Storia della letteratura italiana/Tra realismo e sperimentazione

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Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

Il neorealismo comincia a dare segnali di crisi già negli anni cinquanta. Le ragioni sono da cercare nel logoramento delle forme letterarie utilizzate, ma anche in altri fattori come la fine dell'entusiasmo per il rinnovamento civile, la crisi delle sinistre, l'affermazione di nuove problematiche connesse allo sviluppo industriale dell'Italia. Indicativo di questa trasformazione è la nascita di riviste letterarie come Officina, Il Menabò, Il Verri, attraverso le quali viene data voce alla necessità di uscire dal neorealismo per sperimentare nuove forme (si veda in proposito il modulo dedicato a sperimentalismo e neoavanguardia).[1]

Negli anni del dopoguerra sono attivi vari scrittori che hanno avuto esperienze tra di loro molto diverse, per le quali è difficile fornire una definizione unitaria. Ferroni a questo proposito parla di «nebulosa», composta da autori che pur non rientrando nell'ambito del neorealismo, sono però ancora distanti dagli esiti dello sperimentalismo e della neoavanguardia; piuttosto, si ricollegano alla tradizione narrativa sorta negli anni trenta, per la quale si parla di realismo critico. Come è già stato ricordato nel modulo precedente, molti autori che hanno avuto rapporti con il neorealismo, o che comunque ne hanno sfiorato le tematiche, se ne sono poi distanziati. Tutte queste esperienze hanno contribuito a fornire in letteratura un'immagine multisfaccettata della realtà italiana.[2]

Letteratura e società di massa[modifica]

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Cultura di massa.

La società del secondo dopoguerra, in Italia come in altri paesi del mondo, conosce un grande sviluppo economico, legato alla produzione e diffusione di beni di consumo. I nuovi oggetti e strumenti sono sempre più alla portata di tutti, e l'uso degli elettrodomestici modifica radicalmente le abitudini delle persone. In questo modo si diffondono nuove forme di benessere, e le condizioni di vita migliorano sensibilmente grazie ai progressi nel campo della medicina e della produzione alimentare. In Italia tuttavia, per ragioni legate alla sua storia, ci sono aree molto avanzate e zone ancora arretrate. L'espansione economica finisce quindi per accentuare le disparità tra il Nord e il Sud della penisola. Inoltre, se nelle aree ancora legate alle tradizioni contadine l'unica prospettiva praticabile sembra l'emigrazione, in quelle industrializzate si assiste a fenomeni di degradazione, alienazione, sradicamento dalle tradizioni ed emarginazione.[3]

La nascita di una cultura di massa[modifica]

Una televisione degli anni cinquanta

I mezzi di comunicazione di massa (la radio e la televisione) contribuiscono a diffondere messaggi che all'inizio della modernità erano rivolti solo agli strati della popolazione che viveva nelle città. Questi si allargano a tutto il territorio nazionale e come conseguenza i comportamenti degli individui si uniformano in funzione del mercato e del consumo. L'avanzata della cultura di massa mette però in allarme gli intellettuali, che iniziano a porsi problemi come l'incomunicabilità e l'alienazione. Parallelamente si fa sempre più strada una visione laica del mondo: l'italiano medio tende a non confrontarsi più con norme religiose ma cerca soddisfazione immediata nella vita presente, spesso attraverso oggetti di consumo. La pubblicità è sempre più presente nel mondo della comunicazione, lo sport è seguito da larghe fette della popolazione e la musica leggera si afferma come bene di consumo, grazie anche all'importazione dei modelli americani (si pensi al rock e all'influenza che avrà sulla cultura giovanile negli anni sessanta).[4]

Anche la scuola nel dopoguerra diventa "di massa": se nel ventennio fascista la scolarizzazione riguardava ancora una élite, nel dopoguerra vengono varati progetti per combattere l'analfabetismo e ampliare l'accesso all'istruzione elementare. Nel 1962 è poi introdotto l'obbligo scolastico per tutti i ragazzi e le ragazze fino ai 14 anni di età ed è istituita la scuola media unica. Anche l'università cresce e registra tra i propri iscritti sempre più studenti provenienti dalla piccola borghesia. Cadono le barriere culturali e si forma una classe di intellettuali «medi», molto più numerosi ma con funzioni differenti rispetto al passato. Sono infatti consumatori di cultura a un livello inferiore e sono soggetti alle esigenze del mercato.[5]

Strettamente legata a questi cambiamenti è anche l'omogeneizzazione del tessuto linguistico, dovuta alla diffusione di un italiano «medio» attraverso la burocrazia, il cinema e la televisione. La secolare questione della lingua giunge così a una soluzione in maniera indipendente dalle proposte degli intellettuali. Tuttavia, come osserva Pasolini, questo finisce per annullare la vitalità dei dialetti, che si scontrano con il nuovo italiano standardizzato.[6]

Gli intellettuali e i nuovi mezzi di comunicazione[modifica]

