Storia della letteratura italiana/Lo stilnovo

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.

La corrente letteraria del dolce stil novo (o più semplicemente stilnovo) si sviluppa a Firenze negli anni ottanta del Duecento. Ne è considerato precursore il bolognese Guido Guinizzelli, ma la sua definizione si deve al fiorentino Guido Cavalcanti, amico di Dante. Tra i molti altri poeti stilnovisti si possono ricordare Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, Gianni Alfani. Il più vasto canzoniere stilnovista si deve però a Cino da Pistoia.

Caratteristiche[modifica]

Gli autori della nuova corrente intrattenevano stretti rapporti personali e artistici. Tuttavia sarebbe non si può considerare lo stilnovo come una scuola. Piuttosto si è trattato di un insieme di esperienze poetiche, tra loro diverse, che convergevano verso l'obiettivo di dare vita a una nuova poesia d'amore. Per questo prendono le distanze dalla precedente lirica siculo-toscana.[1] Rispetto alla tradizione, lo stilnovo conserva la devozione all'amata e la concezione dello sguardo come vettore della passione. Rifiuta però i bestiari, le immagini marinaresche e il concetto della ricompensa d'amore.

L'iniziatore del stilnovo è considerato Guinizzelli, coetaneo di Guittone d'Arezzo, ma la sua formulazione più articolata è avvenuta a Firenze negli anni ottanta del Duecento, a opera di Guido Cavalcanti, Dante e alcuni loro amici. Proprio a Dante si deve il nome di "dolce stil novo". Nel canto XXIV del Purgatorio, quando incontra nel girone dei golosi il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani, Dante pronuncia una dichiarazione di poetica:

« I' mi son un che quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando. »

A cui Bonagiunta risponde:

« "O frate, issa vegg'io" diss'egli "il nodo
che 'l notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!" »

Bonagiunta riconosce nelle parole di Dante la distanza rispetto alla sua poesia, a quella di Guittone e del siciliano Iacopo da Lentini ("'l notaro"). La novità consiste nella concezione precisa degli effetti che ha l'amore sull'anima dell'innamorato. Viene inoltre posta attenzione ad alcuni dibattiti morali, come quello sul rapporto tra amore e nobiltà.[2]

L'unico tema trattato dagli stilnovisti è quello amoroso, attorno al quale si sviluppa una concezione della nobiltà fondata sul cor gentil, l'animo gentile, l'unico in grado di vivere l'esperienza amorosa e di coltivare l'amor fino (comprendere e comporre le poesie d'amore). La poesia e l'amore sono i caratteri distintivi di un gruppo ristretto di persone, e il "dolce" lingua consente la comunicazione tra questi pochi privilegiati. Questi in particolare si riconoscono nel concepire l'esperienza amorosa come un valore assoluto. Si tratta quindi di un'elezione, che li porta ad allontanarsi dalle classi sociali a cui ciascuno degli autori appartiene.[2]

La donna viene idealizzata e smaterializzata, di lei non vengono fornite descrizioni fisiche, mentre è frequente l'immagine della donna-angelo, che col suo saluto taumaturgico risana gli animi di chi lo riceve; grande importanza è data infatti alla fenomenologia d'amore. La donna si presenta al poeta attraverso fuggevoli incontri in contesti cittadini. L'evento si situa in una dimensione corale: il poeta non è mai solo, ma insieme a un gruppo di amici che gli offrono il loro sostegno, mentre la donna è in compagnia di altre dame, tra le quali spicca per la sua bellezza.

Il poeta è sconvolto da questi incontri e la poesia registra accuratamente i processi fisici e psicologici che lo colpiscono. Questi sono provocati dal movimento di sostanze spirituali che, dotate di una loro autonomia, agiscono sull'animo umano. Possono inoltre lasciare l'individuo a cui appartengono e spostarsi verso un altro, per esempio verso la donna amata. La donna stilnovista, per altro, è sempre irraggiungibile e molto spesso è legata a un altro uomo. L'amore d'altra parte non ha come scopo il soddisfacimento di un desiderio, ma la continua tensione verso qualcosa che non si può raggiungere.[3]

Le opere stilnoviste, dirette a un pubblico ristretto e fondate perlopiù sulle strutture metriche della canzone, del sonetto e della ballata, sono caratterizzate da una sintassi lineare dal limitato ricorso ad artifici retorici. Viene inoltre usata la lingua cittadina colta, priva di espressioni plebee.

Guido Guinizzelli[modifica]

Pagina del Codice Banco Rari con la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore di Guido Guinizzelli

I primi esempi di questa nuova poesia si hanno a Bologna, nelle liriche di Guido Guinizzelli. Poche e incerte sono le notizie sulla sua vita. È nato a Bologna attorno al 1240 e ha avuto una formazione giuridica, filosofica e letteraria. La sua era una famiglia ghibellina schierata con la fazione dei Lambertazzi. Questo sarà la causa dell'esilio che colpirà il poeta e i suoi familiari nel 1274. Guinizzelli morirà due anni più tardi, nel 1276, a Monselice.

