Storia della letteratura italiana/Barocco

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Nella seconda metà del Cinquecento, con il manierismo, si affermano nella letteratura italiana modelli classicisti e vengono fissate norme linguistiche e sociali molto stringenti. Un fenomeno che viene favorito dal clima instaurato dalla Controriforma e dalla sua esigenza di uniformità. In generale si diffonde la mentalità che ogni azione debba rifarsi a princìpi superiori, e che bisogna evitare ogni forma di trasgressione. L'imposizione di schemi fissi è inoltre favorita dall'uso della stampa, che necessita di modelli uniformi facilmente ripetibili.

All'inizio del XVII secolo è però forte anche la tendenza a superare qualsiasi norma troppo rigida. In molti autori di questo periodo convivono quindi l'esigenza di libertà con la necessità di rispettare le regole formali (una situazione che già aveva caratterizzato la vita di Tasso). Si prendono le distanze dal mondo classico e molti intellettuali sostengono apertamente la superiorità dei moderni sugli antichi. Ne nascono dispute che toccheranno l'apice alla fine del secolo, quando in Francia esploderà la querelle des anciens et des modernes.[1]

La manualistica raccoglie l'arte e la letteratura del Seicento sotto il termine di "età barocca". Si tratta di un periodo spesso bistrattato, ma che presenta punti di vicinanza con la sensibilità contemporanea e che è stato rivalutato a partire dalla fine dell'Ottocento. Durante il Barocco si assiste a un'esaltazione dell'ingegno e dell'inventiva, allo scopo di solleticare il piacere e la meraviglia. L'arte barocca risponde infatti alla necessità di controllare la mentalità dei destinatari, ricollegandosi all'azione della Controriforma. Nelle arti visive e negli spettacoli si fa largo uso di trovate visive e illusionistiche per piegare le masse ad accettare il potere costituito e i princìpi della religione. Anche nella poesia la meraviglia diventa il fine ultimo, da ricercare attraverso un uso sensuale del linguaggio. Un atteggiamento che, come si vedrà, è alla base del concettismo.[2]

Contesto storico[modifica]

Gian Lorenzo Bernini, busto di Luigi XIV. 1665, Palazzo di Versailles

Il XVII è segnato da numerose guerre, che modificano l'assetto politico dell'Europa. Da un lato c'è l'impero spagnolo degli Asburgo, dall'altro le potenze che si affacciano sull'Atlantico, cioè Francia, Inghilterra e Olanda. La Spagna va incontro a un inarrestabile declino dopo la pace dei Pirenei del 1659, mentre la Francia si afferma come nuova potenza egemone del continente. Si affermano così nuovi modelli politici: lo Stato centralizzato e assoluto (come il regno di Luigi XIV in Francia) e la monarchia costituzionale (nata in Inghilterra dopo la rivoluzione del 1688).

Gli Stati italiani, molti dei quali erano sotto il dominio spagnolo dal trattato di Cateau-Cambrésis del 1559, seguono il destino della Spagna. Fino agli anni trenta, la cultura italiana dà segnali di vitalità: nascono la poetica del Barocco e la "Scienza Nuova" di Galileo Galilei. Si tratta però dell'ultima occasione per gli intellettuali italiani di lanciare proposte di risonanza europea. Con la condanna di Galileo nel 1633 termina in Italia la libertà di ricerca, che invece darà risultati importanti negli Stati non sottoposti alla Chiesa di Roma e all'impero spagnolo.

Nei paesi dove si diffonde la Riforma protestante il principio della tolleranza religiosa su cui si basa la pace di Westfalia, che pone fine alla guerra dei Trent'anni (1618-1648), dà inizio a una cultura che tutela le libertà individuali. Vengono così poste le basi per lo sviluppo dei moderni Stati liberali. Il nuovo clima favorevole alla ricerca scientifica e tecnica favorirà inoltre il sorgere della rivoluzione industriale nel Settecento, che dall'Inghilterra si diffonderà in tutta Europa.[3]