La produzione letteraria nel secondo dopoguerra conserva caratteri delle esperienze del primo Novecento. Come si è visto, le forze politiche (e il Partito Comunista su tutti) hanno sempre maggiore presa sugli intellettuali e se ne avvalgono sui loro organi di stampa. Nuovi modelli si sviluppano anche nel settore dell'editoria. Si assiste così all'arrivo in Italia del libro economico, grazie a collane come BUR (Biblioteca Universale Rizzoli, nata nel 1649) e Oscar Mondadori (1965) che propongono classici della letteratura a prezzi accessibili a vari strati della società.[7]

Più complesso è il rapporto tra autori e editori. Molti scrittori hanno difficoltà a vivere con i proventi dei diritti d'autore, mentre opere inizialmente scartate si rivelano in seguito dei clamorosi best seller - spesso postumi, come nei casi di Guido Morselli e Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Acquistano sempre più peso l'istituzione dei premi letterari e la diffusione delle varie forme di letteratura di massa (come il romanzo rosa, il poliziesco, la fantascienza, ma anche il fumetto e il fotoromanzo).[8]

Vari scrittori sono infine impegnati nell'industria dello spettacolo e in particolare nel cinema, che in Italia tra gli anni quaranta e sessanta conosce una grande fioritura. Molti autori collaborano poi con la radio e la televisione, mentre il teatro attraversa delle difficoltà, pur rimanendo un punto di riferimento per molte attività intellettuali.[9]

La "letteratura industriale"[modifica]

Il primo stabilimento Olivetti a Ivrea

Nel numero 4 del Menabò (1961) Elio Vittorini pone il problema del rapporto tra industria e cultura, e di come gli intellettuali debbano sviluppare le tematiche legate alla nuova realtà industriale – problema che viene ripreso anche da Calvino ed Eco. A inaugurare il filone di quella che viene definita dai critici "letteratura industriale" sarà Ottiero Ottieri, con il romanzo Tempi stretti, del 1957: si tratta di una ricognizione dei rapporti tra i lavoratori (nei loro diversi compiti) e la fabbrica, ponendo l'attenzione su vari aspetti, dalle macchine alla catena di montaggio, dall'ambizione di carriera allo squallore della periferia e delle sistemazioni degli operai. A sancire l'affermazione di questo tipo di letteratura è il successivo libro di Ottieri, Donnarumma all'assalto, nel quale vengono affrontati temi come le differenze tra Nord e Sud, tra la mentalità razionalistica della fabbrica e le condizioni di disagio legate a un elementare senso di uguaglianza che viene disatteso. Il punto di vista del narratore, tuttavia, non può essere quello dell'operaio, come riconosce lo stesso Ottieri intervenendo sul Menabò. L'autore piuttosto mantiene l'atteggiamento di un osservatore scientifico che studia la fabbrica dall'esterno e stende il racconto in forma documentaria.[10]

Diverso sarà invece l'approccio di Paolo Volponi in Memoriale. Qui la realtà industriale dà forma all'ottica stessa della narrazione, poiché il punto di vista adottato è quello dell'operaio protagonista, che quindi coincide con lo sguardo di chi patisce in prima persona l'alienazione della vita in fabbrica. L'occhio del folle che altera la realtà permette di cogliere lo stravolgimento di un mondo che si vorrebbe organizzato razionalmente.[10] Goffredo Parise porterà questi assunti alle estreme conseguenze nel romanzo Il padrone, il cui protagonista finisce per assumere il punto di vista dell'azienda, in un'identificazione tra vittima e carnefice.[11]

Anche la poesia del dopoguerra affronta la nuova condizione dell'individuo nella società industriale. Un esempio è rappresentato da Una visita in fabbrica di Vittorio Sereni (pubblicata ancora sul Menabò n. 4), in cui ripropone il tema della distanza tra l'intellettuale e il mondo del lavoro operaio: il poeta che osserva prova un senso di orrore per la fabbrica, quasi fosse un mondo sconosciuto e prima inimmaginabile. Da questo scaturisce la simpatia per gli operai, intesa come partecipazione ai loro patimenti. In La ragazza Carla di Elio Pagliarani (uscita nel 1960 sul n. 2 del Menabò) l'ambientazione sono gli uffici di una multinazionale e l'attenzione viene posta sugli aspetti commerciali tipici del capitalismo avanzato. All'interno dei confini della città di Milano ha luogo l'alienazione della ragazza Carla, a cui fa riscontro la disgregazione dello stesso linguaggio poetico.[12]

Mario Tobino[modifica]

Un autore che si colloca su un piano nettamente realista, ma solo in parte avvicinabile all'esperienza del neorealismo, è Mario Tobino (Viareggio, 16 gennaio 1910 – Agrigento, 11 dicembre 1991). Di professione medico, Tobino ha scritto romanzi dal forte carattere autobiografico, in cui manifesta una forte vitalità, grande attenzione per gli aspetti concreti della vita sociale e individuale, e uno spontaneo spirito libertario. Inoltre, la sua produzione si ricollega alla tradizione toscana di Pratesi e Tozzi.[13]

