Storia della letteratura italiana/Torquato Tasso
Torquato Tasso vive le contraddizioni e il disagio per la crisi che attraversa l'Italia nella seconda metà del Cinquecento. Con la sua opera maggiore, la Gerusalemme liberata, cerca di porsi come modello del perfetto poeta cristiano, attento a seguire rigidamente sia la morale controriformista sia i precetti della poetica aristotelica. In questo prende le distanze da Ariosto e dal suo Orlando furioso, che rimane comunque un punto di riferimento per il suo poema.
La vita
[modifica | modifica sorgente]La giovinezza e la formazione
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Torquato Tasso nasce a Sorrento l'11 marzo 1544, secondogenito di Bernardo Tasso, letterato e cortigiano nato a Venezia ma di antica nobiltà bergamasca, al servizio del principe di Salerno Ferrante Sanseverino,[1] e di Porzia de' Rossi, nobildonna napoletana.[2] La sorella maggiore Cornelia era nata nel 1537.
All'età di sei anni Torquato è in Sicilia, quindi dalla fine del 1550 è con la famiglia a Napoli, dove riceve una solida educazione cattolica. A dieci anni segue il padre a Roma, mentre la madre è costretta a rimanere a Napoli perché i suoi fratelli «rifiutavano di sborsarle la dote».[3] Nella città pontificia Bernardo educa privatamente il figlio, ed entrambi subiscono un grave trauma quando nel febbraio 1556 vengono a sapere della morte di Porzia, probabilmente avvelenata dai fratelli per motivi d'interesse.[1] Quando scoppia un dissidio tra Filippo II di Spagna e papa Paolo IV, e gli spagnoli sembrano sul punto di attaccare Roma, Bernardo manda Torquato a Bergamo presso alcuni parenti e si rifugia alla corte urbinate di Guidobaldo II della Rovere, dove il figlio lo raggiunge pochi mesi dopo.[4]
Bernardo si sposta a Venezia, capitale dell'editoria, per seguire la pubblicazione del suo Amadigi, un poema che riprende il ciclo carolingio. Sembra che proprio a Venezia, non ancora sedicenne, Torquato abbia cominciato il Rinaldo e un poema sulla prima crociata (il Gierusalemme, primo tentativo di quello che sarà la Gerusalemme liberata).[5] Nel 1560 Torquato si iscrive per volere paterno alla facoltà di legge dello Studio di Padova. Tuttavia non ama la giurisprudenza, così, dopo il primo anno, ottiene il consenso per frequentare i corsi di filosofia ed eloquenza con illustri professori tra cui Carlo Sigonio, che lo avvicina allo studio della Poetica aristotelica.
In quest'epoca Tasso vive anche il primo innamoramento. Alla corte del cardinale Luigi d'Este, Torquato conosce Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora d'Este, sorella di Luigi.[6] Tasso le dedica rime petrarcheggianti, ma le sue speranze sono presto deluse, poiché scopre che la ragazza è già promessa sposa.[7] Intanto, emerge il talento del giovane e nel 1561-1562 gli sono commissionate delle poesie per funerali. Più notevole è il Rinaldo, composto in soli dieci mesi e dedicato a Luigi d'Este. Il poema epico cavalleresco,[1] incentrato sulle avventure del cugino di Orlando, è stampato a Venezia nel 1562 e contribuisce a diffondere la fama dell'autore.[8]
Intanto, nel 1561 il padre lo mette al servizio del nobile Annibale di Capua, e il duca d'Urbino gli procura una borsa di studio continuare i corsi universitari a Padova.[9] Tasso prosegue poi gli studi all'Università di Bologna, finché, nel 1564, è accusato di essere l'autore di un testo satirico contro alcuni studenti e professori dello Studio. Espulso e privato della borsa di studio, ritorna a Padova, ospite di Scipione Gonzaga, dove è appena stata istituita l'Accademia degli Eterei, i cui membri mirano alla perfezione della forma. Tasso vi entra assumendo il nome di Pentito e leggendovi molti componimenti, tra cui quelli scritti per Lucrezia Bendidio e per una donna che la critica ha per lungo tempo identificato in Laura Peperara. I due canzonieri amorosi confluiranno in parte tra le Rime degli Accademici Eterei, stampate a Padova nel 1567, assieme ad alcune che scriverà nel primo anno ferrarese.[10]
Alla corte di Ferrara
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Nel 1565 arriva a Ferrara, al servizio del cardinale Luigi d'Este, fratello del duca Alfonso II, mentre dal 1572 è al servizio del duca stesso. I primi dieci anni ferraresi sono il periodo più felice della vita di Tasso, che viene apprezzato per le sue doti poetiche e per l'eleganza mondana. Il cardinale gli lascia la possibilità di dedicarsi solo alla poesia.[11] La ricchezza culturale della corte estense costituisce per lui un importante stimolo: conosce Battista Guarini e altri intellettuali. In questo periodo riprende il poema sulla prima crociata e gli dà il titolo di Gottifredo.
