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Storia della letteratura italiana/Ugo Foscolo

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Indice del libro
Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

La vita di Ugo Foscolo è segnata da un senso di provvisorietà e instabilità, che lo porterà a cercare sempre esperienze e situazioni nuove. Deluso dall'esito delle campagne napoleoniche, che avevano imposto in Italia un potere tirannico, il poeta rifiuta ogni legame sociale e familiare, lasciandosi trasportare dalle occasioni e conducendo un'esistenza erratica. Il suo è un io irrequieto, che attraverso la poesia farà sentire il valore assoluto della sua personalità, contrapposta al mondo e alla sua negatività. Tutta la sua esperienza di vita e di intellettuale ruota attorno a tre nuclei: la letteratura, la politica e l'amore. Partendo da posizioni vicine alla cultura illuministica e libertaria settecentesca, Foscolo se ne distacca per approdare a un pessimismo e a un'inquietudine che lo avvicinano ormai al Romanticismo.[1]

Ritratto di Ugo Foscolo, 1813, di François-Xavier-Pascal Fabre, presso la Biblioteca Nazionale di Firenze.

Niccolò Foscolo (si farà chiamare Ugo solo dal 1795[2]) nasce il 6 febbraio 1778 a Zante, isola delle Ionie appartenente alla Repubblica di Venezia e anticamente nota come Zacinto. Il padre Andrea è un medico di origine veneziana, mentre la madre Diamantina Sphantis è greca. Le sue origini greche avranno un grande valore simbolico per Foscolo, soprattutto alla luce della sua poetica.

Studia nel seminario di Spalato e alla morte del padre (1785) si trasferisce con la madre prima a Zante, poi a Venezia, dove inizia a scrivere versi e si attira i favori di Melchiorre Cesarotti,[3] suo docente all'università di Padova. Riesce anche a farsi ammettere al salotto dell'aristocratica Isabella Teotochi Albrizzi, grazie alla quale conosce Ippolito Pindemonte e Aurelio Bertola de' Giorgi.[2] In questi anni si dedica allo studio dei classici latini e greci, interessandosi anche alla cultura illuministica settecentesca.

L'arrivo delle armate napoleoniche in Italia esalta il suo spirito rivoluzionario. Di orientamento giacobino, si impegna nell'attività politica. Lascia la città lagunare per sfuggire alle repressioni del governo e si rifugia per un certo periodo sui Colli Euganei. Quindi, nel gennaio 1797 presenta con successo la tragedia Tieste, costruita sui modelli di Alfieri.[2] La fortuna dell'opera, però, attira su di lui i sospetti del governo veneziano. Ripara a Bologna, all'epoca parte della Repubblica Cispadana, dove si arruola nel corpo dei cacciatori a cavallo e pubblica l'ode A Napoleone liberatore. A maggio torna a Venezia, ormai occupata dai francesi. La lascia nuovamente dopo il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), con il quale la Francia cede Venezia all'Austria. Si infrangono così i sogni di indipendenza della città. Foscolo inizia a rendersi conto dell'ambiguo atteggiamento dei liberatori francesi.

Trasferitosi nella neonata Repubblica Cisalpina, vive tra Milano e Bologna, dove entra in contatto con gli intellettuali giacobini, conosce l'anziano Parini e Vincenzo Monti.[4] Qui inizia a scrivere le Ultime lettere di Jacopo Ortis, di cui pubblica le prime pagine. Si arruola anche nell'esercito, nella Guardia Nazionale, e viene ferito durante l'assedio di Genova.

Con il dominio di Napoleone in Italia in seguito alla battaglia di Marengo (1800), si sposta in Francia al seguito del generale Pino, che progetta di invadere l'Inghilterra. Durante il soggiorno francese traduce l'Iliade e il Tristram Shandy di Sterne. Abbandonato il piano anti-inglese, Foscolo torna a Milano, dove rimane tra il 1806 e il 1812. In questi anni, particolarmente prolifici, collabora a varie riviste letterarie, termina e pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis, i sonetti, le odi, i Sepolcri e inizia Le Grazie. È anche un periodo di intense passioni, durante il quale ha varie amanti. Nel 1808 gli viene assegnata la cattedra di eloquenza all'università di Pavia, succedendo a Monti. L'esperienza ha però breve durata, poiché la cattedra viene subito soppressa. A Foscolo è concesso di tenere un corso, inaugurato con la prolusione Dell'origine e dell'ufficio della letteratura (22 gennaio 1809).