Esordisce nel 1942 con il romanzo autobiografico Il figlio del farmacista, a cui segue Bandiera nera (1950), ambientato durante il fascismo e permeato di spirito satirico. Il racconto L'angelo di Liponard (1951) è invece animato da una violenta fantasia erotica, mentre il tema del «diverso» e del dolore viene affrontato in Le libere donne di Magliano (1953), la cui storia si svolge in un ospedale psichiatrico. Si ricordano infine La brace di Biassoli (1956), che prende le mosse dal ricordo della madre morta, Il clandestino (1962), che parla di un episodio della Resistenza a Viareggio e in Versilia, Sulla spiaggia e al di là dal molo (1966).[13]

Carlo Cassola[modifica]

Anche Carlo Cassola (Roma, 17 marzo 1917 – Montecarlo, 29 gennaio 1987), come Tobino, si ricollega alla tradizione toscana. Nelle sue opere tuttavia, ambientate per lo più in Maremma, tende a rappresentare una vita elementare, mettendo in scena personaggi appartenenti al mondo popolare, che vivono seguendo il ritmo sempre uguale dei giorni e hanno un rapporto con le cose privo di velleità.[13] Queste tematiche vengono trattate con un tono lirico, in quanto immagine della resistenza al cammino della storia che irrimediabilmente porta verso la rovina.[14]

Già nei primi racconti, pubblicati nei volumi Alla periferia e La visita (entrambi del 1942), Cassola tenta di fare uscire i valori nascosti sotto la realtà più comune, interrogando i paesaggi naturali e gli oggetti quotidiani e banali. Questa ricerca tocca il suo apice nei racconti de Il taglio del bosco (1954). Nei romanzi invece cerca di confrontare l'attenzione per la realtà con la storia e la politica. Ciò è evidente in Fausto e Anna (1952) e La ragazza di Bube (1960): quest'ultimo, che ha grande successo, registra l'esaurirsi della vitalità politica della Resistenza e la normalizzazione che conosceranno i vari personaggi popolari nel dopoguerra. In seguito, Cassola abbandona la tematica politica e i suoi romanzi si caratterizzano per il ritorno al privato, in alcuni casi abbandonando il mondo popolare contadino per dedicarsi a quello borghese.[14]

Ennio Flaiano[modifica]

Ennio Flaiano

Intellettuale libero e indipendente, Ennio Flaiano (Pescara, 5 marzo 1910 – Roma, 20 novembre 1972) ha lavorato a lungo per il cinema come sceneggiatore, settore a cui si è dedicato fin da giovane. Nella sua lunga carriera ha collaborato con registi come Federico Fellini, Alberto Lattuada, Mario Monicelli, Steno, Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni, Milos Forman.[15]

In qualità di professionista della scrittura conosce le problematiche relative all'industria culturale: la pianificazione del lavoro e la modificazione dei programmi, i ritmi serrati, le convenzioni meccaniche. A causa dei molti impegni può dedicare poche energie alla letteratura, riuscendo tuttavia a firmare opere di grande valore.[16] Il suo capolavoro è considerato il romanzo Tempo di uccidere (1947), vincitore della prima edizione del Premio Strega. L'opera prende spunto dall'esperienza dell'autore durante la guerra d'Etiopia, ma rivela un netto contrasto con la memorialistica neorealista del periodo. La vicenda, narrata in prima persona da un ufficiale italiano, si svolge su uno scenario indecifrabile, in cui l'assurdo esistenziale finisce per fondersi con l'assurdo storico.[17]

Nelle successive opere narrative, tra cui si ricordano i racconti di Una e una notte (1659) e Il gioco e il massacro (1970), Flaiano non toccherà nuovamente situazioni così intense. Molto interessante e originale è anche la sua produzione teatrale, che ha risentito della sua attività cinematografica. Nel 1971 le sue farse sono state raccolte nel volume Un marziano a Roma e altre farse.[15]

Giorgio Bassani[modifica]

Da sinistra a destra: Luigi Silori, Walter Mauro, Giorgio Bassani, Roberto Bettega, Giuseppe Brunamontini. Foto del 1974

L'opera di Giorgio Bassani (Bologna, 4 marzo 1916 – Roma, 13 aprile 2000) è estranea sia all'esperienza del neorealismo sia a quella della neoavanguardia. Nato in una famiglia ebraica, si laurea in lettere a Bologna, dove segue le lezioni dello storico dell'arte Roberto Longhi e ha come relatore Carlo Calcaterra. Militante antifascista durante il regime e la seconda guerra mondiale, subisce anche la carcerazione. Dopo avere aderito alla Resistenza, milita nelle fila della sinistra. Dirige la rivista internazionale Botteghe Oscure e la collana di narrativa dell'editore Feltrinelli, per il quale scopre Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (vedi oltre).[18]

