Storia della letteratura italiana/Letteratura al femminile

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Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

Nel corso del Novecento la condizione della donna nei paesi industrializzati ha conosciuto una significativa traformazione, in conseguenza all'emancipazione femminile e della diffusione del femminismo. Dagli anni sessanta le donne si sono inserite sempre più in vari settori lavorativi, e l'organizzazione domestica e familiare ha conosciuto sviluppi tali da consentire loro maggiori liberà e autonomie. Anche la cultura non è rimasta estranea a questo fenomeno e si è assistito, rispetto al passato, a un più intenso rapporto tra donne e letteratura. Le autrici si sono dedicate in particolare alla narrativa, raggiungendo risultati molto originali e vicini al filone del realismo critico di cui si è parlato nel modulo precedente. La letteratura al femminile cerca di analizzare la realtà esprimendo un punto di vista nuovo, femminile, che sfugge ai modelli della letteratura "maschile". I romanzi raccontano di personaggi femminili, prestando grande attenzione all'indagine psicologica e alle forme concrete della vita sociale e familiare.[1] Tra le esperienze letterarie più intense del secolo vi è senza dubbio quella di Elsa Morante;[2] molto importanti sono state anche scrittrici come Anna Maria Ortese, Natalia Ginzburg, Lalla Romano.

Gli anni trenta[modifica]

Negli anni trenta si affacciano sulla scena letteraria alcune autrici che si collegano all'esperienza di Solaria. Tra queste, una delle più originali è Fausta Cialente (Cagliari, 1898 – Pangbourne, marzo 1994), che mescola l'esperienza autobiografica con l'immaginazione esotica dovuta a un lungo soggiorno in Egitto.

Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti; Firenze, 27 giugno 1895 – Ronchi di Massa, 2 settembre 1985) si dedica a una ricerca sulla memoria che presta particolare attenzione alla condizione femminile. Le sue opere parlano di sconfitti che tuttavia affrontano la vita con coraggio. Tra i suoi romanzi, il più importante è Artemisia (1947).

Anche Gianna Manzini (Pistoia, 24 marzo 1896 – Roma, 31 agosto 1974) si concentra sul tema della memoria, la cui vastra produzione letteraria risente dell'influenza dei modelli europei contemporanei, con particolare attenzione ai temi del tempo e dell'indagine psicologica. Delle sue opere si ricordano Lettera all'editore (1945), Il valtzer del diavolo (1953), La sparviera (1956), Ritratto in piedi (1971).[2]

Alba De Céspedes[modifica]

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Sempre negli anni trenta esordice anche Alba De Céspedes (Roma, 11 marzo 1911 – Parigi, 14 novembre 1997), autrice di opere narrative di grande successo che mescolano a modi tradizionali un'intensa indagine psicologica. Tra gli altri si possono ricordare Concerto (1937), Nessuno torna indietro (1938), Fuga (1940), Dalla parte di lei (1949), Quaderno proibito (1952), Il rimorso (1963), La bambolona (1967).[3]

Anna Maria Ortese[modifica]

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Anna Maria Ortese (Roma, 13 giugno 1914 – Rapallo, 9 marzo 1998) nelle sue opere si è sempre mossa a cavallo tra l'inchiesta giornalistica e l'invenzione narrativa, rifiutando qualsiasi programma ideologico. Tra le sue opere le più importanti sono Il mare non bagna Napoli (1953), L'iguana (1965), Il porto di Toledo (1975).[2]

Natalia Ginzburg[modifica]

