Storia della letteratura italiana/Ippolito Nievo

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Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo rappresentano un nodo fondamentale per l'affermazione del romanzo in Italia. Nella sua breve esistenza lo scrittore ha vissuto intense esperienze politiche e intellettuali, come testimoniato dai suoi molti scritti, in cui ricerca un modello positivo di comportamento morale e politico.

La vita[modifica]

Ippolito Nievo

Ippolito Nievo nasce a Padova il 30 novembre 1831, primogenito[1] di Antonio, un magistrato mantovano[2] e di Adele Marin, figlia della contessa friulana Ippolita di Colloredo e del patrizio veneziano Carlo Marin, intendente di finanza a Verona.

Nel 1841 Ippolito viene iscritto nel collegio del seminario di Sant'Anastasia di Verona come convittore interno ma poi, non sopportandone la disciplina, dal 1843 vi frequenta il Ginnasio come esterno. La sua solitudine è alleviata dalle visite del nonno Carlo, uomo colto, amico di Ippolito Pindemonte e amante della letteratura, che diviene, la figura di riferimento. Nievo gli dedica il quaderno dei suoi Poetici componimenti fatti l'anno 1846-1847, semplici poesie scolastiche in stile classicista. Quando nel 1843 muore Alessandro Nievo, il primogenito Antonio, padre di Ippolito, eredita il palazzo Nievo a Mantova, con i relativi arredi, le collezioni d'arte e la ricca biblioteca. Il padre è trasferito nel 1847 alla pretura della vicina Sabbioneta e Ippolito torna in famiglia a Mantova. Il nonno Carlo Marin è andato a stabilirsi, per trascorrervi gli anni della pensione, presso i Nievo, a Mantova e a Sabbioneta. A Mantova Ippolito prosegue gli studi al Liceo Virgilio, compagno di Attilio Magri (1830-1898) il quale, innamorato di Orsola Ferrari,[3] ne frequenta la casa e vi introduce anche Ippolito, che vi conosce la sorella maggiore, Matilde (1830-1868), il suo primo amore.

Nel 1848 il giovane Ippolito, affascinato dal programma democratico di Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo, forse partecipa alla fallita insurrezione di Mantova. Chiuso durante la guerra il Liceo Virgilio, poiché la famiglia ritiene opportuno che si allontani per qualche tempo dalla Lombardia, Ippolito si trasferisce in Toscana, prima a Firenze e poi a Pisa. Qui entra in contatto con gli esponenti del partito democratico di Francesco Domenico Guerrazzi: anche la Toscana è scossa dai moti risorgimentali e forse Ippolito partecipa a Livorno al moto del 10 maggio 1849 contro gli Austriaci, intervenuti per favorire il ritorno del granduca Leopoldo, fuggito quattro mesi prima da Firenze.

Ritornato in settembre a Mantova, riprende poi gli studi a Cremona, dove nell'agosto del 1850 consegue la licenza liceale. In autunno si iscrive alla Facoltà di Legge dell'Università di Pavia e mantiene rapporti epistolari con Matilde Ferrari: le 69 lettere scritte dal 1850 ai primi del 1851, più che essere una sincera e spontanea comunicazione di un innamorato lontano, appaiono dettate da un'intima necessità di espressione lirica e sono scritte con lo sguardo rivolto a canoni letterari, finendo così per interessare «soprattutto per il modo in cui la materia sentimentale, sollevata talora a toni di enfasi appassionata, si atteggia in formule di chiara matrice letteraria, fin quasi a definirsi in un'autonoma sequenza di romanzo epistolare, aperta alle suggestioni che provenivano dai consacrati modelli del genere, dall'Ortis di Foscolo e dalla Nouvelle Heloïse di Rousseau».[4] Ma a un nuovo e più approfondito esame delle lettere, si nota che Ippolito esprime una reale intensità di affetti e una sorprendente comprensione del carattere della ragazza. Ai primi del 1851, la relazione s'interrompe e, deluso, Ippolito contro di lei scrive in versi Antiafrodisiaco per l'amor platonico, con accenti fortemente ironici.