Tutte le opere di Bassani ruotano attorno alla vita della borghesia ebraica di Ferrara, città in cui trascorre la giovinezza. Esordisce nel 1940 con il racconto Una città di pianura (pubblicato con lo pseudonimo di Giacomo Marchi per eludere le leggi razziali), a cui seguono altri racconti poi riuniti nel volume Cinque storie ferraresi. Questi in seguito sarebbero stati completamente riscritti e pubblicati nel libro Dentro le mura (1973). Nel 1958 esce Gli occhiali d'oro, che racconta la storia di un ebreo omosessuale, mentre del 1962 è il suo romanzo più famoso, Il giardino dei Finzi-Contini, che gli dà fama e successo e da cui Vittorio De Sica trae l'omonimo film (vincitore del premio Oscar per il migliore film straniero nel 1970).[18]

Trama
Il libro, ambientato a Ferrara negli anni del regime, racconta la vita di un gruppo di giovani ebrei borghesi. La storia ruota attorno al giardino della facoltosa famiglia dei Finzi-Contini, in cui i figli Alberto e Micòl invitano i loro amici, estromessi da vari circoli cittadini a causa delle leggi razziali. Nel chiuso del giardino si crea un mondo ovattato, fatto di discussioni e partite a tennis, in cui l'avanzata del fascismo non provoca ribellione ma solo perplessità. Qui nasce anche un sentimento di affetto, non ricambiato, da parte del narratore per Micòl. Nel finale, la tragedia si abbatterà anche sulla famiglia: Alberto morirà di una malattia incurabile, mentre Micòl e i genitori verranno deportati in Germania, da cui non faranno ritorno. L'unica cosa che potrà fare il narratore sarà ritornare con la memoria a quella stagione della sua vita, che si è dissolta irrimediabilmente.

Alla sua uscita, Il giardino dei Finzi-Contini genera polemiche perché rifiuta sia gli elementi del neorealismo sia i nuovi temi sviluppati dallo sperimentalismo e dalla neoavanguardia. Il romanzo, piuttosto, si rifà alle esperienze letterarie del Novecento europeo, e in particolare di Marcel Proust (Alla ricerca del tempo perduto) e Thomas Mann (I Buddenbrock e Morte a Venezia). Lo stile di scrittura mira a ricreare le atmosfere del passato, seguendo per certi aspetti la lezione proustiana, e la ricostruzione dei luoghi è filtrata dalla coscienza. Nel libro è però presente anche una tendenza allo sfacelo, che si evidenzia nella decadenza delle famiglie ebree, chiuse in una sorta di casta. A questo si associa a un presagio di corruzione e morte che viene evocato fin dall'inizio, quando nella premessa il narratore racconta di una visita alla necropoli etrusca di Cerveteri.[19]

In seguito Bassani pubblica i romanzi Dietro la porta (1964) e L'Airone (1968). Molte sue opere confluiranno poi nel Romanzo di Ferrara, del 1974.[18] È inoltre autore di poesie, riunite nel volume In rima e senza (1982), mentre i suoi saggi critici sono stati raccolti in Le parole preparate (1966) e Di là dal cuore (1984).[19]

Giuseppe Tomasi di Lampedusa[modifica]

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957) finisce al centro di un vero e proprio caso letterario nel 1958, quando Giorgio Bassani fa pubblicare da Feltrinelli Il Gattopardo, romanzo che Elio Vittorini, in qualità di consulente di Mondadori e Einaudi, aveva precedentemente fatto rifiutare a entrambe le case editrici. L'autore era un allora sconosciuto principe siciliano, lontano dagli ambienti intellettuali ma dotato di una raffinata cultura europea, che aveva dedicato alla scrittura gli ultimi anni della sua vita.[20]

Trama
Il Gattopardo è un romanzo storico ambientato in Sicilia durante il Risorgimento e negli anni immediatamente successivi. Il protagonista è il principe Fabrizio Salina, un colto aristocratico che osserva con disincanto la fine del regno borbonico e l'inizio di uno nuovo mondo. Accanto a lui c'è la figura spregiudicata del nipote Tancredi, che decide di unirsi ai garibaldini perché coscio del fatto che il passaggio al nuovo regno d'Italia sarà puramente esteriore. Il potere rimarrà nella stessa classe dirigente, che deve quindi impegnarsi a guidare la transizione. Questo concetto è espresso dal giovane con la celebre massima: «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Tancredi, assecondato dallo zio, fa una brillante carriera nel nuovo regno e sposa Angelica Sedera, la bellissima figlia di un ricco borghese. Salina osserva con distacco queste trasformazioni storiche, sentendo, pur nella sua vitalità, presagi di morte.

