La filosofia greca/Il molteplice e il divenire – II parte

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Indice del libro

Pitagora e Parmenide, filosofia e medicina, ragione ed esperienza… le origini della filosofia occidentale sono tutt’altro che un percorso chiaro e lineare. L’esigenza di mettere ordine nel caos (dal mito al logos) diede luogo a un lavoro non semplice e richiese secoli di riflessione e tentativi. Secoli di speculazione. La razionalità, l’ordine delle cause, è per forza di cose un principio anti-intuitivo, che non si accorda con ciò che vediamo, con ciò che appare (fenomeni). Accettare che ciò che appare (dal greco phainomai, apparire) non sia oggettivo, e quindi non sia vero, o, come comunemente diciamo, sia una semplice “apparenza”, richiede uno sforzo di elevazione del pensiero, un ragionamento che ci distacchi dalle mere sensazioni. Per i Greci, e, salvo alcune eccezioni, ancora oggi, non si fa filosofia con i sensi[1]

Occorreva dunque, prima o poi, arrivare a una sintesi, a una “teoria” capace di conciliare l’intrico di buone ragioni che sottostavano al disordine regnante tra il mondo del pensiero e quello delle cose. Arriviamo così al V secolo a.C.. Ad Empedocle di Agrigento, al quale dobbiamo la prima svolta capace di conciliare ragione e sensi, di dare al concetto di Origine un aspetto meno astratto. In sintesi, Empedocle accoglie l’osservazione naturalistica dei quattro principi – che egli chiama Radici – fisicamente constatabili (fuoco, aria, acqua e terra), necessariamente eterni e immutabili (come l’Essere parmenideo), ma ipotizza due forze, altrettanto eterne e immutabili, capaci di spiegare la molteplicità e il divenire delle cose: l’Amore e l’Odio. L’Amore unisce le quattro Radici in una sfera eterna e immutabile, in un principio di ordine assoluto, mentre l’Odio le separa e le mescola disarmonicamente, dando origine alla differenza tra gli enti, alla loro indefinita e casuale molteplicità. Come già in Anassimandro, il divenire è un fuoriuscire dall’in-finito, è un sorgere, una nascita, che implica necessariamente un destino, la necessaria fine di ciascun ente. Si nasce fuoriuscendo dal Tutto e si muore rientrandovi. L’Essere permane come Origine assoluta, e il principio di non contraddizione parmenideo trova la sua ragione non contradditoria di esistere; il concetto di Divenire, di mutamento, dà tuttavia una spiegazione anche alla nostra esperienza, a ciò che “appare”. In modo straordinariamente greco, Unità e Molteplicità trovano una loro armonica coesistenza.

La strada era dunque tracciata e inevitabilmente la speculazione filosofica non poteva più abbandonare la via della conciliazione[2] tra le due sfere di pensiero. Nel IV secolo a.C. la scena storica cambia volto: mentre i primordi della filosofia avevano visto emergere le colonie della Magna Grecia – Mileto, Elea, Metaponto, Agrigento – la vittoria di Atene sui Persiani a Maratona fa della capitale dell'Attica la maggiore potenza ellenica, mettendo in moto un processo di accrescimento che coinvolge non solo gli aspetti militari, ma civili – con la nascita della democrazia – e culturali. Atene diventa, a tutti gli effetti, la capitale della cultura classica, dall’arte alla filosofia, dalla storiografia (Erodoto, Tucidide) alla scienza (Ippocrate).

Anassagora fu il primo rappresentante della filosofia del secolo d’oro di Atene, quello di Pericle. Sulla scorta di Empedocle, egli propose una teoria dell’Origine di tipo “pluralistico”, termine con cui nella storia della filosofia si indica il ricorso a una molteplicità di principi. Per Anassagora il Tutto è composto da una infinità di elementi – i Semi – uguali tra loro, che aggregandosi e disaggregandosi formano la molteplicità degli enti. Il legno si distingue dall’oro perché in un albero ci sono più semi di legno che di oro, ma in ogni cosa esistono, in quantità diverse, i semi di tutte le cose. È stupefacente notare come questa teoria filosofica si avvicini alla teoria chimica odierna. Due questioni in particolare meritano la nostra attenzione. Qual è il principio che causa il comporsi e lo scomporsi dei semi? E cosa significa che i Semi sono di numero infinito? Per spiegare la causa del nascere e del morire di tutte le cose, Anassagora introduce il “Nous” – intelletto o intelligenza -, un principio di natura divina – ma attenzione: non un dio – che regola il divenire dell’universo. All’origine degli enti c’è quindi quello che oggi chiameremmo un “disegno intelligente”, un principio d’ordine razionale che regola il divenire delle cose. I Semi inoltre sono di numero infinito, altro elemento singolare nel contesto del pensiero greco. Abbiamo visto infatti come il concetto di infinito fosse inviso agli intellettuali greci, da Pitagora in avanti. Per i matematici antichi infatti l’infinito rappresentava l’imperfezione, tutto ciò che è disorganico e incompiuto. Nell’ontologia anassagorea, al contrario, l’infinito diventa l’unico modo possibile per giustificare l’indefinita molteplicità delle cose, il potere dell’Essere di generare un numero imprevedibile e incommensurabile di enti. Le cose sono quindi aspetti diversi di una Unicità – i Semi o Omeomerie parti simili.

È evidente che con Empedocle e Anassagora la speculazione filosofica si arricchisce di elementi diversi; potremmo dire che trascorre in modo sempre più chiaro dall’ambito del mito a quello del logos. Entra in gioco un’osservazione “organizzata” della natura, ordinata a un fine teoretico, a definire una scienza. A sua volta il Logos, la Ragione, acquisisce uno spessore più concreto, diventa una specie di “forza” che governa la natura, che determina il fine dell’universo[3].Paradossalmente è come se l’Essere non potesse più sussistere da solo. L’eternità e l’immutabilità dell’Essere (l’Essere è) devono fare i conti con una complessità di cui lo studioso, il sofos, non può più non tenere conto. È un dato di fatto: ogni risposta della filosofia apre nuove domande, nuovi problemi, scenari inaspettati.

Sitografia[modifica]

Note[modifica]

  1. La "philo sophia" venne intesa fin da Parmenide come uso della ragione. Molto illuminante, a questo proposito, è il saggio di J.P. Vernant "Le origini del pensiero greco", Feltrinelli, Milano 2012
  2. Che la filosofia sia conciliazione, sforzo di sintesi tra idee opposte, è una convinzione che attraversa gran parte del pensiero antico. Come vedremo in seguito, l'invenzione del metodo dialettico nella pratica del dialogo socratico, perfezionato poi nell'opera platonica e reso fondamento della ricerca logica da Aristotele, costituisce l'aspetto peculiare del pensiero greco e delle sue propaggini moderne, fino al capolavoro hegeliano "Fenomenologia dello spirito"
  3. Il Nous anassagoreo non è una qualità della mente umana, ma una realtà "superiore" che avvolge il tutto e lo anima. Potremmo dire che la "ragione" da immanente si fa trascendente