Storia della letteratura italiana/Scrittori politici del Risorgimento

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Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

In Italia la diffusione del Romanticismo è strettamente legata al processo risorgimentale. Se in Germania aveva coinciso con una rivoluzione filosofica e letteraria, in Italia riesce solo in parte a scalfire la radicata tradizione classicista. D'altra parte, all'inizio dell'Ottocento la penisola è suddivisa in vari Stati controllati da potenze straniere e versa in condizioni economiche e sociali arretrate rispetto al resto d'Europa. Il Romanticismo italiano, nei fatti, coincide con lo spirito nazionale e liberale del Risorgimento.[1]

Sviluppo della coscienza nazionale[modifica]

Francesco Lomonaco

Lo sviluppo di una coscienza politica nazionale coincide, soprattutto nella borghesia, con la diffusione delle idee liberali e dell'Illuminismo.

Nel 1765 sul n. 2 del Caffè esce La patria degli Italiani di Gian Rinaldo Carli che si chiude con la frase «Un italiano in Italia non è mai forestiero».

Nel 1782 quaranta scienziati italiani fondano a Verona la Società italiana, ritenendo, come scrive il suo primo presidente, il matematico Antonio Maria Lorgna, che «lo svantaggio dell'Italia è l'avere ella le sue forze disunite» per cui si doveva «associare le cognizioni e l'opera di tanti illustri Italiani separati» ricorrendo «a un principio motore degli uomini sempre attivo, e talora operante con entusiasmo, l'amor della Patria», Lorgna concludeva: «Cari Signori oltremontani, aspettino un pochino e vedranno l'Italia sotto altro aspetto fra pochi anni. Basta che siamo uniti».

Queste idee vengono esaltate dalla rivoluzione francese e la loro diffusione ha un'improvvisa accelerazione con la discesa in Italia di Napoleone nel 1796. Rovesciati i sovrani regnanti, i francesi deludono le speranze dei patrioti giacobini italiani e si insediano in buona parte dell'Italia settentrionale, creando repubbliche sul modello di quella francese (le cosiddette repubbliche sorelle), rivoluzionando la vita del tempo e portando idee nuove, ma facendone anche ricadere il costo sulle popolazioni locali, sino a generare episodi di rivolta come le cosiddette "Pasque veronesi".[2]

Il sorgere della coscienza nazionale non è un processo unitario, lineare o coerentemente definito; diversi programmi, aspettative ed ideali, a volte anche incompatibili tra loro, confluiscono in un vero e proprio crogiuolo:[3][4] vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, protosocialisti, anticlericali, liberali, monarchici filo Savoia o papalini, laici e clericali. Vi era l'ambizione espansionista di Casa Savoia verso la Lombardia, vi era il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo-Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio-economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione rivoluzione tecnico-industriale,[5] superando al contempo la frammentazione della penisola laddove sussistevano Stati, in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un'idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno Stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Vincenzo Gioberti

Francesco Lomonaco è uno dei primi patrioti, se non il primo,[6] a preconizzare la formazione di un'Italia unita sotto un unico governo. Nel suo scritto Colpo d'occhio sull'Italia, contenuto nel Rapporto al cittadino Carnot (1800), recita: «Perché vi sia in Europa bilancia politica è d'uopo che l'Italia sia fusa in un solo governo [...] Gli Italiani, avendo unico e proprio governo acquisteranno spirito di nazionalità, avendo patria godranno della libertà e di tutti i beni che ne derivano».[7]

Dopo Lomonaco, le personalità di spicco in questo processo sono molte:

  • Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo;
  • Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa e in Sud America;
  • Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all'espansione del Regno di Sardegna;
  • Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d'Italia.

Vi sono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Niccolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi sono cattolici come Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini e Vincenzo d'Errico che auspicano una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del papa (neoguelfismo) o della stessa dinastia sabauda; vi sono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel Meridione.[8]

Trascorsa la fase delle società segrete, sviluppatasi soprattutto tra il 1820 e il 1831, durante i due decenni successivi prendono corpo le due correnti principali che promuovono con piena consapevolezza e incisività politica il processo risorgimentale: quella democratica e quella moderata.[9]

Storici e scrittori politici[modifica]

Giuseppe Mazzini

Per trattare la letteratura risorgimentale può essere utile la distinzione proposta da Mazzini, che vede all'interno del Romanticismo italiano due correnti:

  • una manzoniana, che punta alla redenzione del popolo ricorrendo a un atteggiamento riformistico più cauto;
  • una foscoliana, che invece è orientata a soluzioni più radicali.