Nel 1570 parte per la Francia al seguito del cardinale. Di ritorno a Ferrara nel 1571 decide di lasciare Luigi e raggiunge a Roma il cardinale Ippolito II d'Este. Nuovamente deluso, risale la penisola per entrare, nel 1572, al servizio di Alfonso II, duca di Ferrara.[12] Si dà anche al teatro e scrive l'Aminta, favola pastorale che rientra nei gusti delle corti cinquecentesche, che riscuote un grande successo. Nel 1573 Tasso comincia a scrivere una tragedia, Galealto re di Norvegia, ma la abbandona all'inizio del secondo atto, salvo rimettervi mano molto più tardi per trasformarla nel Re Torrismondo.[13]
L'impegno principale rimane il poema epico, ancora senza titolo, che viene completato ufficialmente nel 1575. Per Tasso però è un periodo di nevrosi, ed è terrorizzato all'idea che il suo lavoro non sia gradito all'Inquisizione. Sottopone il testo al giudizio di cinque autorevoli personaggi romani, dei quali tuttavia respinge alcune osservazioni. Nel 1576 scrive Allegoria, con cui rivisita tutto il poema in chiave allegorica per emanciparsi dalle possibili accuse di immoralità. Tuttavia gli scrupoli di carattere religioso assumono la forma di vere e proprie manie di persecuzione. Per mettere alla prova la propria ortodossia si sottopone spontaneamente al giudizio dell'Inquisizione di Ferrara, ricevendo nel 1575 e nel 1577 due sentenze di assoluzione.[14]
Nel 1577 Tasso si autoaccusa presso l'Inquisizione ferrarese e attacca influenti personaggi di corte. Si cerca allora di far desistere il poeta dall'intenzione di confermare le sue affermazioni negli interrogatori successivi, ma nonostante le pressioni e le punizioni corporali si presenta altre due volte davanti all'inquisitore.[15] Siccome vuole recarsi a deporre presso il Tribunale romano, per timore che questo metta a rischio i rapporti tra gli Este e la Chiesa, Alfonso mette il poeta sotto sorveglianza, e Tasso, ritenendosi spiato da un servo, gli scaglia contro un coltello.[16]

Imprigionato, dopo varie suppliche rimaste inascoltate, decide di fuggire e, travestito da contadino, nel luglio 1577 scappa e raggiunge la sorella a Sorrento, dove rimane fino all'aprile 1578, quando ritorna a Ferrara. Dopo tre mesi è di nuovo in fuga: Mantova, Padova, Venezia, Torino.[17] A febbraio 1579 è nuovamente a Ferrara, ma la situazione degenera: il duca Alfonso II lo rinchiude nell'ospedale Sant'Anna, dove rimane per sette anni. Qui, alle manie di persecuzione, si aggiungono tendenze autopunitive.