Nel gennaio del 1852 inizia l'attività di pubblicista per il quotidiano bresciano La Sferza. Alla fine dell'anno si iscrive all'Università di Padova, riaperta dal governo austriaco dopo le agitazioni liberali e, recandosi spesso in Friuli, collabora con la rivista L'Alchimista Friulano, dove pubblica anche poesie che, raccolte in volume, sono pubblicate nel 1854 dall'editore Vendrame di Udine: una seconda raccolta viene pubblicata l'anno dopo.

Nel 1855, deluso dalla situazione politica italiana, lo scrittore si reca spesso a Colloredo di Montalbano, dove si dedica attivamente alla produzione letteraria, progettando quello che sarà il suo capolavoro, Le confessioni d'un italiano. Nel novembre dello stesso anno si laurea. Comincia a frequentare lo studio del notaio Francesco Tamassia, assecondando la famiglia che desiderava intraprendesse la professione notarile[5].

Continua nel frattempo l'attività di pubblicista e si avvicina al giornalismo militante milanese, collaborando al settimanale Il Caffè. Nel 1856, a causa di un racconto intitolato L'avvocatino pubblicato sul foglio milanese Il Panorama universale, è accusato di vilipendio nei confronti della gendarmeria imperiale austriaca e subisce un processo nel quale patrocina se stesso. È questa l'occasione per trascorrere lunghi periodi a Milano, dove partecipa agli stimolanti dibattiti letterari e politici che si svolgono e di apprezzare il vivace clima culturale di quella città. Ippolito Nievo in quel periodo frequenta la casa del cugino Carlo Gobio e più tardi sembra che abbia iniziato una relazione con Bice Melzi d'Eril, moglie di Carlo: le sarà legato fino alla morte, indirizzandole numerose lettere, anche durante la campagna garibaldina in Sicilia.

Ippolito Nievo in divisa da garibaldino

Tra il 1857 e il 1858 Nievo, ritornato a Colloredo, si dedica intensamente alla stesura delle Confessioni d'un italiano, che viene pubblicato postumo nel 1867 dall'editore Le Monnier con il titolo rivisto Le confessioni di un ottuagenario.

Gli eventi del 1859 e del 1860 rendono più intensa la sua attività giornalistica e ne sollecitano i primi due saggi politici, l'opuscolo Venezia e la libertà d'Italia, ispirato dalla mancata liberazione del Veneto, e il Frammento sulla rivoluzione nazionale. Si dedica inoltre alla stesura di un nuovo romanzo, Il pescatore di anime, che rimane incompiuto.

Nel 1859 è tra i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi e l'anno seguente partecipa alla Spedizione dei Mille, numero 690 nell'elenco dei Mille. Nello stesso periodo anche i suoi fratelli decidono di arruolarsi, ma nelle truppe sabaude.

Unendosi ai Cacciatori delle Alpi, il 5 maggio del 1860 Nievo salpa da Quarto, a bordo del Lombardo insieme a Nino Bixio e a Cesare Abba. Distintosi nella battaglia di Calatafimi e a Palermo, raggiunge il grado di colonnello e gli viene data la nomina di intendente di prima classe, con incarichi amministrativi, divenendo il vice di Giovanni Acerbi. È anche attento cronista della spedizione (Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio e Lettere garibaldine).

Il giovane colonnello, avendo ricevuto l'incarico di riportare dalla Sicilia i documenti amministrativi delle spese sostenute dalla spedizione, si imbarca assieme ai capitani Majolini e Salviati, a due maggiori e a uno scrivano, tutti componenti dell'amministrazione militare garibaldina. Trova la morte durante la navigazione da Palermo a Napoli, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861, nel naufragio del vapore Ercole, avvenuto in vista del golfo di Napoli. Nel naufragio tutte le persone imbarcate periscono e né relitti né cadaveri sono restituiti dal mare.

