Le religioni e il sacro/La religione/Termini

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Animismo[modifica]

Edward Burnett Tylor introdusse, nel 1871, la nozione di "animismo".
Il teologo calvinista svizzero Pierre Viret (1511-1571) che, nel suo Instruction chrétienne del 1564 introdusse il termine "deismo".
Friedrich Schelling nel 1842 introdusse per primo il termine "enoteismo" poi ripreso e diffuso dall'indologo Friedrich Max Müller (1823-1900).
John Toland (1670-1722) nel suo Socinianism Truly Stated. By a pantheist (1705) utilizzò per primo la nozione di "panteismo".

"Animismo" (dall'inglese animism, a sua volta dal latino anĭma) è il termine introdotto nello studio delle religioni primitive dall'antropologo inglese Edward Burnett Tylor (1832-1917) che, nel 1871 nel suo Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom, lo utilizzò per indicare quella prima forma di credenza spirituale ("anima" o "forza vitale") che viene riscontrata in oggetti o luoghi. In tal senso la teoria di Tylor si opponeva a quella di Herbert Spencer (1820-1903) che invece poneva nell'ateismo le convinzioni degli uomini primitivi[1].

La teoria "animistica", già messa in discussione da Marcel Mauss (1872-1950) e da James Frazer (1854-1941), è rifiutata oggi dalla maggior parte degli antropologi.

Tuttavia, come nota Jacques Vidal[2]

« in mancanza di altre espressioni l'uso del termine rimane frequente. »

Carlo Prandi[3] nota anche come tale termine venga utilizzato per indicare le credenze religiose dell'Africa subsahariana, quelle afrobrasiliane e quelle attinenti alle culture dell'Oceania.

Deismo[modifica]

Il termine "Deismo" (dal francese déisme, a sua volta dal latino deus[4]) fu coniato dal teologo calvinista svizzero di lingua francese Pierre Viret (1511-1571) che nella sua Instruction chrétienne del 1564 lo utilizzò per indicare un gruppo che si opponeva agli "ateisti". Ma Viret descrisse questo "gruppo" come di coloro che pur credendo in un Dio unico e creatore rigettavano la fede in Gesù Cristo.

Il poeta inglese John Dryden (1631-1700), in Religio Laici del 1682 definì il "Deismo" come la credenza in un Dio creatore rifiutando qualsivoglia dottrina propugnata dalla tradizione e dalla rivelazione.

Con la pubblicazione, nel 1697 del Dictionnaire historique et critique di Pierre Bayle (1647-1706), che riprese la nozione di Déisme suggerita da Viret, il termine fu ampiamente diffuso nella cultura europea.

Tuttavia il significato di "Deismo" ha posseduto, di volta in volta, connotazioni diverse. Allen W. Wood[5] ne ha identificate quattro:

  1. credenza in un Essere supremo privo di tutti gli attributi di personalità (come intelletto e volontà);
  2. credenza in un Dio, ma rifiuto di qualsiasi cura provvidenziale da parte di questi per il mondo;
  3. fede in un Dio, ma negazione di ogni vita futura;
  4. credenza in un Dio, ma rifiuto di tutti gli altri articoli di fede religiosa.

Molti filosofi e scienziati, per lo più illuministi del Settecento, sostennero tali posizioni; varianti istituzionalizzate del "Deismo" sono il Culto dell'Essere supremo durante la Rivoluzione Francese e la spiritualità della Massoneria.

Enoteismo[modifica]

"Enoteismo" (dal tedesco henotheismus, a sua volta dal greco εἷς eîs + θεός theós "un dio") fu il termine coniato da Friedrich Schelling (1775-1854) in Philosophie der Mythologie und der Offenbarung (1842) per indicare un "monoteismo" rudimentale sorto durante la preistoria della coscienza e precedente al "monoteismo evoluto" e al politeismo.

Successivamente, l'indologo tedesco Friedrich Max Müller (1823-1900) utilizzò questo termine[6] per indicare una pratica propria del Ṛgveda consistente nell'isolare una divinità rispetto alle altre durante le invocazioni rituali.

Nel suo significato storico-religioso, "enoteismo" occorre ad indicare quella forma di culto per cui una divinità viene, durante il rito, momentaneamente isolata e privilegiata rispetto alle altre, assurgendo così a divinità principale.

