Antologia ebraica/Puro di Cuore

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Ebreo in preghiera

(IT)
« Non vedo la foresta a causa degli alberi. »

(He)
« מרוב עצים לא רואים את היער »
(Detto ebraico)

Nascondersi dalla Presenza di Dio[modifica]

Filone di Alessandria

Egitto, I secolo

DA LEGUM SACRARUM ALLEGORIARUM LIBRI [1]

"E Adamo e sua moglie si nascosero dalla presenza del Signore Dio fra gli alberi del giardino" (Gen. 3:8). Qui le Scritture ci familiarizzano col principio che i malvagi sono senza dimora.[2] Poiché se la virtù costituisce la vera città del saggio, allora colui che non può partecipare alla virtù è un esule da tale città. Ed i malvagi non possono partecipare alla virtù e quindi sono esiliati, sono fuggitivi. Ma colui che fugge dalla virtù allo stesso tempo si nasconde da Dio. Poiché se i saggi sono a Dio visibili — in quanto sono Suoi amici — i malvagi sono tutti apparentemente nascosti ed occultati da Lui, dato che sono nemici scellerati della giusta ragione. Le Scritture testimoniano che l'uomo malvagio non ha casa né alloggio, in allusione a Esaù nel suo "mantello di pelo" e guisa peccaminosa, poiché sta scritto: "Esaú era un esperto cacciatore, un uomo di campagna" (Gen. 25:27). Poiché la cattiveria legata alla caccia di passioni, affrettando stoltamente il perseguimento della rozzezza,[3] non può vivere nella città della virtù. Giacobbe invece, che è colmo di saggezza, è un cittadino della virtù e dimora nella virtù, poiché di lui è detto: "Mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende" (ibid.) E questa è anche la ragione per cui si dice: "E avvene che, poiché le levatrici temevano Dio, si prepararono delle case."[4] Poiché quelle [anime] che cercano i segreti occultati di Dio — e ciò significa: "dare alla luce figli maschi" — edificare le opere di virtù in cui scelgono di dimorare. Pertanto qui si dimostra in qual senso i malvagi sono senza casa e senza alloggio, poiché sono esiliati dagli ambiti della virtù, mentre i buoni hanno ricevuto la saggezza come dimora e come loro città.
Ora investigheremo in quale senso si può dire che una persona si nasconde da Dio. È impossibile comprendere queste parole che troviamo nelle Scritture, a meno che non diamo loro un'interpretazione allegorica. Poiché Dio colma e penetra tutto; Egli non lascia nulla vuoto o privo della Sua presenza. Pertanto, come può uno essere in un luogo dove non c'è Dio? Un altro passo delle Scritture comprova ciò: "Il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n'è altro" (Deut. 4:39). E in seguito: "Ecco, Io starò davanti a te" (Es. 17:6). Dato che, prima che qualsiasi cosa venisse creata, c'era Dio, ed Egli si trova ovunque, cosicché nessuno si può nascondere a Lui. Perché ciò dovrebbe riempirci di meraviglia? Non riusciamo a scappare dagli elementi di tutte le cose create, anche se se avessimo ragione di nasconderci da essi. Provate a sfuggire dall'acqua e dall'aria, dal cielo o da tutto il mondo! Siamo necessariamente catturati dalla loro essenza, poiché nessuno può fuggire dal mondo. Ma se non possiamo nasconderci da parti del mondo, e dal mondo stesso, a maggior ragione come possiamo nasconderci dalla presenza di Dio? Mai! Cosa si intende quindi con l'espressione "si nascosero"? I malvagi credono che Dio sia in un certo luogo, che Egli non contenga ma sia contenuto. E quindi pensano di potersi nascondere, che il Creatore di tutta la vita non sia in quella data parte del mondo che essi hanno scelto come rifugio nascosto.