Nel corso del Seicento gli Stati della penisola italiana conoscono un periodo di recessione. Diminuiscono le attività commerciali, finanziarie e bancarie che avevano caratterizzato l'economia dei secoli precedenti, finendo per limitarsi all'esportazione di prodotti agricoli. La scoperta dell'America toglie al Mediterraneo la sua centralità nei traffici commerciali, e la carenza di capitali impedisce agli italiani di competere con portoghesi, olandesi e inglesi nelle rotte d'Oriente. A tutto questo si aggiungono i dazi sulle esportazioni imposti dagli spagnoli, che frenano l'uscita delle merci. I capitali ancora disponibili vengono investiti in terreni agricoli: si assiste a un fenomeno di rifeudalizzazione. I grandi proprietari terrieri, per massimizzare i ricavi, evitano di fare migliorie ai loro possedimenti, limitando ancora di più la circolazione della ricchezza. Le frequenti ribellioni dei contadini indigenti, rimasti senza terra e dediti al vagabondaggio, vengono represse nel sangue.

Genova conosce una certa prosperità per la sua posizione di tramite tra la Spagna e la Lombardia, controllata dagli spagnoli. La repubblica marinara declinerà quindi con la caduta dell'impero asburgico. Venezia vede diminuire la sua sfera di influenza our mantenendo la sua autonomia e diventa uno degli Stati, tra quelli nell'orbita della Controriforma, a riconoscere una certa libertà agli scienziati e agli intellettuali. Sulla città lagunare è inoltre fiorente l'industria editoriale, tra le più importanti in Europa. Anche il ducato di Savoia conserva la propria autonomia attraverso una serie di alleanze con la Francia e la Spagna, che mirano a evitare la sottomissione a potenze straniere. Solo tra il 1675 e il 1684 la Savoia sarà uno Stato subalterno alla Francia, ma da questa esperienza trarrà un modello politico di Stato assoluto efficiente, che tutela le attività manifatturiere.[4]

In generale, in tutta Italia le corti perdono di importanza e non sono più in grado di sostenere le attività di artisti, scrittori e intellettuali. Molti letterari, di conseguenza, cercheranno di svincolarsi dalla protezione di un principe, ma in pochi avranno successo (tra questi, il cavalier Marino). Firenze, riconquistata dai Medici nel 1530, perde nel Seicento la sua centralità economica e culturale. Degna di nota è però la fondazione nella città toscana, nel 1582, dell'Accademia della Crusca, che si pone il compito di difendere la buona lingua della tradizione letteraria e che cura tre edizioni del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612, 1623, 1691).

Roma conosce invece grande sviluppo e diventa la capitale del Barocco. Tuttavia la laicizzazione della società limita sempre più l'intervento dei papi nella politica europea. Lo Stato della Chiesa si riduce a essere uno Stato italiano tra gli altri. Particolarmente importante è lo strappo con la Francia di Luigi XIV: incassato l'appoggio della curia romana nella lotta contro protestanti e giansenisti, afferma poi l'indipendenza della corona di Francia dai pontefici nelle questioni temporali.[5]

Caratteri del Barocco[modifica]

Il Barocco si sviluppa a partire dagli ultimi decenni del XVI secolo e prosegue nel Seicento. La letteratura barocca entra in crisi attorno al 1660, quando si affermano i modelli più classici e razionali che caratterizzeranno la produzione del Settecento.[6]

La diffusione della stampa nel Cinquecento ha aperto a un nuovo pubblico, composto non solo da dotti, ma più variegato e sfaccettato. Molti di questi nuovi lettori provengono dall'aristocrazia subalterna, impegnata in mansioni burocratiche presso le città, talvolta non in grado di comprendere messaggi troppo complessi o originali. La Chiesa controriformistica provvede a stendere una minuta trattatistica con norme da tenere presenti per definire le funzioni delle arti e schemi per le interpretazioni delle opere.[1]

La letteratura barocca si oppone alla tradizione manieristica basata su regole codificate, come la misura e l'equilibrio, proponendo invece la ricerca del meraviglioso, la libera invenzione, il gusto del fantastico. Viene meno il pensiero umanistico-rinascimentale che si fondava sul riconoscimento della dignità dell'uomo e sulla fiducia nella corrispondenza armoniosa tra uomo (microcosmo) e universo (macrocosmo). Le forme pastorali e mitologiche utilizzate a tal scopo, indicano da una parte il tentativo di approfondire il mondo fantastico come specchio del reale ma anche dell'inverosimile, e dall'altra invece la formazione di una nuova realtà mondana che non è capace di penetrare autenticamente nel tessuto di costume.[7]

