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Storia della letteratura italiana/Paolo Sarpi

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Storia della letteratura italiana
Storia della letteratura italiana

Teologo, astronomo, matematico, fisico, anatomista, letterato e polemista, Paolo Sarpi occupa indubbiamente un posto di primo piano nella storia della letteratura e della scienza. È uno dei più grandi scrittori a cavallo tra Cinquecento e Seicento: autore della celebre Istoria del Concilio tridentino, subito messa all'Indice, è un fermo oppositore dell'ingerenza politica della Chiesa cattolica e difensore delle prerogative della Repubblica veneziana nello scontro con il papa Paolo V.

Paolo Sarpi (1552-1623), incisione

Pietro, questo il nome secolare di Sarpi, nasce a Venezia il 14 agosto 1552 da Francesco di Pietro Sarpi, mercante, e Isabella Morelli.[1] Rimasta vedova, Isabella è accolta con Pietro e l'altra figlia Elisabetta nella casa del fratello Ambrosio Morelli, prete della collegiata di Sant'Ermagora.

Con lo zio compie i primi studi. A dodici anni, nel 1564, passa alla scuola di padre Giovanni Maria Cappella, teologo cremonese, che gli insegna logica, filosofia e teologia;[2] da altri maestri veneziani apprende anche la matematica, il greco e l'ebraico. Nel 1566 entra nel monastero veneziano dei servi di Maria. Qui continua a studiare con Capella, finché nel 1567, in occasione della riunione a Mantova del capitolo generale dell'Ordine servita, viene mandato in quella città, dove difende «318 delle più difficili proposizioni della sacra teologia e della filosofia naturale».[3]

Essersi così distinto a soli quindici anni gli vale la nomina a teologo da parte del duca di Mantova Guglielmo Gonzaga, mentre il vescovo gli affida la cattedra di «teologia positiva di casi di coscienza e delli sacri canoni».[4] Stabilito nel convento di San Barnaba, perfeziona la conoscenza dell'ebraico e si dedica agli studi storici. Sono gli anni in cui in Italia continua con vigore la repressione inquisitoriale di Pio V. Nel 1572 Sarpi fa la sua professione ed entra ufficialmente nell'Ordine servita. L'Inquisizione si occupa di lui per la prima volta nel 1573, a seguito della denuncia di un confratello.

Dopo aver ricevuto il titolo di baccelliere, nel 1574 è invitato a Milano da Carlo Borromeo, che aveva avviato una riforma del clero. L'anno successivo si trasferisce a Venezia, dove insegna filosofia e continua gli studi scientifici. Nel 1578, dopo essersi addottorato in teologia nell'Università di Padova, è nominato reggente del convento di Venezia e, l'anno dopo, priore della provincia veneta.[5] Nel 1585, a Bologna, è eletto procuratore generale.[6] Si trasferisce a Roma dove conosce Roberto Bellarmino, grazie al quale forse può consultare la documentazione relativa alle istruzioni date ai legati pontifici durante il Concilio di Trento.[7]

Terminato il mandato, Sarpi torna a Venezia nel 1589, dove conosce anche Giordano Bruno, mentre a Padova incontra Galileo. Nel 1594 sostiene Lelio Baglioni contro Gabriele Dardano come nuovo generale dell'Ordine servita: il rancore spinge il Dardano a denunciare Paolo Sarpi al Sant'Uffizio.[8] Sarpi, senza nemmeno essere chiamato a Roma per discolparsi, è subito prosciolto da ogni accusa ma il cardinale Giulio Antonio Santori, protettore dell'Ordine e capo del Sant'Uffizio, utilizza la sua autorità per escludere gli amici del frate da ogni onorificenza.[9] Nel 1601 Dardano è infine eletto priore. Sarpi, deciso a uscire dall'Ordine, cerca invano di ottenere un vescovato.[10]

Gian Lorenzo Bernini, busto di Papa Paolo V, 1619-20

La Repubblica veneziana, stretta a nord dall'Impero, in Italia dalla prevalenza spagnola e papale, in Oriente dalla potenza turca, è ormai avviata a un lungo declino politico ed economico. Alla prudente politica dei vecchi patrizi, subentra quella degli innovatori, i cosiddetti «Giovani», decisi a sottrarre la Serenissima all'invadenza ecclesiastica e a rilanciare i commerci nell'Adriatico. Nel 1605 il papa Paolo V richiede l'abrogazione delle leggi anti-ecclesiastiche e la consegna di due ecclesiastici arrestati per diversi reati, Scipione Saraceno e Marcantonio Brandolini, affinché secondo il diritto canonico siano giudicati da un tribunale ecclesiastico.

Nel 1606 Sarpi è nominato teologo canonista e invia al papa un Consiglio in difesa di due ordinazioni della Serenissima Repubblica, in cui difende le ragioni della Repubblica. Allo stesso scopo scrive anche la Scrittura sopra la forza e validità delle scomuniche, il Consiglio sul giudicar le colpe di persone ecclesiastiche, la Scrittura intorno all'appellazione al concilio, la Scrittura sull'alienazione dei beni laici agli ecclesiastici e altri ancora, poi raccolti nella Istoria dell'interdetto. Dopo che Paolo V ha scomunicato il Consiglio veneziano e fulminato lo Stato veneto con l'interdetto (cioè il divieto ai sacerdoti di celebrare funzioni liturgiche), Venezia pubblica il Protesto del monitorio del pontefice, scritto ancora da Sarpi, che definisce nullo il breve papale Superioribus mensibus e impedisce la pubblicazione della bolla pontificia.[11]

L'Inquisizione intima a Sarpi di presentarsi a Roma per giustificare le molte cose «temerarie, calunniose, scandalose, sediziose, scismatiche, erronee ed eretiche» contenute nei suoi scritti ma il frate si rifiuta. Invano il papa – che il 5 gennaio 1607 lo aveva scomunicato Sarpi – si dichiara favorevole a portare guerra a Venezia: la sua unica alleata, la Spagna, minacciata da Francia, Inghilterra e Turchia, non può sostenerla e si giunge alle trattative diplomatiche. Venezia rilascia i due ecclesiastici incarcerati e ritira il suo Protesto al papa in cambio della revoca dell'interdetto, mentre le leggi promulgate dal Senato veneziano restano in vigore.