Nel dicembre 1811 la rappresentazione della tragedia Ajace, che contiene accenni polemici verso il governo napoleonico, gli attira critiche. La sua situazione diventa ancora più difficile dopo la violenta rottura con Monti. Costretto a lasciare il Regno d'Italia, si rifugia a Firenze. Con la crisi del potere di Napoleone torna nell'esercito del Regno. Gli austriaci, tornati padroni del Nord Italia, gli offrono nel 1815 la direzione della «Biblioteca Italiana», con l'intento di facilitare l'inserimento degli intellettuali italiani nel nuovo regime. Dopo vari tentennamenti, Foscolo rifiuta e fugge prima in Svizzera e poi a Londra.

Nell'ultima fase della sua vita scrive in qualità di critico e letterato, facendo conoscere la letteratura italiana agli inglesi. Si ricongiunge con la figlia Floriana, nata dall'amore per una donna inglese conosciuta in Francia e in seguito morta. In Inghilterra alterna momenti di floridezza economica ad altri di miseria. Ormai malato e costretto a nascondersi dai creditori, muore in un sobborgo di Londra il 10 settembre 1827. Nel 1871 le sue spoglie sono trasferite a Firenze nella Chiesa di Santa Croce, accanto ai grandi italiani citati nei Sepolcri.[5]

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis

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Le Ultime lettere di Jacopo Ortis dopo varie vicende vengono pubblicate nel 1802 a Milano. L'opera sarà più tardi ripresa e una nuova edizione, con l'aggiunta di lettere importanti come quella famosa sull'incontro con Parini, viene pubblicata a Zurigo nel 1816, ma con la falsa data "Londra 1814".[6] È un romanzo epistolare di carattere chiaramente autobiografico, un genere narrativo che aveva conosciuto larga fortuna nel Settecento, grazie in particolare al successo dei Dolori del giovane Werther di Goethe. Quest'ultimo rappresenta il principale modello a cui si rifà Foscolo, ma si può notare anche l'influenza della Nuova Eloisa di Rousseau.[7]

Struttura del romanzo

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Nel romanzo epistolare la narrazione viene costruita attraverso una serie di lettere che il protagonista invia a un amico o comunque a una persona cara. L'Ortis riprende la struttura e il nucleo centrale del Werther: un giovane intellettuale, in conflitto con la società in cui vive, si suicida per amore di una donna destinata a sposare un altro. Goethe è stato infatti il primo a cogliere il dissidio tra intellettuali e società, un tema che diventerà centrale nella letteratura europea successiva, legandolo a una questione psicologica e sentimentale (l'amore impossibile del protagonista). Foscolo riadatta questo nucleo alla situazione politica italiana durante l'età napoleonica.[8]

Trama

In seguito al trattato di Campoformio, il giovane patriota Jacopo Ortis è costretto a lasciare Venezia per rifugiarsi sui Colli Euganei, dove si innamora di Teresa. La ragazza però è già promessa sposa a Odoardo, un uomo gretto, freddo e razionale. Jacopo, deluso sia dalla politica sia in campo sentimentale, inizia un lungo viaggio per la penisola italiana, che lo porta a Firenze (dove visita le tombe della basilica di Santa Croce), Milano (dove incontra Parini), Ventimiglia. Torna in Veneto per il matrimonio di Teresa. Rivede per un'ultima volta l'amata e la madre, quindi si uccide con un pugnale.