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Natalia e Leone Ginzburg

Natalia Ginzburg (nata Natalia Levi; Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 7 ottobre 1991) è senz'altro una delle personalità di maggior rilievo nel panorama cultuale italiano. Nata da una famiglia di origini ebraiche, figlia di un docente di anatomia comparata, trascorse l'infanzia a Torino, dove crebbe in un ambiente colto e frequentò gli ambienti dell'antifascismo. Proprio in questo ambiente conobbe Leone Ginzburg, studioso di letteratura russa, con cui convolò a nozze nel 1938. Due anni più tardi seguì il marito al confino in Abruzzo, dove inizierà a tradurre La strada di Swann di Marcel Proust. Contemporaneamente, aveva iniziato a collaborare, insieme ad altri intellettuali (tra cui lo stesso Ginzburg e Cesare Pavese), alla casa editrice Einaudi, fondata a Torino nel 1933 da Giulio Einaudi. Rimasta vedova nel 1944 (Leone Ginzburg morì vittima delle persecuzioni fasciste) mantenne il cognome del marito e nel dopoguerra proseguì il lavoro presso Einaudi. Nel 1950 si stabilì a Roma e si risposò con l'anglista Gabriele Baldini. Morì nella capitale nel 1991.[4]

L'esordio letterario di Natalia Ginzburg avvenne nel 1933 sulla rivista Solaria, dove pubblicò il racconto I bambini. Nel 1942 uscì invece La strada che va in città, firmato con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte per evitare la censura dovuta alle leggi razziali. La prima opera di una certa importanza è il romanzo breve È stato così (1947), in cui compaiono per la prima volta le tematiche che caratterizzeranno la sua produzione successiva.[4] Nelle sue opere ritorna infatti sui ricordi dell'infanzia, e descrive un mondo concreto utilizzando un linguaggio piano e rassicurante, pervaso di curiosità ironica.[2] In tutti i suoi romanzi si riscontra un ripiego nella dimensione quotidiana e privata, distante dai modi del neorealismo. Se da una parte si pone la realtà comune, nella sua monotonia, dall'altra c'è l'introspezione psicologica, che nutre una tensione nascosta e porta a epiloghi drammatici. Il suo stile inoltre si caratterizza per una scrittura monotonale, che dà vita a un flusso di pensieri che continuano a intrecciarsi e sciogliersi.[4]

Tra le sue opere si ricordano Le voci della sera (1961), Le piccole virtù (1962), Lessico famigliare (1963), Mai devi domandarmi (1970), Caro Michele (1973), La famiglia Manzoni (1985).

Lalla Romano[modifica]

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Ritratto giovanile di Lalla Romano

Decisamente appartata è stata l'esperienza letteraria di Lalla Romano (propriamente Graziella Romano; Demonte, 11 novembre 1906 – Milano, 26 giugno 2001).

Esordì nel 1941 con la raccolta di poesie Fiore, quindi pubblicò il libro La metamorfosi (1951), che raccoglie testi dedicati a sogni. Si dedicò poi a romanzi di ispirazione autobiografica: Maria (1983), Tetto murato (1957), La penombra che abbiamo attraversato (1964). A questo seguì Le parole tra noi leggère (1969), vincitore del Premio Strega, L'ospite (1973), La villeggiante (1975), Lettura di immagini (1975). In Una giovinezza inventata narra della sua giovinezza negli anni venti, in cui l'esperienza dell'autrice diventa emblema della giovinezza femminile come lotta per muoversi nel mondo. Tra le ultime opere si ricordano Inseparabile (1981), Nei mari estremi (1987), Le lune di Hvar (1991).

Nelle sue opere, che si svolgono tutte in un panorama borghese, si è concentrata sul tema della memoria, senza tuttavia caricarla di un'aura poetica, ma evidenziando come il ricordo si modifichi nel suo farsi racconto e studiando i rapporti tra le persone, i tentativi di comprendere l'estraneità degli altri e il rapporto con una realtà in mutamento. La sua analisi viene portata avanti attraverso una lingua costituita da frasi semplici.[5]

Altri progetti[modifica]

Note[modifica]

  1. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1134.
  2. 2,0 2,1 2,2 2,3 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1135.
  3. De Cèspedes, Alba, in Enciclopedia, Treccani.
  4. 4,0 4,1 4,2 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria, Moduli di storia della letteratura, La narrativa del Novecento, Torino, Paravia, 2002, pp. 242.
  5. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1141.