Storia della letteratura italiana/Carlo Porta

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Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

Considerato il maggiore poeta in milanese, Carlo Porta ha partecipato all'attività degli ambienti romantici milanesi, intervenendo con vari componimenti dialettali. Non per questo tuttavia, la sua produzione può essere definita propriamente romantica: le sue opere sono in realtà molto singolari e risentono fortemente della tradizione dialettale milanese.

La vita[modifica]

Carlo Porta

Carlo Porta nasce a Milano il 15 giugno 1775, figlio di Giuseppe e Violante Gottieri. Studia dai Barnabiti a Monza e nel loro collegio estivo di Muggiò fino al 1792 e poi al seminario di Milano. Nel 1796 l'arrivo dei francesi fa perdere il posto al padre e per Carlo viene trovato un lavoro a Venezia, dove abita un fratello e dove resta fino al 1799.

Dal 1804 alla morte, Porta ha un lavoro di impiegato statale nel ramo della pubblica amministrazione che mantiene sia durante il governo francese, sia durante quello austriaco. Nel 1806 sposa Vincenza Prevosti. Stendhal lo conosce insieme agli altri letterati milanesi del tempo e, a Roma, Napoli, Firenze, loda infinitamente le sue poesie e cita i suoi versi, pur lamentando che nessuno li capisca a dieci miglia da Milano. Nonostante il suo lavoro, è amico dei maggiori intellettuali del tempo, tra i quali Foscolo, Manzoni, Grossi, Berchet, Visconti. La sua vita coincide con gli anni più densi della storia italiana: le campagne napoleoniche, la Repubblica Cisalpina, il Regno Italico, la restaurazione austriaca, la polemica classico-romantica.

La sua formazione è essenzialmente illuministica e di ispirazione civile, pariniana. Indirizza la sua satira contro la società contemporanea, soprattutto contro la nobiltà boriosa, retriva e ipocrita, attaccata ai suoi privilegi e incurante dei mutamenti epocali in atto. Ma nella sua poesia spiccano anche alcuni monologhi messi in bocca a personaggi del popolo, in cui viene data voce ai ceti più bassi. Porta è vicino al gruppo dei romantici e li sostiene nella loro polemica con varie poesie. Il rifiuto del classicismo è in lui strettamente legato al rifiuto del vecchio mondo aristocratico e clericale. Nel classicismo e nella sua poesia aulica vede lo spirito retrivo dell'ancien regime; nel Romanticismo, invece, individuava il rinnovamento culturale e civile nazionale, una letteratura nuova più aderente alla verità.[1]

A soli quarantacinque anni e nel pieno della fama, muore a Milano il 5 gennaio 1821 per un attacco di gotta. È sepolto a San Gregorio fuori Porta Orientale, ma la sua tomba andrà dispersa. Nella cripta della chiesa di San Gregorio Magno in Milano (attuale Porta Venezia) è custodita la lapide funebre (insieme a quella di altri personaggi illustri) che era posta sul muro di cinta del cimitero di San Gregorio al Lazzaretto. In sua memoria l'amico Tommaso Grossi componse in milanese la poesia In morte di Carlo Porta.

L'attività letteraria[modifica]

Benché sia probabile che la sua produzione poetica sia cominciata già nel 1792, fino al 1810 pochi lavori sono pubblicati ufficialmente da lui. Nel 1804-1805 lavora a una traduzione in milanese della Divina Commedia, di cui completa solo qualche canto e che è l'ultima delle sue opere "minori". Celeberrima è la sua versione dell'enigmatico verso "Papé Satan, papé Satan aleppe", vòlto in un verso di una filastrocca per bambini: "Ara, bell'ara, discesa cornara".

Nel 1810, invece e seppure in forma anonima, esce il Brindes de Meneghin all'Ostaria scritto per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d'Asburgo-Lorena. Nel Brindes Porta si augura soprattutto un buon governo per Milano e la Lombardia. La grande stagione della poesia portiana comincia però nel 1812 con Desgrazzi de Giovannin Bongee. Da questo momento e fino alla morte la produzione è costante e di altissima qualità.