Foscolo ha l'intuizione di introdurre in Italia un modello di romanzo moderno, tuttavia non si può dire che l'Ortis inauguri il genere del romanzo nella letteratura italiana. Nell'opera di Foscolo manca l'interesse a svolgere intrecci narrativi e a ricostruire gli ambienti sociali e la psicologia dei personaggi. È piuttosto come un lungo monologo in cui il protagonista confessa, con toni lirici, i propri sentimenti ed espone le sue riflessioni filosofiche e politiche, spesso abbandonandosi a lunghe orazioni.[9]

Il tema della patria

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Il conflitto di Jacopo Ortis con la società si riflette non solo sul piano privato ma anche su quello della politica. Werther sentiva di non potersi identificare con la sua classe di provenienza, la borghesia, e veniva respinto dall'aristocrazia per via delle sue origini sociali. In Ortis invece è forte il senso della mancanza di una patria. In lui c'è la disperazione per il fallimento della rivoluzione e per l'instaurarsi di un potere straniero, quello napoleonico, che viene vissuto come tirannico.[10]

In Teresa sono riunite tutte le speranze del giovane Jacopo. La sua è una figura di donna-angelo, di ascendenza stilnovista e petrarchesca. La sua è una bellezza fisica e spirituale, espressione di un'armonia assoluta, ma possiede anche una sensualità moderna, che viene tenuta a freno dalle convenzioni sociali. All'inafferrabilità della donna corrisponde l'impossibilità per Jacopo, scrittore mancato, di lasciare una traccia di sé attraverso l'arte.[11]

Di fronte al tradimento degli ideali patriottici di libertà e democrazia, a Ortis non rimane che scegliere la morte, vista in termini materialistici come nulla eterno e unica via di uscita da una situazione negativa a cui non ci sono alternative. Le Ultime lettere di Jacopo Ortis, però, non si limitano a essere un'opera nichilista. Al suo interno è possibile scorgere la ricerca di valori positivi, che vengono individuati negli affetti, nella famiglia, nella poesia e nella tradizione culturale italiana.[10]

Foscolo inizia ancora ragazzo a scrivere componimenti poetici, per lo più esercizi letterari, frutto del suo apprendistato poetico. In questi testi è riconoscibile l'influenza delle tendenze poetiche di quegli anni, dall'ossianismo al neoclassicismo a poesie di ispirazione arcadica. Solo nel 1803 il poeta pubblicherà una raccolta intitolata Poesia, contenente solo due odi e dodici sonetti.

Le due Odi risalgono allo stesso periodo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis: la prima, A Luigia Pallavicini caduta da cavallo è stata scritta nel 1800, mentre la seconda, All'amica risanata, è del 1802. In entrambe c'è un'esaltazione della bellezza femminile, che viene trasfigurata in immagini provenienti dalla mitologia classica. Il lessico è aulico e la struttura riprende le armonie della poesia classica.[9]

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo è la prima ode di carattere neoclassico di Foscolo, composta nella primavera del 1800 a Genova, dove il poeta era capitano dell'esercito napoleonico comandato dal generale Andrea Massena e assediato dagli austro-russi. Lo spunto viene dato all'autore da un fatto di cronaca riferito a una giovane gentildonna, Luigia Pallavicini, che aveva avuto il volto deturpato a causa di una caduta da cavallo durante una cavalcata sulla spiaggia, oggi scomparsa, tra Cornigliano e Sestri Ponente.

Foscolo scrive così un'"augurale consolatoria" per la contessa che, cadendo, aveva subito una deturpazione della sua bellezza. Ne nasce un componimento che, escludendo il dramma, si trasferisce un'aura remota e favolosa in una specie di Eden dove le donne si trasformano in dee e dove il mito di Adone, come simbolo della caducità della bellezza individuale e quello di Artemide, simbolo della caducità della bellezza universale, innalzano l'ode ad un più alto significato. Il Foscolo non celebra in questa ode solamente una donna, ma la bellezza come espressione di un mondo armonioso nel quale potersi rifugiare, dove la bellezza femminile viene contemplata con trepidazione perché non è un bene intangibile ma continuamente minacciato.