Le prime opere letterarie[modifica]

Antiafrodisiaco per l'amor platonico, lasciato manoscritto, è pubblicato per la prima volta nel 1956. Inutile dire che Matilde - Morosina nel romanzo - non è più l'«anima pura», né lo «specchio delle immagini più caste, dei pensieri più angelici e soavi»[6] delle lettere, ma una scipita ragazza che rideva molto e parlava poco «perché è molto più facile colle labbra far delle smorfie, che dei bei discorsi», un'ipocrita che «nascondeva sotto le spoglie del vergine affetto quei codardi istinti, che il Tartufo di Moliere nascondeva sotto la tonaca del gesuita», mentre naturalmente Ippolito è l'ingenuo ragazzo che si è lasciato «minchionare da buonissimo diavolo, battezzando per amore celestiale e divino, una voglia e un prurito irresistibile di marito». La conclusione è di prendere «l'amore senza astrazione», senza preoccuparsi dei possibili «inconvenienti alla simmetria della fronte»: vi è tuttavia nel romanzo una freschezza e una disinvoltura d'invenzione nelle digressioni frequenti della vicenda che ricordano un poco Sterne, e vi traspare l'interesse ai personaggi minori disegnati «con un gusto felicemente caricaturale che sembra preludere ai più maturi esiti della ritrattistica neviana».[7]

Il romanzo risente di un impianto teatrale: non è pertanto casuale che in quello stesso anno Ippolito scriva anche la commedia Emanuele dedicata all'amico e compagno di studi Emanuele Ottolenghi, che non sarà mai rappresentata, e i Versi, che rimangono ignorati dal pubblico. Questi ultimi sono scritti a imitazione di Giuseppe Giusti, dal quale riprende metrica e linguaggio transitante dal popolare al letterario, e si rivolgono contro l'accademia classicista e le svenevolezze romantiche, critiche apprezzate nella recensione de «Il Crepuscolo», la rivista di un critico importante come Carlo Tenca.[8]

Ma se con il primo volume dei Versi Nievo voleva presentare un impegno civile diretto e popolare e rifiutare motivi arcadici e lirici, nel secondo volume pubblicato l'anno successivo conserva bensì i motivi della partecipazione civile, ma affinati da un tono più raccolto e meditato e nobilitati da richiami a poeti della tempra di Dante, Parini, Foscolo e Leopardi.

La poetica: gli Studii sulla poesia popolare e civile[modifica]

Il 6 aprile 1854 viene rappresentato a Padova, senza successo, il suo unico dramma Gli ultimi anni di Galileo Galilei.[9] e poi viene pubblicato il saggio Studii sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia che già precedentemente era uscito in sei puntate su L'Alchimista Friulano dal 9 luglio al 15 agosto 1854. Nel saggio, che risulta quasi una messa a punto della sua polemica contro l'attuale letteratura, Nievo tracciava un ampio panorama storico che dalle origini delle letterature romanze arrivava fino ai tempi presenti. Quello che egli cercava nella letteratura romantica era una letteratura nuova che, partendo dal rispetto della tradizione e rifacendosi a Dante, risalisse lungo i secoli per attingere dall'insegnamento virile di Alfieri e di Parini, in parte di Foscolo fino a Manzoni. Il saggio si concludeva con un elogio al Giusti, del quale lodava non solo i valori morali che la sua poesia aveva espresso, ma anche la lingua vigorosa e parlata.

Ancora più attenuata sarà l'influenza di Giusti nelle successive raccolte: Le lucciole. Canzoniere (1855-1857),[10] pubblicato a Milano dall'editore Redaelli nel 1858 e Gli amori garibaldini, pubblicato a Milano dall'editore Agnelli nel 1860.

Le opere narrative minori[modifica]

Novelliere campagnuolo e altri racconti[modifica]

Quando il Nievo intraprese la sua opera di narratore lo fece ispirandosi alla vita delle campagne e prendendo come modelli letterari le novelle di Giulio Carcano, di Caterina Percoto, di Francesco Dall'Ongaro oltre che dai romans champêtres ambientati nel "Berry" di George Sand.

Le novelle, in tutto sette, erano state scritte tra il 1855 e 1856 pubblicate nei giornali e pronte ad uscire in volume con il titolo di Novelle campagnuole come scriverà il Nievo il 14 marzo 1857 al cugino Carlo Gobio. Le novelle in realtà rimasero inedite e furono pubblicate solo nel 1956 a Torino dall'editore Einaudi, con il titolo Novelliere campagnuolo e altri racconti.

La nostra famiglia di campagna uscì su "La Lucciola" di Mantova dal maggio al dicembre 1855 e probabilmente avrebbe dovuto essere l'introduzione al Novelliere. Lo si può dedurre dal tono discorsivo, appena accennato dall'esile racconto e soprattutto rivolto a presentare alla società borghese quella contadina dell'Alto Mantovano che veniva presa ad esempio della vita difficile e stentata di tutte le popolazioni agricole dell'Italia settentrionale in quei decenni.

