Antologia ebraica/Appendice

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Indice del libro


POESIE[modifica]

di poeti ebrei...

Il procedimento più tipico della poesia ebraica è senza dubbio il parallelismo. Per capirlo bisogna fare un esempio, che prendiamo dal Salmo 114. Riportiamo qui il testo del salmo ponendolo su due colonne parallele:

Quando Israele uscì dall’Egitto, Giuda divenne il suo santuario, Il mare vide e si ritrasse, i monti saltellarono come arieti, Che hai tu mare per fuggire? Perché voi monti saltellate come arieti? Trema o terra davanti al Signore, che muta la rupe in un lago, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, Israele il suo dominio. il Giordano si volse indietro le colline come agnelli di un gregge. e tu, Giordano, perché torni indietro? e voi, colline, come agnelli di un gregge? davanti al Dio di Giacobbe, la roccia in sorgenti d’acqua.

È subito possibile notare un fatto curioso: se leggiamo soltanto la prima colonna, quella di sinistra, il salmo ha già un senso completo; leggendo soltanto la seconda colonna non avremmo invece alcun senso. Ogni verso del salmo, infatti, è suddiviso in due parti (dette stichi), dove la seconda parte è sempre in parallelo con la prima.

La regola del parallelismo nasce forse dalla percezione della realtà come una pluralità indifferenziata, priva apparentemente di senso, che il linguaggio poetico è capace invece di organizzare e unificare. Il parallelismo della poesia ebraica è per lo più di carattere binario, fatto cioè di due soli elementi (più raramente di tre); alcuni autori motivano questo fatto con il ricorso alla costituzione fondamentale dell’uomo, che è quella di vivere nella dimensione binaria di spazio e tempo.

Un primo evidente scopo del parallelismo è quello di creare antitesi:

« Il Signore conosce la via del giusto
ma la via degli empi andrà in rovina »
(Salmi 1:6)

Si veda ancora questa chiara antitesi di carattere antimilitarista:

« Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli;
noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio.
Quelli si piegano e cadono,
ma noi restiamo in piedi e stiamo saldi »
(Salmi 20:8-9)

Il parallelismo è anche in grado di creare sintesi e armonia:

« Vi sia pace nelle tue mura
sicurezza nei tuoi baluardi »
(Salmi 122:7)
« allora la nostra bocca si aprì al sorriso
la nostra lingua in canti di gioia »
(Salmi 126:3)

Qui la seconda parte del verso amplia chiaramente la prima.
Il parallelismo può essere poi usato per creare effetti di accumulazione, che colpiscono chi lo ascolta:

« Non temerai il terrore che vaga di notte,
la freccia che vola di giorno,
la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno »
(Salmi 91:5)

Nel caso del Salmo 114, che già abbiamo ricordato, il parallelismo serve ad ampliare la prima parte di ogni verso; così l’Egitto diviene nel secondo stico un «popolo barbaro». Al termine religioso «il suo santuario» è affiancato dal salmista un termine politico, «il suo dominio»; la liberazione d’Israele è dunque allo stesso tempo un atto religioso e un atto di libertà «politica». Il ricordo del passaggio del mare (Esodo 14) si amplia in quello del passaggio del Giordano, descritto nel libro di Giosuè (Giosuè 3); in un solo verso il poeta riesce così a legare due episodi apparentemente lontani tra loro. Al termine del salmo la «roccia» intensifica il riferimento alla «rupe», così come le «sorgenti d’acqua» intensificano il «lago»; il parallelismo serve in questo caso ad aprire nuovi orizzonti, con un fenomeno di dilatazione.

LE POESIE DI GERUSALEMME[modifica]

di Paul Celan

Tu sempre mandorla, che parlavi solo a metà,
ma tremata sino dal germe,
te
lasciavo attendere,
te.

Ed ero
non ancora
orbato d’occhi,
ancora non spinata la fronte celeste
del canto, che inizia:
Hachnissini.[1]

("Accoglimi in te" - Parigi, rue Tournefort, 2.9.1968)

Stava
la scheggia di fico sul tuo labbro,

stava
Gerusalemme attorno a noi,

stava
l’odore dei chiari pinastri
sopra la nave danese, che ringraziammo,

io stavo
in te.

(Parigi, rue d’Ulm, 17.10.1969)

PRENDI QUESTI VERSI[modifica]

di Meir Wieseltier

Prendi questi versi, e non leggere
usa a questo libro violenza:
sputaci sopra, schiaccialo
pizzicalo, prendilo a calci.

Getta in mare questo libro
per vedere se sa nuotare.
Mettilo sulla fiamma del gas
per vedere se regge il fuoco.
Inchiodalo, segalo
per vedere se fa resistenza.

Questo libro è un cencio di carta
ha lettere come mosche, e tu
cencio di carne, che mangi polvere e grondi sangue,
lo guardi gli occhi vuoti in dormiveglia.

Concetti, 1.

La vista è il senso più protetto
La vista è il senso più protetto
contro il sensibile. Non come il fragile orecchio,
o le narici, o il palato. Il chiasso assorda
le orecchie, il puzzo dà il capogiro, la vampa ustiona il palato.
Ma l'occhio non si squarcia alla vista del corpo massacrato. Sorvola
sull'orrore come una mano
che accarezza un gatto
distrattamente.

[Da Meir Wieseltier, Lontano dall'alzabandiera, pref. di Enrico Testa, trad. di Ariel Rathaus, testo a fronte ebraico, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2003]

FORSE ACCADRÀ[modifica]

di Chaim Guri

Forse accadrà. Attendete. È il silenzio, prima.
Non v’hanno dimenticato.
Voi non sapete che cosa vi attenda
Nelle zone delle ipotesi nebulose.

