Storia della letteratura italiana/Tommaso Campanella

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Nella sua vita travagliata, Tommaso Campanella ha dovuto sempre lavorare in condizioni di gravi difficoltà. Molte delle sue opere sono andate perdute, e lo stesso filosofo ha dovuto in cui alcuni casi riscriverle, riadattandole alle esigenze imposte dagli eventi e dalle accuse che gli venivano mosse. Ne derivano alcuni problemi per gli studiosi che devono ricostruire il suo pensiero e che sono chiamati a distinguere il nucleo centrale della sua filosofia dalle affermazioni inserite solo per opportunità, al fine di evitare condanne e conseguenze ben peggiori.

La vita[modifica]

Francesco Cozza, ritratto di Tommaso Campanella

Giovan Domenico Campanella nasce a Stilo,[1] in Calabria, il 5 settembre 1568. Il padre è un ciabattino povero e analfabeta che non può permettersi di mandare i figli a scuola e Giovan Domenico ascolta dalla finestra le lezioni del maestro del paese.

Nel 1581 la famiglia si trasferisce nella vicina Stignano e nella primavera del 1582 il padre manda il figlio presso un fratello a Napoli, perché vi studi diritto. Il giovane Campanella tuttavia, più per il desiderio di seguire corsi regolari di studi, che per una reale vocazione religiosa, decide di entrare nell'Ordine domenicano. Novizio nel convento della vicina Placanica, vi compie i primi studi e pronuncia i voti a quindici anni nel convento di San Giorgio Morgeto, assumendo il nome di Tommaso (in onore di san Tommaso d'Aquino)[2], continuando gli studi superiori a Nicastro dal 1585 al 1587 e poi, a vent'anni, a Cosenza, dove affronta lo studio della teologia.

L'istruzione ricevuta dai domenicani non lo soddisfa. Il De rerum natura iuxta propria principia di Bernardino Telesio è per lui una rivelazione e una liberazione insieme: scopre che non esiste soltanto la filosofia scolastica, che la natura può essere osservata per quello che è e che può e deve essere indagata con i mezzi concreti posseduti dall'uomo, con i sensi e con la ragione, prima osservando e poi ragionando, senza schemi precostituiti e senza mandare a memoria quanto altri credevano di aver già scoperto e di conoscere su di essa.

Quelle che dai suoi superiori sono considerate intemperanze gli costano il trasferimento nel piccolo convento di Altomonte, dove tuttavia Campanella non rimane inattivo: la segnalazione di alcuni amici, che gli mostrarono il libro di un certo Jacopo Antonio Marta, napoletano, scritto contro l'amato Telesio, lo spinge a replicare e nell'agosto del 1589 conclude quella che è la sua prima opera, la Philosophia sensibus demonstrata, pubblicata a Napoli due anni dopo. In essa Campanella ribadisce la sua adesione al naturalismo di Telesio, inquadrato però in una cornice neoplatonica, di derivazione ficiniana, per la quale le leggi della natura non mantengono più la loro autonomia, come in Telesio, ma sono spiegate dall'azione creatrice di Dio, dal quale deriva anche l'ordine provvidenziale che governa l'universo.

Alla fine del 1589 abbandona il convento calabrese e se ne va a Napoli, ospite dei marchesi del Tufo. Nella capitale del viceregno, pur non abbandonando l'abito di frate, è tutto inteso ad approfondire i suoi interessi neoplatonici e scientifici, che allora erano connessi strettamente con gli studi alchemici e magici. Tra il 1590 e il 1592 scrive, in latino, il De sensu rerum et magia, iniziato in latino nel 1590. L'opera ha un destino travagliato: sequestrato dal Santo Uffizio, è riscritto in italiano nel 1604, tradotto in latino nel 1609 e pubblicato a Francoforte solo nel 1620.

Intanto, la pubblicazione della Philosophia sensibus demonstrata provoca scandalo nel convento di San Domenico. Anche se nessuna affermazione eretica è contenuta nel libro, in un giorno imprecisato del 1591 Campanella è arrestato dalle guardie del nunzio apostolico con l'accusa di pratiche demoniache. L'accusa viene poi a cadere, ma resta quella di essere un telesiano, di non tener conto dell'ortodossia filosofica di Tommaso d'Aquino e di essere stato per mesi «in domibus saecolarium extra religionem». Dopo quasi un anno di carcere già scontato, è allora sufficiente che reciti dei salmi e torni, entro otto giorni, nel suo convento di Altomonte.