A causa delle scoperte scientifiche e geografiche che alterano la visione del mondo e del cosmo noto, viene alterato l'equilibrio tipico del Rinascimento tra uomo e universo. Di conseguenza la letteratura barocca tende a manifestare il senso di precarietà e di relativismo delle cose note e dei loro rapporti. Non è un caso che la meraviglia, posta come canone estetico dalla poesia, e la metafora esprimano le perdite di certezze e di una natura fissa degli oggetti del mondo, sostituite da apparenze ingannevoli. Quindi le due facce della letteratura barocca sono la ricerca di una realtà sempre più sfuggente ed imprecisa, e la manifestazione di una chiara delusione per il mondo concreto, da cui la necessità di evadere verso un mondo illusorio.

Si allargano gli spazi delle arti a figure, temi e contenuti tradizionalmente considerati non affrontabili nella letteratura. (per la bassezza dei contenuti). La nuova realtà è dunque caratterizzata dalle nuove scoperte geografiche, scientifiche (microscopio, circolazione del sangue studiata da William Harvey), astronomiche (Niccolò Copernico, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Isaac Newton, Keplero). Il critico Giovanni Getto scrive che[8]

« mentre il mondo dilata i suoi confini geografici ed astronomici e la natura modifica i suoi princìpi biologici e meccanici, mentre ritorna ad essere una presenza preoccupante Dio, o severamente custodito nella complicata analogia dei sistemi teologici dell'ortodossia cattolica e protestante o ineffabilmente allontanato negli abissi delle grandi e complesse esperienze mistiche, l'uomo lotta per il possesso di questo mondo e di questo Dio raffinando la sua filologia, suscitando e perfezionando una tecnica per ogni settore del sapere. »

Getto aggiunge che a differenza del Medioevo e del Rinascimento

« la civiltà barocca al contrario non ha una sua fede e una sua certezza [...]. La sua unica certezza è nella coscienza dell'incertezza di tutte le cose, dell'instabilità del reale, delle ingannevoli parvenze, della relatività dei rapporti tra le cose. »

Inoltre viene enfatizzata l'idea del doppio: le cose non si mostrano mai per quello che sono, a dimostrazione dell'artificiosità della natura umana. La finzione è il tratto fondamentale del genere letterario e artistico: l'uomo è un insieme di maschere diverse che usa a seconda delle occasioni. L'idea del doppio è presente per esempio in modo evidente nelle vicende del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes. Realtà e illusione si intrecciano, i due piani si confondono l'uno con l'altro. Si possono citare alcuni illustri esempi nel teatro e nella letteratura. Calderón de la Barca nel suo dramma La vita è sogno mostra una vicenda che è un continuo scambio tra realtà e finzione, senza che il protagonista riesca a distinguerle ed il messaggio del capolavoro del drammaturgo spagnolo è proprio che la realtà è sogno. Nell'Amleto di William Shakespeare giungono a corte degli attori girovaghi a cui il principe danese chiede di mettere in scena una vicenda che è quella dell'Amleto stesso: gli spettatori vedono così i personaggi della tragedia che diventano a loro volta spettatori della stessa tragedia di cui sono protagonisti. Nella seconda parte del Don Chischiotte il protagonista legge il racconto delle proprie avventure (la prima parte del romanzo) ed è quindi sia protagonista sia lettore del libro.

Il concettismo[modifica]

Emanuele Tesauro

Alla base della letteratura barocca c'è l'idea che la poesia deve generare meraviglia attraverso il potere seduttivo della parola («È del poeta il fin la meraviglia», scriverà Marino). La retorica è svuotata dalle finalità civili che le erano state attribuite fin dall'antichità, e viene sfruttata come strumento per elaborare figure. Nasce il concettismo, il metodo alla base della letteratura barocca, che punta a impreziosire il linguaggio ricorrendo a concetti. La definizione di "concetto" è però vaga, fondata su teorizzazioni risalenti al Cinquecento.

È una letteratura che esaspera l'artificiosità e sorprende il lettore attraverso immagini: il poeta trasferisce sulla parola la vividezza dell'esperienza visiva. Per indicare la facoltà di generare concetti vengono usati termini come ingegno, acutezza, arguzia e spirito, che a loro volta si ricollegano a parole con significati simili utilizzate in altre lingue (agudeza in spagnolo, esprit in francese, wit in inglese e Witz in tedesco). Queste parole rimandano all'idea che le cose vengono trasportate da un contesto a un altro, e così illuminate in un modo nuovo.

