Storia della letteratura italiana/Luigi Pulci

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Storia della letteratura italiana
  1. Dalle origini al XIV secolo
  2. Umanesimo e Rinascimento
  3. Controriforma e Barocco
  4. Arcadia e Illuminismo
  5. Età napoleonica e Romanticismo
  6. L'Italia post-unitaria
  7. Prima metà del Novecento
  8. Dal secondo dopoguerra a oggi
Bibliografia

Durante il XV secolo continua a rimanere in voga, nella letteratura popolare, il genere del cantare. Sviluppatosi a partire da un'antica tradizione medievale, questo genere si era evoluto e rinnovato nella Firenze del Trecento, dove ha continuato a godere di particolare fortuna durante l'età dei Medici. I temi di partenza sono ripresi dalla letteratura alta, e in particolare dalla poesia epica, ma vengono narrati secondo la sensibilità tipica della borghesia cittadina del Quattrocento. Sono per lo più opere di autori anonimi, spesso giunte a noi frammentarie, che ritraggono la società dell'epoca, orientata al profitto e al piacere. Una tradizione borghese e popolare che però aveva attirato l'attenzione di letterati come Boccacio, che aveva attinto a questo materiale per il Filostrato, la Teseida e soprattutto il Filocolo.

In questo tipo di produzione si inserisce anche l'opera di Pulci, membro della corte medicea e autore di diversi cantari all'epoca particolarmente apprezzati dal pubblico. La sua opera più importante è però il Morgante, storia epica e parodistica di un gigante che convertito al cristianesimo si mette al seguito del paladino Orlando.[1]

La vita[modifica]

Luigi Pulci, dettaglio da un affresco di Filippino Lippi nella Cappella Brancacci (Firenze)

Luigi Pulci nasce nel 1432 a Firenze da Jacopo di Francesco Pulci e Brigida de' Bardi. Anche due suoi fratelli seguiranno la strada della letteratura: Luca comporrà due poemi cavallereschi, il Driadeo d'amore e il Ciriffo Calvaneo, mentre a Bernardo si devono alcune sacre rappresentazioni e una traduzione delle Bucoliche di Virgilio.[2]

Dopo una giovinezza irrequieta angustiata dalle ristrettezze economiche (i Pulci erano una nobile famiglia decaduta), è introdotto presso la famiglia Medici nel 1461, dove entra presto nelle grazie del giovane Lorenzo, con il quale condivide lo spirito giocoso che contraddistingue le sue prime opere poetiche. Tra queste si ricorda la Beca di Dicomano, parodia dell'opera di Lorenzo Nencia da Barberino, a sua volta parodia dell'amor cortese.[3]

In particolare è vicino a Lucrezia Tornabuoni, madre del Magnifico, che lo soccorre quando è costretto a lasciare Firenze a causa del dissesto economico del fratello Luca. Potrà tornare in città nel 1466. Sembra che, proprio per desiderio della nobildonna, Pulci abbia iniziato a comporre il Morgante nel 1461.

Verso il 1474 il clima della cerchia medicea, dapprima molto influenzato dal suo umore bizzarro e giocoso, si modifica notevolmente per l'importanza assunta dai filosofi platonici dell'Accademia (Ficino, Pico, Landino). Pulci entra in conflitto con questi personaggi e ha un'aspra polemica con Ficino sull'immortalità dell'anima. Si inimica inoltre Matteo Franco, un poeta di corte che gli dedica dei versi violenti. Per questi motivi viene messo ai margini della corte fiorentina.

Questo e le difficoltà finanziarie che colpiscono i fratelli Luca e Bernardo intorno al 1470, costringono Pulci ad allontanarsi da Firenze (per missioni diplomatiche a Camerino, Foligno e Napoli) e a entrare al servizio del condottiero Roberto di San Severino, che segue in vari viaggi (Milano, Pisa e Venezia). Nel marzo del 1481 è nominato capitano di Val di Lugana, feudo del San Severino. Ammalatosi durante un viaggio, muore a Padova nel 1484 sotto l'accusa di eresia.[4] È sepolto fuori dal muro che circonda il sagrato della chiesa di San Tommaso apostolo, «vicino ad un pozzo», «senza alcuna sacra cerimonia, come uomo di poca, o niuna religione».[5]

Il Morgante[modifica]

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Di Pulci rimangono molte opere minori. Oltre al già ricordato poemetto Beca da Dicomano, si può citare il poemetto in ottave La Giostra, composto in occasione di una vittoria di Lorenzo il Magnifico a una giostra, lo stesso genere sfruttato da Poliziano nelle Stanze. Pulci ha poi continuato il poema cavalleresco Ciriffo Calvaneo, lasciato incompiuto dal fratello. A questi aggiungono vari sonetti e diverse lettere, molte delle quali destinate a Lorenzo il Magnifico.[2]

Il capolavoro di Pulci è però il Morgante. È uno dei poemi più singolari della letteratura italiana, dato il tono giocoso e le avventure mirabolanti di alcuni personaggi. È un poema epico-cavalleresco in ottave, suddiviso in cantari, che recupera la materia del ciclo carolingio. Il titolo deriva dal nome del suo personaggio più popolare, un gigante che Orlando converte alla fede cristiana e le cui avventure costituiscono gran parte della trama.