Le sue opere si possono dividere in tre filoni:

  • il primo contro le superstizioni e l'ipocrisia religiosa del tempo;
  • il secondo descrittivo di vivissime figure di popolani milanesi;
  • il terzo infine più propriamente e strettamente politico.

In quest'ultimo filone, Porta ha sempre tenuto a dichiararsi "apolitico", anche se le sue satire dimostrano che aveva le proprie idee e non esitava a mostrarle mediante sferzanti critiche alle classi dominanti che, durante la sua vita, si sono succedute. Un episodio è comunque tipico del suo essere parte integrante del sistema pur essendone critico impietoso. Quando esce, per vie non ufficiali, la Prineide (1815), una specie di apologo al linciaggio dei politici corrotti, tutti a Milano indicano Porta come l'autore, cosa che lo farà arrabbiare. In realtà l'autore era Tommaso Grossi, un giovane promettente poeta che diverrà poi uno dei migliori amici di Porta.

Del primo filone fanno parte, fra le altre: Fraa Zenever (1813), On Miracol (1813), Fraa Diodatt (1814), La mia povera nonna la gh'aveva (1810). In questo filone troviamo trascrizioni in tono di caricatura popolaresca di leggende della devozione medievale, con evidenti ascendenze illuministiche e volteriane nell'atteggiamento morale e sociale del poeta. Tali ascendenze sono pure evidenti nelle poesie satiriche che hanno come bersaglio l'aristocrazia reazionaria ed il basso clero ignorante, bigotto e parassita (si ricordano La preghiera, satira della boria aristocratica mascherata da pio zelo religioso, e La nomina del Cappellan, quadro spietato della vita dell'aristocrazia nera e del clero pù povero e affamato).[2]

Al secondo filone appartengono quelle che sono forse le più grandi opere di Porta: dopo le già citate Desgrazzi de Giovannin Bongee (1812), seguono Olter desgrazzi de Giovannin Bongee (1814), El lament del Marchionn di gamb'avert (1816) e quello che molti critici considerano il suo capolavoro, La Ninetta del Verzee (1815), la struggente confessione di una prostituta.

Statua di Carlo Porta, al Verzee di Milano (Ivo Soli, bronzo, 1966)

Al filone politico appartengono soprattutto i sonetti: come Paracar che scappee de Lombardia (1814), E daj con sto chez-nous, ma sanguanon (1811), Marcanagg i politegh secca ball (1815), Quand vedessev on pubblegh funzionari (1812).

Fra le poesie che non appartengono a uno dei tre filoni sopraddetti ricordiamo soprattutto i sonetti in difesa della scelta del milanese o in difesa di Milano. Celeberrimi I paroll d'on lenguagg, car sur Gorell (1812) in difesa dei dialetti (o, meglio, delle lingue locali) e El sarà vera fors quell ch'el dis lu (1817) in difesa di Milano.

Fra le poesie più propriamente umoristiche ricordiamo Dormiven dò tosann tutt dò attaccaa (1810) e la brevissima Epitaffi per on can d'ona sciora marchesa (1810).

La restaurazione Austriaca del 1815 deluse profondamente Porta che aveva sperato in un'indipendenza della Lombardia.

Certamente però non rimpianse l'occupazione francese, come è chiaramente espresso in molti sonetti e nella chiusa di Paracar che scappée de Lombardia:

« de podè nanca vess indifferent
sulla scerna del boja che ne scanna. »

Nella poesia degli ultimi anni si accentuano i caratteri antinobiliari contro la classe che inaspettatamente era tornata a dominare. Testimoni di questa fase "alla Parini" sono La nomina del Cappellan (1819), una rielaborazione ancora più comico-satirica dell'episodio della "vergine cuccia" di pariniana memoria in cui stavolta il pretino arrivista si munisce di fette di salame per accattivarsi la cagnetta, Offerta a Dio (1820) e Meneghin biroeu di ex monegh (1820).

Nel 1816 Porta aveva aderito al neonato movimento romantico (Sonettin col covon).

Note[modifica]

  1. G. Baldi e altri autori, Dal Testo alla Storia, dalla Storia al Testo - Il Neoclassicismo e il Romanticismo, Torino, Paravia, 2002, p. 211.
  2. Aldo Giudice e Giovanni Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, tomo primo, vol. 3, Torino, Paravia, 1973, p. 484.