In quel tempo Sarpi riceve la visita dell'ex luterano ed erudito tedesco Kaspar Schoppe, molto intimo dei segreti affari della Curia romana, il quale gli confida che il papa trama di assassinarlo.[12] Schoppe è un ambiguo provocatore, ma i disegni omicidi sono reali: il 5 ottobre 1607, infatti, viene aggredito da cinque sicari, che lo feriscono gravemente senza però ucciderlo. Poco più di un anno dopo, nel gennaio del 1609, viene sventato un secondo attentato, ordito, sembra su mandato del cardinale Lanfranco Margotti, da due frati serviti.[13]

Sarpi inizia la corrispondenza con personalità di fede calvinista o gallicana. Attraverso il dialogo diretto con gli intellettuali europei, amplia i propri orizzonti e approfondisce le questioni legate allo Stato moderno. Negli ultimi anni prosegue a essere consulente giuridico della Serenissima e confida che l'Inghilterra possa porre fine all'ingerenza della Chiesa e della Spagna in Italia. Intrattiene un carteggio con l'ambasciatore inglese Dudley Carleton, che probabilmente lo stimola a scrivere la sua opera più importante, l'Istoria del Concilio tridentino, che viene stampata a Londra nel 1619 e subito messa all'Indice.[14] Ai primi giorni del 1623 Sarpi si ammala gravemente, e muore il 15 gennaio.

L'Istoria del Concilio tridentino

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Frontespizio della Istoria del Concilio tridentino, 1621

Sarpi scrive la sua opera più ambiziosa stimolato da Dudley Carleton, uomo politico e ambasciatore inglese a Venezia dal 1610 al 1615.[15] Il manoscritto dell'Istoria del Concilio tridentino, arrivato in Inghilterra per iniziativa di un emissario dell'arcivescovo di Canterbury, viene pubblicato nel 1619, contro il volere dell'autore, che si firma con lo pseudonimo di Pietro Soave Polano. L'opera si rivela da subito un importante strumento per gli oppositori della Controriforma e viene messa all'Indice; in Italia viene data alle stampe solo postuma, nel 1689-1690.[14] L'opera di Sarpi è accolta da aspre polemiche: per confutarla, nel 1656-1657 viene pubblicata una Istoria del Concilio di Trento, scritta dal cardinale e gesuita Francesco Maria Sforza Pallavicino (Roma, 28 novembre 1607 – Roma, 5 giugno 1667).

L'Istoria del Concilio tridentino di Sarpi si compone di otto volumi, che prendono le mosse dal pontificato di Leone X (1513-1521) per analizzare le reazioni della Chiesa cattolica alla Riforma, i primi tentativi di indire un concilio e gli ostacoli incontrati, per poi soffermarsi sullo svolgimento del concilio di Trento (1545-1563). Quella di Sarpi non è una storiografia di tipo umanistico: piuttosto, inaugura una storiografia tecnico-istituzionale.[16] Già durante la sua battaglia contro l'autorità del papato, pur ricollegandosi ad autori laici del Cinquecento come Machiavelli e Guicciardini, nei suoi scritti Sarpi si è sempre concentrato sugli aspetti politici e giuridici, convinto che la Chiesa si potesse riformare facendo leva sulle questioni istituzionali.[14] Personalità religiosa, guarda inoltre con preoccupazione alla situazione di crisi in cui versa la Chiesa con le sue intrusioni nello Stato, soprattutto se paragonata alla purezza della Chiesa primitiva e delle prime comunità cristiane.[17]

La sua formazione giuridica porta Sarpi a concentrarsi spesso su minuti aspetti istituzionali. Non si tratta però di un'opera imparziale: da esperto della politica e della diplomazia, l'autore individua gli interessi in causa ed evidenzia come la volontà della Curia nel concilio fosse quella di soffocare e controllare le diverse anime della Chiesa. La sua storia del concilio di Trento è la storia di una caduta, poiché è pervasa dalla sensazione che la degenerazione della Chiesa sia inevitabile. L'aridità tecnica delle sue analisi viene animata da uno stile narrativo: molte critiche infatti sono portate avanti attraverso il ricorso all'opinione pubblica e all'uso di una sottile ironia. Sarpi, inoltre, indugia nel mostrare la disparità tra i propositi iniziali del concilio e i suoi effettivi risultati.[16]

  1. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, pp. 1275-1276.
  2. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1278.
  3. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1279.
  4. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1280.
  5. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1290.
  6. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1295.
  7. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1296.
  8. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1296.
  9. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1298.
  10. Sarpi, Paolo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  11. Paolo Sarpi, Istoria dell'interdetto e altri scritti editi e inediti, Roma-Bari, Laterza, 1940, p. 51.
  12. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1346.
  13. Fulgenzio Micanzio, Vita del padre Paolo, in Paolo Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, Torino, Einaudi, 1974, p. 1364.
  14. 14,0 14,1 14,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 368.
  15. Dorchester, Dudley Carleton visconte di, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  16. 16,0 16,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 369.
  17. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 381.

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