Sebbene a una prima analisi il romanzo possa sembrare ricollegarsi ai modelli del naturalismo ottocentesco, lo stile e il pensiero dell'autore risentono dell'influenza di scrittori del Novecento europeo, come i già citati Proust e Mann. La storia è vista come un'apparenza esteriore dietro alla quale c'è il fluire della vita verso il nulla. La Sicilia del 1860, con la sua immobilità, non è altro che una metafora dell'esistenza umana, su cui incombe la morte. Centrale nel romanzo è la dimensione interiore del protagonista, la sua debolezza di fronte al reale, l'angoscia per l'avvicinarsi della morte e il suo tentativo vano di aggrapparsi alla sensualità. Il libro è quindi pervaso da malinconia e nichilismo, rispetto ai quali il narratore mantiene un lucido distacco dato dall'ironia. Per tutti questi motivi, Il Gattopardo segna una frattura rispetto al neorealismo, al suo ottimismo e ai suoi schematismi.[20]

Oltre al Gattopardo, Tomasi di Lampedusa scrive dei Racconti (1960) e i saggi Lezioni su Stendhal (1971) e Invito alla letteratura francese del Cinquecento (1979), tutti pubblicati postumi.

Ottiero Ottieri[modifica]

Come è già stato ricordato in precedenza, Ottiero Ottieri (Roma, 29 marzo 1924 – Milano, 25 luglio 2002) si inserisce nel filone della letteratura industriale, che inaugura con il romanzo Tempi stretti e che prosegue con opere come Donnarumma all'assalto.

Laureatosi in lettere a Roma nel 1945, lavora nell'ufficio stampa della Mondadori dal 1948. Tra il 1952 e il 1965 si occupa dell'ufficio del personale della Olivetti. Il suo primo romanzo, Memorie dell'incoscienza, è pubblicato nel 1954 nella collana I Gettoni di Einaudi diretta da Elio Vittorini, e si presenta come una cronaca della vita di provincia nel dopoguerra. Nel 1957 esce Tempi stretti, in cui parla di una grande città industriale (identificabile come Milano), delle sue trasformazioni e delle ripercussioni sulla vita degli abitanti. Il titolo si riferisce in primis ai ritmi di lavoro dell'operaio, che deve restare incollato alla macchina per aumentare la produttività, ma si allarga poi all'intera condizione sociale.[21]

Al soggiorno a Pozzuoli, dove viene temporaneamente trasferito dopo la realizzazione di un nuovo impianto della Olivetti, è legato il romanzo-diario Donnarumma all'assalto: uno psicologo, incaricato di selezionare il personale per un'azienda, passa dall'iniziale entusiasmo al disinganno. Lo scrittore giunge quindi alla conclusione che l'autore non è in grado di rappresentare in modo autentico la realtà operaia.

Nel 1963 Ottieri torna al genere cronachistico con La linea gotica, e nei romanzi successivi approfondisce la sua posizione critica sul rapporto con la realtà; si concentra sul tema dell'alienazione dell'individuo e della denuncia sociale, quest'ultima in chiave caricaturale. Tra gli ultimi romanzi si ricordano I divini mondani (1968), Il campo di concentrazione (1972), Contessa (1975), Di chi è la colpa (1979), I due amori (1983), Il divertimento (1984), Improvvisa la vita (1987). Compone inoltre le poesie delle raccolte Il pensiero perverso (1971), La corda corta (1978), Vi amo (1988), L'infermiera di Pisa (1991), Il palazzo e il pazzo (1993), La psicoterapeuta bellissima (1994), Diario del seduttore passivo (1995), Il poema osceno (1996). Parallelamente all'attività letteraria, Ottieri collabora in veste di sceneggiatore con il regista Antonioni per la realizzazione de L'impagliatore di sedie (1964).[22]

Goffredo Parise[modifica]

Al filone della letteratura industriale è collegabile anche l'opera di Goffredo Parise (Vicenza, 8 dicembre 1929 – Treviso, 31 agosto 1986). Dedicatosi al giornalismo dal 1954, subito dopo avere lasciato gli studi di filosofia, collabora con varie testate e dalla sua attività di inviato speciale nascono impegnativi resoconti di viaggio. Esordisce come scrittore nel 1951 con Il ragazzo morto e le comete, in cui i dati della realtà sono trasferiti su un piano surreale. A questo segue La grande vacanza (1953), mentre Il prete bello (1954) dimostra maggiore adesione al realismo, seppur venato di senso satirico.[23]

I romanzi Il fidanzamento (1956) e Amore e fervore (1959) sono incentrati sul mondo della borghesia, con le sue ipocrisie e frustrazioni. Grande successo avrà Il padrone (1964), un romanzo che si ricollega alla letteratura industriale, ricorrendo però a toni allegorici che portano ad assolutizzare il problema e a dargli un valore emblematico. Su questo tema Parise torna anche in Gli americani a Vicenza (1966), L'assoluto naturale (1967), Il crematorio di Vienna (1969). I racconti brevi di Sillabario n. 1 (1972) e Sillabario n. 2 (1982) segnano un ritorno agli aspetti privati.[24]

