Storia della letteratura italiana/Galileo Galilei

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Il nome di Galileo è associato a importanti contributi alla dinamica (principio di inerzia, legge della caduta dei gravi e un primo approccio alla relatività) e all'astronomia – fra cui il perfezionamento del telescopio, che gli permise importanti osservazioni astronomiche – e all'introduzione del metodo scientifico (detto spesso metodo galileiano o metodo scientifico sperimentale). Di primaria importanza furono il suo ruolo nella rivoluzione astronomica e il suo sostegno al sistema eliocentrico e alla teoria copernicana.

La vita[modifica]

Galileo Galilei, ritratto di Justus Sustermans

La giovinezza[modifica]

Galileo Galilei nasce il 15 febbraio 1564 a Pisa, primogenito dei sette figli di Vincenzo Galilei e di Giulia Ammannati. Gli Ammannati, originari del territorio di Pistoia e di Pescia, vantavano importanti origini; Vincenzo Galilei invece apparteneva ad una più umile casata, per quanto i suoi antenati facessero parte della buona borghesia fiorentina. Dopo un tentativo fallito di inserire Galileo tra i quaranta studenti toscani che venivano accolti gratuitamente in un convitto dell'università di Pisa, il giovane è ospitato "senza spese" da Muzio Tebaldi, doganiere della città di Pisa, amico del padre.[1] Successivamente il giovane Galileo fa i suoi primi studi a Firenze, prima col padre, poi con un maestro di dialettica e infine nella scuola del convento di Santa Maria di Vallombrosa, dove veste l'abito di novizio fino all'età di quattordici anni.

Vincenzo, il 5 settembre 1580, iscrive il figlio all'università di Pisa con l'intenzione di fargli studiare medicina. Tuttavia, l'attenzione di Galileo è presto attratta dalla matematica, che comincia a studiare dall'estate del 1583, sfruttando l'occasione della conoscenza fatta a Firenze di Ostilio Ricci da Fermo, un seguace della scuola matematica di Niccolò Tartaglia. Durante la sua permanenza a Pisa, protrattasi fino al 1585, Galileo arriva alla sua prima, personale scoperta, l'isocronismo delle oscillazioni del pendolo. Dopo quattro anni il giovane Galileo rinuncia a proseguire gli studi di medicina a Pisa e si sposta a Firenze, dove approfondisce i suoi nuovi interessi scientifici, occupandosi di meccanica e di idraulica. Nel 1586 trova anche una soluzione al problema della corona di Erone di Alessandria.

Galileo cerca intanto una regolare sistemazione economica. Nel 1587 va a Roma a richiedere una raccomandazione per subentrare nello Studio di Bologna al famoso matematico Christoph Clavius. Gli viene tuttavia preferito il padovano Giovanni Antonio Magini. Su invito dell'Accademia Fiorentina tiene nel 1588 due Lezioni circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno di Dante, difendendo le ipotesi già formulate da Antonio Manetti sulla topografia dell'Inferno immaginato da Dante.

L'insegnamento a Pisa[modifica]

Galileo si rivolge all'influente amico Guidobaldo Del Monte, matematico conosciuto tramite uno scambio epistolare su questioni matematiche. Questi lo raccomanda al fratello cardinale Francesco Maria Del Monte, che a sua volta parla con il potente duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici. Sotto la sua protezione, Galileo ha nel 1589 un contratto triennale per una cattedra di matematica all'università di Pisa. Frutto dell'insegnamento pisano è il manoscritto De motu antiquiora, che raccoglie una serie di lezioni nelle quali cerca di dar conto del problema del movimento.

A Pisa Galileo non si limita alle sole occupazioni scientifiche: risalgono a questo periodo le sue Considerazioni sul Tasso che avranno un seguito con le Postille all'Ariosto. Si tratta di note sparse su fogli e annotazioni a margine nelle pagine dei suoi volumi della Gerusalemme liberata e dell'Orlando furioso dove, mentre rimprovera al Tasso «la scarsezza della fantasia e la monotonia lenta dell'immagine e del verso, ciò che ama nell'Ariosto non è solo lo svariare dei bei sogni, il mutar rapido delle situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l'equilibrio armonico di questo, la coerenza dell'immagine l'unità organica – pur nella varietà – del fantasma poetico».[2]