La reclusione non gli impedisce di scrivere. Inoltre vengono pubblicate, senza il suo consenso, due edizioni del poema: il titolo di Gerusalemme liberata è scelto dal curatore delle ultime versioni, Angelo Ingegneri, senza l'avallo dell'autore. L'opera ha grande successo e siccome le stampe presentano delle imperfezioni, diventa necessario approntare la versione migliore possibile. Così, seppur riluttante, Tasso dà il proprio consenso a Febo Bonnà, che pubblica la Gerusalemme liberata il 24 giugno 1581 a Ferrara.[18]
All'amarezza per le pubblicazioni segue la polemica con la neonata Accademia della Crusca. La sua origine va ricercata nel dialogo Il Carrafa, o vero della epica poesia (1584) del poeta capuano Camillo Pellegrino, che esalta Tasso e la sua opera, in quanto fautore di una poesia etica e fedele ai dettami aristotelici, mentre condanna Ariosto per la leggerezza, l'invenzione spicciola e l'eccessiva dispersione che si possono riscontrare nell'Orlando Furioso.[19] La polemica tra ariosteschi e tasseschi proseguirà a lungo, fino al secolo successivo.
Gli ultimi anni
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Nel 1586 finisce la prigionia: affidato a Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova e di Monferrato,[20] non tornerà più a Ferrara. A Mantova, Tasso riprende il Galealto re di Norvegia e lo trasforma nel Re Torrismondo; dà alle stampe la tragedia a Bergamo, dove ritrova amici e parenti.[21] Nel 1587, va a Bologna e a Roma senza chiedere al Gonzaga l'autorizzazione. Il poeta è ormai disilluso; tuttavia, in preda al bisogno materiale, scrive versi encomiastici per Scipione Gonzaga, divenuto cardinale, senza ottenere alcunché.[22]
Nell'aprile 1588 Tasso si sposta a Napoli, intenzionato a risolvere a proprio favore le cause contro i parenti per recuperare la dote paterna e quella materna. Anche questo periodo napoletano si rivela però problematico, a causa delle precarie condizioni di salute e delle ristrettezze economiche, a cui si aggiungono anche nuove polemiche letterarie e religiose sulla Gerusalemme liberata. A dicembre è di nuovo a Roma, dove viene ospitato da Scipione Gonzaga.[23]
Gli ultimi anni di Tasso non conoscono pace: tornato a Napoli, le sofferenze psichiche lo costringono a farsi ricoverare nell'ospedale dei Pazzarelli. A febbraio ritorna presso Scipione Gonzaga. Tornato a Mantova nel 1591, accolto con tutti gli onori, può dedicarsi totalmente al lavoro letterario, e in particolare alla revisione del poema. Raccoglie inoltre le Rime in quattro volumi.[24] Poco dopo ridiscende la penisola, raggiungendo prima Roma e poi Napoli.[25] Gli ultimi tre anni di vita risiede prevalentemente a Roma: nel 1592 l'elezione di papa Clemente VIII lo fa tornare nella città. La produzione letteraria è ormai consacrata agli argomenti sacri: compone i Discorsi del poema eroico e altri Dialoghi, carmi latini e rime religiose. Addolorato per la morte di Scipione Gonzaga, gli dedica Le lagrime di Maria Vergine e Le lagrime di Gesù Cristo.[26] Intanto ha finito di rivedere il poema, e nel 1593 vede la luce la Gerusalemme conquistata.
Esistono chiare testimonianze che ci fosse l'intenzione di incoronare Tasso in Campidoglio. La salute tuttavia si aggrava. Ritorna a Napoli, dove conclude in proprio favore la questione legata all'eredità materna, e alloggia al monastero benedettino di san Severino, sempre più votato alla vita monastica. Alla fine dell'anno ritorna a Roma. L'infermità gli rende ormai impossibile scrivere, si fa forte il desiderio della «fuga dal mondo».[27] Il 1º aprile 1595 entra al monastero di Sant'Onofrio, sul Gianicolo; il 25 aprile Torquato Tasso muore all'età di 51 anni.