Abbiamo pertanto dimostrato in che modo i malvagi siano fuggitivi e si nascondano da Dio. Ora vedremo dove si nascondono. "Fra gli alberi del giardino", leggiamo, cioè al centro della mente, che è, per così dire, nel mezzo del giardino, ovvero dell'anima intera. Colui che fugge da Dio, fugge in se stesso. Poiché ci sono due tipi di mente, la mente dell'universo, e cioè Dio, e la mente dell'uomo individuale. E l'uno fugge dalla propria mente verso la mente dell'universo — dato che chiunque lascia la propria mente, ammette con ciò che le opere della mente mortale non sono nulla, e attribuisce tutto a Dio. Ma l'altro fugge da Dio, e dichiara che non è affatto Dio la causa di tutto, ma che l'uomo stesso sia la causa di tutto ciò che avviene. Ci sono quindi molti che credono che tutte le cose del mondo seguano il loro corso da per se stesse, senza una guida, e che è lo spirito dell'uomo che ha inventato le arti, i mestieri, le leggi, le tradizioni, le istituzioni dello stato, e i diritti dell'individuo e della comunità, sia in merito agli umani che alle bestie, che sono senza ragione.[5] Ma tu, o anima mia, vedi la differenza tra questi due punti di vista. Poiché l'uno lascia la peritura mente mortale, che è stata creata, e sceglie in suo vero aiuto la mente primordiale ed immortale dell'universo. Tuttavia l'altro, che mette da parte Dio, stoltamente corteggia come proprio alleato la mente umana, che non è nemmeno capace di aiutare se stessa.

Il Nome Buono[modifica]

Detti dei Maestri ebrei
LA FINE DELL'UOMO

Così parlò Rabbi Meir, quando ebbe terminato il Libro di Giobbe:
La fine dell'uomo è la morte,
la fine del bestiame è il macello.
Tutto ciò che è, muore.
Felice è colui che è cresciuto nella Torah,
le cui opere riguardano la Torah,
che dà soddisfazione al suo Creatore,
che è cresciuto con un buon nome,
e con un buon nome diparte da questo mondo.
Di questi Salomone dice:
"Un buon nome
è preferibile a un olio profumato,
e il giorno della morte
al giorno della nascita."
(Eccl. 7:1)

SARÒ CON TE

Rabbi Meir era solito dire:
Impara col tutto il cuore, e con tutta l'anima,
per conoscere le Mie vie,
per vigilare alle porte della Mia Torah,
Mantieni la Mia Torah nel cuore,
davanti agli occhi conserva il timor di Dio;
preserva la tua bocca da tutti i peccati,
purificati dalle colpe e trasgressioni,
e fatti santo,
e Io sarò con te in ogni luogo.

IL PROSSIMO

I Maestri di Yavne erano soliti dire:
Sono una creatura, ed il mio prossimo è una creatura.
Quanto a me — il mio lavoro è in città.
Quanto a lui — il suo lavoro è nei campi.
Io mi alzo presto per andare al lavoro,
ed egli si alza presto per andare al lavoro.
Poiché egli non si sente superiore al mio lavoro,
anch'io non mi sento superiore al suo lavoro.
E devi forse dire,
che io faccio di più, ed egli fa di meno —
Abbiamo imparato:
"L'uno di più, l'altro di meno — solo se il suo cuore si volge al cielo."[6]

FRATELLI

Abbaye era solito dire:
Lascia che l'uomo sia creativo nel timor di Dio,
dando una risposta benevola che scacci via l'ira.
Lascia che egli aumenti la pace coi suoi fratelli, coi suoi parenti, e con ogni uomo,
anche con lo straniero al mercato,
affinché egli sia amato in alto e desiderato in basso,
e ben accetto da tutte le creature.

