Antologia ebraica/Sofferenza e Martirio

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Sofferenza e martirio ebraici (illustrazione di Ephraim Moses Lilien, 1874-1925)
Sofferenza e martirio ebraici (illustrazione di Ephraim Moses Lilien, 1902)

"Morire da uomini liberi!" Discorso di Eleazar a Masada[modifica]

Flavio Giuseppe

Palestina-Roma, I-II secolo

DA GUERRA GIUDAICA[1]

Ma né Eleazar[2] meditava di fuggire, né avrebbe permesso di farlo ad alcuno dei suoi. Vedendo il muro rovinato dal fuoco, non scorgendo più nessun'altra possibilità di scampo o di eroica resistenza, immaginandosi quello che i romani, una volta vincitori, avrebbero fatto a loro, ai figli e alle mogli, deliberò la morte per tutti. Persuaso che in simili circostanze era questa la risoluzione migliore, raccolse i più animosi fra i suoi uomini e prese a spronarli con tali parole: “Da gran tempo noi avevamo deciso, o miei valorosi, di non riconoscere come nostri padroni né i romani né alcun altro all'infuori del Dio, perché egli solo è il vero e giusto signore degli uomini; ed ecco che ora è arrivato il momento di confermare con i fatti quei propositi. In tale momento badiamo a non coprirci di vergogna, noi che prima non ci siamo piegati nemmeno a una servitù che non comportava pericoli, e che ora assieme alla schiavitù ci attireremo i più terribili castighi se cadremo vivi nelle mani dei romani. Siamo stati i primi, infatti, a ribellarci a loro e gli ultimi a deporre le armi. Credo poi che sia una grazia concessaci dal Dio questa di poter morire con onore e in libertà, mentre ciò non fu possibile ad altri, che furono vinti inaspettatamente. Per noi invece è certo che domani cadremo in mano al nemico, e possiamo liberamente scegliere di fare una morte onorata insieme con le persone che più ci sono care. Né possono impedirlo i nemici, che pur vorrebbero a qualunque costo prenderci vivi, né possiamo noi ormai superarli in battaglia. Forse fin dal principio, quando noi decidemmo di batterci per la libertà, e ci toccò sia di infliggerci a vicenda ogni sorta di colpi sia di subirne ancor più gravi dai nemici, bisognava subito indovinare l'intenzione del Dio e capire che la stirpe dei giudei, a lui un tempo così cara, era stata ora condannata alla distruzione. Che se egli ci fosse rimasto propizio, oppure non ci avesse preso tanto a malvolere, non sarebbe rimasto indifferente allo sterminio di tanti uomini né avrebbe abbandonato la sua città santa alle fiamme e alle devastazioni dei nemici. Ci aspettavamo forse che solamente noi fra l'intero popolo dei giudei saremmo sopravvissuti conservando la libertà, come se non avessimo arrecato offese al Dio e non ci fossimo macchiati di alcuna iniquità, mentre ne siamo stati perfino maestri agli altri? E allora, guardate come egli ci dà la dimostrazione che vane erano le nostre aspettative, infliggendoci nella sventura colpi più gravi di quelli che potevamo attenderci; non solo infatti questa fortezza per sua natura inespugnabile non è valsa a salvarci, ma, dato che avevamo abbondanza di viveri e gran copia di armi e di ogni altro rifornimento, è stata evidentemente opera del Dio se ci troviamo ridotti a disperare della salvezza. Le fiamme che si protendevano contro i nemici non si sono rivoltate da sole contro il muro costruito da noi, ma ciò è avvenuto a causa dello sdegno divino per le molte scelleratezze che nel nostro cieco furore abbiamo osato commettere a danno dei nostri connazionali. Di tali colpe conviene che paghiamo il fio non ai nostri nemici più accaniti, i romani, ma per nostra stessa mano al Dio, e così il nostro castigo sarà anche più lieve di quello che c'infliggerebbero i vincitori. Muoiano le nostre mogli senza conoscere il disonore e i nostri figli senza provare la schiavitù, e dopo la loro fine scambiamoci un generoso servigio preservando la libertà per farne la nostra veste sepolcrale. Ma prima distruggiamo col fuoco e i nostri averi e la fortezza; resteranno male i romani, lo so bene, quando non potranno impadronirsi delle nostre persone e vedranno sfumare il bottino. Risparmiamo soltanto i viveri, che dopo la nostra morte resteranno a testimoniare che non per fame siamo caduti, ma per aver preferito la morte alla schiavitù, fedeli alla scelta che abbiamo fatta fin dal principio”.