La Santa di Arra venne pubblicata nel settembre del 1855 sul "Caffè" di Milano e viene ambientata nel Friuli, in particolare in quella zona di collina a nord di Udine che l'autore conosceva bene per le sue lunghe dimore a Colloredo di Montalbano. La vicenda, piuttosto lacrimevole, sfocia in un moraleggiante finale in cui il bene trionfa sul male ma diventa pretesto per descrivere, in modo veritiero e appassionato, i costumi del villaggio, consegnandoci così un pezzo di storia sociale dell'epoca.

La pazza del Segrino venne scritta nel dicembre del 1855 e rimase inedita fino al 1860. È una drammatica vicenda ambientata nell'Alta Brianza (Lago del Segrino) che all'inizio assume un'intonazione campagnola per concludersi man mano in un tranquillo e Borghesia|borghese lieto fine.

La novella Il Varmo uscì, dal marzo al maggio 1856, sull'"Annotatore Friulano". In essa, il Nievo, con una maggiore coerenza che nelle precedenti novelle, delinea il suo racconto seguendo i personaggi dalla nascita alla maturità con profonde riflessioni sulla loro vita mettendo in risalto il rapporto tra i loro caratteri e i loro destini. I critici che si sono soffermati su questa novella, più che sulle altre, hanno individuato in essa il nucleo iniziale dell'idillio di Carlino e Pisana bambini nei primi capitoli delle Confessioni d'un italiano.

Nel Varmo il Nievo tratteggia il tema dell'infanzia inteso come quel particolare momento della vita all'interno del quale coesiste sempre il triste presentimento di una maturità mai perfetta. L'amore fanciullesco dei due personaggi principali, Favitta e Sgricciolo, è offuscato dalla sensazione che temperamenti diversi, che si attraggono e si respingono, possono essere sì destinati ad unirsi ma anche a soffrire del reciproco affetto.

Il ciclo del contadino Carlone[modifica]

Le ultime tre novelle appartengono a un unico ciclo, quello del contadino Carlone, e narrano tre diverse storie accadute durante una veglia in una stalla di Fossato.

Il ciclo comprende Il milione del bifolco pubblicata dall'aprile al giugno 1856 su La Lucciola, L'Avvocatino che vide la luce sul Panorama Universale di Milano, sempre dall'aprile al giugno 1856, La viola di San Sebastiano pubblicata dello stesso anno come seguito dell'Avvocatino sempre su Panorama Universale. Ambientate nel mantovano ritornano, senza una ragione evidente, alle colline e alle pianure del Friuli dove, attraverso le parole del bifolco mantovano Carlo Peschierotti, delineano il quadro di una vita esemplare trascorsa attraverso la fatiche, la speranze, la rassegnazione di fronte alle disgrazie.

Il Conte Pecoraio è un romanzo a carattere contadinesco che avrebbe dovuto diventare, nell'ambizione dell'autore, il libro di lettura delle umili persone contadine durante i mesi oziosi dell'autunno che seguivano il periodo della vendemmia e la semina, quando le notti si allungano e arrivano i primi freddi. Un tentativo, dunque, di avviare quella letteratura autenticamente popolare, tanto desiderata. Ma se i propositi erano alti, in realtà il romanzo, dalla storia lacrimevole, risulta essere una pietosa descrizione della miseria sofferta dai contadini ancora oppressi da una piccola e retriva nobiltà feudale protetta dall'Austria.

Angelo di bontà. Storia del secolo passato è un romanzo storico scritto contemporaneamente al Conte Pecoraio e ai racconti campagnoli, iniziato nella primavera del 1855 e terminato nell'agosto dello stesso anno. Venne pubblicato a Milano nel 1856. La storia è ambientata a Venezia, tra il 1749 e il 1768 e tratta della decadenza di quello stato e del disfacimento della sua aristocrazia dominante, dramma che era stato sofferto anche nella famiglia materna del Nievo e che era ancora vivo nell'animo dei veneziani e dei veneti, almeno fino al 1848, quando venne restaurata la repubblica di San Marco.