IL FINE ULTIMO

Raba era solito dire:
Il fine ultimo della saggezza è di volgersi a Dio e fare opere buone.
Cosicché un uomo non possa leggere la Torah ed imparare la Tradizione
e poi calpestare suo padre, o sua madre,
o il suo maestro, o colui che è più grande di lui in saggezza e anni.
Pertanto è detto:
"Il timore di Dio è il principio della saggezza;
una buona conoscenza hanno tutti coloro che perseguono ciò."[7]

Il devoto[modifica]

Yehuda Ha-Levi

Spagna-Palestina, XII secolo

DAL KUZARI

Il re dei Cazari disse:[8] Dimmi cosa fa l'uomo devoto tra di voi, nell'era corrente.

Il maestro rispose: L'uomo devoto dedica i propri pensieri al suo stato. Pesa e distribuisce cibo a tutti i suoi abitanti, e anche ciò di cui necessitano. Li tratta giustamente; mai opprime nessuno, ma neanche gli dà più della porzione che gli spetta. Ecco perché li trova obbedienti ai suoi desideri nel momento che ha bisogno di loro, e pronti a rispondere quando li chiama. Dà loro comandi e essi agiscono secondo tali comandi; dà loro proibizioni ed essi osservano tali proibizioni.

Il re dei Cazari disse: Ti ho chiesto di parlarmi di un uomo devoto, e non di un sovrano.

Il maestro rispose: Il devoto è un sovrano, che viene obbedito dai suoi sensi e dai suoi poteri, sia spirituali che fisici. L'uomo devoto avrebbe veramente il diritto di governare, poiché se governasse una nazione, il suo governo sarebbe parimenti giusto come quello che esercita sul suo corpo e sulla sua anima.

Poiché incatena le passioni e le argina, dopo che ha dato loro la rispettiva porzione e ciò di cui abbisognano in termini di cibo e bevande sufficienti — mantenendo sempre il giusto mezzo, ed in termini di forbitezza e ciò di cui necessitano per questa, anche qui mantenendo sempre il giusto mezzo. Egli incatena le forze che bramano il potere e tendono verso la superiorità dopo che ha dato loro la rispettiva porzione in termini di superiorità benefica in materia di saggezza, e l'allontanamento di persone malvage. Dà a ciascuno dei sensi secondo la quantità giusta, e usa le mani, i piedi e la lingua solo per ciò che è necessario, e per buoni propositi. Lo stesso fa con l'udito e la vista, ed i relativi sentimenti che ne conseguono; con l'immaginazione ed la facoltà di giudicare, il potere di pensare, e la memoria; e con la forza di volontà che impiega per tutto questo. Nell'insieme, tutto è asservito alla volontà della ragione. Ma non permette che l'una o l'altra di queste forze e arti eccedano ciò a cui sono destinate, e poi gettare indietro il resto.

Il mondo di coloro che amano Dio[modifica]

Bahya ibn Paquda

Spagna, XI-XII secolo

DA HOBOT HA-LEBABOT (X, 7)

Le abitudini di coloro che amano Dio sono troppe per poterle enumerare, e pertanto parlerò di quelle che mi sovvengono.

Questi sono uomini che hanno conoscenza del loro Dio, che percepiscono che egli si delizia in loro e li guida, li ispira e li sostiene, e tutto quello che egli dà loro il permesso di occuparsi, sia che riguardi la Torah o il mondo, è sotto il suo governo e volontà. E quindi diviene a loro chiaro, ed essi ne hanno fede, che tutte le loro preoccupazioni ed impulsi sono guidati secondo la decisione del Creatore, che sia esaltato, e secondo il suo desiderio. Pertanto desistono dallo scegliere una cosa e preferirla ad un'altra, e sono certi che il loro Creatore sceglierà per loro ciò che è buono e giusto.