Così parlò Eleazar, ma le sue parole non suscitarono identiche reazioni nell'animo dei presenti; alcuni erano ansiosi di tradurre in atto la sua esortazione e per poco non gongolavano di gioia al pensiero di fare una fine così gloriosa, mentre i più pusillanimi fra loro provavano compassione per le mogli e i figli, e certamente anche per la loro prossima fine, e scambiandosi occhiate davano a vedere con le loro lacrime di non essere propensi al sacrificio. Eleazar, vedendo costoro avviliti e in preda allo scoramento di fronte a una decisione così grave, temette che con i loro gemiti e le loro lacrime disanimassero anche quelli che avevano accolto con fermezza le sue parole. Allora non rinunziò ai suoi incitamenti, ma riscaldandosi e lasciandosi trasportare da un gran fervore elevò il tono del suo discorso parlando dell'immortalità dell'anima e, fissando dritto negli occhi con duro cipiglio quelli che piangevano, così disse:
“Che grandissimo errore, il mio, quando ho creduto che avrei partecipato alla lotta per la libertà avendo a fianco degli uomini valorosi, decisi a vivere con onore o altrimenti a morire. Ma per valore e coraggio non eravate per niente diversi dalla gente comune voi, che avete paura anche di una morte destinata a liberarvi di molti affanni, mentre dinanzi a questa non dovreste né avere esitazioni né attendere consigli. Da gran tempo, infatti, e sin da quando la nostra mente ha cominciato ad aprirsi, la disciplina tradizionale e i precetti divini ci hanno sempre insegnato - e i nostri avi ce l'hanno confermato con il loro agire e con il loro pensare - che per gli uomini è una disgrazia vivere, non morire. La morte infatti, donando la libertà alle anime, fa sì che esse possano raggiungere quel luogo di purezza che è la loro sede propria, dove andranno esenti da ogni calamità, mentre finché sono prigioniere in un corpo mortale, schiacciate sotto il peso dei suoi malanni, allora sì che esse son morte, se vogliamo dire il vero; infatti il divino mal s'adatta a coesistere col mortale. Senza dubbio, grandi cose può realizzare l'anima anche quando è prigioniera di un corpo; essa infatti fa di questo il suo organo di percezione e invisibilmente lo muove e lo guida a compiere opere che vanno al di là della sua natura mortale; ma una volta che, affrancata dal peso che la trascina in basso verso la terra e ve la tiene avvinta, essa raggiunge la sua sede naturale, allora partecipa di un potere straordinario e di una forza che non patisce alcuna limitazione, continuando ad essere invisibile agli occhi umani come lo stesso Dio. Essa infatti non è visibile nemmeno quando abita in un corpo: invisibilmente vi entra e invisibilmente se ne allontana, e mentre per sé conserva la sua identica natura incorruttibile, provoca la trasformazione del corpo. Tutto ciò che è toccato dall'anima vive e fiorisce, tutto ciò da cui essa si diparte avvizzisce e muore: così grande è la sua carica d'immortalità! A prova evidentissima di ciò che vi dico, prendete il sonno, in cui le anime, non essendo in balia del corpo, godono liberamente di un dolcissimo stato di quiete e, comunicando col Dio per l'affinità della loro natura, si aggirano dappertutto e predicono molti eventi futuri. Perché dovrebbero temere la morte coloro che amano il riposo che si fruisce durante il sonno? E come non sarebbe da pazzi agognare, mentre si è vivi, alla libertà e poi negarsi il godimento di quella eterna? Noi, che riceviamo nelle nostre case un'educazione informata a questi principi, dovremmo dare esempio agli altri con l'esser sempre pronti a morire; comunque, se volessimo ricevere una conferma attingendola dagli stranieri, guardiamo agli indiani che seguono i dettami della filosofia. Costoro infatti, ed è gente di prim'ordine, sopportano a malincuore il periodo della vita come un debito da pagare alla natura, e non vedono l'ora di liberare le anime dai corpi; senza che alcun male li affligga o li costringa ad andarsene, presi dal desiderio della vita immortale, preannunziano agli altri di essere prossimi alla dipartita, e non c'è alcuno che cerchi di impedirglielo, ma tutti si felicitano con loro e consegnano ad essi delle lettere per i propri cari: così salda e sincera è la loro fede che le anime comunicano l'una con l'altra. Dopo aver raccolto tutti i messaggi, essi salgono su un rogo, perché l'anima si separi dal corpo nel massimo stato di purezza, e muoiono circondati da un coro di elogi; Libro VII:356 infatti le persone maggiormente care usano accompagnarli alla morte assai più che presso altri popoli non si usa di accompagnare i cittadini che partono per un lungo viaggio, e mentre sono afflitte per sé stesse considerano beati quelli, che già raggiungono la condizione dell'immortalità. E allora, non proviamo vergogna di essere inferiori agli indiani nei pensieri di fronte alla morte e di offendere turpemente con la nostra vigliaccheria le patrie leggi, che destano l'invidia di tutto il mondo? Ma se anche dapprincipio con precetti opposti ci avessero insegnato che per gli uomini il sommo bene è la vita, e una calamità la morte, le presenti circostanze ci