Vai al contenuto

Storia della letteratura italiana/Letteratura dialettale tra XVI e XVII secolo

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Storia della letteratura italiana
Storia della letteratura italiana

Dalla fine del Cinquecento e per tutto il Seicento in molte regioni italiane si assiste alla rinascita della letteratura in dialetto.

Il dialetto nella letteratura barocca

[modifica | modifica sorgente]

Come scrive Giuseppe Petronio, i motivi della fioritura delle letterature in dialetto sono vari:

« particolarismo ancora più accentuato della nostra vita politica; desiderio, tipicamente barocco, di trovare «terre nuove» o, fuor di metafora, di escogitare e sperimentare moduli espressivi nuovi capaci di suscitare interesse e meraviglia; prestigio ormai consacrato del fiorentino letterario teorizzato dal Bembo, e quindi la possibilità di usare i dialetti in funzione estetizzante ed espressionistica.[1] »

Come sottolinea infatti Giulio Ferroni, questa letteratura non è espressione delle classi popolari e subalterne, bensì è un'elaborazione di esponenti dei ceti superiori, che ricorrono al dialetto come strumento del gioco linguistico, capace di maggiori libertà espressive rispetto alle forme linguistiche più «alte».[2]

Nel Cinquecento il dialetto è utilizzato soprattutto nella produzione teatrale, e in particolare nella commedia dell'arte, dove svolge una funzione dissacrante e viene usato in polemica con i linguaggi classicheggianti. Nel XVII secolo il tono polemico scompare, e il dialetto si ritaglia un proprio ambito espressivo, avendo la funzione di divertire e intrattenere.[3]

Giambattista Basile e la letteratura dialettale a Napoli

[modifica | modifica sorgente]
Giambattista Basile

L'area della penisola più feconda per la letteratura in dialetto e Napoli, dove raggiunge la più alta originalità. Tra gli autori più importanti ci sono Giulio Cesare Cortese (Napoli, 1575 circa – Napoli, 22 dicembre 1622), autore di varie opere poetiche (La Vaiasseida, Micco Passaro nammorato, Il viaggio di Parnaso), e soprattutto Giambattista Basile, con il suo Lo cunto de li cunti.

Nato a Giugliano in Campania nel 1566 o nel 1575,[4] Giambattista Basile da giovane è stato un mercenario al servizio della Repubblica di Venezia, è si è spostato tra Venezia e Candia, l'odierna Creta. In questo periodo, l'ambiente della colonia veneta dell'isola gli permette di frequentare una società letteraria, l'Accademia degli Stravaganti.

I primi documenti della sua produzione letteraria risalgono al 1604: sono alcune lettere scritte come prefazione alla Vaiasseide dell'amico e letterato napoletano Giulio Cesare Cortese. L'anno seguente viene messa in musica la sua villanella Smorza crudel amore. Rientrato a Napoli nel 1608, pubblica il poemetto Il Pianto della Vergine.

Nel 1611 prende servizio alla corte di Luigi Carafa, principe di Stigliano, al quale dedica un testo teatrale, Le avventurose disavventure e, successivamente, segue la sorella Adriana, celebre cantante, alla corte di Vincenzo Gonzaga a Mantova, entrando a far parte della Accademia degli Oziosi. Cura, fra l'altro, la prima edizione delle rime di Galeazzo di Tarsia.[5] Nella città lombarda fa stampare madrigali dedicati alla sorella, odi, le Egloghe amorose e lugubri, la seconda edizione riveduta ed ampliata de Il Pianto della Vergine e il dramma in cinque atti La Venere addolorata.

Tornato a Napoli, è governatore di vari feudi per conto di alcuni signori meridionali. Nel 1618 esce L'Aretusa, un idillio dedicato al principe Caracciolo di Avellino e l'anno seguente un testo teatrale in cinque atti Il Guerriero amante. Muore a Giugliano nel 1632.

Lo cunto de li cunti

[modifica | modifica sorgente]

A Basile si deve la prima raccolta di novelle interamente dedicate all'infanzia. Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille (La fiaba delle fiabe ovvero come intrattenere i bambini), uscito a Napoli nel 1634–1636, è redatto in lingua napoletana e pubblicato postumo per interessamento della sorella dell'autore.

Quest'opera della letteratura barocca compone, nella sua raffinata architettura, alcune personaggi e intrecci – come Cenerentola, la bella addormentata nel bosco e altre – che conoscono larga diffusione nella cultura europea dell'epoca tanto da costituire, nelle varie elaborazioni successive, un patrimonio comune a tutta la cultura mondiale.

Lo Cunto è un'opera preparata per il divertimento delle corti. Per la sua complessa struttura e il suo linguaggio teatrale si ispira alle tradizioni del racconto ed a vari generi letterari e allestisce un prototipo della letteratura seriale muovendosi tra le regole della commedia dell'arte, del racconto rituale e del formulario alchemico.

L'opera mette in scena alcune parole d'ordine della modernità – la necessaria fuga dei giovani dai vincoli della famiglia patriarcale, il viaggio e i pericoli che comporta fino al confine con la morte, il cambiamento di status visibile anche sulla superficie del corpo – e i loro capricciosi regolatori – il Caso e la Fortuna, la Corte e il Principe, le Fate e gli Orchi, metafore filosofiche. È un'opera scritta nel periodo più folgorante del barocco e dell'invenzione della letteratura come strumento di conoscenza, di piacere e di dominio.

I percorsi di questo libro sono una delle chiavi per osservare la cultura barocca e la sua letteratura, il momento della storia europea in cui si scoprono le tecniche della comunicazione letteraria e i repertori remoti delle tradizioni marginali, le ferree regole dell'etichetta cortigiana e la furiosa vita della città e della piazza, i grandi viaggi e le culture della diversità.

  1. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1972, p. 420.
  2. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 415.
  3. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 416.
  4. Basile, Giambattista, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  5. Le rime di Galeazzo di Tarsia, raccolte dal Cavalier Giovambattista Basile, nell'Accademia degli Oziosi detto il Pigro, Napoli, C. Vitali, 1617.