Il periodo padovano[modifica]

Nell'estate del 1591 il padre Vincenzo muore, lasciando a Galileo l'onere di mantenere tutta la famiglia. Guidobaldo Del Monte interviene ad aiutare nuovamente Galilei nel 1592, raccomandandolo al prestigioso Studio di Padova. Qui Galileo intrattiene rapporti cordiali anche con personalità di orientamento filosofico e scientifico lontano dal suo, come il docente di filosofia naturale Cesare Cremonini, filosofo rigorosamente aristotelico. Frequenta anche i circoli colti e gli ambienti senatoriali di Venezia, dove stringe amicizia con il nobile Giovanfrancesco Sagredo, che Galileo renderà protagonista del suo Dialogo sopra i massimi sistemi, e con Paolo Sarpi, teologo ed esperto altresì di matematica e di astronomia.

Una "nuova stella" (Supernova) è osservata il 9 ottobre 1604 dall'astronomo fra Ilario Altobelli, il quale ne informa Galileo. Luminosissima, è osservata successivamente il 17 ottobre anche da Keplero, che ne fa oggetto di uno studio, il De Stella nova in pede Serpentarii, così che quella stella è oggi nota come Supernova di Keplero. Su quel fenomeno astronomico Galileo tiene tre lezioni, il cui testo non ci è noto, ma contro le sue argomentazioni scrive l'aristotelico Antonio Lorenzini, probabilmente su suggerimento di Cesare Cremonini, e contro entrambi interviene anche lo scienziato milanese Baldassarre Capra. Da loro sappiamo che Galileo aveva interpretato il fenomeno come prova della mutabilità dei cieli, sulla base del fatto che, non presentando la "nuova stella" alcun cambiamento di parallasse, essa dovesse trovarsi oltre l'orbita della Luna.

Non sembra che, negli anni della polemica sulla "nuova stella", Galilei si fosse già pubblicamente pronunciato a favore della teoria copernicana: si ritiene[3] che, pur intimamente convinto copernicano, pensasse di non disporre ancora di prove sufficientemente forti da ottenere invincibilmente l'assenso della universalità degli studiosi. Aveva, tuttavia, espresso privatamente la propria adesione al copernicanesimo già nel 1597: in quell'anno a Keplero – che aveva recentemente pubblicato il suo Prodromus dissertationum cosmographicarum – scriveva di essere copernicano da molti anni e di aver prove (che però non espose) a sostegno di Copernico, «praeceptoris nostri».[4]

Le prove a sostegno della teoria copernicana potevano essere offerte solo dopo meticolose osservazioni e lo strumento che le avrebbe rese possibili era stato appena inventato: il cannocchiale, costruito per la prima volta dall'artigiano Hans Lippershey. Galileo ne ha notizia – e forse anche un esemplare – nella primavera del 1609 e, ricostruito e potenziato empiricamente, il 21 agosto lo presenta come propria invenzione al governo veneziano che, apprezzando l'«invenzione», gli raddoppia lo stipendio e gli offre un contratto vitalizio d'insegnamento.

Il periodo fiorentino[modifica]

Per tutto il resto di quell'anno Galileo s'impegna nelle osservazioni astronomiche. Acquisisce informazioni più precise sui monti lunari, sulla composizione della Via Lattea e scopre i quattro maggiori satelliti di Giove. Le nuove scoperte sono pubblicate il 12 marzo del 1610 nel Sidereus Nuncius, una copia del quale Galileo invia al granduca di Toscana Cosimo II, insieme a un esemplare del suo cannocchiale e la dedica dei quattro satelliti, battezzati da Galileo Medicea Sidera («pianeti medicei»). Il 5 giugno 1610 il governo fiorentino comunicava allo scienziato l'avvenuta assunzione come «Matematico primario dello Studio di Pisa e Filosofo del Ser.mo Gran Duca senz'obbligo di leggere e di risiedere né nello Studio né nella città di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l'anno, moneta fiorentina».

