La filosofia greca/Il molteplice e il divenire – I parte

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Indice del libro

L’idea di Unità non è l’unico e incontrastato modo di vedere le cose nella filosofia antica. Senza dubbio, nello scorrere del tempo, essa fu quella che prevalse, ma non mancarono altre ipotesi “ontologiche” a movimentare il panorama filosofico greco.

Intanto è bene chiarire una volta per tutte il termine “ontologia”, dal greco: discorso sull’essere. La parola “essere” [in greco Einai, da cui il participio Onta: le cose che sono, ovvero gli enti] appare ufficialmente nelle conversazioni filosofiche solo con Platone, quindi quasi tre secoli dopo la presunta “nascita” della filosofia[1] . Malgrado ciò, esso fu ed è tuttora il più importante tra i grandi concetti della filosofia occidentale. Che cosa si intende con “Essere” (notate la maiuscola, ovvero lo spostamento del termine dall’area verbale a quella dei sostantivi)? Intanto, l’Uno, l’Unità, l’assoluto principio di ogni cosa[2]. In secondo luogo, l’Essere è “ciò che è e non può non essere”: principio di non contraddizione. Se infatti dico che l’Essere è, allora tutto ciò che non-è Essere non è. Propriamente parlando, A è uguale ad A e non può essere uguale a B. In altre parole, l’essere è l’Unico (oltre che l’Uno). Non può esserci qualcos’altro oltre all’Essere, perché sarebbe un non-Essere, cioè nulla. Il primo a formalizzare questa teoria razionalistica fu Parmenide di Elea, pensatore del VI secolo a.C.

Come si può notare, qui “saliamo” nella più pura speculazione filosofica, in quella sfera del pensiero che dai Greci in poi chiamiamo Logos (ragionamento, Ragione). Questo tipo di ragionamento non è fondato sui “fatti”, sull’esperienza dei sensi, anzi: prescinde totalmente da essi. Per la Ragione è vero ciò che non è contraddittorio, e che corrisponde alla logica del discorso; se ciò che è logicamente vero non corrisponde ai fatti, allora peggio per i fatti. Su questo principio si basa tutta la teoria platonica delle Idee, ovvero una buona metà della storia della filosofia occidentale.

È facile comprendere come un tale assetto razionale non possa reggere a lungo senza, appunto, scontrarsi coi fatti. Contro questa rigida concezione razionalistica si schiera infatti la complessità del mondo, con le sue molteplici forme, le sue infinite diversità, il suo mutevole scorrere. Quella di Uno, Unità, Unicità è una buona idea, ma come conciliarla con la molteplicità degli Enti (Ta Onta)? È importante ricordare questo: per i pensatori greci il principio di Unità (l’Essere) rimase imprescindibile, il fondamento di ogni ordine razionale; ogni tentativo di conciliare l’Unità con la molteplicità (l’Essere e gli enti) dovette svolgersi entro la sfera del Logos, del principio di non contraddizione. Se l’Essere è uno, la molteplicità non può che esplicarsi nella sfera di questo principio, nella sfera dell’Essere. Chi poteva misurarsi con questo dilemma? Quale tipo di pensatore poteva avere i mezzi per risolvere tale contraddizione? La risposta arrivò da un campo di conoscenze davvero inatteso: dai primordi della medicina.

Per un certo periodo, la storia della filosofia greca si intrecciò con la storia della scienza, e questo è bene tenerlo presente. Accanto alla ricerca puramente speculativa dei filosofi, nello stesso periodo di tempo progredì anche la ricerca naturalistica, lo studio della natura e in particolar modo della condizione biologica umana. Cos’è la Vita, fu la domanda a cui cercarono di rispondere i primi “scienziati” greci, fino a Ippocrate, “padre” della medicina scientifica. A fondamento della vita, la scienza greca pose quattro elementi: fuoco, aria, acqua e terra. Un quadruplice principio, parallelo al principio universale ipotizzato dai filosofi. Nell’essere umano tali elementi dovevano corrispondere ai quattro “umori” fondamentali: bile nera, bile gialla, sangue e flegma; la salute, secondo Ippocrate, è data all’equilibrio di questi quattro elementi: «Il corpo dell'uomo ha in se stesso sangue e flegma e bile gialla e nera, e queste cose per lui costituiscono la natura del corpo, e a causa di esse soffre o è sano».[3] Quattro elementi, quattro principi, la cui diversa combinazione dà luogo alla molteplice diversità degli esseri. Ciascuno di essi è fondamento immutabile e eterno, non diviene e non muore; è, per certi versi, un aspetto dell’Essere.

Sitografia[modifica]

Note[modifica]

  1. Giustamente la tradizione attribuisce a Parmenide il Problema dell'Essere, esposto nel suo poema Sulla Natura. Tuttavia il termine Essere come sostantivo non compare nel testo parmenideo; il concetto rimane espresso nella forma verbale dell'infinito (einai). La celebre frase «l'Essere è, il non essere non è» non è di Parmenide, ma una esposizione successiva del suo pensiero; il testo originale infatti recita: « … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l'altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. … Infatti lo stesso è pensare ed essere.»
  2. Giovanni Reale, La filosofia antica, Jaca Book 1991
  3. Citazione tratta da Wikipedia