La filosofia greca/Perché Uno?

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Indice del libro

È impossibile separare la filosofia, il pensiero razionale (Logos) dalle sue origini mitologiche. Tutto il pensiero greco classico sorge dall’immaginario di miti e di simboli dei secoli precedenti, immaginario ben rappresentato dai grandi poemi omerici. È ben noto quanto sia radicata nel pensiero mitico l’idea dell’acqua come Origine, ma è stupefacente scoprire che la stessa idea di Numero sorse dalle medesime radici.

Che cosa rappresenta il numero per il pensiero mitico e pre-logico? L’idea di ciò che è ordinato e controllabile opposta a tutto ciò che è caotico e indifferenziato. Numero e parola (Logos) sotto questo aspetto si equivalgono[1]. Per ciò possiamo affermare che il passaggio dal Mito al logos è il passaggio da tutto ciò che è sfuggente e metamorfico a ciò che è numerabile e definito[2] Tuttavia, lo stesso concetto di numero è di per sé vago e indefinito. Che cos’è Il Numero? Quanti sono i numeri? Anche l’idea di numero richiede pertanto un principio ordinatore, una radice generativa che definisca da dove hanno origine tutti i numeri. E questa origine non può essere che l’1. «È plausibile anche il nome Proteo con cui i pitagorici chiamavano l’1, perché quello era in Egitto l’eroe capace di assumere ogni forma e contenere quindi le proprietà di ogni cosa, così come l’1 è fattore di ogni numero (Pseudo Giamblico)» [3]

Dobbiamo a Pitagora, creatore semi mitico (di lui infatti non sappiamo quasi nulla di preciso) della prima “scuola filosofica” a noi nota (la scuola pitagorica, che si estese per secoli nell’antichità greco-romana), il primo esempio di speculazione filosofica sulla “natura” del numero, ovvero la prima “teoria” matematica che eleva questa disciplina dal suo mero valore tecnico al livello ancora oggi conosciuto di pura ricerca teorica. È bene infatti ricordare che il calcolo numerico era una tecnica assai sviluppata già presso gli Egizi e soprattutto i babilonesi, a cui dobbiamo la prima formulazione di alcuni dei principi matematici più complessi (compreso lo stesso "teorema di Pitagora", che era già ben conosciuto dai mesopotamici). La differenza è però sostanziale: mentre per babilonesi ed egizi il calcolo era una funzione pratica per la soluzione di alcuni problemi, come l’osservazione del moto dei pianeti o la misurazione dei campi o l’edificazione di grandi edifici, per i seguaci di Pitagora la riflessione sulle proprietà dei numeri (o del Numero) divenne l’occasione per una speculazione sul modo di funzionare del pensiero razionale, sul metodo che regola l’argomentazione logica. La forma più alta, e ancora oggi imprescindibile, che raggiunse tale ricerca fu la formalizzazione del teorema geometrico. Duecento anni dopo la morte di Pitagora, il greco Euclide raccolse in un unico trattato tutta la conoscenza aritmetico-geometrica dell’antichità, esponendola con un rigore dimostrativo che da allora costituisce il modello imprescindibile per l’insegnamento della matematica “elementare” (aritmetica e geometria piana).

Dunque l’Uno come radice di tutte le cose. Ma Uno in che senso? Sappiamo bene come l’addizione di più numeri 1 può generare qualsiasi altro numero, all’infinito. Ma non è questo l’argomento rilevante sul piano filosofico. Oltre che essere un numero – o Il numero – l’Uno è anche un concetto. L’Uno è Unità, che per il pensiero greco equivale all’ideale di perfezione. L’uno/Unità è ciò che non ha bisogno di altro per esistere, è il Principio autosufficiente e assoluto che garantisce l’immutabilità dell’Essere. L’Origine di tutte le cose non può essere che eterna, immutabile, in sé conclusa e definita, poiché se per esserci l’Origine avesse bisogno di una causa diversa da sé, allora incorreremmo in un paradosso infinito, in una catena infinita delle cause che non porterebbe da nessuna parte[4] Questa, semplificando, è l’estrema sintesi a cui giunge Aristotele nella sua opera maggiore, la Metafisica. L’Uno, o Unità, è dunque una necessità logica: per gran parte del pensiero filosofico occidentale, negare il principio di Unità vuol dire negare la possibilità stessa di conoscere razionalmente, di dare ordine ai fenomeni, di costituire principi universali – Leggi - che regolino il nostro rapporto con la realtà.