La pubblicazione del Sidereus Nuncius suscita apprezzamenti ma anche diverse polemiche. Oltre all'accusa di essersi impossessato, con il cannocchiale, di una scoperta che non gli appartiene, è messa in dubbio anche la realtà di quanto egli asserisce di aver scoperto. Sia il celebre aristotelico patavino Cesare Cremonini, sia il matematico bolognese Antonio Magini, che sarebbe l'ispiratore del libello antigalileiano Brevissima peregrinatio contra Nuncium Sidereum scritto da Martin Horký, pur accogliendo l'invito di Galilei a guardare attraverso il telescopio che aveva costruito, ritengono di non vedere alcun supposto satellite di Giove. Solo più tardi Magini si ricrede e con lui anche l'astronomo vaticano Christoph Clavius. Un appoggio molto importante è dato a Galileo da Keplero, che verifica l'esistenza effettiva dei satelliti di Giove, pubblicando a Francoforte nel 1611 la Narratio de observatis a se quattuor Jovis satellibus erronibus.

Poiché i gesuiti docenti presso il Collegio Romano sono considerati tra le maggiori autorità scientifiche del tempo, il 29 marzo del 1611 Galileo si reca a Roma per presentare le sue scoperte. È accolto con tutti gli onori dallo stesso papa Paolo V, dai cardinali Francesco Maria Del Monte e Maffeo Barberini, e dal principe Federico Cesi, che lo iscrive nell'Accademia dei Lincei, da lui stesso fondata otto anni prima. Tuttavia, a quell'epoca la Curia Romana comincia già a intravedere quali conseguenze «avrebbero potuto avere questi singolari sviluppi della scienza sulla concezione generale del mondo e quindi, indirettamente, sui sacri principi della teologia tradizionale».[5]

Le scoperte astronomiche avvalorano la teoria eliocentrica: l'esistenza delle fasi di Venere e anche quelle di Mercurio, osservate da Galileo, dimostra che quei pianeti ruotano intorno al Sole. Il 12 maggio del 1612 ribadisce a Federico Cesi la sua visione copernicana. Fra il 1612 e il 1615 Galileo difende il modello eliocentrico e chiarisce la sua concezione della scienza in quattro lettere private, note come "lettere copernicane" e indirizzate a padre Benedetto Castelli, due a monsignor Pietro Dini, una alla granduchessa madre Cristina di Lorena.

La disputa sul copernicanesimo[modifica]

Il 21 dicembre 1614, dal pulpito di Santa Maria Novella a Firenze il frate domenicano Tommaso Caccini lancia contro certi matematici moderni, e in particolare contro Galileo, l'accusa di contraddire le Sacre Scritture con le loro concezioni astronomiche ispirate alle teorie copernicane. Caccini giunge quindi a Roma, il 20 marzo 1615, e nel palazzo del Santo Uffizio denuncia Galileo in quanto sostenitore del moto della Terra intorno al Sole, e anche perché il confratello Ferdinando Ximenes aveva sentito dire da alcuni discepoli di Galileo che «Iddio non è altrimenti sustanza, ma accidente; Iddio è sensitivo, perché in lui son sensi divinali; veramente che i miracoli che si dicono esser fatti da' Santi, non sono veri miracoli».[6]

Il 24 febbraio 1616, richiesti dal Sant'Uffizio, i teologi confermano che le teorie copernicane contraddicono la Sacra Scrittura e sono quindi eretiche. Il 25 febbraio il papa ordina al cardinale Bellarmino di «convocare Galileo e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione». Il 5 marzo era reso pubblico il decreto della Congregazione dell'Indice che proibiva e sospendeva «rispettivamente gli scritti di Nicola Copernico De revolutionibus orbium coelestium, di Didaco Stunica su Giobbe e di Paolo Antonio Foscarini, frate carmelitano». A cospetto di tale sconfitta dei seguaci delle teorie copernicane, Galilei rimane a Roma per tre mesi, a discutere e a cercare di convincere delle sue opinioni.

Nel novembre del 1618 compaiono nel cielo tre comete, fatto che attira l'attenzione degli astronomi di tutta Europa. Fra essi il gesuita Orazio Grassi, matematico del Collegio Romano, tiene con successo una lezione che ha vasta eco, la Disputatio astronomica de tribus cometis anni MDCXVIII: sostiene l'ipotesi che le comete siano corpi situati oltre al «cielo della Luna», e la utilizza per avvalorare il modello di Tycho Brahe, secondo il quale la Terra è posta al centro dell'universo.