Rinaldo
[modifica | modifica sorgente]Come si è visto, all'età di diciotto anni Tasso sceglie di orientarsi verso il romanzo cavalleresco e nel 1562 pubblica il Rinaldo, in 12 canti (circa 8000 versi), che narra la giovinezza del paladino di Carlo Magno, cugino di Orlando. I modelli di riferimento sono dichiarati dal poeta fin dalla prefazione, e comprendono sia gli "antichi" (Omero e Virgilio) sia i "moderni" (Ariosto). A differenza del Furioso, il Rinaldo però si concentra su un unico protagonista, secondo le esigenze di unità proposte dall'aristotelismo. Manca inoltre l'ironia giocosa che caratterizzava il poema di Ariosto. In generale, si tratta di un'opera giovanile, ancora priva di originalità, ma compaiono già alcuni temi e toni fondamentali che caratterizzeranno il Tasso maturo.[28]
Rime
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Torquato Tasso compone molte poesie liriche durante tutta la sua vita. Le prime sono pubblicate nel 1567 col titolo di Rime degli Accademici Eterei. Nel 1581 escono Rime e prose. Tasso lavora fino al 1593 a un riordino complessivo dei testi, distinguendo le rime amorose (Prima parte delle Rime, 1591) e le rime encomiastiche (Seconda parte delle Rime, 1593). Prevede poi una terza sezione, dedicata alle rime religiose, e una quarta di rime per musica, ma questi due volumi sono destinati a rimanere solo un progetto.[28]
Nelle rime amorose è ben riconoscibile l'influenza di Petrarca e della vasta produzione petrarchistica del Quattrocento e Cinquecento. Contemporaneamente, però, il gusto per le preziosità linguistiche e l'intensa sensualità rivelano l'evoluzione verso un linguaggio nuovo che maturerà nel Seicento. L'uso frequente di forme metriche poco usate dai poeti precedenti, come il madrigale, e la raffinata musicalità dei versi fanno sì che molti componimenti siano musicati da grandi autori come Claudio Monteverdi e Gesualdo da Venosa.
Più solenni e classicheggianti sono le rime encomiastiche, dedicate alle figure e alle famiglie signorili che hanno avuto rilievo nella vita del poeta. Per la loro creazione si ispira a Pindaro, Orazio e a monsignor Della Casa. Fra tutte, la più famosa è la Canzone al Metauro, intessuta di elementi autobiografici.
Le rime religiose sono caratterizzate dal tono cupo e plumbeo, forse dovuto al fatto che sono state scritte negli ultimi anni di vita del poeta. Rispecchiano il gusto delle civiltà controriformistica per il lusso e l'ornamento, ma più che da sentimenti religiosi sono ispirati dalle esperienze autobiografiche dell'autore.[29]
Le opere drammatiche
[modifica | modifica sorgente]Aminta
[modifica | modifica sorgente]Per leggere su Wikisource il testo originale, vedi Aminta
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L'Aminta è una favola pastorale composta nel 1573 e pubblicata nel 1580 circa. Ha un prologo, 5 atti, un coro. È stata rappresentata per la prima volta nei giardini dell'isoletta di Belvedere nel 1573.

Il gioco convenzionale della morte degli amanti sfiora la tragedia, ma questa viene allontana dal lieto fine. Le vicende principali su cui si basa questa esile trama non avvengono sulla scena, ma vengono di volta in volta raccontati dai personaggi, in un susseguirsi di colpi di scena e di sorprese.