spingono a sopportarla con coraggio, dato che dobbiamo morire per volere di Dio e ineluttabilmente. Da gran tempo, a ciò che pare, contro tutta quanta la stirpe dei giudei il Dio ha pronunciato questa sentenza, che noi fossimo costretti ad abbandonare la vita quando non avessimo più a usarne rettamente. Non dovete infatti dar la colpa a voi stessi, o attribuire il merito ai romani, se la guerra contro di essi ci ha portati tutti alla catastrofe; ciò non accadde per la loro forza, ma per una forza ben più alta che a loro ha concesso di far la figura dei vincitori. Quali armi romane sterminarono i giudei abitanti a Cesarea? Costoro in verità non avevano nemmeno l'intenzione di partecipare alla rivolta, ma mentre erano intenti a festeggiare il sabato si videro piombare addosso il popolo dei Cesariensi e, sebbene non opponessero resistenza, vennero sterminati assieme alle mogli e ai figli senza alcun riguardo per i romani, che consideravano nemici soltanto noi che eravamo insorti. Qualcuno dirà che i Cesariensi erano sempre in contrasto con i giudei residenti nella loro città, e che colsero l'occasione per dar sfogo al vecchio rancore. Che dire allora dei giudei di Scitopoli? Questi ebbero l'ardire di unirsi ai greci nel far guerra a noi, e non vollero unirsi a noi, loro connazionali, nella resistenza ai romani. Ebbene, fu certamente un gran profitto quello che ricavarono dalla loro simpatia e dalla loro lealtà verso di essi! Da costoro infatti, a ricompensa dell'alleanza, vennero spietatamente trucidati con tutte le loro famiglie, e la sorte che c'impedirono d'infliggere a quelli la subirono poi essi stessi, quasi avessero avuto l'intenzione di scatenare l'eccidio. Sarebbe ora troppo lungo specificare ad uno ad uno i casi come questi; infatti voi sapete che fra le città della Siria non ve ne fu una che non fece strage dei giudei residenti, sebbene costoro fossero più avversi a noi che ai romani. Così il popolo di Damasco, pur non riuscendo a inventare un pretesto plausibile, riempì la sua città di nefanda strage sterminando diciottomila giudei con le mogli e i figli. Il numero, poi, di coloro che in Egitto perirono fra i supplizi superò forse, a quanto si dice, i sessantamila. Questi può darsi che abbiano fatto una tal fine perché, trovandosi in terra straniera, non ebbero modo di resistere ai nemici; ma a tutti coloro che sul patrio suolo intrapresero la guerra contro i romani che cosa mancava di ciò che può infondere la speranza di sicura vittoria? Armi, mura, fortezze inespugnabili, e una volontà incrollabile di fronte ai pericoli per la libertà, ispirarono in ciascuno il coraggio della ribellione. Ma tutte queste cose bastarono solo per poco, e dopo averci illusi con le speranze si rivelarono il principio di più grandi mali. Infatti tutte furono espugnate, tutte caddero in mano dei nemici, come se fossero state apprestate per rendere più gloriosa la loro vittoria, non per salvare chi le aveva predisposte. Felici sono da ritenere i caduti in combattimento, morti per difendere la libertà, non per tradirla; ma chi potrebbe non commiserare la moltitudine dei prigionieri fatta dai romani? Chi non s'affretterebbe a morire prima di provare le loro sofferenze? Alcuni di essi sono periti straziati dagli strumenti di tortura e fra gli spasimi del fuoco o delle battiture; altri, semidivorati dalle belve, furono conservati vivi per esser ancora una volta gettati in pasto a quelle, facendo ridere e divertire i nemici. Ma più infelici fra tutti sono da considerare quelli che ancora vivono, che più volte hanno implorato la morte senza riceverla. Dov'è ora la grande città, la madrepatria di tutto il popolo dei giudei, difesa da tante linee di fortificazione, circondata da tanti baluardi e immense torri, quella che a stento riusciva a contenere gli apprestamenti difensivi di cui era dotata e possedeva un numero così sterminato di uomini pronti a combattere per lei? Che fine ha fatto quella città che credevamo abitata dal Dio? Estirpata fin dalle fondamenta è stata strappata via, e a ricordo ne rimane solo la moltitudine degli uccisi che ancora restano fra le sue macerie. Presso le ceneri del santuario se ne stanno dei miseri vecchi e poche donne riservate dal nemico al più infame oltraggio. Chi di noi, pensando a tali miserie, avrà ancora il coraggio di guardare la luce del sole, pur potendo vivere senza pericoli? Chi sarà tanto nemico della patria, tanto vile e attaccato alla vita da non provare il tedio di essere tuttora vivo? Magari fossimo tutti morti prima di vedere quella santa città crollare sotto i colpi dei nemici, e il sacro tempio empiamente distrutto fin dalle fondamenta. Ci fu di sprone la non ignobile speranza di poter