Sitografia[modifica]

Note[modifica]

  1. Paolo Zellini, Numero e logos, Adelphi 2010
  2. «Nel IV libro dell’Odissea Menelao racconta come fu trattenuto dagli dei per venti giorni sull’isola di Faro, di fronte all’Egitto, senza che un soffio di vento lasciasse ripartire le sue navi. Eidotea, figlia di Proteo, gran Vecchio del mare, ebbe infine pietà della sorte dell’eroe greco. Sfidando l’autorità paterna, ella gli suggerì un singolare stratagemma, che avrebbe consentito a Menelao di sorprendere Proteo nel sonno. Verso mezzogiorno, infatti, Proteo era solito uscire dalle acque per riposare in una spelonca, circondato da un gregge di foche, figlie di Anfitrite, che egli accudiva per conto di Poseidone. Per esser certo che nessuna mancasse all’appello dapprima le passava in rassegna e le contava. Poi, come un pastore con le sue pecore, si coricava in mezzo a loro, e si assopiva. In questo preciso momento Menelao, con altri tre compagni, sarebbe balzato su di lui, tenendolo stretto e impedendogli di fuggire. Se fosse riuscito nell’impresa, Proteo gli avrebbe svelato il modo di salvarsi e gli avrebbe aperto gli occhi sul destino riservato a lui stesso, al fratello Agamennone e ad altri eroi greci. Così finiscono per svolgersi i fatti. Per passare inosservato e riuscire nell’agguato, Menelao e i compagni indossano pelli di foca maleodoranti, che Eidotea procura loro assieme a un antidoto, un profumo di ambrosia adatto a spegnere il fetore. All’ora prevista, come da lei anticipato, Proteo esce dall’acqua e, per prima cosa, conta le foche, le vere e le false, allineate vicino alla battigia: le conta “sulle dita della mano”, a cinque a cinque. Non appena anch’egli si è adagiato sulla sabbia, Menelao e i suoi gli sono addosso. Per sottrarsi alla cattura, si trasforma fulmineamente in leone, serpente, pantera, cinghiale e poi in acqua e in albero. Quindi deve cedere alla forza e comincia a dire la verità e a svelare il futuro…» (In: P. Zellini, cit.)
  3. In: P. Zellini, cit.
  4. tutto quello che vediamo è l’effetto di qualcosa, per esempio un fiammifero acceso è l’effetto del suo strofinamento contro una superficie ruvida, la causa dell’accensione. Noi tendiamo spontaneamente ad attribuire una causa ad ogni cosa, secondo il principio di causa-effetto. È più difficile accettare l’idea che le cose non abbiamo una causa, che tutto derivi dal caso. Ora, vediamo di trarre le conseguenze logiche da tale principio: se tutto ha una causa, ogni causa sarà l’effetto di un’altra causa, e così via. Torniamo al nostro fiammifero: se il fiammifero si accende è perché il fosforo di cui è fatto si infiamma a una certa temperatura. A sua volta, il fosforo di infiamma perché la molecola del fosforo è composta da atomi di un certo tipo, più instabili di altri. Un atomo è instabile perché i suoi elettroni hanno una certa struttura. Non mi dilungo oltre perché la questione si fa complicata, ma il discorso è chiaro: fino a dove possiamo spingerci nella catena delle cause? Presumibilmente, fino a dove è arrivata la fisica moderna nella descrizione della materia, cioè a un punto oltre il quale non è possibile andare, fino alla causa prima che sta a fondamento della struttura della materia (il Big Bang?). Il concetto di Causa prima è un concetto logico, e negarlo è logicamente inconsistente. È inconsistente perché indimostrabile.