Leonardo Sciascia[modifica]

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia nasce a Racalmunto, in provincia di Agrigento, l'8 gennaio 1921 in una famiglia piccolo borghese. Dopo avere conseguito il diploma magistrale, è maestro elementare dal 1949 al 1957. Fino al 1970 svolge altri incarichi statali. In questi anni inizia a dedicarsi alla letteratura. Il suo primo libro, Le parrocchie di Regalpetra, viene pubblicato nel 1956. Nel 1961 raggiunge la notorietà con il romanzo Il giorno della civetta, con cui porta in primo piano un argomento all'epoca minimizzato dall'informazione pubblica: la mafia. Negli anni settanta il suo ruolo di intellettuale impegnato acquista maggior peso. Eletto al consiglio comunale di Palermo nel 1975 come indipendente nelle file del PCI, si dimette nel 1977 perché in contrasto con la linea del "compromesso storico" scelta dal partito. In seguito si avvicina al Partito Radicale, diventa deputato (1979-1980) ed entra a far parte della commissione parlamentare sull'omicidio di Aldo Moro. Continua la sua attività civile contro la mafia e le sue collusioni con il potere politico. Si oppone inoltre alle leggi speciali antiterrorismo, in nome dei princìpi garantisti. Muore a Palermo il 20 novembre 1989 per le complicanze di un mieloma multiplo.[25]

Fin dalle prime prove come scrittore, Sciascia si rivela come un autore impegnato a smascherare le storture della realtà siciliana e in generale di quella italiana. È però distante dall'intento mimetico e dal pietismo del neorealismo; piuttosto, osserva le cose con un lucido rigore allo scopo di cercare una soluzione. Tutta la sua attività intellettuale è animata da una costante ricerca della verità, immergendosi nelle trame più torbide, mosso da una razionalità civile e mantenendo sempre la propria indipendenza. Ha infatti fiducia che il sistema possa essere riformato attraverso l'uso della ragione, una fiducia che si ricollega direttamente alla sua ammirazione per l'Illuminismo settecentesco. Nei suoi romanzi, scritti di preferenza nella forma del giallo, si incontrano quindi personaggi positivi, come il capitano Bellodi del Giorno della civetta, che sono portatori di valori positivi come la razionalità e la giustizia. Proprio questo rigore, tuttavia, lo farà approdare a un cupo pessimismo.

Nel 1971 pubblica Il contesto, un romanzo ambientato in un paese immaginario, nel quale un ispettore di polizia viene ucciso dai servizi segreti dopo aver intravisto le losche trame che legano la criminalità organizzata alla politica. Sciascia dimostra qui uno sguardo lucido e acuto sulla vita politica italiana negli anni della strategia della tensione. Questa prospettiva ritorna anche nel successivo Todo modo (1974), in cui dà un'immagine negativa e pessimistica della società italiana, analizzando l'anatomia del potere democristiano. Il fatto che in questi romanzi, pur essendo formalmente dei gialli, non vengano rivelati alla fine i colpevoli è un ulteriore indizio del pessimismo dell'autore, ormai consapevole dell'impossibilità che la verità e la ragione si affermino. In Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (1977), prendendo a modello il romanzo illuminista di Voltaire, Sciascia parla dei suoi complessi rapporti con il PCI e racconta delle difficoltà di un giovane di fronte alle ottusità del sistema sociale. Lo scrittore ricorre alla struttura del giallo anche nelle ultime sue opere narrative, Porte aperte (1978) e Una storia semplice (1989).

Il medesimo rigore razionale dei romanzi si ritrova anche nei saggi. In Sciascia narrativa e saggistica si intrecciano, la finzione e i modelli letterari hanno sempre avuto lo scopo di rivelare la realtà presente.[26] Nella sua produzione lo scrittore siciliano si interessao di letteratura (La corda pazza, 1970), storia (La morte dell'inquisitore, 1967), collegamenti tra politica e terrorismo (L'affaire Moro, 1979), fatti di cronaca (La scomparsa di Majorana, 1975; I pugnalatori, 1976; 1912+1, 1986).[27]

Altri narratori del dopoguerra[modifica]

Mario Soldati

Mario Soldati (Torino, 17 novembre 1906 – Tellaro, 19 giugno 1999) lavora come regista cinematografico fin dagli anni trenta e ha dirige vari film, tra cui le trasposizioni di Piccolo mondo antico e Malombra di Fogazzaro, La provinciale da un racconto di Moravia, La donna del fiume, Policarpo, ufficiale di scrittura. Attivo anche in campo letterario, ha scritto opere in cui il gusto per l'artificio narrativo si fonde con l'analisi psicologica.[28]