All'amica risanata, scritta nel 1802 in occasione della guarigione da una malattia di Antonietta Fagnani Arese, residente in una villa di Robecchetto in provincia di Milano, è un canto pieno di gioia per la salute che l'amica, della quale lo scrittore era perdutamente innamorato, riacquista. Come nell'ode precedente, il tema è quello della bellezza minacciata e risorgente e del suo alto valore consolatorio nella vita. Come in Luigia Pallavicini il motivo è solo un pretesto per cantare non tanto una donna ma l'idea pura della bellezza come contemplazione che aiuta ad elevarsi a pura idealità. Nell'ode compare anche un altro tema, fondamentale poi in tutte le opere di Foscolo, quello della poesia eternatrice che rende sublime il nostro vivere, la bellezza e i valori dell'umanità.

Monumento a Foscolo sull'isola di Zante

Sul fascicolo IV dell'ottobre 1802 del Nuovo Giornale dei letterati di Pisa, Foscolo pubblica, con il titolo Poesie, otto sonetti, per lo più di carattere amoroso, nei quali si sente il senso della tristezza ineluttabile e dove si affronta il tema della bellezza come ristoratrice per l'animo del poeta: Non son chi fui, perì di noi gran parte, Che stai?, Te nutrice alle Muse, E tu ne' carmi avrai perenne vita, Perché taccia il rumor di mia catena, Così gl'interi giorni in luogo incerto, Meritamente, però ch'io potei, Solcata ho fronte.

Solo nell'edizione definitiva, che sarà pubblicata a Milano il 2 aprile 1803 con dedica all'amico fiorentino Giovanni Battista Niccolini, sempre con il titolo Poesie, Foscolo aggiunge altri quattro sonetti: Alla sera, A Zacinto, Alla Musa, In morte del fratello Giovanni.

Anche i sonetti, come le Ultime lettere di Jacopo Ortis, attingono alla materia autobiografica. Molti di questi componimenti sono infatti caratterizzati da un forte impulso soggettivo. Il principale modello è rappresentato dalla lirica alfieriana, ma è possibile riconoscere anche reminiscenze da Petrarca e dai poeti latini.

Tra i dodici sonetti, Alla sera, A Zacinto e In morte del fratello Giovanni spiccano tra i vertici della letteratura italiana. La forma del sonetto viene qui rivista con forme originali, rivisitandone la struttura metrica e sintattica, oltre alla tessitura delle immagini. Tornano inoltre i temi centrali dell'Ortis, sia per quanto riguarda il nichilismo, sia per la ricerca di valori positivi. Il poeta è presentato come un eroe tormentato e segnato dalla sventura, l'esilio come un situazione politica ed esistenziale, la morte come unica via di uscita da una situazione negativa. Si fa largo l'impossibilità di trovare un terreno saldo su cui poggiare, che si trasforma nell'impossibilità di trovare rifugio nella famiglia. Si ritrovano temi come il valore eternante della poesia, la "sepoltura illacrimata", il rapporto con la natia Zacinto e quindi con il mito greco.[12]

Dei sepolcri

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I Sepolcri o, come lo intitola Foscolo, Dei Sepolcri è un carme composto da 295 endecasillabi sciolti, scritto tra il giugno e il settembre del 1806, pubblicato nel 1807 a Brescia.

Nel 1804 il decreto napoleonico di Saint-Cloud aveva ordinato, per motivi igienici, la sepoltura dei morti al di fuori dalle mura cittadine in cimiteri costruiti appositamente e che avessero una tomba comune per tutti. Il poeta, di ritorno dal soggiorno nelle Fiandre, aveva discusso dell'argomento con l'amica Isabella Teotochi Albrizzi e soprattutto con Ippolito Pindemonte, che stava scrivendo il poemetto dal titolo I Cimiteri, per riaffermare il senso del culto cristiano.[13]

Non si possiede una esatta documentazione riguardo l'elaborazione del carme, ma la maggior parte dei critici ritiene che Foscolo abbia composto i Sepolcri sotto forma di lettera indirizzata al Pindemonte, in varie riprese, fra l'agosto 1806 e il gennaio 1807.

