortuna nel Quattrocento, girando sotto forma di manoscritti parziali. La sua prima edizione a stampa risale, insieme a quella del Canzoniere, al 1470.

È un'opera ambiziosa di carattere allegorico-didattico, che si propone di narrare l'itinerario che porta a Dio attraverso la passione amorosa. Da questo punto di vista il poeta ha come modello la Divina Commedia di Dante (come dimostra l'uso delle terzine) e l'Amorosa visione di Boccaccio (in cui l'ascensione è segnata da una serie di trionfi). L'esperienza amorosa diventa per Petrarca un riferimento per poi parlare della cultura, della storia e del destino dell'uomo. L'itinerario è un percorso di ascensione verso la verità assoluta, in cui l'elemento umano si annulla nell'eternità di Dio.

Petrarca immagina di assistere, insieme a un amico, al trionfo di Amore, a cui seguono quelli della Castità, della Morte, della Fama, dell'Eternità e della Divinità. Per farlo attraversa diversi paesi, incontrando vari personaggi e varie guide. Tuttavia dimostra di non avere la stessa capacità narrativa di Dante. Petrarca maneggia il genere del poemetto con una certa freddezza, mosso più che altro dalla volontà di cimentarsi con questo genere. Gli elementi che lo compongono non hanno carattere personale, e i passi più riusciti sono quelle che riprendono temi a lui congeniali e già trattati nel Canzoniere (la morte di Laura, la vanità della vita, il passare del tempo).[19][20]

L'eredità di Petrarca: il petrarchismo

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La poesia di Petrarca ebbe un'enorme influenza sulla letteratura italiana, e non solo. La sua opera fu infatti un modello di equilibrio, di raffinatezza e di perfetta misura stilistica per generazioni e generazioni di poeti, dentro e fuori dall'Italia. Questo si può spiegare con il fatto che Petrarca rappresenta uno spartiacque tra la cultura medievale e quella moderna: se da un lato conserva ancora alcuni elementi di una sensibilità medievale, dall'altro

« Le sue scoperte (o riscoperte) in merito all'instrospezione, alla natura, all'amore, all'individualità creatrice, all'antico, corrispondono ad altrettanti passaggi decisivi nella formazione di una nuova cultura italiana ed europea.[21] »

Petrarca recepì ed espresse le esigenze di novità dei suoi contemporanei, illuminando atteggiamenti ed elementi culturali ed estetici che erano diversi da quelli che avevano dominato fino ad allora. Mostrò tutte queste novità attraverso forme poetiche che si rivolgevano a un pubblico ampio; inoltre, la cura che metteva nelle sue composizioni le rendeva facilmente imitabili.

Il petrarchismo invade l'Europa del Quattrocento e del Cinquecento. In Italia dilaga soprattutto nel XVI secolo, resiste durante il Seicento e trova nuova linfa nel corso del Settecento, per essere definitivamente abbandonata solo alla metà dell'Ottocento con il Romanticismo. Non per questo scompare: è possibile riconoscere l'influenza di Petrarca anche in Leopardi, Carducci e in parte della lirica del Novecento.

  1. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 125-126.
  2. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 140-143.
  3. Marco Santagata, Introduzione a Francesco Petrarca, Canzoniere, a cura di Marco Santagata, Milano, Mondadori, 2004, pp. XXX-XXXI.
  4. Alberto Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana, vol. I. Le origini e il Rinascimento, Torino, Einaudi, 2009, pp. 254-255.
  5. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 143-144.
  6. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 151.
  7. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 153.
  8. Catullo, Liber I, 3-4: «Corneli, tibi: namque tu solebas / meas esse aliquid putare nugas».
  9. Alberto Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana, vol. I. Le origini e il Rinascimento, Torino, Einaudi, 2009, pp. 272-273.
  10. Alberto Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana, vol. I. Le origini e il Rinascimento, Torino, Einaudi, 2009, p. 274.
  11. Natalino Sapegno, Compendio di storia della letteratura italiana, vol. 1, Firenze, La Nuova Italia, 1947, p. 181.
  12. Alberto Dendi, Elisabetta Severina e Alessandra Aretini, Cultura letteraria italiana ed europea, vol. 1, Milano, Carlo Signorelli, 2005, p. 433.
  13. Gianfranco Contini, Preliminari sulla lingua del Petrarca, introduzione a Francesco Petrarca, Canzoniere, Torino, Einaudi, 1964.
  14. Umberto Bosco, Francesco Petrarca, in Letteratura italiana - I maggiori, Milano, Marzorati, 1956, pp. 127-140.
  15. Gianfranco Contini, Introduzione a Francesco Petrarca, Canzoniere, Torino, Einaudi, 1964.
  16. Mario Pazzaglia, Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, vol. 1, Bologna, Zanichelli, 1979.
  17. Aldo Giudice e Giovanni Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, vol. 1, Torino, Paravia, pp. 316-317.
  18. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 156-157.
  19. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 139.
  20. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 159-160.
  21. Alberto Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana, vol. I. Le origini e il Rinascimento, Torino, Einaudi, 2009, p. 293.

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