Il mondo dei pastori diventa uno specchio del mondo cortigiano e della sua vita elegante: nasce così un modello destinato a durare fino a tutto il Settecento. Due sono le direzioni in cui si muove il poeta: la vita semplice dei pastori, che rappresenta un'evasione dalla vita mondana, e gli elementi edonistici tipici della corte. La spontaneità della vita agreste si unisce alle raffinatezze letterarie tipiche della realtà cortigiana. Gli spettatori guardano con compiacenza gli amori dei due innocenti protagonisti, e i cori che chiudono ciascun atto invitano il pubblico a immedesimarsi con i personaggi sulla scena. Lo stile è semplice ma allo stesso tempo manierato. I dialoghi e le effusioni amorose scorrono rapidamente, ma sono comunque ricche di artifici, richiami interni e giochi concettosi.[30]
Re Torrismondo
[modifica | modifica sorgente]Intorno al 1573-1574, spinto dall'entusiasmo per il successo dell'Aminta Tasso incomincia una tragedia, Galealto re di Norvegia, che però interrompe alla seconda scena del secondo atto. Il poeta la riprende e la completa a Mantova, subito dopo la liberazione dall'ospedale di Sant'Anna, cambiando però il nome del protagonista e il titolo, che diventa Re Torrismondo. L'ambientazione è nordica e sono frequenti le immagini di distese boschive. Tasso mostra la sua forte curiosità per le leggende nordiche, e in particolare è influenzato dalla lettura dell'Historia de gentibus septentrionalibus di Olao Magno.
L'editio princeps è quella bergamasca del 1587; seguono a ruota le edizioni di Mantova, Ferrara, Venezia e Torino, ma poi c'è un lungo silenzio. L'opera è rappresentata per la prima volta soltanto nel 1618 al Teatro Olimpico di Vicenza.
Il Re Torrismondo è molto importante perché anticipa le tragedie barocche, nelle quali si riprendono alcune caratteristiche fondamentali delle tragedie di Seneca, la meditatio mortis e il gusto dell'orrido. Ciò che però caratterizza le tragedie di Tasso è il conflitto intimo che dilania l'animo dei personaggi: l'uomo si sente intrappolato dal fato, poiché impossibilitato ad agire, a modificare il corso degli eventi ormai già predisposti.
Tuttavia, la critica non si è espressa positivamente sull'opera: Solerti e D'Ovidio si sono mostrati ostili verso il Torrismondo,[31][32] e severo si è dimostrato anche Umberto Renda, che alla tragedia ha dedicato una monografia.[33] Ancora più duro il giudizio di Eugenio Donadoni, che arriva a parlare di «opera di un ex-poeta, non più di un poeta»,[34] e nemmeno Giosuè Carducci, pur apprezzando lo sforzo di unire elementi pagani e religiosi, classici ed esotici, ha ritenuto il dramma degno dell'ingegno tassesco.[35] Solo Luigi Tonelli, nel 1935, ha fatto presente che superava pur sempre «la maggior parte delle tragedie cinquecentesche e rivaleggiava con le migliori del tempo».[36]
La Gerusalemme liberata
[modifica | modifica sorgente]Per leggere su Wikisource il testo originale, vedi Gerusalemme liberata
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La Gerusalemme liberata è il capolavoro di Tasso. Già nel 1559, durante un soggiorno a Venezia, il poeta quindicenne inizia a scrivere un poema sulla prima crociata, noto come il Gierusalemme, di cui compone 116 ottave tra il 1559 e il 1561. Ben presto però abbandona l'impresa, che si rivela superiore alle sue forze. Vi ritorna dopo l'arrivo a Ferrara, lavorandovi tra il 1565 e il 1566. In questa fase il poema ha come titolo provvisorio Gottifredo, dal nome del protagonista Goffredo di Buglione. Il lavoro si interrompe di nuovo per poi essere ripreso nel 1570. Nell'aprile del 1575 l'opera e conclusa e può essere lettera alla presenza del duca Alfonso.