Campanella non ubbidisce all'ordine del tribunale: munito di una lusinghiera lettera di presentazione al granduca di Toscana, rilasciatagli dall'amico ed estimatore, il padre provinciale di Calabria fra Giovanni Battista da Polistena, il 5 settembre 1592 fra Tommaso parte da Napoli alla volta di Firenze, con il suo carico di libri e manoscritti, contando su di un posto di insegnante a Pisa o a Siena.

La prudente diffidenza di Ferdinando I, che non manca di chiedere informazioni sul suo conto al cardinale Del Monte, ottenendo una risposta negativa, spinge il 16 ottobre Campanella a lasciare Firenze per Bologna, dove l'Inquisizione, che lo sorveglia, per mezzo di due falsi frati gli ruba gli scritti che si porta appresso, per poterli esaminare in cerca di prove a suo danno.[3]

Ai primi del 1593 Campanella è a Padova, ospite del convento di Sant'Agostino. A Padova incontra Galileo e il medico e filosofo veneziano Andrea Chiocco. Alla fine del 1593 o all'inizio del 1594 è però nuovamente arrestato dal Sant'Uffizio. Nel frattempo, dall'esame del suo De sensu rerum sono tratte nuove imputazioni che richiedono lo spostamento del processo da Padova a Roma, dove Campanella è rinchiuso nel carcere dell'Inquisizione l'11 ottobre 1594.

Per difendersi dalle nuove accuse di essere oppositore della Chiesa, Campanella scrive già nel carcere padovano un De monarchia Christianorum, perduto, e il De regimine ecclesiae, ai quali segue, nel 1595, per contestare l'accusa di intelligenza con i protestanti, il Dialogum contra haereticos nostri temporis et cuisque saeculi e, a difesa dell'ortodossia di Telesio e dei suoi seguaci, la Defensio Telesianorum ad Sanctum Officium. La tortura cui è sottoposto nell'aprile del 1595 segna la conclusione del processo: il 16 maggio Campanella abiura nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva e viene confinato nel convento domenicano di Santa Sabina, sul colle Aventino.

Il 31 dicembre 1596 è liberato dal confino e assegnato al convento di Santa Maria sopra Minerva; intanto, a Napoli, un concittadino di Campanella, condannato a morte per reati comuni, Scipione Prestinace, prima di essere giustiziato il 17 febbraio 1597, forse per ritardare l'esecuzione, denuncia diversi suoi conterranei e Campanella in particolare, accusandolo di essere eretico: così, il 5 marzo, Campanella è nuovamente arrestato.[4] Il nuovo processo si conclude il 17 dicembre 1597: nella sentenza, Campanella è assolto dalle imputazioni e, diffidato dallo scrivere, liberato finché i suoi superiori lo confinino in qualche convento «senza pericolo e scandalo».

In tutto questo periodo, Campanella ha proseguito la sua produzione speculativa e letteraria: oltre agli scritti difensivi del De monarchia, del Dialogo contro Luterani e del De regimine, e ai Discorsi ai prìncipi d'Italia, che è un tentativo di captatio benevolentiae all'indirizzo della Spagna, giustificato dalla difficile situazione giudiziaria, scrisse l'Epilogo magno, destinato a essere integrato nella successiva Philosophia realis, con il Prodromus philosophiae instaurandae, pubblicato nel 1617, l'Arte metrica, dedicata al compagno di sventura Giovan Battista Clario, la Poetica, dedicata al cardinale Cinzio Aldobrandini, e i perduti Consultazione della repubblica Veneta, Syntagma de rei equestris praestantia, De modo sciendi e Physiologia.