Guido Piovene (Vicenza, 27 luglio 1907 – Londra, 12 novembre 1974), appartenente a una nobile famiglia vicentina, attraversa i problemi e le inquietudini dell'Italia e dell'Europa tra gli anni del fascismo e i primi anni settanta, mantenendo una certa diffidenza verso valori e realtà definite. La sua opera più nota è Lettere di una novizia (1941), un romanzo ambientato in un convento, nel quale i personaggi studiano se stessi nascondendo le ragioni delle proprie azioni sotto giustificazioni tortuose. Altre sue opere sono Le furie (1963) e Le stelle fredde (1970). All'attività di narratore affianca quella di giornalista e corrispondente dall'estero.[28]

Al nome di Guido Morselli (Bologna, 15 agosto 1912 – Varese, 31 luglio 1973) è legato uno dei più celebri casi di autore scoperto solo dopo la morte. Conoscitore della letteratura europea e attento a tematiche filosofiche e religiose, collabora con varie riviste e pubblica saggi critico-filosofici. Conduce una vita appartata, dedito a uno scontroso individualismo e a gusti eccentrici, coltivando un moderato conservatorismo. Scrive vari romanzi, tutti pubblicati postumi dalla casa editrice Adelphi: Il comunista (del 1964-65, ma pubblicato nel 1976), Roma senza papa (scritto nel 1966 ma uscito nel 1974), Contropassato prossimo (1969-70, ma pubblicato nel 1975), Divertimento 1889 (1970-71, uscito nel 1975), Dissipatio H.G. (del 1972-72, pubblicato nel 1977).[29]

Postumo è stato anche il successo di Salvatore Satta (Nuoro, 9 agosto 1902 – Roma, 19 aprile 1975), un giurista che dedicherà gli ultimi anni della sua vita al suo unico romanzo, Il giorno del giudizio (1977).

Il maestro elementare Lucio Mastronardi (Vigevano, 28 giugno 1930 – Vigevano, 29 aprile 1979) scrive opere in cui fa esplodere la follia della vita quotidiana in provincia, mettendo in luce le assurdità che caratterizzano la realtà. La sua fama è legata alla trilogia composta da Il calzolaio di Vigevano (1962), Il maestro di Vigevano (1962) e Il meridionale di Vigevano (1964).[30]

Luciano Bianciardi (Grosseto, 14 dicembre 1922 – Milano, 14 novembre 1971) conduce un confronto acre e beffardo con la società industriale e la cultura di massa. Tra le sue opere si ricordano La vita agra (1962) e La battaglia soda (1964).[30]

Giuseppe Berto (Mogliano Veneto, 27 dicembre 1914 – Roma, 1º novembre 1978) pubblica con successo nel 1946 Il cielo è rosso, un romanzo influenzato dalla narrativa americana e riconducibile al neorealismo. A questo seguono Le opere di Dio (1948) e Il brigante (1951). Tra le opere più significative della sua produzione bisogna ricordare Il male oscuro (1964), in cui riversa la propria esperienza personale della nevrosi e dà voce alla sofferenza psichica mediante la libera associazione di pensieri ed eventi narrati.[30]

Oreste del Buono (Poggio, 8 marzo 1923 – Roma, 30 settembre 2003) svolge un'intensa attività editoriale e giornalistica. La sua produzione dimostra una grande curiosità verso i nuovi generi della narrativa, ma anche la volontà di trovare le ragioni della sconfitta esistenziale della propria generazione.[30]

Piero Chiara (Luino, 23 marzo 1913 – Varese, 31 dicembre 1986) pubblica storie «insinuanti e scanzonate, maliziose e dalle invenzioni inesauribili».[31]

Raffaele La Capria

Molti autori attivi a Napoli iniziano con opere inquadrabili nel neorealismo, ma in seguito ne prendono le distanze. Tra questi si ricorda Raffaele La Capria (Napoli, 3 ottobre 1922), autore di romanzi di stampo autobiografico nei quali, all'interno di una giornata, affronta un determinato momento della vita. Si tratta di Un giorno d'impazienza (1952), Ferito a morte (1962) e Amore e psiche (1973), riuniti nella trilogia Tre romanzi di una giornata (1982). Problematica e inquieta è invece l'esperienza di Mario Pomilio (Orsogna, 14 gennaio 1921 – Napoli, 3 aprile 1990), considerato il maggiore narratore cattolico del dopoguerra.[31] La sua opera più importante è Il Quinto Evangelio (1978), nel quale si segue la ricerca di un fantomatico quinto vangelo, delineando una coscienza cristiana moderna con la sua perenne tensione verso l'Aldilà. Altri suoi romanzi sono Il nuovo corso (1959), La compromissione (1965) e Il Natale del 1983 (1983). Un altro scrittore degno di nota e riconducibile all'ambiente partenopeo è infine Michele Prisco (Torre Annunziata, 18 gennaio 1920 – Napoli, 19 novembre 2003) .

