Le religioni e il sacro/Il sacro

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Nathan Söderblom (1866-1931)
Rudolf Otto (1896-1937)
Gerardus van der Leeuw (1890-1950)

Sacro è un termine proprio della storia e della fenomenologia della religione che vuole indicare quella realtà, quella potenza evidenziata dalle religioni che, manifestandosi per mezzo di "ierofanie", si aggiunge, significandolo profondamente, a ciò che viene ordinariamente percepito, quest'ultimo indicato come "profano".

L'utilizzo del termine in questi ambiti è quindi moderno e corrisponde a una sua trasformazione da «aggettivo qualificante modalità e aspetti diversi del mondo religioso, in sostantivo designante una realtà sui generis»[1].

Lo storico delle religioni svedese Nathan Söderblom (1866-1931) è stato il primo studioso a evidenziare come l'esperienza del "sacro" sia al fondamento di tutte le religioni

(IT)
« Sacro è la parola fondamentale in campo religioso; è ancora più importante della nozione di Dio. Una religione può realmente esistere senza una concezione precisa della divinità, ma non esiste alcuna religione reale senza la distinzione tra sacro e profano. »

(EN)
« Holiness is the great word in religion; it is even more essential than the notion of God. Real religion may exist without a definite conception of divinity, but there is no real religion without a distinction between holy and profane. »
(Nathan Söderblom, Holiness in Encyclopedia of Religion and Ethics, Vol.VI. NY, Charles Scribner's Sons, 1914, p. 731)

Quindi il "sacro" è una

« Nozione religiosa fondamentale che conferisce forza e valore a tutte le componenti della religione, senza essere riducibile a nessuna di queste presa singolarmente. »
(Giuseppe Fornari, Sacro, in Enciclopedia filosofica, vol. 10. Milano, Bompiani, 2006, p. 10000)

Seguendo lo studioso tedesco Rudolf Otto (1869-1937), si può notare come, nelle descrizioni proprie dell'esperienza religiosa, tale "realtà" sui generis corrisponda alla percezione e al vissuto di quel "mistero" (mysterium) che provoca "terrore" (tremendum) e, al contempo, "incanto" (fascinans), quando si manifesta. Ma il significato di questo "mistero" se

« assunto nel suo valore universale e sbiadito significa solamente segreto, nel senso di straniero a noi, di incompreso, di inesplicato, e in quanto mysterium costituisce quel che è da noi considerato una pura nozione analogica, ricavata dall'ambito del naturale, senza che effettivamente attinga la realtà. In se stesso però, il misterioso religioso, l'autentico mirum, è, se vogliamo coglierlo nell'essenza più tipica, il 'Totalmente altro', il tháteron, l’anyad, l’alienum, l’aliud valde, l'estraneo, e ciò che riempie di stupore, quello che è al di là della sfera usuale, del comprensibile, del familiare, e per questo "nascosto", assolutamente fuori dall'ordinario, e colmante quindi lo spirito di sbigottito stupore. »
(Rudolf Otto, Il sacro, (1917, rev. 1936). Milano, SE, 2009, p. 41)

Quindi per Rudolf Otto l'esperienza umana del "sacro" si qualifica come terrificante e irrazionale; un'esperienza indicata come mysterium tremendum davanti a una "realtà" a cui viene attribuita una schiacciante superiorità e potenza. Ma che è anche una realtà dotata di mysterium fascinans in cui può realizzarsi la pienezza dell'essere. Otto identifica queste esperienze come "numinose" (esperienze del divino, numinos), di fronte al quale l'uomo si sente annichilito. Esse vengono ritenute al di là dell'umano e persino del cosmico. Il "sacro" va quindi sempre inteso come "totalmente Altro" (ganz Anders, das ganz Andere) rispetto all'ordinario, al profano. La peculiarità del "sacro" è inoltre, per Otto, riconducibile alla sua impossibilità a essere spiegato o ricondotto a un linguaggio pertinente per altri oggetti di ricerca.

Uno dei primi studiosi della "Fenomenologia della religione", Gerardus van der Leeuw (1890-1950), autore della prima Phanomenologie der Religion (Fenomenologia della religione, 1933), ha ribadito la peculiarità dell'ambito della ricerca fenomenologica della religione, individuandone i temi ricorrenti nella storia e nelle differenti religioni, attraverso il presentarsi di strutture e forme tipiche come riti e credenze.

A tal proposito van der Leeuw ha coniato l'espressione di homo religiosus per indicare quell'uomo che ha una condotta specifica in relazione con il "sacro".

« Possiamo quindi intendere la definizione del giurista Masurio Sabino: "religiosus est, quod propter sanctitatem aliquam remotum ac sepistum a nobis est". Ecco precisamente in che cosa consiste il sacro. Usargli sempre debiti riguardi: è questo l'elemento principale della relazione fra l'uomo e lo straordinario. L'etimologia più verosimile fa derivare la parola religio da relegere, osservare, stare attenti; homo religiosus è il contrario di homo negligens»
(Gerardus van der Leeuw. Fenomenologia della religione (1933). Torino, Boringhieri, 2002, p.30)

Più recentemente, lo storico delle religioni rumeno, Mircea Eliade (1907-1986), in Le Sacré et le profane (Il sacro e il profano, 1956[2]), suggerisce al riguardo del "sacro" il termine "ierofania" da intendere come "qualcosa di sacro ci si mostra".