Galilei gli risponde in modo indiretto, attraverso lo scritto Discorso delle comete di un suo amico e discepolo, Mario Guiducci. Nella sua replica Galileo sostiene che le comete non sono oggetti celesti, ma puri effetti ottici prodotti dalla luce solare su vapori elevatisi dalla Terra, ma indica anche le contraddizioni del ragionamento di Grassi e le sue erronee deduzioni dalle osservazioni delle comete con il cannocchiale. Il gesuita risponde con uno scritto intitolato Libra astronomica ac philosophica, firmato con lo pseudonimo anagrammatico di Lotario Sarsi, attacca direttamente Galilei e il copernicanesimo.

Galilei a questo punto risponde direttamente: solo nel 1622 è pronto Il Saggiatore. Scritto in forma di lettera, è approvato dagli accademici dei Lincei e stampato a Roma nel maggio 1623. Il 6 agosto, dopo la morte di papa Gregorio XV, con il nome di Urbano VIII sale al soglio pontificio Maffeo Barberini, da anni amico ed estimatore di Galileo. Questo convince erroneamente Galileo che «risorge la speranza, quella speranza che era ormai quasi del tutto sepolta. Siamo sul punto di assistere al ritorno del prezioso sapere dal lungo esilio a cui era stato costretto», come scritto al nipote del papa Francesco Barberini.

Senza nessuna assicurazione ma con il vago incoraggiamento che gli veniva dall'esser stato onorato da papa Urbano – che concesse una pensione al figlio Vincenzio – Galileo ritiene di poter rispondere finalmente, nel settembre del 1624, alla Disputatio di Francesco Ingoli. Reso formale omaggio all'ortodossia cattolica, nella sua risposta Galileo dovrà confutare le argomentazioni anticopernicane dell'Ingoli senza proporre quel modello astronomico, né rispondere alle argomentazioni teologiche: così, all'argomento che il centro dell'universo è il luogo «più inferiore» e dev'essere occupato dalla Terra perché questa è il corpo «più crasso» di ogni altro corpo celeste, Galileo obietta che non esiste nell'universo un unico luogo inferiore, ma tanti quanti sono i centri di ogni singolo corpo: «noi aremo nell'università del mondo tanti centri e tanti luoghi inferiori e superiori, quanti sono i globi mondani e gli orbi che intorno a diversi punti si raggiano». Nella Lettera inoltre Galileo enuncia per la prima volta quello che sarà chiamato il principio della relatività galileiana.

Il processo e l'abiura[modifica]

Cristiano Banti, Galileo di fronte all'Inquisizione (1857)

L'opera riceve molti elogi, ma già il 23 settembre 1633 l'Inquisizione romana sollecitava quella fiorentina di notificare a Galileo l'ordine di «comparire a Roma entro il mese di ottobre davanti al Commissario generale del Sant'Uffizio». Galileo, in parte perché malato, in parte perché spera che la questione possa aggiustarsi in qualche modo senza l'apertura del processo, ritarda per tre mesi la partenza; di fronte alla minacciosa insistenza del Sant'Uffizio, il 20 gennaio 1633 parte per Roma in lettiga.

Il processo comincia il 12 aprile, con il primo interrogatorio di Galileo, nel quale nega di essere a conoscenza del «precetto» del 1616 con il quale il cardinale Bellarmino gli aveva intimato di abbandonare la teoria copernicana, di non sostenerla in nessun modo e di non insegnarla. La Congregazione del Santo Uffizio, riunitasi il 21 aprile, stabilisce che nel Dialogo di Galileo «si difenda, e s'insegni l'opinione riprouata, e dannata dalla Chiesa, et però che l'autore si renda sospetto anco di tenerla».[7] Galileo, nuovamente interrogato il 30 aprile, dichiara di aver riletto in quei giorni il suo Dialogo, ammettendo che un lettore che non conoscesse intimamente l'autore avrebbe avuto l'impressione che egli avesse voluto avvalorare la teoria copernicana. Scusandosi con l'inquisitore per «un errore tanto alieno dalla mia intentione», si offrì di «ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutargli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».[8]