La principale opera in cui viene teorizzato questo metodo è Il cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro (Torino, 1592 – 1675). L'acutezza si afferma come un metodo di comunicazione universale, poiché arguta è la natura che trasforma le cose e arguto è persino Dio, quando comunica con l'uomo. Il principale strumento dell'arguzia è la metafora,[9] la quale mostra gli oggetti come in prospettiva e fa trasparire la verità come attraverso un velo. Attraverso poche rapide parole, la metafora rivela ciò che non viene detto e genera meraviglia.[10]

La poesia barocca[modifica]

Luis de Góngora y Argote ritratto da Diego Velázquez. 1622, Museum of Fine Arts, Boston

La lirica barocca fiorisce in tutta Europa, grazie ad autori come Góngora, Quevedo, Donne. La lirica italiana appare divisa in due correnti contrapposte: il concettismo marinista da una parte e il classicismo dall'altra.

Lirica[modifica]

Sul piano estetico la lirica del barocco tenta di superare, grazie a una sintesi, la dicotomia rinascimentale tra i sostenitori di un'arte pedagogica, rappresentati da Alessandro Piccolomini e Giulio Cesare Scaligero, e quelli a favore di un'arte edonistica, appoggiati da Antonio Riccoboni e Battista Guarini.[7]

Il concettismo è rappresentato in Italia e in Europa dal marinismo, corrente guidata da Giovan Battista Marino. Accanto a questa esperienza si colloca un filone classicista, in polemica con la poesia di Marino, il cui principale esponente è Gabriello Chiabrera (Savona, 8 giugno 1552 – Savona, 14 ottobre 1638). Secondo gli studiosi, la contrapposizione tra le due correnti è però molto più sfumata rispetto a come veniva presentata dai contemporanei. Mentre per Marino i classici rappresentano un repertorio da cui trarre temi per le poesie, i classicisti sostengono che la libertà poetica debba sottostare a limiti di ordine superiore. Il classicismo, in altre parole, diventa nel Seicento un criterio di gusto, che prevede la moderazione nella scelta degli accostamenti metaforici. Tuttavia, anche i classicisti pongono il piacere come fine ultimo della poesia.

Nel corso del XVII la poesia marinista entra in crisi, mentre cresce di importanza quella classicista. Saranno questi ultimi, alla fine del secolo, a offrire gli spunti per il rinnovamento della lirica italiana operato dall'Accademia dell'Arcadia. La nuova sensibilità, orientata all'armonia e alla razionalità, segnerà la lirica italiana per tutto il Settecento.[11]

Isolata rispetto a queste due correnti è la poesia del filosofo Tommaso Campanella, che si caratterizza invece per il rigore morale. La metafora viene qui usata come strumento per illuminare l'uomo nella costruzione di un mondo nuovo, in cui non vi siano più violenza ed egoismo, ma si possa vivere un cristianesimo radicale in accordo con la natura.[12]

Anche nel resto d'Europa il barocco si afferma come risposta alla crisi dei valori rinascimentali e all'affermazione di nuovi modelli politici. In Spagna, che conosce nel Seicento un progressiva e inesorabile declino, poeti come Luis de Argote y Góngora e Francisco de Quevedo parlano nelle loro poesie della delusione per la distanza che separa la realtà concreta dai valori ideali della letteratura. In Francia si sviluppa invece il preziosismo che ha in Vincent Voiture uno dei massimi esponenti. In Inghilterra l'eufuismo, dal titolo del romanzo Eufue di John Lyly, diffonde il gusto per il gioco formale e per i termini ricercati propri del concettismo. Molto importante è anche la poesia metafisica di John Donne, che propone un nuovo modello che cerca contatti tra gli oggetti sensibili e la speculazione intellettuale.[13]

Il poema narrativo[modifica]

Nel Cinquecento il poema narrativo si era rivelato il genere adeguato a mediare tra le esigenze individuali di apertura alle varietà presenti nel mondo, e la necessità di ricondurre la verità a un disegno unitario, propria della Controriforma. Per questo motivo, l'opera meglio rappresentativa della seconda metà del Cinquecento è la Gerusalemme liberata di Tasso. Il poema eroico continua anche nel Seicento a essere oggetto di attenzione. Il modello tassiano rimane un riferimento, ma conosce durante il secolo una progressiva decadenza.