Trasferitosi a Napoli nel 1598, Campanella dà lezioni di geografia, scrive le perdute Cosmographia e Encyclopaedia facilis, e termina l'Epilogo Magno. In luglio s'imbarca per la Calabria e raggiunge Stilo, ospite del convento domenicano di Santa Maria di Gesù. Per poco tempo Campanella rimase tranquillo in convento, dove scrisse il piccolo trattato De predestinatione et reprobatione et auxiliis divinae gratiae, nel quale afferma la dottrina cattolica del libero arbitrio. In un abbozzo dei suoi Articuli prophetales, appare già l'attesa del nuovo secolo che gli sembra annunciato da fenomeni straordinari: inondazioni del Po e del Tevere, allagamenti e terremoti in Calabria, il passaggio di una cometa, profezie e coincidenze astrologiche. Un nuovo mondo sembra alle porte, a sostituire il vecchio ormai caduto in una situazione di degrado.

Nell'illusione di un rivolgimento già scritto nelle stelle Campanella progetta, senza preoccuparsi di valutare realisticamente le possibilità di realizzazione, la costituzione in Calabria di una repubblica ideale, comunistica e insieme teocratica. Comincia a predicare dai primi mesi del 1599 l'imminente ed epocale rivolgimento, intessendo nell'estate una fitta trama di contatti con le poche decine di congiurati che aderirono a quella fantastica impresa. Le autorità hanno ben presto sentore del tentativo di insurrezione e in agosto truppe spagnole intervengono a rafforzare i presidi. Il 17 agosto Campanella fugge, ma viene incarcerato a Castelvetere. Il 10 settembre firma una confessione nella quale fa i nomi dei principali congiurati, negando ogni sua partecipazione all'impresa. Ma le testimonianze dei suoi complici sono concordi nell'indicarlo come capo della cospirazione.

Trasferito a Napoli insieme ai suoi compagni di avventura, Campanella è rinchiuso in Castel Nuovo. Il Santo Uffizio non ottiene dall'autorità spagnola che i religiosi imputati - Campanella e altri sette frati domenicani - sono trasferiti a Roma e papa Clemente VIII nomina i giudici per il processo che si sarebbe tenuto a Napoli. Durante il processo presieduto dal vescovo Benedetto Mandina, Campanella, sotto tortura, riconosce le proprie eresie e, in quanto relapso, diventava passibile della pena capitale. La sua strategia di difesa è quella di fingersi pazzo. L'accettazione da parte dei giudici della pazzia avverrà il 4 e 5 giugno 1601, durante una terribile seduta di tortura denominata "la veglia" che consiste in quaranta ore di corda alternata al cavalletto, con tre brevi interruzioni. La resistenza morale e fisica di Campanella gli permettono di superare la prova anche se rimarrà poi tra la vita e la morte per sei mesi.

Trascorre ventisette anni in prigione a Napoli. Durante la prigionia scrive le sue opere più importanti: La Monarchia di Spagna (1600), Aforismi Politici (1601), Atheismus triumphatus (1605-1607), Quod reminiscetur (1606?), Metaphysica (1609-1623), Theologia (1613-1624), e la sua opera più famosa, La città del Sole (1602), in cui vagheggia l'instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale retta su principi di giustizia naturale. Egli addirittura interviene nel primo processo contro Galileo Galilei con la sua coraggiosa Apologia di Galileo (1616).

È infine scarcerato nel 1626 grazie a Maffeo Barberini, arcivescovo di Nazaret a Barletta, poi papa col nome di Urbano VIII, che personalmente intercedette presso Filippo IV di Spagna. Campanella è portato a Roma e tenuto per qualche tempo presso il Sant'Uffizio, ed è liberato definitivamente nel 1629. Vivrà per cinque anni a Roma, dove è consigliere di Urbano VIII per le questioni astrologiche.

Nel 1634 però, una nuova cospirazione in Calabria, portata avanti da uno dei suoi seguaci, gli procura nuovi problemi. Con l'aiuto del cardinale Barberini e dell'ambasciatore francese de Noailles, fugge in Francia, dove è benevolmente ricevuto alla corte di Luigi XIII. Protetto dal cardinale Richelieu, e finanziato dal Re, passa il resto dei suoi giorni al convento parigino di Saint-Honoré. Il suo ultimo lavoro è un poema che celebrava la nascita del futuro Luigi XIV (Ecloga in portentosam Delphini nativitatem).