L'Inquisizione doveva verificare la sincerità dell'affermazione di Galileo di «non tenere la dannata opinione»: a questo scopo, il 16 giugno la Congregazione stabilisce che «Galileo fosse interrogato sulla sua intenzione, anche comminandogli la tortura e se l'avesse sostenuta, previa abiura de vehementi di fronte alla Congregazione, fosse condannato al carcere ad arbitrio della Santa Congregazione, con l'ingiunzione di non trattare più, né per scritto né verbalmente, sulla mobilità della Terra e sull'immobilità del Sole».[9]

Il 21 giugno Galileo è interrogato per l'ultima volta: alla domanda se tenga ancora, o abbia tenuto in passato, e per quanto tempo, la teoria della centralità del Sole, Galilei risponde che un tempo aveva ritenuto le opinioni di Tolomeo e di Copernico entrambe «disputabili, perché o l'una o l'altra poteva esser vera in natura», ma dopo la proibizione del 1616, sostiene di tenere, da allora e tuttora, «per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo». Richiesto di spiegare perché mai avesse allora difeso l'opinione di Copernico nel suo Dialogo, Galileo risponde di aver voluto soltanto spiegare le ragioni delle due opinioni, convinto che nessuna avesse forza dimostrativa, così che «per procedere con sicurezza si dovesse ricorrere alla determinazione di più sublimi dottrine». All'insistenza dell'inquisitore Galileo nega di aver mai sostenuto l'opinione di Copernico. Il verbale del costituto conclude che, «non potendosi avere niente altro in esecuzione del decreto, avuta la sua sottoscrizione, fu rimandato al suo luogo».[10]

Il giorno dopo, 22 giugno, nella sala capitolare del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, presente e inginocchiato Galileo, è emessa la sentenza, nella quale è imposta l'abiura «con cuor sincero e fede non finta» ed è proibito il Dialogo. Galilei viene poi condannato al «carcere formale ad arbitrio nostro» e alla «pena salutare» della recita settimanale dei sette salmi penitenziali per tre anni, riservandosi l'Inquisizione di «moderare, mutare o levar in tutto o parte» le pene e le penitenze.[11]

Il rigore letterale è mitigato nei fatti: la prigionia consiste nel soggiorno coatto per cinque mesi presso la residenza romana del Granduca di Toscana, Francesco Niccolini, a Trinità dei Monti e di qui, nella casa dell'arcivescovo Ascanio Piccolomini a Siena, su richiesta di questi. Quanto ai salmi penitenziali, Galileo incarica di recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Maria Celeste.[12] A Siena il Piccolomini favorisce Galileo permettendogli di incontrare personalità della città e di dibattere questioni scientifiche. A seguito di una lettera anonima che denuncia l'operato dell'arcivescovo e dello stesso Galileo,[13] il Sant'Uffizio provvede, accogliendo una stessa richiesta avanzata in precedenza da Galilei, a confinarlo nell'isolata villa («Il Gioiello») che lo scienziato possiedea nella campagna di Arcetri.[14] Può comunque mantenere una fitta corrispondenza con amici ed estimatori da tutta Europa. Muore infine nella notte dell'8 gennaio 1642 ad Arcetri, assistito da Viviani e Torricelli.

Galileo e la scienza[modifica]

« La storia del pensiero scientifico del Medioevo e del Rinascimento, che si comincia ora a comprendere un po' meglio, si può dividere in due periodi, o meglio, perché l'ordine cronologico corrisponde solo molto approssimativamente a questa divisione, si può dividere, grosso modo, in tre fasi o epoche, corrispondenti successivamente a tre differenti correnti di pensiero: prima la fisica aristotelica; poi la fisica dell'impetus, iniziata, come ogni altra cosa, dai Greci ed elaborata dalla corrente dei Nominalisti parigini del XIV secolo; e infine la fisica moderna, archimedea e galileiana. »
(Alexandre Koyré, Introduzione alla lettura di Platone, Vallecchi editore (in Marazzini-Culzi-Bonicalzi, Che cos'è la fisica, Editoriale Jaca Book. p.372)