Il tema della morte e il superamento del nichilismo

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L'opera si accosta alla poesia preromantica anglosassone, che si ispirava al tema dei cimiteri (soprattutto alle Notti di Edward Young e all'Elegy Written in a Country Churchyard di Thomas Gray), e alla produzione letteraria che aveva per argomento i sepolcri, nata in Francia al tempo del Direttorio. L'opera di Foscolo, però, presenta un intento nuovo, rivolto soprattutto a esaltarne la funzione civile. Il carme vuole quindi essere una riflessione politica e filosofica, esposta attraverso immagini e miti.[14]

Foscolo conserva il suo punto di vista materialista sulla morte, che continua a essere considerata un "nulla eterno". Nei Sepolcri però c'è il superamento del nichilismo provocato dalla delusione storica per il crollo degli ideali rivoluzionari. Il poeta contrappone alla tesi materialista l'illusione che vi sia una sopravvivenza dopo la morte, garantita dalla tomba che conserva il ricordo del defunto. La tomba diventa quindi un elemento fondamentale per la civiltà, poiché è centro degli affetti familiari e trasmette alle generazioni future la memoria dei grandi uomini e delle loro gesta eroiche. Nell'Ortis il protagonista si dava la morte perché non vedeva alternative alla situazione storica negativa in cui si trovava. Ora invece Foscolo, attraverso nell'illusione, propone la possibilità di un intervento politico nella storia. Da qui viene introdotta la prospettiva di un riscatto per l'Italia, proprio grazie alla memoria della sua grande storia, tenuta viva proprio dal culto delle tombe.[13]

Lingua e stile

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Anche qui, come nei Sonetti, la lingua è aulica e sublime, come è tipico della poesia classicheggiante, sul modello di Parini e Alfieri. La parola si carica di suggestioni, si piega a significazioni personali del poeta. La sintassi varia, a tratti concisa e lapidaria, a tratti con frasi più ampie e complesse. Il metro utilizzato è l'endecasillabo sciolto, che viene però impiegato con estrema duttilità con vari espedienti poetici (enjambements, ritmo degli accenti, pause interne).[15]

Struttura del carme

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Il carme ha una struttura rigorosa e armonica. Tuttavia, poiché il poeta dice di volere ricorrere non al sillogismo ma "alla fantasia e al cuore", i passaggi da un'immagine all'altra avvengono per ellissi. Questo conferisce afflato lirico all'opera, ma allo stesso tempo ne rende difficile la lettura. Per questo motivo lo stesso Foscolo ne farà una sintesi schematica in una lettera di risposta all'abate francese Aimé Guillon, che aveva mosso delle critiche al carme sul Giornale italiano del 22 giugno 1807.[16] L'opera si divide in quattro parti:

  1. Prima parte (vv. 1-90). Il poeta ribadisce le tesi materialiste, secondo le quali al defunto è indifferente come e dove viene sepolto. La morte è un momento del ciclo naturale, in cui un individuo si distrugge e la materia che lo compone va a formare nuovi individui. Non c'è quindi vita dopo la morte, il defunto non sente nulla e il tempo cancella ogni traccia del passaggio di un individuo, facendone perdere anche il ricordo. La sopravvivenza dopo la morte, impossibile secondo la ragione come è stato dimostrato dalla filosofia settecentesca, diventa possibile attraverso l'illusione. L'uomo può infatti illudersi di vivere dopo la morte grazie alla tomba, che conserverà il suo ricordo presso i familiari. In questo modo Foscolo apre la strada alla visione romantica del mondo.
  2. Seconda parte (vv. 91-150). La tomba è uno degli elementi fondanti della civiltà umana, al pari della famiglia, della giustizia e della religione. Le sepolture hanno segnato il passaggio da una vita ferina a quella civile, e il grado di civiltà di un popolo si valuta proprio dalle sue tombe. Foscolo critica il Medioevo come età tetra e superstiziosa, condannando l'usanza cattolica di seppellire i morti nelle chiese. La classicità, al contrario, rappresenta un modello positivo, perché guardava alla vita e alla morte con serenità e armonia. Allo stesso modo vengono lodati i cimiteri dell'Inghilterra moderna per i loro giardini, che mostrano come per gli inglesi le tombe siano una dimostrazione di pietà per i cari defunti e un simbolo dei valori civili che animano il popolo. Viceversa l'Italia, animata dalla brama di ricchezze e dal servilismo, le tombe non hanno funzioni civili ma sono solo occasione per sfoggiare lusso. A questa immagine dell'Italia napoleonica viene contrapposta la figura eroica del poeta tormentato, che nella tomba cerca un approdo di pace.
  3. Terza parte (vv. 151-212). La tomba è portatrice di un messaggio che attraversa il tempo e le generazioni. Il poeta si concentra sulle tombe dei grandi, in particolare quelle in Santa Croce a Firenze, e il discorso diventa esplicitamente politico. Le tombe degli uomini grandi stimolano i vivi a compiere grandi azioni. All'Italia non rimangono che le glorie del passato, ma proprio da queste può arrivare l'impulso al riscatto. La delusione rivoluzionaria di Foscolo viene superata grazie alla letteratura, che ha un ruolo di ammaestramento etico, politico e civile.
  4. Quarta parte (vv. 213-295). Anche la poesia ha la funzione di serbare il ricordo. Le tombe, con lo scorrere del tempo, verranno distrutte prima o poi. La parola poetica, invece, può superare i secoli e conservare il ricordo in eterno. Il poeta si rivolge alle generazioni future, per fare loro conoscere le gesta eroiche del passato e stimolarle ad azioni grandi. Il carme si chiude con l'immagine di grandi civiltà che cadono in rovina e spariscono. L'esempio è tratto dalla Grecia antica: Omero, un poeta, si ispira alle tombe dei padri di Troia per cantare la caduta della città e la vittoria degli Achei, preservando la memoria di entrambi.

Notizia intorno a Didimo Chierico

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Attratto dall'umorismo di Laurence Sterne nel Viaggio sentimentale, Foscolo ne appronta una traduzione a cui lavora tra il 1805 e il 1812, che sarà stampata nel 1813. La traduzione viene attribuita a Didimo Chierico, un personaggio immaginario che Foscolo avrebbe incontrato in Francia e dal quale avrebbe ricevuto il manoscritto con l'invito a renderlo pubblico. La figura di Didimo viene poi descritta nella Notizia intorno a Didimo Chierico, che accompagna la traduzione. Didimo è una nuova proiezione ideale dell'autore ed è una figura distaccata e ironica.[17] Come scrive Fubini[18]

« Didimo è l'anti-Ortis, o per meglio dire l'Ortis sopravvissuto, divenuto letterato, traduttore, commentatore, meglio disposto all'indulgenza verso sé e verso gli altri, ma con nell'animo integri gli ideali e i sentimenti di un giorno: un Ortis che, scrutato a fondo, si rivela a dir del suo autore, più disingannato che rinsavito. »

Come Yorick, il protagonista e narratore delViaggio sentimentale, anche Didimo Chierico è un ecclesiastico, un chierico appunto, la cui condizione lo rende un personaggio itinerante e senza un suo posto nel mondo. Conosce le contraddizioni dei tempi, pur rimanendovi estraneo, e ha conosciuto sia la vanità della società sia la durezza della vita militare. Disprezza l'invadenza dei letterati ed eruditi, ma allo stesso tempo assume atteggiamenti di ironica pedanteria.[19]

Antonio Canova, Tre Grazie, 1813-1816. Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo

La composizione delle Grazie impegna Foscolo per molti anni. Nel 1803, nello scrivere un commento alla traduzione di Catullo della Chioma di Berenice di Callimaco, il poeta vi inserisce brani di un inno alle Grazie, che finge di avere tradotto dal greco. Nel 1809 annuncia a Monti l'intenzione di dedicare un inno alle Grazie. La composizione inizia nella villa di Bellosguardo, a Firenze, negli anni 1812-1813. Foscolo proseguirà il lavoro fino ai suoi ultimi giorni, dedicandosi a un'intensa opera di labor limae e continuando a rivederne la struttura. Alcuni brani saranno poi pubblicati nel 1822 a Londra nella Dissertazione di un antico inno alle Grazie. Le Grazie rimarranno però incompiute. L'opera si presenta quindi come un insieme di frammenti con diverse varianti.[20]