Questa distinzione viene ripresa da De Sanctis, che parla di una «scuola liberale» e di una «scuola democratica». Da un lato vengono posti i moderati, di orientamento cattolico e liberale, mentre dall'altro c'è la sinistra democratica.

Nelle file dei moderati ci sono personalità come Manzoni, Tommaseo, D'Azeglio, Cesare Cantù, Tommaso Grossi e la redazione dell'Antologia. Come già ricordato, punto di riferimento di questa compagine è l'opera di Vincenzo Gioberti. Per loro il Risorgimento della nazione è un ritorno ai valori della tradizione cattolica, ma accanto a questo atteggiamento professano anche un cauto liberalismo, che prevede una serie di riforme politiche, economiche e sociali; guardano però con diffidenza alle iniziative popolari. L'idea che gli italiani abbiano un primato morale e civile, connesso con la tradizione religiosa, rappresenta una risposta all'ideologia mazziniana e spinge a ripensare la civiltà italiana. Da questo nasce anche una nuova storiografia di ispirazione neoguelfa, che sostiene l'importanza del cristianesimo e della Chiesa cattolica nella storia d'Italia (soprattutto con riferimento al Medioevo), e tende a fondere filologia e filosofia. Tra le opere riconducibili a questa corrente si possono ricordare il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia di Manzoni, La storia d'Italia nel Medioevo di Carlo Troya, la Storia di Bonifacio VIII e la Storia della lega Lombarda di Luigi Tosti, il Sommario della storia d'Italia di Cesare Balbo, la Storia della Repubblica di Firenze di Gino Capponi.[10]

La corrente democratica ruota attorno alla figura di Giuseppe Mazzini. Uomo di vasta cultura, dedica tutta la sua esistenza all'ideale della patria, fino a farne una religione laica e immanentista. La sua fede negli ideali di libertà, giustizia e verità alimenta nei giovani del Risorgimento il desiderio di gesta eroiche e l'esigenza di dedicarsi a una poesia patriottica. La storiografia di area democratica è invece rivolta a diffondere le proprie convinzioni, a cominciare dalle polemiche anticlericali. In questo caso si possono ricordare opere come la Storia d'Italia narrata al popolo italiano di Giuseppe La Farina e la Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-1849.[11]

Memorialisti[modifica]

Massimo D'Azeglio

La letteratura risorgimentale è ricca di opere autobiografiche o memorialistiche. A spronare gli autori verso questo genere è da un lato il desiderio di tramandare il ricordo degli eventi storici di portata epocale di cui sono stati testimoni, dall'altro il gusto per la narrazione autobiografica e la confidenza psicologica tipico del Romanticismo.[12] A questo si aggiunge una finalità educativa: parlare della lotta, della carcerazione e delle pene subite in nome della patria serve a fortificare lo spirito patriottico del lettore e a formare i nuovi cittadini italiani. Alcune di queste opere sono state scritte negli anni del Risorgimento, mentre altre risalgono all'età successiva all'unificazione.[13]

L'opera più famosa di questo genere di produzione sono Le mie prigioni (1832), in cui Silvio Pellico narra della sua carcerazione sullo Spielberg a causa della sua attività carbonara. A un anno di distanza viene pubblicato il Manoscritto di un prigioniero (1833) di Carlo Bini. L'autore, che è stato collaboratore di Mazzini e amico di Guerrazzi, ricorda gli anni trascorsi nel carcere di Portoferraio e torna insistentemente sul tema delle ingiustizie sociali.

