La filosofia greca/La grande metafisica

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Indice del libro

Con Platone la filosofia torna alla speculazione pura, alla teoria (dal greco theorein, osservare, contemplare). Discepolo di Socrate, a differenza dei suoi compagni Platone tornò ad Atene, scelse il confronto e la continuità con l’eredità del maestro, quella della ricerca e dell’amore per la sapienza, philo sophia. È a lui infatti che si deve la diffusione del termine e la sua elevazione al rango di disciplina scientifica, nel senso di sapere razionale autentico, diverso dalla tecnica intesa come “capacità di”.

La tradizione storiografica assegna al pensiero platonico il titolo di “sistema”, inteso come complesso organico e coerente di dottrine. Occorre tuttavia diffidare di questa semplificazione. C’è infatti una considerevole differenza tra le prime opere del filosofo e le ultime. Quello di Platone fu soprattutto un percorso di ricerca, un edificio costruito nel tempo, abbandonando di volta in volta le incastellature e modificandone progressivamente il progetto iniziale. C’è inoltre un “mistero” non ancora del tutto chiarito, legato alla Lettera VII del suo epistolario: l’affermazione esplicita dell’inutilità della scrittura in filosofia e il riferimento a una dottrina più vera riservata al dialogo orale con i discepoli. Una dottrina “nascosta” difficilmente ricostruibile. Ritorno alle origini, in filosofia, significa ritorno al “discorso sull’Essere”, a una visione ontologica del problema. La filosofia pratica, o “praticata”, dei sofisti e dei post-socratici si era rivelata causa di divisione e dissipazione del pensiero, di conflitto più che di unità. L’intento di Platone fu quello di ritrovare l’unità del Logos, la sua universalità intesa come condivisione dei principi. La filosofia doveva farsi definitivamente “struttura portante” del ragionamento, strumento di conoscenza possibile e autentica. In quest’ottica, il prezzo da pagare doveva essere la rinuncia alla singolarità, al relativismo della verità, al pensiero individuale. Per superare il conflitto e riconciliare il pensiero umano con la ragione occorre superare i sensi, alzarsi sopra l’immediatezza delle cose così come appaiono, sopra la natura (in greco: physis): pensare meta-fisicamente. Il termine Metafisica non è di Platone e probabilmente neppure di Aristotele, il suo discepolo più celebre. Platone non organizzò il suo pensiero in modo organico, disseminandolo in forma di dialoghi scritti e orali all’interno di una istituzione scolastica, l’Accademia. Aristotele, al contrario, divise il suo insegnamento in settori distinti, ma tutti facenti capo a una teoria generale, la Filosofia prima, che solo secoli dopo assunse il titolo di Metafisica. L’intento tuttavia era comune a entrambi: restituire alla ragione il suo valore universale e non contradditorio. Quello che abbiamo di fronte è ora un quadro abbastanza chiaro: la filosofia greca si divarica tra singolarità e universalità, tra individuo e sistema. Due vie che non si respingono ma neppure si attraggono, entrambe durate millenni con esiti molto diversi. Mentre le grandi metafisiche platonica e aristotelica hanno dato forma a una Storia, quella dell’Occidente, le filosofie pratiche derivate dall’ellenismo si sono diffuse in modo discontinuo e discreto, apparendo e scomparendo come un fiume carsico.

Sarebbe opportuno cercare di comprendere le ragioni del maggior successo del pensiero sistematico e metafisico a fronte dell’alternativa individualizzante e soggettiva. Per fare ciò, occorre spostare il confronto nell’ambito di una coppia di termini fondamentali nella storia del pensiero: il dualismo soggetto-oggetto, soggettivo-oggettivo. I due termini rispondono a due visioni alternative, o dialettiche, del mondo: il bisogno di soggettività, di un riconoscimento di sé, e di oggettività, di principi e verità riconosciute universalmente. Dialettica deriva dal greco dia-legein, dialogare. La dialettica è il fondamento dei dialoghi platonici; essa non va intesa solo come una scelta stilistica, un modo come un altro di dare forma a un testo. Il dialogo, per Platone, è un metodo, la strada per passare dalla soggettività delle opinioni all’oggettività delle idee. A partire naturalmente dal presupposto che le idee “esistano”. Ecco dunque farsi strada un altro termine, o concetto, di primaria importanza nella storia della filosofia. Che l’idea sia un Ente, qualcosa che “è”, costituisce il principio su cui poggia tutta la metafisica platonica, ma “che cosa” essa sia rimane un problema ancora oggi. Diversamente, la metafisica aristotelica opta per un più sottile soggettivismo: per Aristotele “ciò che è” è ciò che è evidente, vale a dire sotto gli occhi di chi guarda. Per giungere alla realtà delle cose non possiamo fare a meno del nostro sguardo, di una percezione concreta e individuale delle cose. Due concezioni alternative del mondo, dell’Essere: una TRASCENDENTE, volta a privilegiare il puro pensiero speculativo; l’altra IMMANENTE, volta all’osservazione dei fatti come fondamento di una conoscenza razionale. Ma per entrambi il Logos rimane il principio universale a cui ogni soggetto deve aderire per giungere a una conoscenza fondata della verità.