Storia della filosofia/Cinismo

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I cinici furono i seguaci della scuola filosofica fondata da Antistene e Diogene di Sinope nel IV secolo a.C. Il nome potrebbe derivare o dal Cinosarge, l'edificio ateniese che fu la prima sede della scuola, o dalla parola greca κύων (kyon - "cane") – soprannome di Diogene, che ne fu l'esponente più importante.[1] I cinici professavano una vita randagia e autonoma, indifferente ai bisogni e alle passioni, fedeli solo al rigore morale. Dopo un periodo di declino, la scuola cinica ebbe una ripresa in concomitanza alla corruzione del potere imperiale di Roma: si fece appello allora alla libertà interiore e all'austerità dei costumi.

Filosofo cinico, copia romana da originale greco del III o II secolo a.C.[2], Musei Capitolini, Roma

Con connotazione spesso negativa, il termine "cinico"[3] viene però usato in epoca contemporanea soprattutto, per estensione, volendo indicare chi ostenta sprezzo e beffarda indifferenza verso ideali o convenzioni della società in cui vive (caratteristica spesso ostentata anche dai filosofi cinici), spesso con sarcasmo sfacciato, nichilismo e disincanto, o con sfiducia.[1]

L'interesse della scuola fu prevalentemente etico, e il concetto di "virtù" assunse un nuovo significato in una vita vissuta secondo natura; l'ideale era l'autosufficienza (l'autosufficienza del saggio, condotta fino all'assoluta indipendenza dal mondo esterno, secondo il termine greco autàrkeia, ovvero autarchia, capacità di detenere il totale controllo su se stesso).

La tesi fondamentale di questa corrente di pensiero è la ricerca della felicità come unico fine dell'uomo; una felicità che è una virtù, e al di fuori di essa sussiste un disprezzo per ogni cosa che richiama comodità e agi materiali effimeri. I cinici erano famosi per la loro eccentricità e disobbedienza alle regole sociali impostegli; si può quindi citare Diogene Laerzio, il quale scrisse numerose satire e diatribe contro la dissolutezza sessuale e la corruzione dei costumi del suo tempo, ma oltre a lui anche Cratete di Tebe, Ipparchia, Menippo di Gadara e vari altri[4]. Alcuni aspetti della loro filosofia influenzarono lo stoicismo, dove però l'attitudine cinica del moralismo e della critica nei confronti dei mali della società venne sostituita dalla virtus romana.

Il cinismo filosofico[modifica]

Concetti base[modifica]

Il cinismo proponeva alle persone una presunta modalità di raggiungere la felicità e la libertà in un'epoca piena di sofferenze e incertezze. Sebbene non sia mai stato fissato un canone vero e proprio della dottrina cinica, può essere riassunta nei seguenti concetti[5][6][7]:

  1. Il cinismo intende contrastare le grandi illusioni dell'umanità, ovvero la ricerca della ricchezza, del potere, della fama, del piacere.
  2. Il cinismo ricerca la felicità, una felicità che sia vivere in accordo con la natura.
  3. Il cinismo esalta l'autarchia. Detto questo, evidentemente non stona l'accostamento con le altre grandi filosofie ellenistiche come la Stoà (fondata da Zenone di Cizio, precedentemente cinico), l'epicureismo o lo scetticismo. Alcune concezioni sono in comune con il taoismo.
  4. Lo scopo della vita consiste nel raggiungere l'Eudaimonia e la lucidità mentale (ἁτυφια) per liberarsi dall'ignoranza e dalla follia (τύφος).
  5. L'Eudaimonia si acquisisce tramite il vivere in armonia con la natura così come compresa dalla ragione umana.
  6. Il τύφος è causato dal falso giudizio sui valori morali, che causa a sua volta emozioni negative, desideri contro natura e vizi.
  7. L'Eudaimonia è basata sull'autarchia, la virtù, l'amore per gli esseri umani, la parresia e l'impassibilità nei confronti delle vicissitudini della vita.
  8. Raggiungimento dell'Eudaimonia e della lucidità mentale tramite l'ascesi, la quale consente all'individuo di liberarsi da influenze come la gloria, il potere o la ricchezza, che non hanno nessun valore in natura. Tra i vari esempi si può citare Diogene di Sinope, che viveva in una botte e camminava scalzo d'inverno.
  9. Impudenza e mancanza di vergogna nel denigrare e disprezzare la società, le sue regole, i suoi costumi e le sue convenzioni che la maggior parte delle persone considera scontate.

Origine del termine "cinico"[modifica]

Diogene, dipinto di Jules Bastien-Lepage, 1873, Musée Marmottan Monet

Il nome "cinico" deriva dal greco antico κυνικός (kynikos, da κύων (kyôn), cane), ossia "alla maniera del cane". Una motivazione proposta nell'antichità del perché i cinici erano chiamati "cani" prendeva in considerazione il primo filosofo cinico, Antistene, che insegnò nel Cinosarge - termine la cui radice è kyôn - ad Atene[8]. Sembra comunque certo che la parola "cane" sia stata affibbiata ai primi cinici come insulto per il loro sfacciato rifiuto dei costumi tradizionali e per la loro decisione di vivere in strada. Diogene, in particolare, era additato come il Cane[9] per la sua abitudine di vivere dentro una botte, una definizione nel quale il filosofo si crogiolava affermando che "gli altri cani mordono i loro nemici, io mordo i miei amici per salvarli"[10]. I cinici successivi cercarono di capovolgere la parola a loro vantaggio, come ha spiegato un commentatore successivo.[11]

Note[modifica]

  1. 1,0 1,1 cìnico, su treccani.it.
  2. Christopher H. Hallett, (2005), The Roman Nude: Heroic Portrait Statuary 200 BC–AD 300, Oxford University Press, p. 294.
  3. vedere ad esempio gli aforismi di Oscar Wilde: «Il cinismo è l'arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere» e «Il cinico è uno che conosce il prezzo di tutto, e il valore di nulla».
  4. Historia de la Filosofía - Jaime Balmes, Torre de Babel Ediciones.
  5. Kidd, I. (2005), "Cynicism", in Rée, Jonathan; Urmson, J. O. (eds.), The Concise Encyclopedia of Western Philosophy, Routledge, ISBN 0-415-32924-8
  6. Long, A. A., "The Socratic Tradition: Diogenes, Crates, and Hellenistic Ethics", in Branham and Goulet-Cazé, pp. 28–46.
  7. Navia, Luis E. Classical Cynicism: A Critical Study. pg 140.
  8. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI 13; Cfr. The Oxford Companion to Classical Literature, seconda edizione, pag. 165
  9. Un'oscura allusione al Cane nella Retorica di Aristotele è generalmente accettata come il primo riferimento a Diogene
  10. Diogene di Sinope, citato da Giovanni Stobeo, Florilegium III 13. 44.
  11. Scolio alla Retorica di Aristotele, citato in Dudley, Donald R., A History of Cynicism from Diogenes to the 6th Century A.D., Cambridge