I più rilevanti poemi del XVII secolo sono l'Adone (1630) di Giovan Battista Marino e La secchia rapita di Alessandro Tassoni. In entrambi i casi si tratta di opere che sono lontane dalle norme codificate e dal modello di Tasso, sia per l'organizzazione interna sia per i temi trattati.[14]

La prosa[modifica]

Diversamente dalla poesia, che tende a trasformare le situazioni quotidiane in qualcosa di prezioso e ricercato, la prosa barocca sembra volere aderire agli avvenimenti del tempo e agli aspetti concreti della vita.[15] Sono quindi coltivati generi come la prosa politica e la storiografia, tra di loro strettamente collegate. Molta importanza ha poi il romanzo in prosa, che conosce grande fortuna durante il XVII secolo.

Prosa politica[modifica]

Durante il Seicento il dibattito politico nei paesi sotto il controllo dell'Inquisizione ruota attorno al principio secondo cui il principe deve essere sottoposto al magistero della Chiesa. Punto di riferimento rimane quindi il trattato Della ragion di stato (1589) di Giovanni Botero, che difende questo assunto ideologico. Tuttavia rimane aperto il problema di risolvere l'opposizione tra le esigenze della religione e quelle della ragion di Stato.

A tentare una risposta è Ludovico Zuccolo (Faenza, 1568 – 1630) con il suo saggio Della ragion di stato (1624), in cui la politica è definita come la tecnica che serve a trovare i mezzi necessari a mantenere una repubblica. La ragion di Stato potrà quindi essere buona o malvagia a seconda che rafforzi uno Stato giusto o persegua la tirannide.

Traiano Boccalini (Loreto, 1556 – Venezia, 29 dicembre 1613), autore dei Commentari sopra Cornelio Tacito (composti negli anni 1590-1613, pubblicati nel 1669), parte da Tacito per svelare come i meccanismi della politica siano uno strumento per difendere il potere stesso. Tuttavia, proprio il fatto che Tacito riconosce nell'istinto di sopraffazione un'importanza specifica dei rapporti umani, impedisce a Boccalini di ipotizzare una soluzione a questo stato di cose. Si rifugia quindi nella protesta: nei Ragguagli di Parnaso (1612-15 dà quindi sfogo alla sua vena satirica).

Torquato Accetto (Trani, 1590/98 circa – 1640) sceglie invece la via della dissimulazione per difendere la propria integrità. Nel trattato Della dissimulazione onesta (1641) utilizza proprio la dissimulazione come arma contro l'oppressione esterna e l'esplodere dei propri sentimenti.[16]

Storiografia[modifica]

Altro genere che conosce larga fortuna nel Seicento è la storiografia, che è strettamente collegata con la trattatistica politica e risente dell'influenza di Machiavelli e Guicciardini. Tra i maggiori autori del periodo c'è Arrigo Caterino Davila (Piove di Sacco, 30 ottobre 1576 – San Michele, 26 maggio 1631), a cui si deve l'Historia delle guerre civili in Francia, che analizza grande acutezza le cause dei conflitti di religione del XVII secolo.

Anche molti ecclesiastici, provenienti in particolare dalle file della Compagnia di Gesù, scrivono opere storiografiche a sostegno dell'ordine costituito della Chiesa cattolica. L'Historia del Concilio di Trento (1644) del cardinale Pietro Sforza Pallavicino (Roma, 28 novembre 1607 – Roma, 5 giugno 1667) rappresenta una risposta all'opera di Sarpi. Nonostante la maggiore quantità di documenti consultati dal prelato, l'opera non riesce però a dare una risposta alla domanda di Sarpi, e cioè perché il Concilio di Trento abbia fallito nel tentativo di evitare la divisione della Cristianità in due blocchi.

Altra importante opera di questo secolo è la Istoria della Compagnia di Gesù (1650-1673) di Daniello Bartoli (Ferrara, 12 febbraio 1608 – Roma, 13 gennaio 1685), che si avvicina al gusto barocco per il meraviglioso allo scopo di coinvolgere il lettore nella storia delle missioni gesuitiche.[17]

Prosa narrativa[modifica]

Miguel de Cervantes in un ritratto di Juan Martínez de Jáuregui y Aguilar. 1600 c.

