Storia della letteratura italiana/Teatro del Settecento
Nell'Italia del Seicento aveva avuto una grande importanza la commedia dell'arte, al punto che in gran parte d'Europa era stata identificata con il teatro italiano tout court. Nel Settecento, come si è già visto parlando dell'Arcadia e dei librettisti, si tentano nuove strade. Mentre Metastasio riforma il melodramma, Goldoni rinnova la commedia e rafforza il prestigio del teatro italiano sulla scena europea. Il maggiore tragediografo italiano di questo secolo è però Vittorio Alfieri, che influenza anche i poeti del secolo successivo.
Il teatro nell'Europa del Settecento
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Nel corso del Settecento il teatro si afferma sempre più come una forma d'arte dotata di una propria dignità culturale e sociale. E ciò avviene nonostante le polemiche di chi accusa il teatro di essere immorale, di non rispettare i principi religiosi e, in ultima analisi, di non essere una forma d'arte adatta per una società ordinata. Nel Settecento nascono le prime storie del teatro, come la Storia del teatro italiano (1728) e le Riflessioni storiche e critiche sui diversi teatri d’Europa (1738) di Luigi Riccoboni, a cui seguono altre opere simili sul teatro francese (François e Claude Parfaict), inglese (Thomas Betterton) e tedesco (Gotthold Lessing). Prende piede il giornalismo teatrale (articoli di spettacolo compaiono sul Mercure de France e il Daily Courant) e vengono fondate testate specializzate, come The Prompter (1734) e Theaterjournal (1753).[1]
L'Illuminismo razionalista propone invece un teatro fondato su valori laici e con un intento pedagogico. In questa prospettiva viene rivalutata la centralità del testo e vengono invece criticati certi eccessi dello spettacolo. Ne nasce un complesso dibattito, che accompagna le sperimentazioni e i vari programmi di riforma teatrale. Ne è un esempio il botta e risposta tra D’Alembert e Rousseau: il primo, nell'Encyclopédie (1757), critica la decisione della città di Ginevra di proibire gli spettacoli teatrali, mentre il secondo, nella Lettera sugli spettacoli (1758), nega l'utilità etica delle rappresentazioni e mette in dubbio la dottrina aristotelica della catarsi.[1]
In Germania, Gotthold Ephraim Lessing avvia un programma di riforma della tragedia: la sua Miss Sara Sampson (1755) è considerata il primo esempio di dramma borghese. Lessing è infatti convinto che il teatro abbia un valore etico e pratico, e sostiene la nascita di un teatro nazionale, che possa essere utile a fondare un'identità culturale tedesca. In campo teorico, invece, critica l'imitazione del classicismo francese e le teorizzazioni aristoteliche, mentre rivaluta il teatro shakespeariano. Le opere di Lessing si svolgono in un ambiente borghese e seguono il principio della verosimiglianza. I dialoghi sono brevi e rapidi, e non sono scritti in versi, ma in una prosa vivace.[2]

Le riflessioni di Lessing, raccolte nella Drammaturgia d’Amburgo (1767), sono influenzate anche dai Discorsi sulla poesia drammatica (1758) di Denis Diderot, che teorizzano un teatro che deve portare in scena la condizione reale degli uomini del suo tempo e fornire così dei modelli sociali.[3] Le teorie di Diderot segnano il teatro francese negli anni alla metà del secolo. Nell'ultima parte del Settecento, invece, le opere di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais (Il barbiere di Siviglia, Le nozze di Figaro), anticipano i temi che esploderono nella rivoluzione francese, come la critica ai benefici nobiliari, il contrasto tra le classi, la valutazione dell'intelligenza borghese.[4]
Nel teatro inglese, le commedie di costume dell'irlandese Richard Brinsley Sheridan si caratterizzano per la maestria con cui l'autore gestisce i personaggi e gli intrecci narrativi.[5] Oliver Goldsmith, invece, è autore di commedie vivaci, ispirate a modelli francesi, ricche di equivoci e colpi di scena.[6]
La commedia pregoldoniana
[modifica | modifica sorgente]Dopo un lungo secolo di commedia dell'arte, gli autori di drammi dell'inizio del Settecento si dedicano all'analisi delle forme teatrali e alla fondazione di una nuova drammaturgia. Per la commedia il rapporto con il teatro dell'arte è subito conflittuale, poiché in tutta Europa la commedia delle maschere è considerata la "commedia italiana", con i pregi ma anche i difetti di una drammaturgia quasi assente e la poca cura dei testi rappresentati, quasi mai pubblicati. Inoltre il confronto con la commedia del resto d'Europa penalizza molto il teatro italiano.