Guardate i lebbrosi che ritornarono puri,
i ciechi che riacquistarono il lume,
le donne più belle di quanto non avessero mai creduto,
le dimenticate che poi furono possedute
come dopo un atto di rinuncia.

Anche il figlio della Sunamita si ridestò.
Anche la suocera di Pietro costretta a letto,
ardente di febbre,
si alzò per servire gli ospiti –
per qualche parola che le era stata detta
e il tocco della mano del Signore.

E quei tempi stanno ormai per finire.
Il vento viene e va,
ritorna sui suoi passi.

Anche tu saprai
di non aver atteso invano.

[traduzione di Ariel Rathaus]

GERUSALEMME PORTO DI MARE IN RIVA ALL'ETERNITÀ[modifica]

di Yehuda Amichai

L'altura del Santuario vasta nave, piroscafo sontuoso
di dolci svaghi. Dagli oblò del suo Muro Occidentale
occhieggiano giulivi santi in partenza. Chassidim si sbracciano
sulla banchina a salutare, arrivederci, urrà. Una nave
che attracca e salpa perpetuamente. E le transenne e i moli
e i poliziotti e le bandiere e l'alta alberatura delle chiese
e di moschee e i fumaioli di sinagoghe e le scialuppe
degli osanna e le colline-onde. Un suono di shofar: un'altra
che ha levato l'ancora. Biancovestiti marinai del Kippur
s'inerpicano per le scale ed il sartiame
di preghiere collaudate.

E il mercatare, gli archi, le cupole dorate:
Gerusalemme è la Venezia di Dio.

QUANDO LA DONNA AMATA[modifica]

di Yehuda Amichai

Quando la donna amata
Quando la donna amata lo abbandona,
un uomo è invaso dentro da un vuoto
tondo come una grotta
in cui si formeranno stalattiti stupende.
Lentamente, come dentro la Storia
lo spazio vuoto riservato al senso,
allo scopo di tutto, alle lacrime.

DAI CANTI DI SION[modifica]

di Jehudah Halevi

Tu, di splendide visioni, gioia dell'Universo, grande città regale,
a te anela l'animo mio, da questa estremità di ponente.
Mi struggo nel mio intimo, quando ricordo l'Oriente,
la tua gloria esiliata, la tua dimora distrutta.
O potessi io volare portato dalle ali di aquile,
per cospargere di lacrime la tua polvere!
Ti desidero, anche se il tuo Re è assente, anche se al posto della tua rocca profumata vi sono serpi, pitoni e scorpioni,
eccomi qui per restaurare e baciare le tue pietre,
poiché il sapore delle tue zolle è per me migliore del miele!

AL MIO RITORNO[modifica]

di Haim Nachman Bialik

Di fronte a me v'è di nuovo un vecchio consunto
un viso rinsecchito e rugoso
l'ombra di una pagliuzza secca, tremulo come una foglia
errabondo tra pagine di libri.

Di fronte a me v'è di nuovo una vecchia consunta
che tesse e sferruzza calze
la sua bocca è piena di invettive e maledizioni
e le sue labbra non cessano di muoversi.

NUVOLE FLUTTUANTI...[modifica]

di Vera Pavlova

nuvole fluttuanti sul dorso
oltre la calura e lungo l’azzurro
girami la schiena
non chiamarmi invocami
salpa verso l’occidente
blocca la luce del sole
eterno amore non si trova
poiché non c’è eternità

LA MIA BARCA E' SIMILE...[modifica]

di Vera Pavlova

La mia barca è simile
a culla e bara.
Galleggio a valle
aiutando appena la corrente
coi remi. Lo so:
presto la vecchiaia
prenderà possesso del timone,
alzerà la vela bianca.

QUANTO POCO MI È DATO FONDERMI[modifica]

di Vera Pavlova

Quanto poco mi è dato fondermi
con te in incavi, sporgenze e solchi.
Quanto poco: solo gomiti e ginocchia
per puntellarmi. Mai paga appello
di penetrare nei pori della tua pelle, nel sangue
tuo, come cascata di montagna e confluire
nei meandri del cervello e nelle viscere,
le vertebre intrecciando, come radici,
che solo la scure può separare...
Quanto poco mi è dato dalla stolta natura:
adattare in un unico incastro
l’elementare armatura maschile.

[traduzione dal russo]

OMBRE E PAURE[modifica]

di Daubmir

Scivola via
la quiete muta
e non trova ostacoli
lo sguardo quando
scorre le ombre fatue
in grembo al firmamento
che fonde il serpente
insieme all'astro
di Lucifero

Frana la notte
nell'antro di paura
e riporge all'anima
il fiore nero
dell'eterno sonno
con fuoco d'occhi
che invano cercano
la piaga velata
nella carne

Galleria ebraica[modifica]

Note[modifica]

  1. "Tu sempre mandorla" [Mandelnde] è stata scritta più di un anno prima del viaggio di Celan a Gerusalemme. "Mandelnde", una forma desueta della parola "Mandel", parla di un essere che continua, un essere nell’ebraico. "Mandelnde" sta anche qui, come in altre poesie, per l’ebraico, è il tu a cui ci si rivolge. Il tu, che significa patria, origine, e ora anche Gerusalemme, il tu che egli lasciò attendere, forse anche perché questo tu non poteva ancora del tutto indirizzare a lui la parola. A tutto questo Celan poi si rivolge con la parola ebraica tratta dalla poesia di Bialik: "Hachnissini" – "accoglimi in te" Oppure, come nella poesia di Bialik (tradotta liberamente): "Accoglimi sotto le tue ali, sii per me madre e sorella, sii a me il grembo e sii a me rifugio, nella mia pena".