Una delle grandi novità del Seicento è l'affermazione del romanzo in prosa, che ingloba elementi provenienti dal romanzo ellenistico, dal poema cavalleresco, dalla letteratura galante e dalla novellistica del Cinquecento. Il romanzo è un genere di consumo, spesso stampato senza particolare cura tipografica, e si rivolge a un pubblico molto ampio e variegato. A partire dai primi decenni del XVII secolo conosce grande fortuna, soprattutto a opera di intellettuali impegnati nell'editoria. Si diffonde in quasi tutti gli Stati della penisola italiana, a eccezione del meridione.

Per soddisfare la richiesta dei lettori, i romanzi vengono scritti in tempi brevi. Il tema più utilizzato, perché gradito al grande pubblico, era quello amoroso: due nobili giovinetti vivono il loro sentimento amoroso, spesso sullo sfondo di un'ambientazione pastorale (come nei romanzi ellenistici). Sfruttando tutte le tecniche narrative formulate nel corso di secoli, gli scrittori creano complesse architetture di intrecci, ricche di colpi di scena, che si sciolgono in un lieto fine. Alcuni conflitti riprendono infatti topoi letterari, altri invece sono più legati a fatti ed eventi contemporanei al lettore.[18]

Il romanzo poteva quindi essere ambientato in luoghi magici e fantastici, oppure affrontare temi di attualità. In questo senso la narrazione diventava uno strumento di riflessione sulla morale, la politica, la storia. Attraverso il romanzo può aprire il pubblico a nuovi orizzonti, oppure rassicurarlo sulla soluzione dei problemi del presente. Una caratteristica importante è che il romanzo si presenta come un genere internazionale: i primi esempi di grande rilievo sono il Gargantua e Pantagruel del francese François Rabelais e il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes. Dallo sviluppo dei temi cavallereschi nasce in Spagna il romanzo picaresco.[19]

In Italia il romanzo fiorisce tra gli anni 1620-1670. Tra le opere più rappresentative del periodo c'è il Calloandro fedele (1640-1641) di Giovanni Ambrogio Marini (Genova, 17 giugno 1596 – Venezia, 26 giugno 1668), che si caratterizza per una trama molto intricata che si risolve con un lieto fine. Girolamo Brusoni (Badia Vangadizza, 1614 – dopo il 1686), invece, mette in mostra le frivolezze della società veneta del tempo nella sua trilogia composta da La gondola a tre remi (1657), Il carrozzino alla moda (1658), La peota smarrita (1662). Più sperimentale è Francesco Fulvio Frugoni (Genova, 1620 circa – Venezia, dopo il 1684), che nel romanzo Il cane di Diogene porta all'estremo la forza disgregatrice tipica della poetica barocca.

La novellistica, diversamente dal romanzo, non presenta novità di rilievo. Tra le opere più importanti si ricordano le Novelle amorose dei signori accademici Incogniti (1651), che raccoglie 100 novelle di 46 autori diversi, e La lucerna (1625) di Francesco Pona (Verona, 1595 – 1655). Agli anni trenta del secolo risale Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de li peccerielli di Giambattista Basile, una raccolta di cinquanta fiabe popolari napoletane. Particolarmente importanti sono anche due esempi di letteratura autenticamente popolare dell'epoca, Le sottilissime astuzie di Bertoldo (1606) e Le piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino, entrambe opera del fabbro e cantastorie Giulio Cesare Croce.[20]

Note[modifica]

  1. 1,0 1,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, pp. 395-396.
  2. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 399-402.
  3. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 2-3.
  4. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 5-7.
  5. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 7-9.
  6. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, pp. 401.
  7. 7,0 7,1 Universo, vol I, Novara, De Agostini, 1962, pp. 188-190.
  8. AA VV, La polemica sul Barocco, in Le correnti, Milano, Marzorati, 1956, pp. 467-471.
  9. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 857.
  10. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 3.
  11. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 4.
  12. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 5.
  13. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 5-6.
  14. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 6.
  15. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 857.
  16. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 8.
  17. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 8-9.
  18. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 10.
  19. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 413.
  20. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 10-11.