forse un giorno far le sue vendette sui nemici, ma poiché tale speranza è ora svanita, e ci ha lasciati soli nell'ora suprema, non indugiamo a fare una morte gloriosa, muoviamoci a pietà per noi stessi, per le mogli e per i figli, finché possiamo ancora trovare misericordia da parte nostra. Siamo nati per morire, noi e quelli che abbiamo generato, e a questo destino nemmeno i più fortunati possono sottrarsi; invece l'essere sopraffatti e gettati in catene, e il vedere le mogli trascinate alla vergogna assieme ai figli, non sono mali inevitabili perché imposti all'uomo dalla natura, ma sono mali che per la sua viltà deve sopportare chi potrebbe evitarli con la morte e non vuole. Fieri del nostro coraggio noi demmo inizio alla ribellione ai romani, e ora che siamo alla fine abbiamo respinto le loro profferte di perdono. Chi non immagina la loro ferocia se ci prenderanno vivi? Sventurati i giovani, che per la robustezza del corpo resisteranno a molti supplizi, sventurati gli anziani, la cui età non potrà sopportare tali tormenti! Chi vorrà vedere la propria moglie trascinata a forza e sentire la voce del proprio figlio che invoca il padre, mentre le sue mani sono strette in catene? Ma finché queste sono libere e hanno una spada da impugnare, ci rendano un generoso favore; moriamo quando ancora i nemici non ci hanno ridotti in schiavitù, e da esseri liberi diamo un addio alla vita con le mogli e i figli. Questo c'impongono le leggi, questo ci chiedono supplichevoli le mogli e i figli; tale destino ci ha riservato Dio, mentre i romani vorrebbero tutto il contrario, preoccupati che qualcuno di noi abbia a morire prima della tortura. E allora, invece dell'esultanza che speravano di provare impadronendosi di noi, affrettiamoci a lasciar loro lo stupore per la nostra fine e l'ammirazione per il nostro coraggio”.
Eleazar avrebbe voluto proseguire con le sue parole d'incitamento, ma tutti lo interruppero impazienti di metterle in atto sotto la spinta d'un'ansia incontenibile; come invasati, se ne partirono cercando l'uno di precedere l'altro e reputando che si dava prova di coraggio e di saggezza a non farsi vedere tra gli ultimi: tanta era la smania che li aveva presi di uccidere le mogli, i figli e sé stessi. Né, come ci si sarebbe potuto attendere, si affievolì il loro ardore nel passare all'azione, ma conservarono saldo il proponimento maturato ascoltando quelle parole e, sebbene tutti serbassero vivi i loro affetti domestici, aveva in loro il sopravvento la ragione, da cui sentivano di essere stati guidati a decidere per il meglio dei loro cari. Così, mentre carezzavano e stringevano al petto le mogli e sollevavano tra le braccia i figli baciandoli tra le lacrime per l'ultima volta, al tempo stesso, come servendosi di mani altrui, mandarono a effetto il loro disegno, consolandosi di doverli uccidere al pensiero dei tormenti che quelli avrebbero sofferto se fossero caduti in mano dei nemici. Alla fine nessuno di loro non si rivelò all'altezza di un'impresa così coraggiosa, ma tutti uccisero l'uno sull'altro i loro cari: vittime di un miserando destino, cui trucidare di propria mano la moglie e i figli apparve il minore dei mali! Poi, non riuscendo più a sopportare lo strazio per ciò che avevano fatto, e pensando di recar offesa a quei morti se ancora per poco fossero sopravvissuti, fecero in tutta fretta un sol mucchio dei loro averi e vi appiccarono il fuoco; quindi, estratti a sorte dieci fra loro col compito di uccidere tutti gli altri, si distesero ciascuno accanto ai corpi della moglie e dei figli e, abbracciandoli, porsero senza esitare la gola agli incaricati di quel triste ufficio. Costoro, dopo che li ebbero uccisi tutti senza deflettere dalla consegna, stabilirono di ricorrere al sorteggio anche fra loro: chi veniva designato doveva uccidere gli altri nove e per ultimo sé stesso; tanta era presso tutti la scambievole fiducia che fra loro non vi sarebbe stata alcuna differenza nel dare e nel ricevere la morte. Alla fine i nove porsero la gola al compagno che, rimasto unico superstite, diede prima uno sguardo tutt'intorno a quella distesa di corpi, per vedere se fra tanta strage fosse ancora rimasto qualcuno bisognoso della sua mano; poi, quando fu certo che tutti erano morti, appiccò un grande incendio alla reggia e, raccogliendo le forze che gli restavano, si conficcò la spada nel corpo fino all'elsa stramazzando accanto ai suoi familiari. Essi erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione, si salvarono assieme a cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l'acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: novecentosessanta furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini.[3]