La vicenda editoriale del poema è da subito complessa. Mentre Tasso è rinchiuso a Sant'Anna alcune copie manoscritte iniziano a circolare e nel 1580 esce un'edizione non autorizzata, intitolata Gottifredo, che contiene solo i primi quattordici canti. Tasso è quindi costretto a dare alle stampe la versione definitiva, che viene pubblicata nel 1581 con il titolo di Gerusalemme liberata. Una seconda edizione vede la luce nel 1585, con alcuni tagli e censure voluti dall'autore e dal curatore, Scipione Gonzaga. Quest'ultimo testo ha conosciuto da subito particolare fortuna, tanto da essere più volte ristampato. Le edizioni critiche moderne, tuttavia, riproducono l'edizione del 1581.[37]
Argomento e struttura
[modifica | modifica sorgente]La Gerusalemme liberata si compone di 20 canti. Tasso segue scrupolosamente i modelli dell'epica classica, cercando di evitare la tendenza, tipica dei poemi cavallereschi, di espandere in maniera illimitata la storia. Tuttavia, per evitare di scadere nella monotonia, dà alla narrazione una piega drammatica, riprendendo l'organizzazione della tragedia prevista da Aristotele in introduzione, perturbazione, rivolgimento e fine.[38]
La poetica: Discorsi dell'arte poetica
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Attorno alla metà degli anni sessanta Tasso scrive i quattro libri dei Discorsi dell'arte poetica ed in particolare sopra il poema eroico, letti all'Accademia Ferrarese e pubblicati molto più tardi, nel 1587. Il testo fornisce una chiara visione della concezione tassesca del poema eroico, piuttosto distante da quella ariostesca, che dava la prevalenza all'invenzione e all'intrattenimento del pubblico.
Perché possa essere giudicato di buon livello, il poema deve basarsi su un evento storico, da rielaborare in modo inedito. Infatti, «la novità del poema non consiste principalmente in questo, cioè che la materia sia finta, e non più udita; ma consiste nella novità del nodo e dello scioglimento della favola».[39]
Al verosimile deve essere unito il meraviglioso, e Tasso trova l'unione perfetta di queste due componenti nella religione cristiana.[40] Intiera, l'opera deve essere una, ossia prevedere l'unità d'azione, ma senza schemi rigidi: ci può essere largo spazio per la varietà, e per la creazione di numerosi racconti nel racconto, e in questo senso la Gerusalemme liberata costituisce una piena realizzazione delle idee dell'autore. Lo stile, infine, deve adeguarsi alla materia, e variare tra il sublime e il mediocre a seconda dei casi.
L'ideologia
[modifica | modifica sorgente]L'intero racconto della Gerusalemme liberata è fondato sull'opposizione tra bene e male, Cielo e Terra, che trova corrispondenze a vari livelli:[41]
- sul piano ultraterreno, Dio è opposto a Satana;
- sul piano storico, i cristiani sono opposti ai musulmani;
- sul piano interiore, le capacità razionali sono opposte alle passioni terrene.