Fra le maggiori scoperte che Galilei fa guidato dagli esperimenti, ci sono il principio di relatività, la scoperta delle quattro lune principali di Giove, dette appunto satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), il principio di inerzia. Compie anche studi sul moto di caduta dei gravi e riflettendo sui moti lungo i piani inclinati scopre il problema del tempo minimo nella caduta dei corpi materiali, e studia varie traiettorie, tra cui la spirale paraboloide e la cicloide. Nell'ambito delle sue ricerche di matematica si avvicina alle proprietà dell'infinito introducendo il celebre paradosso di Galileo.[15] Nel 1640 Galilei incoraggia il suo allievo Bonaventura Cavalieri a sviluppare le idee del maestro e di altri sulla geometria con il metodo degli indivisibili, per determinare aree e volumi: questo metodo rappresenterà una tappa fondamentale per l'elaborazione del calcolo infinitesimale.

Galileo ha però lasciato una traccia anche nella storia della letteratura italiana. Bisogna infatti ricordare che gli scienziati dell'epoca non avevano una preparazione esclusivamente tecnica, ma possedevano anche una cultura letteraria.[16] Appassionato lettore di Ariosto e Dante, Galileo nelle sue opere cerca di comunicare al lettore non solo i fondamenti teorici del suo metodo, ma anche quelli umani. Per confutare i suoi avversari ricorre inoltre a raffinati espedienti dialettici, per mostrare le contraddizioni cui cadono i suoi interlocutori.[17]

Dalla tradizione Galileo riprende i generi tipici della scienza: il trattato e l'epistola. Decide tuttavia di ricorrere a questi generi in forma di dialogo, un artificio che è dialettico e letterario allo stesso tempo. Le tesi degli avversari possono qui essere pronunciate o da persone realmente esistenti, che vengono citate esplicitamente e descritte, oppure a figure inventate. Il dialogo permette inoltre di mostrare la deduzione delle tesi, procedendo dall'analisi e dalla dimostrazione di ciascuna ipotesi. In questo modo, il testo poteva essere letto e compreso anche da un pubblico di non non specialisti.[18]

Quelli di Galileo non sono scritti destinati a circolare solo nella ristretta cerchia degli accademici, ma si rivolgono a un pubblico più ampio composto da persone colte. La prosa galileiana si caratterizza per chiarezza ed eleganza, secondo la migliore tradizione rinascimentale. A questa si affiancano elementi più barocchi, come il senso di commozione e meraviglia di fronte all'universo e la mobilità dell'argomentazione e dell'esposizione.[19] Elemento importante è poi l'uso del volgare al posto del latino, che fino ad allora era stato largamente utilizzato dagli studiosi umanisti e rinascimentali. Anche questa scelta, che avrà seguito negli autori successivi, contribuirà ad ampliare il pubblico delle opere scientifiche.[16]

Il Saggiatore[modifica]

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Galilei: Il Saggiatore

Contro la Libra astronomica, titolo mal scelto da Grassi, perché da lui derivato dall'erronea opinione che le comete fossero apparse nella costellazione della Bilancia, quando in realtà erano state osservate in quella dello Scorpione, Galileo esercita brillantemente la sua ironia intitolando la sua risposta, per sottolineare la propria accuratezza rispetto alla grossolanità delle argomentazioni di Orazio Grassi, Il Saggiatore, nel quale con bilancia squisita e giusta si ponderano le cose contenute nella Libbra, volendo anche far intendere che le osservazioni empiriche vanno misurate con uno strumento di precisione come il saggiatore, che serve appunto per misurare il peso della polvere d'oro e non con la libbra, l'imprecisa e rozza stadera.

Il Saggiatore presenta una teoria rivelatasi successivamente erronea delle comete come apparenze dovute ai raggi solari. La differenza tra le argomentazioni di Grassi e quella di Galileo era tuttavia soprattutto di metodo, in quanto il secondo basava i propri ragionamenti sulle esperienze. Nel Saggiatore, Galileo scrisse infatti la celebre metafora secondo la quale «la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo)»[20], mettendosi in contrasto con Grassi che si richiamava all'autorità dei maestri del passato e di Aristotele per l'accertamento della verità sulle questioni naturali.

Vi sono nell'opera anche accenni a corrette soluzioni scientifiche, come la dimostrazione che il calore non è sviluppato dal puro e semplice movimento dei corpi, ma dall'attrito del mezzo, o come le considerazioni sull'aderenza dell'aria e dell'acqua sui corpi, o come la polemica sull'improprio uso del linguaggio comune – grande, piccolo, vicino, lontano – in un ambito che dovrebbe essere rigorosamente scientifico.

Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo[modifica]

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Il Dialogo sopra i due massimi sistemi

Nello stesso 1624 Galileo cominciò il suo nuovo lavoro, un Dialogo che, confrontando le diverse opinioni degli interlocutori, gli avrebbe consentito di esporre le varie teorie correnti sulla cosmologia – e dunque anche quella copernicana – senza mostrare di impegnarsi personalmente a favore di nessuna di esse.

Ragioni di salute e familiari prolungarono la stesura dell'opera che fu pubblicata nel 1632: dovette prendersi cura della numerosa famiglia del fratello Michelangelo, mentre il figlio Vincenzio, laureatosi in legge a Pisa nel 1628, si sposò l'anno dopo con Sestilia Bocchineri, sorella di Geri Bocchineri, uno dei segretari del duca Ferdinando, e di Alessandra, che avrà una qualche parte negli ultimi anni della vita del Nostro. Per esaudire il desiderio della figlia Maria Celeste, monaca ad Arcetri, di averlo più vicino, affittò vicino al convento il villino «Il Gioiello».

Nel Dialogo i due massimi sistemi messi a confronto sono quello tolemaico e quello copernicano – Galileo esclude così dalla discussione l'ipotesi recente di Tycho Brahe – e tre sono i protagonisti: due sono personaggi reali, amici di Galileo, e all'epoca già defunti, il fiorentino Filippo Salviati (1582-1614) e il veneziano Gianfrancesco Sagredo (1571-1620), nella cui casa si fingono tenute le conversazioni, mentre il terzo protagonista è Simplicio, un personaggio inventato che richiama nel nome un noto, antico commentatore di Aristotele, oltre a sottintendere il suo semplicismo scientifico. Egli è il sostenitore del sistema tolemaico, mentre l'opposizione copernicana è sostenuta dal Salviati e, svolgendo una funzione più neutrale, dal Sagredo, che finisce però per simpatizzare per l'ipotesi copernicana.

I Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze[modifica]

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Discorsi e dimostrazioni matematiche

Dopo il processo del 1633 Galileo scrisse e pubblicò in Olanda (gli era infatti proibito stampare qualunque opera in un paese cattolico) nel 1638 un grande trattato scientifico dal titolo Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti la mecanica e i moti locali grazie al quale si considera il padre della scienza moderna. È organizzato come un dialogo che si svolge in quattro giornate fra i tre medesimi protagonisti del precedente Dialogo dei massimi sistemi (Sagredo, Salviati e Simplicio).

Nella prima giornata, Galileo tratta della resistenza dei materiali: la diversa resistenza deve essere legata alla struttura della particolare materia e Galileo, pur senza pretendere di pervenire a una spiegazione del problema, affronta l'interpretazione atomistica di Democrito, considerandola un'ipotesi capace di rendere conto di fenomeni fisici. In particolare, la possibilità dell'esistenza del vuoto – prevista da Democrito – viene ritenuta una seria ipotesi scientifica e nel vuoto – ossia nell'inesistenza di un qualunque mezzo in grado di opporre resistenza – Galileo sostiene giustamente che tutti i corpi «discenderebbero con eguale velocità», in opposizione con la scienza contemporanea che riteneva l'impossibilità del moto nel vuoto. Dopo aver trattato della statica e della leva nella seconda giornata, nella terza e nella quarta si occupa della dinamica, stabilendo le leggi del moto uniforme, del moto naturalmente accelerato e del moto uniformemente accelerato e delle vibrazioni del pendolo.