Il disegno dell'opera

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Nella mitologia classica le Grazie sono divinità della bellezza, che diffondono la gioia nella natura, negli uomini e negli dèi. Vengono rappresentate come tre sorelle, a cui si attribuiva l'influenza sulla mente umana e sulle opere d'arte. È grazie a queste dee e ai sentimenti nobili da loro infusi se gli uomini sono usciti dalla natura ferina e hanno abbracciato la civiltà.

Il piano generale dell'opera viene descritto dallo stesso Foscolo nella Dissertazione di un antico inno alle Grazie. Se all'inizio aveva pensato di comporre un unico inno, il progetto passa poi a prevedere tre inni.[21]

  1. Il primo inno è dedicato a Venere. Narra la nascita della dea e delle tre Grazie. Gli uomini, che vivono ancora allo stato bestiale, vengono affascinati dalla bellezza e indotti a dedicarsi alle arti civili.
  2. Il secondo inno è dedicato a Vesta. Sui colli di Bellosguardo si svolge un rito in onore delle Grazie. A celebrarlo sono tre donne, Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Bignami, che rappresentano la musica, la poesia e la danza.
  3. Il terzo inno è dedicato a Pallade. Sull'isola di Atlantide, un mondo in completa armonia e lontano dai conflitti degli uomini, Pallade ordina la tessitura di un telo per difendere le Grazie dalle passioni degli uomini, così che queste possano riprendere la loro opera civilizzatrice.

La scena si sposta dalla Grecia (primo inno) all'Italia (secondo inno), che viene presentata come l'erede della cultura classica. Il terzo inno si svolge in un luogo metafisico, a simboleggiare il potere delle arti sulle passioni umane.[22]

Tematiche principali

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Nelle Grazie Foscolo riprende un tema già affrontato nelle Odi, quello della serena bellezza, che diventa qui centrale. A questo corrisponde, dal punto di vista stilistico, la ricerca di un'armoniosità musicale. Vengono inoltre evocate immagini vivide, intense e colorite, come se il poeta volesse rivaleggiare con le arti visive. Un indizio di ciò è dato dal fatto che l'opera è dedicata ad Antonio Canova, il maggiore artista neoclassico italiano, autore di una scultura raffigurante le Grazie. Secondo Foscolo, la poesia sarebbe fredda se non prendesse vita attraverso le figurazioni. Quella cui mira è dunque una poesia allegorica, che personifica le idee astratte per agire più facilmente sull'immaginazione.

Foscolo tuttavia rimane fedele al suo ideale di poesia civile. L'esaltazione della bellezza ha senso solo se rapportata alla realtà moderna, di cui viene descritta la brutalità, soprattutto in riferimento alle guerre napoleoniche. Convinto che la sua poesia abbia un valore civilizzatore, Foscolo pensa di poter agire direttamente sulla società attraverso i suoi versi, per migliorarla.[22]

  1. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 568-569.
  2. 2,0 2,1 2,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 566.
  3. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 573.
  4. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 567.
  5. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 568.
  6. Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della letteratura italiana, VII, Milano, Farzanti, 1969, p. 105.
  7. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 106-107.
  8. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 107.
  9. 9,0 9,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 108.
  10. 10,0 10,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 107.
  11. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, pp. 574.
  12. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 108-109.
  13. 13,0 13,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 109.
  14. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 109-110.
  15. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 110.
  16. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 152-157.
  17. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 112.
  18. Mario Fubini, Introduzione alla critica foscoliana, Firenze, Sansoni.
  19. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2003, p. 581.
  20. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 110.
  21. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 110-111.
  22. 22,0 22,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Alfieri e Foscolo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 111.

Altri progetti

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