La storia filosofica dei secoli futuri[modifica]

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Con il romanzo breve Storia filosofica dei secoli futuri del 1860, Nievo entra di diritto tra i primi precursori della fantascienza italiana. In quest'opera singolare e poco conosciuta egli tratteggia la storia futura dell'Italia, una sorta di fantapolitica che va dall'anno 1860 al 2222.

In questo lasso di tempo, Nievo descrive i passaggi epocali dei periodi:

  • dalla pace di Zurigo alla pace di Lubiana;
  • dalla pace di Lubiana alla federazione di Varsavia (1960);
  • dalla federazione di Varsavia alla rivoluzione dei contadini (2030);
  • creazione e moltiplicazione degli omuncoli (2066-2140);
  • dal 2180 al 2222, o il periodo dell'apatia.

I periodi corrispondono ai capitoli, e vengono chiusi da un Epilogo.

Le confessioni d'un italiano[modifica]

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« Al povero giurisdicente, che coll'acume della paura intendeva meravigliosamente tutti questi discorsi, i sudori freddi venivano giù per le tempie, come gli sgoccioli d'una torcia in un giorno di processione. Il dover rispondere, il non voler dire né sì né no, era tal tormento per lui che avrebbe preferito di cedere tutti i suoi diritti giurisdizionali per esserne liberato »
(Ippolito Nievo, Le confessioni di un italiano)

Risale al periodo che va tra la fine del 1857 e l'agosto del 1858 la stesura del romanzo Le confessioni d'un italiano che Nievo non pubblicò, sia perché non aveva trovato un editore disponibile, sia perché troppo impegnato nelle vicende garibaldine. Tra l'altro Ippolito Nievo fu anche il cassiere della spedizione dei Mille.

Il romanzo verrà pubblicato nel 1867, dopo la morte dell'autore, a cura di Erminia Fuà Fusinato, moglie di Arnaldo Fusinato amico di Nievo, con alcuni interventi correttori e con il titolo Le confessioni di un ottuagenario.

Gli altri scritti[modifica]

Fra gli scritti a carattere politico e storico sono degni di rilievo Venezia e la libertà d'Italia che venne pubblicato anonimo a Milano dall'editore Agnelli nel 1859, il Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio, il Resoconto amministrativo della prima spedizione in Sicilia, e il così chiamato Frammento sulla rivoluzione nazionale la cui data di composizione è incerta (poco prima o poco dopo la spedizione dei Mille) che rappresenta l'ultimo risultato delle riflessioni di Nievo sulla sua breve ma intensa attività politica, rimasti inediti.

Nievo scrisse anche testi teatrali, recentemente pubblicati, fra i quali meritano particolare attenzione le tragedie I Capuani, Spartaco e la commedia I Beffeggiatori. Assai importante rimane l'Epistolario utilissimo per la ricostruzione delle vicende biografiche dell'autore così precocemente mancato.

Note[modifica]

  1. I suoi fratelli furono Luigi (1833), vissuto pochi mesi, Carlo (1835), Elisa (1837) e Alessandro (1839).
  2. Il ramo mantovano della famiglia Nievo non riuscì mai a farsi riconoscere come appartenente alla nobiltà.
  3. Lina (Orsolina) Ferrari Poma, pittrice, sposerà Luigi Poma, fratello di Carlo, uno dei martiri di Belfiore. La famiglia Ferrari era di idee liberali: il fratello di Lina, Luigi, coinvolto nei moti del 1848, era stato costretto a lasciare Mantova per emigrare in Messico.
  4. Giulio Carnazzi, La narrativa campagnola e l'opera di Ippolito Nievo, in Storia Letteraria d'Italia, L'Ottocento, XVIII, nº 2, p. 1442.
  5. Dino Mantovani, cit., pag. 86.
  6. Lettera del 26 febbraio 1850.
  7. Giulio Carnazzi, cit., ivi.
  8. Carlo Tenca, Di alcune recenti poesie italiane, in Il Crepuscolo, 1854..
  9. Dino Mantovani, cit., pag.37.
  10. Saggio introduttivo alla poesia nieviana con analisi di alcuni testi del canzoniere "Le lucciole" (PDF), unastranagioia.files.wordpress.com.