I Dieci Martiri[modifica]

Da Talmud e Midrash

Rabbi Simeon ben Gamaliel e Rabbi Ishmael[modifica]

Rabbi Akiva[modifica]

Rabbi Judah ben Baba[modifica]

Rabbi Hanina ben Teradion[modifica]

Huzpit l'Interprete[modifica]

Yeshebab lo Scriba[modifica]

Rabbi Hanina ben Hakinai[modifica]

Rabbi Judah ben Daama[modifica]

Rabbi Eleazar ben Shammua[modifica]

Persecuzioni al tempo della I Crociata[modifica]

Solomon ben Samson
Germania, XII secolo

Gli eventi e loro significato[modifica]

Ascolta, O Israele...[modifica]

Santificazione[modifica]

No![modifica]

Santifica il nome di Dio[modifica]

Mosè Maimonide

Spagna-Egitto, XII secolo

DA MISHNEH TORAH
Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Emigrazione[modifica]

Mosè Maimonide

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Espulsione dalla Spagna[modifica]

Isaac ben Judah Abrabanel

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Andranno errando da un mare all'altro[modifica]

Judah ben Jacob Hayyat

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

La morte dei martiri[modifica]

Abraham ben Eliezer Halevi

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Ebreo rimarrò[modifica]

Salomon ibn Verga

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Il sacrificio supremo[modifica]

Alexander Süsskind

Fairytale waring.png Questa sezione è ancora vuota; aiutaci a scriverla!

Note[modifica]

  1. Trad. da Bellum Judaicum, Libro VII:8.322-9.400.
  2. Capo del gruppo che difese Masada, ultima fortezza rimasta agli ebrei dopo la caduta di Gerusalemme. Cfr. Yigael Yadin, Masada: Herod’s Fortress and the Zealots' Last Stand, Weidenfeld & Nicolson, 1966, passim.
  3. Flavio Giuseppe prosegue poi a raccontare delle due donne e cinque bambini che si erano nascosti negli acquedotti e sopravvissero alla tragedia di Masada.