Agli anni successivi all'unificazione risalgono invece I miei ricordi (1867, postumi) di Massimo D'Azeglio. L'opera ha espliciti intenti educativi e mira a formare «alti e forti caratteri», di contro al lassismo che sembra invece dominare la società italiana dopo l'Unità.[14] Tra le altre opere si possono ricordare Ricordanze di mia vita (1879, anch'esse postume) di Luigi Settembrini e La giovinezza (1889) di Francesco De Sanctis. Sono infine dedicati all'impresa garibaldina libri come I Mille (1886) di Giuseppe Bandi e Da Quarto al Volturno. Notarelle di uno dei Mille di Giuseppe Cesare Abba.

La poesia patriottica[modifica]

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Su Wikibooks puoi leggere una versione commentata dell'opera Canto nazionale

Lo stretto legame tra Romanticismo e Risorgimento è osservabile anche nella poesia della prima metà dell'Ottocento, che è in gran parte poesia patriottica. I poeti sono animati da sentimenti risorgimentali e le loro composizioni hanno lo scopo di incitare alla lotta, deprecare il dominio delle potenze straniere, magnificare le glorie del passato. È una poesia di carattere oratorio, scritta per diffondere ideali come l'amor di patria, la libertà, la fratellanza nazionale. I metri più utilizzati sono il decasillabo, l'ottonario e il settenario, che conferiscono al verso un ritmo martellante, come un inno di battaglia. Vengono inoltre utilizzate frequenti esclamazioni e interrogazioni, oltre a figure retoriche enfatiche (come la metafora o la personificazione).[15]

Rivolgendosi a un pubblico molto vasto, la poesia patriottica utilizza un linguaggio popolare e facilmente comprensibile ai più. In questo modo si cerca di realizzare l'ideale romantico di una letteratura popolare. Non si tratta però di una vera rivoluzione del linguaggio poetico: sopravvivono infatti residui del linguaggio poetico tradizionale, che riguardano sia la sintassi sia l'uso di termini aulici.

L'autore più rappresentativo di questa produzione patriottica è Giovanni Berchet. Altri autori sono tutt'oggi famosi perché le loro opere sono entrate, grazie alla scuola, nel patrimonio culturale di base degli italiani. Tra questi si ricordano: Luigi Mercantini, autore della Spigolatrice di Sapri e dell'Inno a Garibaldi; Arnaldo Fusinato, con l'Addio a Venezia; Goffredo Mameli, ricordato per il Canto degli Italiani, meglio noto come Fratelli d'Italia, che è diventato l'inno nazionale della Repubblica Italiana.[16]

Note[modifica]

  1. Mario Pazzaglia, Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, vol. 3, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 730.
  2. Francesco Mario Agnoli, Le Pasque veronesi: quando Verona insorse contro Napoleone, Il Cerchio, Rimini, 1998.
  3. Franco Della Peruta, I democratici e la rivoluzione italiana, Milano, Franco Angeli, 1974.
  4. Franco Della Peruta, Conservatori, liberali e democratici nel Risorgimento, Milano, Franco Angeli, 1989.
  5. «Fu questo senza dubbio un momento molto importante nello sviluppo economico della Lombardia, il momento in cui l'agricoltura [favorita nel suo sviluppo dall'Austria] cominciò a perdere terreno di fronte all'industria e al commercio...[I ceti produttori guardavano ormai al Piemonte] ove la libertà aveva consentito una rapida e notevole espansione dell'industria e del commercio» (in F. Catalano, Stato e società nei secoli, III, ed. G. D'Anna, Messina-Firenze, 1966)
  6. Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia, Zanichelli, Bologna, 1889, p. 133.
  7. Costanzo Rinaudo, Il risorgimento italiano, S. Lapi, 1911, p. 80.
  8. Luigi Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, Einaudi, 1959.
  9. Lucy Riall e Pinella Di Gregorio, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli, 1997, pp. 38 ss.
  10. Mario Pazzaglia, Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, vol. 3, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 518.
  11. Mario Pazzaglia, Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, vol. 3, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 519.
  12. Mario Pazzaglia, Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, vol. 3, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 520.
  13. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Neoclassicismo e il Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 185.
  14. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Neoclassicismo e il Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 186.
  15. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Neoclassicismo e il Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 179.
  16. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Il Neoclassicismo e il Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 180.