Interpretazione e scrittura dell'Olocausto/Conclusione 4

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Indice del libro
Memoriale delle vittime a Auschwitz nel 1941: questa immagine è formata da nomi presi dal Database Centrale delle Vittime della Shoah, Yad Vashem

Conclusione[modifica]

L'impatto di Holocaust di Gerald Green in Germania e in Austria rivelò che, dopo trent'anni, il genocidio degli ebrei non era ancora stato adeguatamente affrontato. Questo fu il primo film a creare, secondo le parole dello storico tedesco Heinz Höhne, "catarsi nazionale". In Der Spiegel, egli affermò che l'Olocausto:

« realizzò ciò che centinaia di libri, opere teatrali, film e programmi televisivi, migliaia di documentari e tutti i processi dei campi di concentramento non sono riusciti a fare negli ultimi tre decenni dalla fine della guerra: informare i tedeschi sui crimini contro gli ebrei commessi in loro nome cosicché milioni di persone ne furono toccate emotivamente e commosse.[1] »

La serie è una testimonianza del potere della televisione e dell'empatia "vecchio stile". Dal 1945, intellettuali e scrittori tedeschi di massima integrità avevano tentato di far confrontare il loro popolo con il passato recente, tuttavia fu una soap opera con caratterizzazioni da fotoromanzo, lacrime e realismo (le scene di Auschwitz furono girate a Mauthausen) che aveva avvicinato il paese a una rivalutazione del proprio retaggio:

« Holocaust ha scosso la Germania post-Hitler in un modo che gli intellettuali tedeschi non sono stati in grado di fare. Nessun altro film ha mai reso la via della sofferenza ebraica verso le camere a gas così vivida... Solo da Holocaust e come suo risultato, la maggioranza di una nazione sa cosa si nasconde dietro la formula orribile e vacua di "Soluzione Finale della Questione Ebraica". Lo sanno perché un cineasta americano ha avuto il coraggio di farla finita col dogma paralizzante che ha sempre condannato i cineasti tedeschi al fallimento: cioé che l'omicidio di massa non deve essere rappresentato nell'arte.[2] »

Gli scrittori tedeschi successivamente cercarono di "rimuovere" l'aspetto emotivo e minimizzare l'angolazione ebraica in modo da poter convincere sia i gestori teatrali che il pubblico a esaminare la storia del loro paese. Molti, come Günter Eich ed Ernst Schabel, scoprirono di poter rischiare una reazione emotiva alla radio. Il palcoscenico, come forum pubblico, era altamente esplosivo. Peter Weiss aveva cercato di ridurre l'emozione nel suo oratorio, L’istruttoria; Erwin Sylvanus e George Tabori speravano di distanziare il pubblico usando tecniche di alienazione brechtiana. L'influenza di Brecht fu di primaria importanza nella natura intellettuale della narrativa tedesca, così come lo era l'avversione per l'emotività irrazionale da parte del Gruppo 47 e Gruppo 61. Le dimostrazioni di sentimento erano sinonime dell'arte creata da Hitler e Goebbels che miravano a provocare isteria di massa. L'emozione poteva commuovere il pubblico in modo acritico, come se fosse ipnotizzato. Brecht, Frisch e Dürrenmatt cercarono di educare le persone attraverso parabole, non di commuoverle in empatia irriflessiva.

Allo stesso modo, la convinzione di Frisch e Durrenmatt che non fosse più possibile articolare il mondo conosciuto in termini naturalistici con una caratterizzazione realistica negava anche una risposta empatica da parte del pubblico. L'aforisma di Adorno secondo cui scrivere poesie su Auschwitz era impossibile, come anche l'ipotesi ampiamente diffusa che l'Olocausto fosse "non rappresentabile", scoraggiava ritratti naturalistici. C'era ed c'è tuttora la convinzione che un tentativo di immaginare e rappresentare l'Olocausto sia necessariamente riduttivista e banalizzi l'evento. Primo Levi sostiene che questa tesi è semplicemente una scusa di "pigrizia mentale".[3] Se uno vuole immaginare, egli afferma, uno può farlo. Eppure l'Olocausto rimase non rappresentato sul palcoscenico tedesco. Rolf Hochhuth pretese che la rappresentazione di Auschwitz nel suo Il Vicario fosse non-naturalistica e l'Auschwitz di Tabori è una nuda stanza bianca.

Tuttavia, ciò di cui il popolo tedesco aveva bisogno, se Holocaust ne è un indicatore, era un'opportunità di visionare i campi come entità funzionanti piuttosto che come monumenti in rovina e vuoti, oltre a dare sfogo alle proprie emozioni. Dovevano entrare in empatia con le vittime e vedere la realtà, non assistere ad eventi rappresentati in termini velati. Richiedevano una catarsi e fu la televisione a darla, non il gran filosofare riservato al teatro. Solo affrontando il passato e ottenendo la catarsi poteva esserci una sana progressione verso il futuro. Come aveva affermato Martin Walser: "Solo quando riusciamo a superare Auschwitz possiamo tornare ai compiti nazionali".[4] Fassbinder, Tabori e Bernhard realizzarono quasi la stessa cosa. La natura selettiva della narrativa bellica austriaco-tedesca impediva questo confronto e questi scrittori mirarono a rivelare quanto la storia potesse essere soggettiva. Il principale vantaggio d' Holocaust fu il medium: la televisione, per molti aspetti, è più potente del palcoscenico. È più probabile che le persone rischino il coinvolgimento emotivo in un mondo immaginario nella sicurezza del proprio salotto piuttosto che nell'arena pubblica di un teatro. Inoltre, l'attenzione prestata alla televisione attraverso altri media (ad esempio le riviste televisive) crea un'esperienza condivisa dalla comunità di telespettatori. La televisione può essere tanto un "evento" comunitario quanto un'esperienza teatrale dal vivo.

Anche in Israele, Horowitz mirò ad evidenziare la natura selettiva della storia. Per lui la versione sionista dell'Olocausto non era compatibile con le singole voci della sofferenza. Horowitz fu forse ingenuo quando affermò che voleva tornare alle radici dell'identità ebraica e scegliere chi egli fosse, piuttosto che farsi indottrinare dalla società (poiché ogni individuo è il prodotto della sua società) ma se una persona non è a conoscenza dei fattori che hanno plasmato la sua vita, allora rimane in uno stato di ignoranza ed è incapace di prendere decisioni equilibrate. Come avvertì Christa Wolf in Trama d'infanzia, chi non conosce il suo passato è condannato a ripeterlo.

Note[modifica]

  1. Kaes, From Hitler to Heimat, pp. 30-1.
  2. Herf, "The Holocaust Reception in West Germany, Right, Centre, and Left", p. 217, citando Höhne.
  3. Primo Levi, I sommersi e i salvati, p. 68
  4. Rabinbach/Zipes, Germans And Jews Since The Holocaust, p. 11.