« L'uomo prende coscienza del sacro perché esso si manifesta come qualcosa del tutto diverso dal profano. Per tradurre l'atto di questa manifestazione del sacro abbiamo proposto il termine ierofania, che è comodo, tanto più in quanto non implica alcuna precisazione supplementare: non esprime niente di più di quanto è intrinseco al suo contenuto etimologico, vale a dire che qualcosa di sacro ci si mostra»
(Mircea Eliade, Il sacro e il profano (1957). Torino, Boringhieri, 1984, p. 14)

Per Eliade, la storia delle religioni, dalla preistoria a oggi, è costituita dall'accumularsi di "ierofanie", ovvero dalla manifestazione di realtà "sacre". Il "sacro" non ha nulla a che fare con il nostro mondo, il "profano", anche se tutto il mondo fisico può essere assunto, nella cultura umana, soprattutto arcaica, al rango di sacro. La pietra o l'albero possono essere investiti della potenza del sacro senza perdere le loro caratteristiche fisiche, "profane".

Essendo "potenza", per le culture arcaiche il "sacro" assurge a massima realtà e risulta saturo d'essere. Per Eliade, il Cosmo desacralizzato, disincantato, ovvero considerato del tutto privo di quella potenza, è una scoperta recente dell'umanità. L'uomo moderno ha quindi difficoltà a comprendere il rapporto dell'uomo arcaico con la "sacralità". "Sacro" e "profano" sono infatti due modi di essere completamente diversi. Per l'uomo arcaico, ad esempio, anche molti atti che risultano del tutto fisiologici ("profani") per l'uomo moderno, sono investiti di sacralità: l'alimentazione, la sessualità, etc.

« Ogni rito, ogni mito, ogni credenza, ogni figura divina riflette l’esperienza del sacro, e di conseguenza implica le nozioni di essere, di significato, di verità. […] Il "sacro" è insomma un elemento nella struttura della coscienza, e non è uno stadio nella storia della coscienza stessa. Ai livelli più arcaici di cultura vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, poiché l’alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale. In altre parole, essere – o piuttosto divenire – un uomo significa essere "religioso". »
(Mircea Eliade. Storia delle credenze e delle idee religiose vol. I (1975). Sansoni, 2006, p. 7)
« In realtà, fra le differenze che separano l'uomo delle culture arcaiche dall'uomo moderno, una delle principali è appunto l'incapacità di quest'ultimo a vivere la vita organica (e anzitutto la vita erotica e la nutrizione) come un sacramento. […]
Per il moderno sono soltanto atti fisiologici, mentre per l'uomo delle culture arcaiche sono sacramenti, cerimonie, e mettono in comunione con la forza che rappresenta la Vita stessa. Vedremo più tardi che la forza e la vita sono soltanto epifanie della realtà' ultima: quegli atti elementari diventano, per il ‘primitivo’, un rito; la sua mediazione aiuta l'uomo ad avvicinare la realtà, a inserirsi nell'ontico, liberandosi dagli automatismi (privi di contenuto e di significato) del divenire, del ‘profano’, del nulla. »
(Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni (1948). Torino, Boringhieri, 1984, p.39)

Il sacro, con la sua potenza, rivela l'"essere", quindi il "significato" e la "verità" delle cose, che viene espresso per mezzo di simboli e miti, ovvero con un linguaggio preriflessivo che occorre necessariamente decifrare per poterlo comprendere.

« La dialettica del sacro precedette e servì da modello per tutte le forme dialettiche successivamente scoperte dalla mente umana. L'esperienza del sacro, rivelando l''essere', il 'significato' e la 'verità' in un mondo ignoto, caotico e spaventoso, pose le basi per l'elaborazione del pensiero sistematico. Le manifestazioni del sacro espresse in simboli, miti, esseri soprannaturali, ecc., vengono afferrate come 'strutture', e costituiscono un linguaggio preriflessivo, che esige una ermeneutica particolare. Per più di un quarto di secolo storici e studiosi di fenomenologia della religione hanno cercato di elaborare un'ermeneutica siffatta. Questo tipo di indagine non è paragonabile alla ricerca erudita, sebbene anch'essa possa valersi di documenti provenienti da culture da lungo tempo scomparse e da popoli remoti. In virtù di un'ermeneutica adeguata, la storia delle religioni cessa di essere un museo di fossili, rovine e obsoleti mirabilia per diventare quel che avrebbe dovuto essere sin dall'inizio per ogni ricercatore: un complesso di 'messaggi' che attendono di essere decifrati e compresi. »
(Mircea Eliade, Religione, in Enciclopedia del Novecento (1982), vol. VI, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1982, pp. 121-2)

Note[modifica]

  1. Giovanni Filoramo, Sacro in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, p.663.
  2. Il libro fu redatto da Eliade in francese ma fu pubblicato per la prima volta nel 1957 in tedesco nella collana Rowohlts Deutsche Enzykläpdie diretta da Ernesto Grassi con il titolo Das Heilige und das Profane.