D'altra parte bisogna ricordare che Tasso vive in un periodo storico di crisi, in cui tramonta la civiltà rinascimentale per lasciare spazio a una nuova. In questo senso, l'autore della Gerusalemme liberata avverte in modo più acuto il senso di disagio dovuto alla crisi. Questo però si accompagna sempre a una cieca fiducia nelle capacità conoscitive della letteratura.[42]
Stile e tecniche narrative
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Nello scrivere il suo poema Tasso si propone di seguire fedelmente i princìpi aristotelici e di fornire allo stesso tempo un'opera che venga incontro ai gusti del pubblico. Anzitutto, diversamente da Ariosto, sceglie di limitare la libertà di azione del narratore nella storia. Il poema è organizzato in modo che gli eventi siano da sé evidenti, che si presentino da soli al lettore, senza che sia necessario un intervento del narratore. Per la scansione temporale del racconto diventano invece fondamentali l'alternarsi del giorno e della notte. Il narratore tuttavia non è completamente assente dalla narrazione. Agisce piuttosto sottotraccia, partecipa agli eventi da spettatore, conduce il lettore nelle pieghe della psicologia dei personaggi e suggerisce i sentimenti e l'intonazione.[43]
Per tenere viva l'attenzione del lettore, Tasso procede inoltre con una progressiva messa a fuoco degli eventi narrati. Dapprima fornisce al lettore solo alcuni elementi sfocati, concentrandosi però sulla connotazione emotiva dei personaggi. In un secondo momento illumina le origini di questi sentimenti attraverso racconti retrospettivi. Altra tecnica molto utilizzata è quella che Tasso stesso chiama evidenza, che consiste nel descrivere un oggetto con una tale forza da coinvolgere il lettore e farlo sentire parte della narrazione.[44]
Per quanto riguarda la lingua, Tasso si propone di utilizzare uno stile magnifico, lontano dalla lingua cristallina usata da Ariosto. Ricorre per lo più a un lessico alto, ricercato e raffinato, ricco di arcaismi e latinismi. Innovativo è invece il suo uso della sintassi, dove modifica l'ordine degli elementi del discorso attraverso inversioni e dislocazioni. Tasso dimostra così di avere principalmente due maestri di stile: da un lato Virgilio e dall'altro monsignor Della Casa, di cui aveva studiato e ammirato l'opera.[45]
La Gerusalemme conquistata
[modifica | modifica sorgente]La pubblicazione della Gerusalemme liberata apre un periodo di particolare sofferenza per Tasso, perennemente insoddisfatto per il risultato del suo lavoro e preoccupato che non sia adeguato al clima religioso diffuso con la Controriforma. Inizia così una travagliata fase di revisione, che si conclude nel 1593 con la pubblicazione, a Roma, della Gerusalemme conquistata. Oltre al titolo, viene modificata anche la struttura del poema (da 20 si passa a 24 canti, come nei poemi omerici) e il testo viene conformato rigidamente ai princìpi aristotelici, tanto che alcuni episodi vengono completamente espunti per non mettere a rischio l'unità del poema. Anche il tono diventa più solenne, scompaiono le sfumature e i toni musicali, mentre è dominante il moralismo controriformista.
Tasso, soddisfatto del suo lavoro, pensa di aver raggiunto un perfetto equilibrio tra poesia e teoria poetica. In realtà la Gerusalemme conquistata, nella sua estrema coerenza interna, risulta un'opera arida; proprio per questo la sua fortuna è stata scarsissima, e la Gerusalemme liberata ha continuato a circolare.[46]
Le ultime opere
[modifica | modifica sorgente]Nell'ultima fase della sua vita Tasso scrive opere dedicate per la maggior parte ai personaggi che lo hanno ospitato e offerto protezione. Un esempio è Il Monte Oliveto, scritto nel 1588 per i frati olivetani del convento di Napoli che lo ospitano. Il poeta esalta la solitudine monastica, che garantisce una vita ordinata.
Più ambiziose sono le Le sette giornate del mondo creato. È un poema in endecasillabi sciolti, composto tra il 1592 e il 1594, accanto ad altre opere di contenuto religioso di impronta chiaramente controriformistica, come per esempio Le lacrime di Maria Vergine e Le lacrime di Gesù Cristo (entrambi del 1593). Il poema è pubblicato postumo nel 1607. Si fonda sul racconto biblico della creazione ed è suddiviso in sette parti, corrispondenti come dice il titolo ai sette giorni nei quali, nella Genesi, Dio crea il mondo e presenta una continua esaltazione della grandezza divina della quale la realtà terrena è solo un pallido riflesso.[47]
Note
[modifica | modifica sorgente]- ↑ 1,0 1,1 1,2 Guido Armellini e Adriano Colombo, Torquato Tasso - L'uomo, in Letteratura italiana - Guida storica: Dal Duecento al Cinquecento, Zanichelli, 2009 [2000], p. 175, ISBN 88-08-19732-8.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 40.