Nella prima metà del Settecento, in Italia molti autori di commedie si allontano dai modelli spagnoli diffusi nel Seicento, per richiamarsi sia alla commedia rinascimentale sia alle opere di Molière. Questo fenomeno avviene sia a Napoli (dove si assiste a una reazione anti-secentista) sia in Toscana,[7] con le opere del fiorentino Giovan Battista Fagiuoli (Firenze, 24 giugno 1660 – Firenze, 12 luglio 1742) e dei senesi Girolamo Gigli (Siena, 14 ottobre 1660 – Roma, 4 gennaio 1722) e Iacopo Angelo Nelli (Siena, 1673 – 1767).[8]

Tra questi, il più interessante è Girolamo Gigli, personalità inquieta e polemica, animato da una comicità spregiudicata e da un acceso risentimento verso la società dell'epoca, accusata di essere bigotta e ipocrita. La sua opera più famosa è il Don Pilone (1707), che si basa sul modello del Tartufo di Molière e deforma il personaggio teatrale dell'ipocrita.[8] Anche nella altre sue commedie si appoggia su testi di altri autori (soprattutto Molière), ma vi innesta scene prese dalla vita quotidiana e vi aggiunge le sue impressioni, anticipando alcuni aspetti della riforma di Goldoni. Gigli è stato anche autore di un Dizionario cateriniano, in cui polemizza con l'Accademia della Crusca (vedi il modulo Questione della lingua nell'Ottocento), e un Gazzettino del bel mondo, raccolta di finti avvisi e notiziari, scritti per satireggiare i gesuiti, gli arcadi e in generale la società del tempo.[9]
Molto varie sono anche le fonti di ispirazioni di Iacopo Nelli, che spaziano da Plauto alla commedia rinascimentale, dalla novellistica italiana a Molière. Tuttavia, nelle sue opere non dimostra la verve e la vivacità di Gigli.[10]
Nell'Italia del Settecento si diffonde inoltre alla restaurazione di un gusto classicheggiante. Ne è un esempio Scipione Maffei (Verona, 1º giugno 1675 – Verona, 11 febbraio 1755), che nella sua commedia Le cerimonie (1728) irride il gusto spagnoleggiante del Seicento. Nel Raguet (1747), invece, deride la moda dei francesismi. Contro Maffei, Pier Jacopo Martello (Bologna, 28 aprile 1665 – Bologna, 10 maggio 1727) scrive Il Femia sentenziato, una commedia in endecasillabi (apprezzata anche da Parini) che rimane però su un piano squisitamente letterario, senza mai entrare nel vivo della società contemporanea.[11]
La tragedia
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Se per la commedia la situazione italiana è oscurata dalla ormai centenaria tradizione della commedia dell'arte, per la tragedia la situazione è peggiore. In Italia non era mai esistita una forte tradizione tragica alla quale ricondursi: nel Cinquecento c'erano stati Trissino, Guarini e un Tasso decisamente minore rispetto a quello della Gerusalemme liberata. In compenso esiste un ampio patrimonio tragico all'interno del melodramma, ma che non risponde alle esigenze di coloro che ammirano il Grand Siècle francese di Corneille e Racine.
Il proposito è di introdurre in Italia una tragedia «regolare», lontano dal modello shakespeariano, giudicato eccessivo e barbaro, ma anche dal barocco. I riferimenti, in questo caso, sono piuttosto la tragedia cinquecentesca e il teatro francese. Il dibattito e molto ampio, e ci sono varie sperimentazioni. Per esempio, vengono proposte variazioni ai precetti aristotelici e ai modelli francesi, ma da parte del mondo cattolico arriva anche la richiesta di un teatro senza donne.[12]
L'erudito e teorico del teatro tragico Gian Vincenzo Gravina, già maestro di Metastasio, tenta una via italiana alla tragedia che rispetti le unità aristoteliche ma le sue tragedie sono fredde e poco adatte alla rappresentazione. Sulla spinta di Gravina si afferma però uno dei migliori tragediografi italiani del Settecento prima di Alfieri: Scipione Maffei scrive Merope (1713), la tragedia italiana più rappresentativa di inizio secolo.
Le riforme del teatro
[modifica | modifica sorgente]Il teatro italiano riprende un ruolo di primo piano all'interno del panorama europeo, nel melodramma con Metastasio (di cui si è già parlato) e nella commedia con Goldoni. Metastasio ridà spessore al libretto, purificando il linguaggio poetico e migliorando la caratterizzazione dei personaggi, al punto da divenire il librettista più ricercato fra i musicisti europei. Goldoni, come vedremo, è invece un riformatore e uno sperimentatore, che spazia dalla commedia di carattere a quella di ambiente, dalla drammaturgia borghese a quella popolare, dalla commedia dialettale esaustiva alla rappresentazione della realtà veneziana focalizzata nelle contraddizioni sociali, politiche e economiche.[13]
Note
[modifica | modifica sorgente]- ↑ 1,0 1,1 Claudio Longhi, La civiltà teatrale: alle origini del teatro moderno, in Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2014.
- ↑ Lessing: Il drammaturgo, su Sapere.it. URL consultato il 22 febbraio 2026.
- ↑ Diderot, Denis, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Beaumarchais, Pierre-Augustin Caron de, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Richard Brinsley Sheridan, su Britannica. URL consultato il 22 febbraio 2026.
- ↑ Goldsmith, Oliver, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 459.
- ↑ 8,0 8,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 463.
- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 459-460.
- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 460.
- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 460-461.
- ↑ Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 461.
- ↑ Giovanni Antonucci, Storia del teatro italiano, Roma, Newton Compton, 1996, pp. 49-56.