Monoteismo[modifica]

Il termine Monoteismo (neologismo greco, dal greco μόνος, mónos = unico, solo e θεός theós = dio) caratterizza quelle religioni che propugnano l'esistenza di una singola divinità.

André Lalande (1867-1963) ha così descritto, nel suo Vocabulaire technique et critique de la philosophie, revu par MM. les membres et correspondants de la Société française de philosophie et publié, avec leurs corrections et observations par André Lalande, membre de l'Institut, professeur à la Sorbonne, secrétaire général de la Société (2 volumi) Parigi, 1927, il termine "monoteismo":

« Dottrina filosofica o religiosa che ammette un solo Dio, distinto dal mondo »

Il tema, controverso, è quali possano essere le religioni ascrivibili a questo contesto.
Dopo una disamina di tale problema, Paolo Scarpi così chiosa:

« In questa prospettiva, pertanto conviene limitare l'uso del termine monoteismo alle forme religiose che storicamente si sono affermate come tali e che hanno elaborato una speculazione teologica finalizzata alla dimostrazione dell'unicità di Dio »

Intendendo in questa prospettiva sostanzialmente l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islām. Di tutt'altro avviso è invece, ad esempio, Theodore M. Ludwig che nella Encyclopedia of Religion nata dal progetto internazionale proposto da Mircea Eliade include, sia nell'edizione del 1987 che in quella del 2005, nella voce Monotheism[7], altre religioni oltre quelle qui sopra citate come lo Zoroastrismo, la Religione greca nella forma di alcuni culti e nel pensiero di alcuni teologi greci, la Religione egizia del culto di Aton, il Buddhismo nella forma della Terra Pura, l'Induismo in alcune sue particolari manifestazioni e il Sikhismo.

Panteismo[modifica]

Il termine Panteismo (dall'inglese pantheism a sua volta dal greco παν pan + θεός theós = tutto Dio) letteralmente significa "tutto è Dio". Tale termine fu derivato da analogo termine, pantheistic, utilizzato dal filosofo irlandese John Toland (1670-1722) nel suo Socinianism Truly Stated. By a pantheist (1705), ed ebbe larga diffusione in Europa durante le polemiche inerenti al Deismo.

Oggi il termine "Panteismo" occorre come termine tecnico-descrittivo per individuare quei credi religiosi, o filosofico-religiosi, che individuano una divinità che abbraccia ogni cosa, ovvero Dio che compenetra ogni aspetto e luogo dell'universo rendendo così sacro ogni aspetto dell'esistente, anche quello naturale[8].

Politeismo[modifica]

Il termine "Politeismo" (dal francese Polythéisme, a sua volta dal greco πολύς polys + θεοί theoi ad indicare "Molti dèi") è attestato in Francia a partire dal XVI secolo. Questo termine deriva dall'analogo termine greco polytheia coniato dal filosofo giudaico di lingua greca Filone di Alessandria (20 a.C.-50d.C.) per indicare la differenza tra l'unicità di Dio nell'Ebraismo rispetto alla nozione pluralistica dello stesso propria delle religioni antiche[9]. Tale termine indica quelle religioni che ammettono l'esistenza di più dèi a cui destinare dei culti.

Note[modifica]

  1. Cfr. Kees W. Bolle. Animism and Animatism. Encyclopedia of Religion vo.1. NY, MAcmillan, 2005 (1987) pagg. 362 e segg.
  2. Cfr. Dictionnaire des Religions (a cura di Jacques Vidal). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pag. 60.
  3. Cfr. Carlo Prandi. Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.37
  4. La sua etimologia è del tutto simile a quello di "Teismo" derivando quest'ultimo dal greco théos e il primo dal latino deus.
  5. Cfr. Encyclopedia of Religion, vol.4. NY, Macmillan, 2005, pag. 2251-2
  6. Cfr. Friedrich Max Müller. Selected Essays on Language, Mythology and Religion, vol. 2, Londra, 1881.
  7. Cfr. Theodore M. Ludwig. Monothesim, in Encyclopedia of Religion vol.9. NY, Macmillan, 2005, pagg. 6155 e segg.
  8. Cfr. H. P. Owen. Concepts of Deity. Londra, Macmillan, 1971.
  9. Cfr. Gabriella Pironti. Il "linguaggio" del politeismo in Grecia: mito e religione vol.6 della Grande Storia dell'antichità (a cura di Umberto Eco). Milano, Encyclomedia Publishers/RCS, 2011, pag.22.