L'esordio poetico di Guinizzelli avviene nel solco della lirica di Guittone d'Arezzo. Ben presto però se ne distacca per uno stile nuovo, più dolce e ricco di tensione intellettuale. Nei suoi versi la donna manifesta il suo valore al poeta, illuminandolo e rendendolo immobile. La sua forza benefica si irradia all'esterno attraverso lo sguardo e il saluto: qui Guinizzelli propone la connessione tra le parole saluto e salute, che conoscerà grande fortuna nelle liriche di Dante.[3]

Tra i vertici della sua poesia c'è la canzone Al cor gentil rempaira sempre Amore, quasi un "manifesto" dello stilnovo, in cui è evidente la sua attenzione agli aspetti dottrinali e filosofici. Guinizzelli sostiene la stretta relazione tra Amore e gentilezza, Amore e cor gentil. L'amore autentico è riservato agli spiriti nobili ed elevati, predestinati a ciò non dalla discendenza familiare ma da influssi celesti. Solo i pochi dotati di particolari qualità dell'animo possono infatti raggiungere la gentilezza e l'amore.[4]

Guido Cavalcanti[modifica]

Anche su Guido Cavalcanti le notizie biografiche sono poche. Le fonti lo descrivono come una personalità altera e sprezzante del volgo, amico stretto di Dante e suo compagno sia nelle lotte politiche sia nell'esperienza poetica.

Nasce intorno al 1260 a Firenze in una nobile e ricca famiglia guelfa, e sposa la figlia del ghibellino Farinata degli Uberti. Si interessa fin da giovane di filosofia, e in particolare del pensiero di Averroè: per questi suoi studi viene accusato di essere miscredente e ateo. Nel 1293 è escluso da ogni carica pubblica. Partecipa però ai conflitti interni a Firenze, sostenendo i Bianchi. In questa scelta ha un peso la sua inimicizia con il capo dei Neri, Corso Donati, che secondo alcune testimonianze nel 1292 aveva inviato dei sicari a ucciderlo mentre compiva un pellegrinaggio a Compostela. Coinvolto in episodi violenti, Cavalcanti viene esiliato da Firenze il 24 giugno 1300. Il provvedimento è però revocato poco dopo: tornato in città, vi muore il successivo 29 agosto.[5]

Quella di Cavalcanti è una poesia melodica, dietro alla quale si cela un sapiente uso di tecniche retoriche. Il suo componimento più famoso è la canzone Donna me prega, per ch'eo voglio dire, un testo complesso in cui è possibile riconoscere elementi provenienti dalla filosofia di Averroè. Tema centrale è il modo in cui l'amore agisce sulle facoltà dell'anima umana. La bellezza della donna genera un'immagine intellettuale, la quale ha un'azione dirompente sulle anime sensitive: queste vanno incontro a una radicale scissione, con effetti fisici e psicologici che non possono essere controllati dall'anima razionale, e che vengono analizzati da Cavalcanti attraverso la poesia.[6]

Cavalcanti parte dall'idea che l'anima sia caratterizzata da una pluralità di facoltà, sulle quali agiscono diverse essenze. Il valore della donna è una forza che sembra provenire da una realtà altra rispetto a quella terrena, e che è in grado di sconvolgere il cuore del poeta. L'amore è così forte da costringerlo a cercare ciò che fa male, manifestandosi quindi come una forza assoluta e distruttiva. Da qui scaturisce la scissione: nelle sue poesie si affacciano svariate figure, fisiche e psichiche allo stesso tempo, che continuano a scindersi e ad aggregarsi. Anche l'immagine della donna si frantuma in immagini diverse, e viene addirittura sostituita da nuove figure incorporee oppure immagini femminili di livello più basso.[7]

Cino da Pistoia[modifica]

Cino da Pistoia

Nato nel 1270 e morto nel 1337, Cino da Pistoia è stato legato a Dante da un forte sentimento di amicizia e stima reciproca. Dopo gli studi come giurista a Bologna e forse Parigi, ha insegnato nelle università di Siena, Perugia e Napoli. Come Dante, inoltre, ha sostenuto il progetto di restaurare l'impero promosso da Arrigo VII.

Cino da Pistoia è l'autore del più vasto canzoniere stilnovista: comprende 165 poesie, a cui si aggiungono varie altre composizioni che però sono di dubbia attribuzione. La maggior parte dei suoi componimenti sono dedicati a Selvaggia. Influenzato dalle Rime di Dante, segue una poesia illustre ma equilibrata, pacata e priva di sorprese. Per questo motivo è possibile riconoscere in lui un tramite che collega lo stilnovismo a Petrarca.[8]

Note[modifica]

  1. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 78.
  2. 2,0 2,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 79.
  3. 3,0 3,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 80.
  4. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, pp. 80-81.
  5. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 81.
  6. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, pp. 81-82.
  7. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 82.
  8. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 83.

Altri progetti[modifica]