- ↑ Giulio Natali, Torquato Tasso, Roma, 1943, pp. 13-14.
- ↑ Giulio Natali, Torquato Tasso, Roma, 1943, pp. 14-16.
- ↑ Angelo Solerti, Vita di Torquato Tasso, vol. I, Torino, 1895, pp. 51-52.
- ↑ Romano Luperini, Pietro Cataldi e Lidia Marchiani, La scrittura e l'interpretazione, vol. 3, Palermo, Palumbo, 1997, p. 96.
- ↑ Giulio Natali, Torquato Tasso, Roma, 1943, pp. 21-22.
- ↑ Giulio Natali, Torquato Tasso, Roma, 1943, p. 20.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 68.
- ↑ Walter Moretti, Torquato Tasso, Roma-Bari, Laterza, 1981, p. 10.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, pp. 72-73.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 89.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, pp. 99-100.
- ↑ Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, Il sistema letterario, 2/A, Milano, Principato, 1996, p. 367.
- ↑ Angelo Solerti, Vita di Torquato Tasso, vol. II, Torino, 1895, pp. 118-119.
- ↑ Angelo Solerti, Vita di Torquato Tasso, vol. II, Torino, 1895, p. 124.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 181.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, pp. 118-119.
- ↑ Maria Luisa Doglio, Origini e icone del mito di Torquato Tasso, Roma, Bulzoni, 2002, pp. 41 e ss.
- ↑ Luciano Chiappini, Gli Estensi, Milano, Dall'Oglio, 1967, p. 303.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 247-248.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, pp. 266-267.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 275.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, pp. 278-279.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 281.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 284.
- ↑ Le Lettere di T. T. disposte per ordine di tempo ed illustrate da C. Guasti, vol. 5, Firenze, Le Monnier, 1852-1855, p. 200.
- ↑ 28,0 28,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Ariosto e Tasso, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 106.
- ↑ Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Ariosto e Tasso, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 107.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 379-382.
- ↑ Angelo Solerti, Vita di Torquato Tasso, vol. 1, Torino-Roma, Loescher, 1895, p. 556.
- ↑ Francesco D'Ovidio, Saggi critici, Napoli, Morano, 1879, pp. 300-392.
- ↑ Umberto Renda, Il Torrismondo di Torquato Tasso e la tecnica tragica nel Cinquecento, Teramo, 1916.
- ↑ Eugenio Donadoni, Tasso, vol. 2, Venezia, La Nuova Italia, 1928², pp. 91-92.
- ↑ Giosuè Carducci, Il Torrismondo, in Angelo Solerti (a cura di), Opere minori in versi di Torquato Tasso, Bologna, Zanichelli, 1891, p. LXXXIV.
- ↑ Luigi Tonelli, Tasso, Torino, Paravia, 1935, p. 253.
- ↑ Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Ariosto e Tasso, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 108.
- ↑ Franco Tomasi, Introduzione, in Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Franco Tomasi, Milano, BUR, 2009, p. 14.
- ↑ Torquato Tasso, Discorsi dell'arte poetica, I, 12 in Cesare Guasti (a cura di), Le prose diverse di Torquato Tasso, Firenze, Le Monnier, 1875.
- ↑ Discorsi dell'arte poetica, I, 15.
- ↑ Franco Tomasi, Introduzione, in Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Franco Tomasi, Milano, BUR, 2009, p. 15.
- ↑ Franco Tomasi, Introduzione, in Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Franco Tomasi, Milano, BUR, 2009, p. 5.
- ↑ Franco Tomasi, Introduzione, in Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Franco Tomasi, Milano, BUR, 2009, pp. 21-22.
- ↑ Franco Tomasi, Introduzione, in Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Franco Tomasi, Milano, BUR, 2009, p. 23.
- ↑ Franco Tomasi, Introduzione, in Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, a cura di Franco Tomasi, Milano, BUR, 2009, p. 24.
- ↑ Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Ariosto e Tasso, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 119.
- ↑ Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 394.
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