La natura e la magia: il De sensu rerum et magia[modifica]

Il De sensu rerum et magia, iniziato in latino nel 1590, fu completato e dedicato al granduca di Toscana Ferdinando I de' Medici nel 1592; sequestratogli il manoscritto a Bologna dal Sant'Uffizio, fu riscritto in italiano nel 1604, tradotto in latino nel 1609 e pubblicato finalmente nel 1620 a Francoforte. Campanella vi persegue una sintesi di naturalismo telesiano e di platonismo: a Democrito e ai materialisti rimprovera di voler far derivare l'ordine del mondo all'azione degli atomi, che non hanno sensibilità, e agli aristotelici la mancata iniziativa di Dio nella costituzione della natura. D'altra parte non intende nemmeno sacrificare l'autonomia delle forze che agiscono nella natura, pur se la spiegazione ultima delle cose va ricercata nella primitiva azione divina.

Secondo Campanella, i tre princìpi di cui è composta la natura (materia, caldo e freddo), sono frutto della creazione divina:

« Dio prima fece lo spazio, composto pure di Potenza, Sapienza e Amore [...] e dentro a quello pose la materia, che è la mole corporea [...] Nella materia poi Dio seminò due principi maschi, cioè attivi, il caldo e il freddo, perché la materia e lo spazio sono femmine, principi passivi. E questi maschi, da codesta materia divisa, combattendo, formano due elementi, cielo e terra, che combattendo tra loro, dalla loro virtù fatta languida nascono i secondi enti, avendo per guida della generazione le tre influenze, la Necessità, il Fato e l'Armonia, che portano l'Idea. »

Le tre primalità (primalitates) - che corrispondono alle tre nature divine - costituiscono il triplice carattere di ogni essere:

« [Dio] ha dato a tutte le cose potenza di vivere, sapienza e amore quanto basti alla loro conservazione [...] Dunque il calore può, sente e ama essere, e così ogni cosa, e desidera eternarsi come Dio e attraverso Dio nessuna cosa muore ma si muta soltanto, anche se ogni cosa pare morta all'altra e in verità è morta, così come il fuoco pare cattivo al freddo ed è veramente cattivo per lui, ma per Dio ogni cosa è viva e buona». Se si considera ogni cosa nel tutto ci si rende conto che nulla muore veramente: «muore il pane e si fa chilo, questo muore e si fa sangue, poi il sangue muore e si fa carne, nervi, ossa, spirito, seme e patisce varie morti e vite, dolori e piaceri.[5] »

Dalla Potenza le cose sono solo perché possono essere e hanno una determinata natura; Dio attraverso questa potenza dona la Necessità alle cose, la Sapienza permette alle cose di conoscere il Fato, ossia il saper vedere la successione di causa-effetto nei processi naturali e infine l'Amore permette l'Armonia fra gli esseri, perché questi amano essere così e non diversamente:

« tutti gli enti si compongono di Potenza, Sapienza e Amore e ognuno è perché può essere, sa essere e ama essere, combatte contro il non essere e, quando gli manca il potere o il sapere o l'amore dell'essere, muore e si trasmuta in chi ne ha di più. »

Tutte le cose hanno sensibilità:

« Tanta sciocchezza è negare il senso alle cose perché non hanno occhi, né bocca, né orecchie, quanto è negare il moto al vento perché non ha gambe, e il mangiare al fuoco perché non ha denti, e il vedere a chi sta in campagna perché non ha finestre da cui affacciarsi e all'aquila perché non ha occhiali. La medesima sciocchezza indusse altri a credere che Dio abbia certo corpo e occhi e mani. »

Inoltre Campanella ci parla anche delle primalità del non-essere, presenti inevitabilmente nel mondo finito, che sono l'Impotenza, l'Insipienza e l'Odio: solo in Dio, che è infinito, le primalità dell'essere non sono contrastate dalle primalità del non-essere. A queste tre primalità si contrappongono le potenze negative, che possono variamente combinarsi alle primalità nell'ambito delle varie forme della magia, che è l'insieme delle regole che vanno osservate per intervenire nella natura. Il mago è il sapiente che scopre le relazioni esistenti tra le cose:

« beato chi legge nel libro della natura, e impara quello che le cose sono, da esso e non dal proprio capriccio, e impara così l'arte e il governo divino, facendosi di conseguenza, con la magia naturale, simile e unanime a Dio. »

La magia si manifesta attraverso le sensazioni, che possono essere negative o positive: sensazioni che l'uomo coglie, e che gli fanno capire di essere parte integrante di un ordine universale; tuttavia, nonostante sia parte di questo ordine, può opporsi a tale ordine, e se si oppone all'ordine universale la magia è negativa, se invece si armonizza, ovvero cerca di seguire l'ordine universale, allora la magia è positiva.