Meritano di essere citati anche due autori siciliani, che nell'isola hanno ambientato i loro romanzi: Giuseppe Bonaviri (Mineo, 11 luglio 1924 – Frosinone, 21 marzo 2009) e Angelo Fiore (Palermo, 1908 – Palermo, dicembre 1986). Il primo, di professione medico, attinge per le sue opere all'antica tradizione orale, cercando una comunicazione con gli strati più profondi della realtà siciliana. Fiore invece pone l'attenzione sulla meschinità della condizione umana, mettendo in scena personaggi i cui rapporti sono vuoti e perversi.[31]

Si possono poi ricordare altri autori di questo periodo, come Giovanni Arpino (Pola, 27 gennaio 1927 – Torino, 10 dicembre 1987), Pier Antonio Quarantotti Gambini (Pisino, 23 febbraio 1910 – Venezia, 22 aprile 1965), Antonio Delfini (Modena, 10 giugno 1907 – Modena, 23 febbraio 1963), Antonio Pizzuto (Palermo, 14 maggio 1893 – Roma, 23 novembre 1976), Eugenio Corti (Besana in Brianza, 21 gennaio 1921 – Besana in Brianza, 4 febbraio 2014), Raffaello Brignetti (Isola del Giglio, 21 settembre 1921 – Roma, 7 febbraio 1978).

La critica letteraria[modifica]

La critica letteraria del dopoguerra mantiene una certa continuità con quella dell'epoca fascista, che verrà scardinata solo negli anni Sessanta. Inoltre, a fianco di studiosi illustri, anche scrittori come Calvino, Pasolini e Montale riveleranno eccezionali competenze critiche. In ambito accademico domina la posizione storicistica, che comprende varie posizioni, dal crocianesimo "ortodosso" al marxismo schematico. Tra queste, molto originale è la posizione di Mario Fubini (Torino, 18 marzo 1900 – Torino, 29 giugno 1977), che partendo da una prospettiva crociana sviluppa grande attenzione per le forme stilistiche. Walter Binni (Perugia, 4 maggio 1913 – Roma, 27 novembre 1997) si concentra sulle poetiche e sulle tensioni esistenziali da cui si sviluppa la poesia. A questi temi si dedica anche l'estetologo Luciano Anceschi (Milano, 20 febbraio 1911 – Bologna, 2 maggio 1995), che ha un ruolo chiave nello sviluppo di una critica fenomenologica in Italia e nella diffusione della neoavanguardia. Al marxismo sono invece avvicinabili critici come Natalino Sapegno (Aosta, 10 novembre 1901 – Roma, 11 aprile 1990), formatosi nell'ambiente torinese degli anni venti, mentre Carlo Muscetta (Avellino, 22 agosto 1912 – Aci Trezza, 22 marzo 2004) dimostra maggiore attenzione per gli intrecci tra coscienza storica e sensibilità alle forme letterarie.[32]

Al di fuori dello storicismo ci sono prospettive critiche che si rifanno al razionalismo e al positivismo, che si basano su un rigoroso esercizio filologico. Sebastiano Timpanaro (Parma, 5 settembre 1923 – Firenze, 26 novembre 2000) sviluppa un materialismo antidogmatico, mentre tra i principali innovatori della critica letteraria italiana c'è Carlo Dionisotti (Torino, 9 giugno 1908 – Londra, 22 febbraio 1998), autore di Geografia e storia della letteratura italiana. La critica stilistica influisce notevolmente sul rinnovamento della critica letteraria a partire dagli anni cinquanta, ponendo l'attenzione sulle forme linguistiche e sul lavoro filologico. Tra tutti, un ruolo chiave è quello di Gianfranco Contini (Domodossola, 4 gennaio 1912 – Domodossola, 1º febbraio 1990), che assumendo alcuni princìpi dell'estetica crociana pone l'attenzione ai testi e diffonde un modello di scrittura critica elegante, legata all'ermetismo.[33]

Note[modifica]

  1. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, pp. 99-100.
  2. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1065.
  3. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1024.
  4. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1024-1025.
  5. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1025.
  6. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1026.
  7. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1030.
  8. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1030-1031.
  9. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1033.
  10. 10,0 10,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dalla Scapigliatura al Postmoderno, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 151.
  11. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dalla Scapigliatura al Postmoderno, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, pp. 151-152.
  12. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dalla Scapigliatura al Postmoderno, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 152.
  13. 13,0 13,1 13,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1060.
  14. 14,0 14,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1061.
  15. 15,0 15,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1076.
  16. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1074-1075.
  17. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1075-1076.
  18. 18,0 18,1 18,2 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 222.
  19. 19,0 19,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 223.
  20. 20,0 20,1 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 218.
  21. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, pp. 229.
  22. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 230.
  23. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 237.
  24. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 238.
  25. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 250-251.; Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1086.
  26. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1085.
  27. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 251.
  28. 28,0 28,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1074.
  29. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1081-1082.
  30. 30,0 30,1 30,2 30,3 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1083.
  31. 31,0 31,1 31,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1084.
  32. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1039-1041.
  33. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1041-1042.