Composizione e struttura[modifica]

Il poema trae la sua materia dal ciclo carolingio, che in Italia e soprattutto in Toscana aveva conosciuto grande diffusione. Il proposito iniziale, suggerito da Lucrezia Tornabuoni, era di dare una forma letteraria a un cantare popolare intitolato Orlando. Era questo un procedimento tipico della corte medicea, che si proponeva di recuperare e valorizzare la tradizione toscana dandole una dignità alta. Pulci però preferisce aderire al gusto popolare e dare spazio ai suoi umori grotteschi.[6] Il suo non è un intento parodistico; piuttosto, sfrutta la varietà dei materiali provenienti dal ciclo carolingio per sfogare il suo estro creativo e bizzarro.[7]

Il Morgante esce in una prima edizione in 23 cantari l'11 novembre 1478, che però è andata perduta. Rimangono invece copie delle due edizioni successive: una ancora in 23 cantari pubblicata a Firenze tra il 1481 e il 1482, e quella definitiva del 1483, a cui si aggiungono altri 5 cantari, per un totale di 28.[8] I primi 23 cantari sono ispirati al già ricordato Orlando, mentre gli ultimi cinque, che narrano la morte di Orlando a Roncisvalle, riprendono il contenuto di un altro cantare popolare, La Spagna in rima.[9]

Trama
Orlando abbandona Parigi e la corte di Carlo Magno in cerca di avventure nella terra di Pagania. Il re, vecchio e rimbambito, è ormai preda dei raggiri di Gano di Maganza, nemico giurato del paladino. Durante il suo viaggio, Orlando salva un convento di suore dall'attacco di tre giganti: due vengono uccisi mentre il terzo, Morgante, si converte al cristianesimo e diventa compagno del cavaliere. Seguono varie avventure, durante le quali le loro strade si incrociano con quelle altri cavalieri della corte di Carlo. L'episodio culminante è l'incontro di Orlando e Morgante con il mezzo gigante Margutte, un furfante. Sia Morgante sia Margutte fanno una fine bizzarra: il primo muore per il morso di un piccolo granchio, mentre il secondo soffoca dalle risate alla vista di una scimmia che gli ha rubato gli stivali. Nella parte finale del poema, Orlando muore a Roncisvalle mentre Rinaldo, giunto sul campo di battaglia grazie all'aiuto del diavolo Astarotte, dà man forte all'esercito franco. Il traditore Gano viene infine catturato e sottoposto a suplizio. L'opera si chiude con la morte e l'apoteosi di Carlo.

Lingua e stile[modifica]

I cantari hanno tutti la stessa struttura. Ognuno inizia con un'invocazione, solitamente alla Vergine, in cui vengono anticipati gli argomenti, e si chiude con i ringraziamenti al lettore e la promessa di proseguire il racconto il giorno seguente. Lo stile è più orientato alla recitazione che non alla lettura: il poema veniva infatti letto, mano a mano che veniva composto, di fronte alla corte medicea.[10]

La lingua è molto vivace e incorpora gli elementi più vari, provenienti dal dialetto e dalla parlata popolare. Questo procedimento si inserisce nella comune ricerca, portata avanti dagli umanisti, di sperimentare lingue letterarie composite. Pulci sceglie consapevolmente le soluzioni linguistiche che utilizza, forzandole al di là dei codici previsti dai generi letterari. Questo gusto per la mescolanza verrà utilizzato in seguito anche da Teofilo Folengo e, fuori dall'Italia, da François Rabelais.[7][11]

Tematiche[modifica]

Il poema è dominato dal gusto della deformazione. Il ciclo carolingio e i modi dei canterini toscani offrono a Pulci la possibilità di dare libero sfogo alla sua forza creativa e ai suoi umori bizzarri. Come nei cantari popolari, nel Morgante la narrazione non è organica, non segue un filo preciso, ma procede per salti. I personaggi sono solo abbozzati, rispondono a stereotipi e non hanno profondità psicologica. Così i paladini sono forti e coraggiosi, i pagani sono malvagi, il traditore Gano è infido. Morgante risponde al tipo del gigante semplice e buono, mentre Margutte a quello dell'astuto furfante.[10]

Dalla poesia dei canterini proviene anche l'atteggiamento di familiarità con cui Pulci tratta i paladini, che a tratti perdono la loro dignità eroica per assumere comportamenti buffoneschi. Il poema mescola toni diversi, dall'eroico al burlesco, dal patetico al fiabesco. Questo caleidoscopio di combinazioni impreviste non deve far pensare a un autore superficiale. Pulci rivela infatti, in vari punti, i suoi interessi per la teologia, la filosofia, la morale, la scienza. Il suo è uno spirito libero, che fugge a ogni schematismo e a ogni autorità.[12]

Note[modifica]

  1. Aulo Greco, introduzione a Luigi Pulci, Morgante e opere minori, a cura di Aulo Greco, vol. 1, Torino, Utet, 2004, pp. 9-11.
  2. 2,0 2,1 Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 219.
  3. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 218.
  4. Nota biografica in Luigi Pulci, Morgante e opere minori, a cura di Aulo Greco, vol. 1, Torino, Utet, 2004.
  5. Giovambattista Rossetti, Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di Padova, Padova, 1780, p. 273.
  6. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, L'Umanesimo, il Rinascimento e l'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 68.
  7. 7,0 7,1 Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 222.
  8. Nota bibliografica in Luigi Pulci, Morgante e opere minori, a cura di Aulo Greco, vol. 1, Torino, Utet, 2004.
  9. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 221.
  10. 10,0 10,1 Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palermo, Palumbo, 1969, p. 220.
  11. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, L'Umanesimo, il Rinascimento e l'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 70.
  12. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, L'Umanesimo, il Rinascimento e l'età della Controriforma, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 69.