L'utopia della Città del Sole[modifica]

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Civitas Solis

Campanella è autore di un'importante opera di carattere utopico, La Città del Sole, in cui descrive una città ideale governata dal Metafisico, un re-sacerdote volto al culto del Dio Sole, un dio laico proprio di una religione naturale, di cui Campanella stesso è sostenitore, pur presupponendo razionalmente che coincida con la religione cristiana. Questo re-sacerdote si avvale di tre assistenti, rappresentanti le tre primalità su cui si incentra la metafisica campanelliana: Potenza, Sapienza e Amore. In questa città vige la comunione dei beni e la comunione delle donne.

Nel delineare la sua concezione collettivista della società, Campanella si rifà a Platone e all'Utopia di Tommaso Moro (1517); fra gli antecedenti dell'utopismo campanelliano è da ricordare anche la La nuova Atlantide di Bacone. L'utopismo partiva dal presupposto che, poiché non si poteva realizzare un modello di Stato che rispecchiasse la giustizia e l'uguaglianza, allora questo Stato si ipotizzava, come aveva fatto a suo tempo Platone. È però importante sottolineare che, mentre Campanella tratta una realtà utopistica, Niccolò Machiavelli rappresenta la realtà concretamente, e la sua concezione dello Stato non è affatto utopistica, ma assume una valenza di metodo di governo, finalizzato a ottenere e mantenere stabilmente il potere.

La poesia[modifica]

L'interesse per la poesia attraversa tutta la vita e l'attività intellettuale di Tommaso Campanella. A questo tema ha dedicato in particolare una Poetica, confluita nella Philosophia rationalis (1638). Tuttavia non si limita al lavoro di teorico. I suoi componimenti saranno pubblicati postumi dall'amico Tobia Adami, curatore della raccolta Scelta d'alcune poesie filosofiche di Settimontano Squilla (dove "Squilla" è una metonimia di Campanella), edita in Germania nel 1622.

Campanella parte dall'idea che poesia e magia siano strettamente connesse. Adotta però poi una prospettiva aristotelica, critica la finzione e apprezza invece le poesie che esprimono direttamente la verità. Nei componimenti di cui è autore mostra uno stretto legame con la sua vita e le sue esperienze. Le sue vicissitudini sono interpretate in un orizzonte più vasto, come parti del destino che l'umanità percorre sotto lo sguardo di Dio.

La poesia diventa quindi uno strumento magico per arrivare al significato più profondo del processo che regola il mondo. La natura è vista come divina e benefica, anche se sull'autore continuano a pesare le inquietudini dovute all'esistenza del male. Nelle liriche più intense affronta direttamente la sua condizione di prigioniero in carcere.[6] La coscienza del male non porta a rassegnazione o al lamento, ma è uno stimolo per combatterlo e trasformarlo attraverso la metafora.[7]

Il suo stile si avvicina al concettismo barocco per quanto riguarda l'uso della metafora come strumento per indagare gli elementi magici della natura. Se ne distacca però per la serietà religiosa che risalta dalle sue poesie,[7] e sembra piuttosto riprendere temi e modi da Dante. Ritornano inoltre termini del linguaggio parlato ed espressioni tratte dalla Bibbia. I concetti filosofici di cui si nutre questa poesia sono espressi in modo contratto, al punto da risultare spesso oscuri. Campanella si pone così come un profeta, che diversamente dai poeti pagani è in grado di sondare la verità della natura.[6]

Note[modifica]

  1. Luigi Firpo, Campanella Tommaso, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, 1974.
  2. Massimo Baldini, Nota biobibliografica, in Tommaso Campanella, La Città del Sole, Roma, Newton Compton, 1995, p. 16.
  3. Luigi Firpo, Appunti campanelliani, in Giornale critico della filosofia italiana, XXI, 1940.
  4. Luigi Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Roma, Salerno, 1998, p. 88.
  5. Tommaso Campanella, De sensu rerum et magia, II, 26
  6. 6,0 6,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, pp. 437-438.
  7. 7,0 7,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 29.