E poiché dalla Torah diventa loro manifesto che attraverso i comandamenti Dio li fa guardare alle loro azioni e li ordina di scegliere il servizio del Creatore, ma che proibisce loro di scegliere l'indulgenza — dato che questo diventa loro evidente — scelgono di essere in quel posto dove egli li ha messi, di bramarlo, di desiderare la sua approvazione col cuore e col loro interiore più intimo, e desistere dal desiderare il mondo ed i suoi turbamenti. Con tutti i loro cuori, tutte le loro anime, gli chiedono aiuto e forza a rendere reali i loro pensieri nel suo servizio e di perfezionare le azioni che hanno scelto da quelle incluse nei suoi comandamenti. Ma se adempiono una data azione, lodano Dio per questo e lo ringraziano, mentre egli li loda per i loro sforzi e la loro scelta. Tuttavia quando, attraverso la loro impotenza a raggiungerlo, non riescono a concretizzare i loro pensieri, chiedono perdono a Dio per questo, e determinano di farlo quando ne saranno capaci. E pertanto aspettano tale tempo, che il Creatore permetterà loro col suo aiuto di raggiungere e glielo implorano con anima pura e cuore fedele. Tale è il fine dei loro desideri, lo scopo dei loro intenti in Dio, come Davide, la pace sia con lui, ha detto: " Oh, che le mie vie siano diritte nell'osservanza dei tuoi statuti!" E il Creatore li loda per aver scelto di servirlo, anche se è loro negato di far materializzare l'azione, poiché Davide ha detto: "Tu avevi in cuore di costruire una casa al Mio nome, e hai fatto bene ad avere questo in cuore."

[...]

Per amore della verità[modifica]

Mosè Maimonide

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

La radice dell'amor di Dio[modifica]

Eleazaro di Worms

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Davanti al Signore[modifica]

Nahmanide

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Hanina Ben Dosa, servo del Re[modifica]

da Talmud e Midrash

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Susia di Hanipol, il santo[modifica]

Leggende chassidiche

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Morte col bacio di Dio[modifica]

Mosè Maimonide

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Note[modifica]

  1. Filone, Legum sacrarum allegoriarum libri III, 1-6, 28-31; con note adattate da Isak Heinemann, Die Werke Philos von Alexandria, Breslau, 1919, III. Cfr. anche (EN) Testi delle opere di Filone.
  2. I duplici significati di polis ("città" e "stato"), e di pheugein ("fuggire", "essere esiliato", da cui "venir bandito") chiariscono questo brano. Per capire ciò che segue nel testo, ci si deve rammentare che secondo gli insegnamenti dei Cinici e degli Stoici, il saggio non si considera cittadino di un singolo stato, ma membro di uno stato mondiale. La cittadinanza di questo stato mondiale però si basa sul possesso della qualità della ragione; Filone la interpreta eticamente.
  3. Questa è una allusione al terzo significato di polis — l'urbano in opposizione al rurale. I Greci consideravano il contadino (agroikos) ignorante, come gli ebrei parimenti consideravano l'Am ha`aretz (עם הארץ), ed i Romani il rusticus.
  4. Esodo 1:21. Questa è la lettura del Septuaginta. Il testo ebraico tuttavia riporta: "Egli [Dio] diede loro case", mentre nelle versioni italiane si legge: "Egli [Dio] diede loro una numerosa famiglia" (CEI).
  5. Questa frase fornisce un sommario approssimativo del punto di vista epicureo. Cfr. N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET 1960, pag. 308.
  6. Menahot 110.a.
  7. Berakhot 17.a & passim.
  8. Yehuda Ha-Levi, infastidito dall'attrazione che esercitavano il Cristianesimo, l'Islam e la filosofia anche sul popolo ebraico, compose verso il 1140, alla fine della sua vita, il suo capolavoro, redatto in arabo: il Kitāb al-ḥujja wa l-dalīl fī nuṣr al-dīn al-dhalīl, in italiano "Il libro dell'argomentazione e della prova in difesa della religione disprezzata", più noto sotto il titolo che gli dette il suo traduttore Samuel ibn Tibbon, il Kuzari in risposta alle domande di un Caraita, egli dirà, ispirandosi alla conversione all'Ebraismo del re dei Cazari e dei suoi sudditi quattro secoli prima. Del testo se ne trova una traduzione inglese parziale sulla Jewish Virtual Library.