La conclusione del processo segna la sconfitta del programma galileiano di diffusione della nuova metodologia scientifica, fondata sull'osservazione rigorosa dei fatti e sulla loro verifica sperimentale – contro la vecchia scienza che produce «esperienze come fatte e rispondenti al suo bisogno senza averle mai né fatte né osservate»[21] – e contro i pregiudizi del senso comune, che spesso induce a ritenere reale qualunque apparenza: un programma di rinnovamento scientifico, che insegnava «a non aver più fiducia nell'autorità, nella tradizione e nel senso comune», che voleva «insegnare a pensare».[22]

La prosa scientifica dopo Galileo[modifica]

Il lavoro di Galileo è proseguito da alcuni scienziati che fanno parte della sua scuola. Le traversie e la censura in cui è caduto il maestro inducono però gli allievi a rinunciare al proposito di ampliare il pubblico, limitandosi a scrivere opere che sarebbero circolate solo tra gli specialisti. D'altro canto, i temi delle opere di Galileo finiscono per influenza lo stile e il gusto della letteratura barocca allora più diffusa.[23]

Tra i discepoli di Galileo si possono ricordare Evangelista Torricelli, Vincenzo Viviani e Benedetto Castelli, che nelle loro opere puntano alla chiarezza e all'eleganza stilistica. È però Francesco Redi a seguire coerentemente la via tracciata dal maestro di unire scienza e letteratura. Medico alla corte di Ferdinando II de' Medici e membro dell'Accademia dei lincei, tiene relazioni sia con scienziati sia con letterati e sarà in seguito tra i fondatori dell'Accademia dell'Arcadia. Tra le sue opere si annoverano quindi importanti trattati sul veleno dei serpenti (Osservazioni intorno al veleno delle vipere) e sulla generazione degli insetti (Esperienze intorno alla generazione degl'insetti), scritti con una prosa controllata, lontana da ogni estremismo. È stato però anche autore di componimenti poetici, come sonetti e odi. Spicca in particolare, per raffinatezza e vivacità, il ditirambo Bacco in Toscana, nel quale il dio fa ad Arianna un elogio dei vini prodotti nella regione.[24]

Il conte Lorenzo Magalotti, diplomatico al servizio dei Medici e segretario dell'Accademia del Cimento, è autore di una serie di libri di viaggio sulla Francia, sull'Inghilterra e la Svezia. La sua produzione letteraria comprende un canzoniere intitolato La donna immaginaria, una serie di Lettere familiari e un commentario ai primi cinque canti dell'Inferno. Ha compiuto anche ricerche scientifiche, i cui risultati sono raccolti nei Saggi di naturali esperienze e in alcune epistole, tra cui le Lettere scientifiche ed erudite e le Lettere sui buccheri. I buccheri in particolare sono terre profumate, di moda all'epoca, che Magalotti descrive con attenzione e raffinatezza. Viene ricordato inoltre per i suoi scritti sui profumi e sulla vita mondana di quegli anni.[25]

Note[modifica]

  1. Antonio Aliotta e Cleto Carbonara, Galilei, Bocca, 1949, p. 36.
  2. Antonio Banfi, Galileo Galilei, Milano, 1949, p. 59.
  3. Ludovico Geymonat, Galileo Galilei, p. 37.
  4. Lettera di Galileo a Keplero, 4 agosto 1597
  5. Ludovico Geymonat, Galileo Galilei, p. 63.
  6. S. M. Pagano (a cura di), I documenti del processo di Galileo Galilei, 1984, p. 82.
  7. Lettera di Vincenzo Maculano al cardinale Francesco Barberini, 22 aprile 1633, Archivio della Congregazione per la dottrina della fede, S. Offizio, St. st. N 3-f, primo fascicolo.
  8. Edizione nazionale, cit., XIX, pp. 342-343.
  9. Edizione nazionale, cit., XIX, p. 283.
  10. Edizione nazionale, cit., p. 361.
  11. Edizione nazionale, cit., p. 402.
  12. F. Tornaghi e G. Mangiarotti, Galileo Galilei. Mito e realtà. Ri. Ed., 1998, p. 56.
  13. G. Galilei, Edizione nazionale delle opere, XIX, 393.
  14. Alceste Santini, Galileo Galilei, l'Unità, 1994, pag. 160.
  15. Parker, Matthew W., Philosophical Method and Galileo's Paradox of Infinity, 2008.
  16. 16,0 16,1 Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 366.
  17. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 75.
  18. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 366-367.
  19. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 370.
  20. G. Galilei, Il Saggiatore, VI, 232
  21. Dialogo sopra i due massimi sistemi, VI, 545.
  22. Alexandre Koyré, Etudes galiléennes, Paris, 1939, p. 203.
  23. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 447.
  24. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, pp. 371-372.
  25. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 372.